NICHT SCHLAFEN di Alain Platel

La prima reazione a caldo di fronte a questo lavoro di Platel è stata perplessità. Mi sono chiesto per alcuni giorni da dove derivasse questa sensazione. Mi sono dato alcune risposte. Comincerei da Kandinsky in quale scriveva: “In arte 1 più 1 da 0, non due”. Con queste parole intendeva che ribadire il concetto, dire due volte la stessa cosa, annullava il segnale. Nicht Schlafen mi sembra che ribadisca per tutta la durata dell’opera lo stesso identico messaggio: sotto la patina di civiltà di cui si ammanta l’Europa, si agitano inquietudini, incubi, incertezze che per quanto si cerchi di tenere sotto controllo increspano l’acqua limpida. Sotto la superficie si agitano correnti estremamente pericolose. E questo lo si può sentire fin da subito, dall’inizio cantato, lieve, dolce, estremamente suggestivo seguito da un lungo momento di lotta, dove i danzatori furiosi, si stracciano le vesti a vicenda. E lo si può desumere anche dal continuo utilizzo delle musiche di Mahler, il quale facendo convivere la classicità sinfonica della tradizione viennese, con le dissonanze e le rotture armoniche, esprime più di ogni altro compositore quel lento sgretolarsi della civiltà europea alla soglia della Prima Guerra. Quella dolcezza melanconica di certi movimenti, è costantemente attraversata da segnali di allarme. La musica di Mahler è come il canto di Rutilio Namaziano, il viaggiatore che attraversa l’impero in fiamme e ne canta l’inevitabile decadenza insieme allo struggimento per la sua scomparsa.

Il teatro, ma potremmo allargare il discorso a ogni arte scenica, serve a ricordarci che il cielo può caderci in testa in ogni istante. Così diceva Artaud. E in questo momento storico niente è più importante di quest’aspetto. Se le arti hanno uno scopo, è quello di mettere a nudo il mondo lasciando libero chi guarda di riflettere e prendere decisioni.

Ora però il problema è che questo messaggio resta pressoché costante per tutta la durata dell’opera. Mahler resta costante. La lotta violenta e la dolcezza della danza si alternano in un battito costante che non tocca mai gli estremi. Tribalità e classicità, movimenti di insieme e rotture dell’equilibrio, tutto si alterna come un movimento di metronomo, alla lunga ci si abitua.

Ma non solo questo mi ha creato perplessità. La scena è forte. Cavalli e un bue, riversi, morti, a ricordare la mattanza, quasi una meditazione sul cadavere. Alcune scene sono potenti per violenza. Non solo la lotta, ma anche l’amplesso con il corpo morto del cadavere, o l’infierire sul corpo cristico del danzatore da parte del gruppo. Eppure si trapassa da questo a momenti più distesi come se niente fosse. Il danzatore che si fotte il cadavere, rientra tranquillamente nel gruppo, senza che niente turbi l’insieme. Ora normalmente questo sarebbe un errore di sintassi drammaturgica. Ma è impensabile che un artista del calibro di Platel possa commetterlo. È sicuramente un segno, c’è una volontà. Come in uno zapping televisivo che trapassa dall’immagine della guerra in Siria alla telenovela sdolcinata. Ma la domanda che mi pongo: è efficace? Direi di no. Si perde immantinente l’energia e la potenza dell’immagine. Si scivola, non si trattiene nulla. E forse è questo che si voleva. Ma il tutto diventa come una scatola cinese: non è l’immagine ma il congegno, il dispositivo a essere importante, e quindi tutto diventa indiretto, mediato, estremamente intellettuale.

Questo è quanto mi lascia perplesso del lavoro di Platel: l’essere macchinoso, indiretto, cerebrale, asseverativo. É come un romanzo a tesi. C’è qualcosa da capire, questa cosa non lascia scampo al proprio atto di visione. C’è un imperativo categorico da capire, e di fronte ai messaggi univoci mi trovo sempre troppo a disagio.

SYLPHIDARIUM di CollettivO CineticO

Sylphidarium e la Sylphide. Modello e variazione del canone. Se uno osserva bene il cavallo centrale in Guernica si può riconoscere il modello lontano: La battaglia di San Romano di Paolo Uccello. C’è una comunanza potente tra le due opere, non solo tecnica, non solo negli occhi allucinati del cavallo che distorce la testa dall’orrore della guerra. Parlo di qualcosa di viscerale, di intimo, come due laghi che si alimentano della stessa acqua, rinvigorendosi, mantenendosi vivi. Persino in John Cage si possono trovare piccoli e vitali frammenti di Mozart.

Questo fluire energetico tra le opere è la linfa che nutre il linguaggio artistico nel tempo. Se non ci fosse come sarebbe il linguaggio dell’arte? Non possiamo saperlo, perché essendo l’arte una lingua essa muta nel tempo, si nutre di vocaboli desueti, di forme arcaiche, di costrutti antichi rilanciandoli in forme nuove, neologismi, generazioni equivoche. Il tutto verso una lingua che ancora non si parla. Ci si limita a balbettarla.

Non c’è niente di strano in questo. È il corso naturale dei linguaggi. Un antico proverbio arabo dice: non si dicono cose nuove, ma cose vecchie in modo nuovo.

Per cui niente di strano che Sylphidarium intessa un dialogo con la lontana Sylphide, quel balletto che portò alla danza il tutù e l’elevarsi sulle punte.

Potremmo citare mille casi simili, negli ultimi tempi le She She Pop hanno fatto uno splendido ibrido con la Sagra della primavera. È una prassi in qualsiasi arte. Quello che mi stupisce di più è che questo venga visto come una sorta di cannibalismo necrofago. Non è un nutrirsi di carogne morte e abbandonate nella savana. È dialogo. È la metamorfosi che affascina Ovidio, questo trascorrere delle forme divine in quelle vegetali, di umani trasformati in animali, di mostri che generano dei. È il processo splendido e tremendo dell’arte.

Quello che mi manca davvero in Sylphidarium è la meraviglia del processo di rivitalizzazione. Questo splendido e tremendo bisbigliare tra le forme. C’è come una volontà freddamente clinica, priva d’amore nel dissezionare il cadavere, nel ricomporlo come un novello Frankenstein. È un nutrirsi come fanno le iene.

Ma c’è anche un disperdersi, un compiacersi nell’ossessivo sfilare di costumi, come in un defilé di moda autunno/inverno. Non che manchino momenti di grande fantasia formale, un creare forme dalle forme. Ma come in una sfilata di moda, queste fantastiche creazioni sono offerte allo sguardo come merci. Passano da una all’altra come in un catalogo. C’è molto freddo. Io almeno l’ho percepito così.

La musica di Francesco Antonioni è il valore aggiunto. Anche in questo caso c’è un rimandare alle forme classiche, soprattutto a Chopin, ma in un dialogo molto più fruttuoso, ibridato con calore. La danza piuttosto si adegua ai ritmi musicali in un assecondare lentezze, densità, frequenze. Non è un vero botta e risposta, quasi più un assentire.

Per tutti questi motivi, nonostante una possente tessitura, in questo lavoro intenso e persin crudele nel voler denudare le forme, ricomporle, rimodellarle, ho avvertito il dolciastro odor di decomposizione e il rumore assordante degli insetti necrofagi. Avrei voluto assaporare lo sbocciar di vita nova da ciò che lontano scompare all’orizzonte, più che un fredda meditazione sul cadavere.

LO SPIRITO DEL LAGO – MY WAY

Da quasi due decadi si svolge a Stresa sul Lago Maggiore una piccola manifestazione dedicata all’arte contemporanea. Il nome è di per sé evocativo: Lo spirito del lago.

Già nel nome c’è l’essenza di questo piccolo gioiello: una sorta di genius loci che guarda e veglia amorevole sulle cose dello spirito, sempre più neglette, sempre più bisognose di spazio. E insisto sulla parola piccolo, perché la parola non è diminutiva, ma ha l’accezione di minimo, delicato, pieno di grazia, non invadente.

E questo spirito lo ha evocato il suo curatore italiano la vera anima di questo evento (per dovere di cronaca ci sono anche due curatori tedeschi gli artisti Peter Gilles e Birgit Kahle), e prima di parlare dell’esposizione vorrei appunto parlare dell’uomo: Giampiero Zanzi. È stato sempre per me un maestro. Un uomo a cui ho guardato sempre con amore, ammirazione e rispetto. La ragione è semplice: ha fede nell’arte e questa fede non è mai stata scalfita nonostante venga spesso considerata come una eccentricità, una stranezza verso cui scuotere le spalle. Le istituzioni cittadine e locali lo supportano quel tanto che basta per lavarsi la coscienza. Nessun vero aiuto o supporto. Ma Zanzi non se ne cura, come un vecchio saggio orientale, scivola sull’indifferenza con la forza della sua fede. Ha portato negli anni grandissimi artisti a Stresa, da Spoerri, a Palavrakis, da Milo Sacchi a Ferdinando Greco, da Peter Gilles a Franco Rasma. E il tutto grazie al suo instancabile lavoro, alle sue relazioni d’amicizia con gli artisti, al suo essere capace di convincerli nella forza del suo progetto.

Quest’ultima edizione de Lo Spirito del lago è titolata My Way ed è dedicata non alla versione famosa della celebre canzone, ma a quella più distopica e dissonante cantata da Sid Vicius. C’è un intento ad andare al di là della bellezza, delle mode, del consueto. Zanzi nel comunicato stampa scrive: “desidero rivolgermi a persone che con il contemporaneo non hanno dimestichezza e auspico che la discussione caratterizzi l’evento. Gli artisti saranno scelti in relazione alle loro opere e non al nome”. In queste poche righe vi sono molte scelte scomode: non chiudere l’evento artistico nella torre d’avorio degli addetti ai lavori, desiderare il dialogo con il pubblico, aspettarsi le domande scomode, scegliere in base al valore reale dell’opera e non basarsi solo sul nome di chi la presenta. Scelte inattuali, che non fa quasi più nessuno. In un mondo dell’arte in cui conta il curriculum più che la ricerca, in un mondo dove la progettualità bancaria e istituzionale richiede risultati certi prima ancora di avviare il progetto, Giampiero Zanzi sceglie il rischio, l’incerto, il fluido lo scorrere delle idee, l’incompiuto. Questo fa di lui un’eccezione e anche forse un eretico. Ma è la sua forza, la sua grandezza. E non di poco conto è anche l’operare in una provincia oscura, di grande bellezza paesaggistica, ma povera di azione culturale. Questo senza però dimenticare l’apertura verso mondi più aperti, soprattutto la Germania, da cui ogni anno scendono galleristi e amatori per seguire il suo progetto. E paradossalmente Lo Spirito del lago è più conosciuto in Germania che in Italia.

Ma ora parliamo della mostra, intitolata, come detto, My way. La mia via. I tre curatori hanno deciso di invitare gli artisti non secondo un progetto comune, ma mettendo insieme scelte divergenti secondando il loro gusto. Questo potrebbe essere sintomo di confusione in molti casi, ma non in questo. Accostare anime diverse ma unite in qualche modo dai nessi imprevisti che nascono nell’osservatore proprio dalla contiguità. Opere forti, spesso inedite nonostante alcune siano datate. Come l’opera di Milo Sacchi, cosparsa di crocefissi, con un lungo chiodo a sporgere dalla tela, pericoloso. Un invito a non accostarsi troppo all’opera che potrebbe ferire l’occhio di chi guarda. O le teste di Franco Rasma, nere, inquietanti, decorate con becchi di gallina. Idoli terreni, che parlano di qualcosa di spaventoso, della morte che ci aspetta tutti in fondo alla strada. E poi le figure umane fatte di sangue e colore nero sulla grande tela di Peter Gilles, l’artista tedesco che dipinge con il proprio sangue. Non tutto parla di mondi oscuri. C’è anche il fallimentare tentativo di giungere sulla luna in mongolfiera di Peter C. Simon, le sculture sonore di Ale Guzzetti, e quelle matematiche in legno scuro e grezzo di Armin Göhringer.

C’è molta diversità d’azione artistica in questa piccola esposizione, quasi una galleria temporanea che torna ogni anno nonostante le difficoltà, una diversità stupefacente. Sofocle quando parla del divino usa la parola sempre con due accezioni: spledido e tremendo. Ecco questa è forse la cifra esatta de Lo Spirito del lago.

Auguro a Giampiero Zanzi di riuscire a continuare, di non stancarsi mai di credere nella potenza dei doni che l’arte può dare allo spirito: la tua via è giusta perché difficile, stretta e piena di pericoli!

foto: Giampiero Zanzi