Terzopoulos

THEODOROS TERZOPOULOS: ENCORE di Attis Theatre a VIE Festival

Davvero poche parole sono necessarie per il racconto di uno spettacolo come Encore, ultimo capitolo della trilogia diretta dal greco Theodoros Terzopoulos presentata sempre nell’ambito del Festival emiliano VIE. Poche come le parole che vengono utilizzate nello spettacolo.

Un camminamento luminoso a forma di croce al centro della scena, il braccio centrale che termina in una stretta edicola nera rialzata; ai lati opposti, gli attori Sophia Hill e Antonis Myriagkos, davvero “seducenti”, come già definiti da molta critica, si fronteggiano seduti.

Ancora, ancora, ancora. Nel momento in cui si alzano, ha inizio la danza: fatta di piccoli passi simmetrici, uno strascicarsi iniziale di piedi e sillabe, un respiro speculare che avvicina lentamente i corpi fra loro. È una tensione magnetica costruita su sospiri e rantoli bestiali che porta gli attori a poter interagire fra loro solo attraverso delle lame strette nei pugni, puntate contro le tempie del compagno, fra i denti, mentre si masticano e si consumano le poche essenziali parole in un contatto fatto di lame e violenza, di un tipo che chiama la magia antica e marina, nel momento in cui è l’angelica voce della biondissima Sophia Hill ad attirare a sé il compagno lungo le direttrici geometriche della croce terrena, in un razionale, lento e costante progredire di una relazione che vive del suo non inizio e non fine, della sua continuità inarrestabile.

In Encore di Terzopoulos la parola è fatta di sangue, si ripete: le voci replicano l’abbaiare di cani, i corpi si stringono nell’angusta sacrale edicola, ne escono per proseguire una lotta che è ricerca dell’uno e dell’altra.

Precisione ed essenzialità nel comando costante dell’ancora e ancora. Di questa essenzialità che investe persino il piano luci, fatto salvo per il dettaglio rosso centrale nella caduta degli attori dall’edicola, la potenza vocale di un ansimare costante che nasce direttamente dai sorrisi grotteschi che i due sfidanti-amanti mantengono sul volto, che si squarcia così di una luce oscura, si traduce in un tempo paradossalmente quieto per lo spettatore: ci si lascia avvolgere e si segue con calma il movimento mai interrotto. Nella rara stasi permane lo sguardo fisso dei due, l’uno negli occhi e nella tensione dell’altra.

Diventa un’esperienza davvero di un’intensità particolare quando all’uscita del teatro non si senta bisogno di aggiungere molto di più a quanto visto: la visione basta in sé e nessun meccanismo interpretativo risulta appagante. Con Encore, Therzopoulos si pone dalla parte del mito, Storia prima della Storia e verità viscerale, in una continuità di conflitto in cui non c’è niente da ricondurre a una situazionalità granitica, non è del tutto lo scontro della coppia intesa come nucleo uomo-donna, né il fronteggiarsi della parola contro il corpo, né di alcuna distinzione manichea che preveda un aut aut. È l’armonia musicale dell’opposto, l’“ancora” del piacere della non possibile interezza. Virtuosismo scenico, senza dubbio, in una serena quanto straniante sensazione di sospensione mitica.

di Maria D’Ugo

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