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Sbandati! Sui bandi e sulla necessità di una riflessione sulle funzioni delle perfoming arts

Fino a non molti anni fa ci si chiedeva quale fosse la funzione e la natura del teatro o della performance. Se pensiamo agli anni ’60, ’70, ’80 non sarà difficile ricordare la quantità di pubblicazioni e di interviste (pensiamo a Grotowsky, Barba, Kantor, Bene, Brook, Cage per citarne solo alcuni) che animarono il dibattito sia in Europa che negli Stati Uniti. Non vi era artista, critico o studioso che non si ponesse la questione. E non solo nell’ambito del teatro ma anche in campo antropologico (pensiamo a Turner su tutti) o filosofico (e come non pensare al bellissimo dialogo tra Bene e Deleuze). Era importante chiedersi: perché fare teatro? Qual è la sua funzione? Le risposte non erano univoche: uscire dalla rappresentazione, divenire una forma di prassi filosofica che mettesse in discussione l’essere, farsi rivolta politica, lente di ingrandimento delle crepe della società.

Ma non erano tanto importanti le risposte, che riflettono sempre i tempi storici in cui vengono date, nonché i gusti e le propensioni personali dei singoli artisti o pensatori. Fondamentale era il reiterarsi della domanda che generava pensiero, movimentava il dibattito, spesso accesissimo (pensiamo alle apparizioni di Carmelo Bene al Maurizio Costanzo Show), creava opere che a loro volte partorivano altri lavori.

Oggi la domanda sulle funzioni della scena sembra essere passata di moda. Altre sono le questioni all’ordine del giorno (l’audience development, per esempio). E non è che queste questioni non siano importanti, ma sono dipendenti da quella che non ci si pone più: qual è la funzione del teatro? Perché fare teatro? O comunque perché compiere dei processi dal vivo che coinvolgano un pubblico? Poste queste anche il problema del pubblico si risolve da sé, o per lo meno, trova risposte adeguate alle esigenze del tempo.

La politica sembra aver risposto unanime alla questione: la cultura delle performing arts è sussidiaria delle attività turistiche, educative e sociali. Compito degli artisti è supplire ai percorsi turistici ed enoganostronomici, scoprire nuove strategie di audience engagement (che ci stanno a fare direttori artistici, curatori, pubblicitari, esperti di marketing, sociologi, sono ovviamente gli artisti che devono portare gente a teatro!), e naturalmente rispondere alle carenze sociali ed educative della comunità (anche qui uno studia tutta la vita danza, teatro o performance per finire a fare l’assistente sociale!). Gli artisti stessi sembra non si siano più posti il problema della funzione della loro arte preoccupati ed affannati a compilare application per questo o quel bando che garantisca loro fondi o residenze per portare avanti il loro lavoro quale esso sia.

I bandi infatti dettano anche l’argomentum: generi sessuali, immigrazione, integrazione, multimedia etc. Per non parlare dell’anniversario di turno. In fondo c’è sempre il morto dell’anno da ricordare. E così tutti traslitterano prontamente le loro linee di ricerca secondo il bisogno in una non disprezzabile camaleontica capacità di adattamento. Si dice che la necessità aguzza l’ingegno. Il problema dei bandi legati alle pubbliche amministrazioni e agli enti bancari è che si assomigliano tutti (non è che i burocrati siano dei creativi efficaci da che mondo è mondo) e così sul mercato arrivano una quantità di lavori simili come gemelli (tralasciamo la questione della qualità) e che l’anno successivo, all’uscita di un nuovo argomento, diventano subito oscenamente obsoleti e tocca creare nuove opere che rispondano ai criteri.

Già Bauman, nella sua Vita liquida afferma la necessità di un incontro tra l’amministrazione e i creatori di cultura, e che gli uni non sussistono senza gli altri, ma che questa difficile alleanza sia seriamente messa in crisi dalla questione della durata. Se ogni anno cambiano i termini di un bando, all’artista non resta che correre dietro all’attualità. Già Montale metteva in guardia da questo fenomeno :«Il tempo si fa più veloce; opere di pochi anni fa sembrano “datate” e il bisogno che l’artista ha di farsi ascoltare, prima o poi diventa bisogno spasmodico dell’attuale e dell’immediato. Di qui l’arte nuova del nostro tempo che è lo spettacolo, un’esibizione non necessariamente teatrale a cui concorrono i rudimenti di ogni arte e che opera una sorta di massaggio psichico sullo spettatore o ascoltatore o lettore che sia». Ed ecco qua servita la tanto agognata multimedialità impegnata socialmente e descritta come si conviene. Sia detto poi cosi en passant che l’arte scenica, e con questo non intendo solo il teatro, è multimediale dalla sua nascita laddove danza, musica, maschera, costume, voce concorrevano alla creazione di uno stesso evento di fronte a un pubblico. E anche se non volessimo spingerci fino all’avanti Cristo, ricordo che Richard Kostellanetz negli anni ’60 racchiudeva tutte le forme del nascente happening nella categoria: Theatre of mixed means, ossia teatro multimediale!

Ma torniamo alla questione della velocità che i bandi impongono. Diciamo per onore di cronaca che all’estero spesso questi bandi sono almeno triennali o a legislatura, che almeno garantiscono una progettualità a medio periodo, mentre qui nell’Italietta si tende all’assoluta precarietà dell’anno per anno (tralasciamo poi che il pagamento dei suddetti arrivi ben oltre la data di assegnazione e che ciò significhi accumulo di debiti). Resta comunque fissa l’idea dell’adeguamento all’attualità, all’emergenza del momento, e sempre funzionalità sussidiaria di qualcos’altro (turismo, attività sociali etc.).

Carmelo Bene metteva in guardia dal bisogno dello Stato come finanziatore di cultura, perché allo Stato non interessa l’eccellenza interessa la media: «se lo Stato non pensa ai mediocri, chi ci pensa?». Le opere ora devono corrispondere a dei canoni oggettivi di cui la qualità non conta. Prima ancora di sentire che progetto hai in testa ti chiedono i bilanci, le partnership, le strategie di audience development, ma soprattutto la certezza dei risultati. Non è permesso il rischio, l’esperimento, il fallimento, quello che ti permette di scovare la giusta via. Se si investono quelle quattro lire, esse devono fruttare, la ricerca in sé e per sé non interessa. L’orizzonte è limitato al domani e del cosa e del perché non frega più a nessuno, purché, come diceva Macbeth: «qualora fosse fatto, sarebbe bene fosse fatto subito»! E così che si consuma il delitto. Il subito uccide la qualità e la ricerca, con la promessa di un finanziamento in cambio di un facile successo. Ma come per Macbeth, la corona non dura e soprattutto non produce figliolanza. Dei più di centocinquanta spettacoli visti negli ultimi 12 mesi, degni veramente di nota non più di cinque o sei. E quanti dei giovani artisti visionati dureranno in attività più di cinque anni? Ai posteri l’ardua sentenza.

E così oltre alla fretta (diminuiscono drasticamente e drammaticamente i tempi di prova e il dilettantismo sulle scene impera) e la cronica mancanza di denaro che comporta l’apparire sulle scene di niente altro che soli o coppie, ecco un occuparsi della cronaca condominiale con materiali d’accatto, deperibili, riciclabili, presi dalle discariche e dalle immondizie, roba che si può portare in treno e al massimo in un bagagliaio, con luce naturale o al limite due faretti, se non luci fatte in casa. Altro che Grotowsky e il suo teatro povero! Altro che Kantor e la realtà dal rango più basso! Ormai ci si limita alla sopravvivenza, senza domandarsi perché vivere e se sia necessaria una dignità a questa vita artistica.

È ora di tornare a porsi il problema del perché fare arte scenica, live arts, performing arts o come altro la vogliate chiamare. Senza ricalibrare il perché restiamo molto lontani da un’efficacia e molto vicini a essere strumenti di una politica che non vede l’ora di virare tutto sul mero enterteinment fottendosene bellamente dei contenuti di qualità. E ora di fermarsi un secondo, magari rinunciare a un bando o due, ma porsi la questione perché senza la stella polare di una funzione chiara, tutto si riduce alla compilazione burocratica di un bando e alla fretta di montare un qualsiasi cosa che risponda ai requisiti. Sono perfettamente conscio di estremizzare il discorso, ma è nella parodia, nel giocare con gli estremi che si vedono i pericoli striscianti nel sistema. Si passa più tempo al computer a compulsare bandi su internet e a compilare roll e application che a fare ricerca in sala prove. E questo non è sano. Tutto dipende dalla domanda fondamentale: perché si fa teatro? Qual è la sua funzione? Se ci si dà una risposta soddisfacente, una che soddisfi l’esistenza, allora vale la pena affannarsi per cercare quattro soldi, magari trovando strade alternative al finanziamento di Stato, se no è meglio lasciar perdere, fare qualcos’altro magari più redditizio.

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