La fortezza vuota

DISFUNZIONALI: considerazioni su La fortezza vuota

Ho letto con grande interesse La fortezza vuota di Massimiliano Civica e Attilio Scarpellini, scritto che fotografa una situazione del teatro italiano (ma potremmo dire di tutte le Live Arts) a dir poco sconsolante e sconfortante. Al termine della lettura mi è sorto spontaneo il desiderio di fare delle considerazioni su alcuni punti della disamina di Civica e Scarpellini (per chi fosse curioso lo può scaricare a questo indirizzo http://www.contemporaneafestival.it/contemporaneafestival15/htm/connessioni/La-fortezza-vuota.pdf  

Il teatro sta perdendo il senso delle sue funzioni o, per meglio dire, non riesce a costruirne di nuove; e come spesso accade, anziché reagire, si fa finta di non vedere e si continua a perpetuare gli stessi errori sperando che passi ‘a nuttata. L’incipit de La fortezza vuota è di una lucidità disarmante: «Oggi si continuano a produrre spettacoli, escono i cartelloni delle stagioni, si fanno festival teatrali, ma c’è la sensazione di andare avanti per forza d’inerzia: agiamo secondo abitudini e consuetudini di cui però, nell’intimo, non ravvisiamo più il significato e le finalità».

Non posso che trovarmi d’accordo con la disamina di Civica e Scarpellini. Sento meno sintonia nell’identificare le cause e, soprattutto, su quelle che sono le funzioni che secondo loro dovrebbe avere il teatro.

Di certo è facile accusare le istituzioni e le direzioni artistiche conniventi. Con questo non voglio dire che tali soggetti siano incolpevoli. È sotto gli occhi di tutti che la nuova legge di riordino del settore dello spettacolo delinea linee di smantellamento più che risolvere problemi e La fortezza vuota fornisce un’analisi impeccabile sul sistema malato che si è voluto creare e sulle conseguenze che porterà al settore. Chiunque abbia almeno una volta parlato con un politico o con un funzionario presentando un progetto culturale sa che gli scopi delle istituzioni sono per lo più turistico propagandistiche volti a ricevere un’immagine più sfavillante possibile spendendo poco. Degli scopi culturali non frega un beato niente a nessuno.

Ma, e in questo divergo dalle posizioni espresse ne La fortezza vuota, la colpa primaria non è della politica. I politici sono solo l’espressione della società che li elegge. Se sono corrotti, o nel migliore dei casi inadatti, inefficienti, impreparati, ignoranti, incompetenti la colpa è di chi li elegge, di chi non pretende che la loro figura pubblica rispetti dei canoni di qualità e buon costume, di chi non dice no alla loro mala azione di governo.

Come diceva Artaud :«Se la folla contemporanea non capisce Edipo Re, oserei dire che è di Edipo Re la colpa, non della folla». Nel campo culturale per decenni gli artisti non si sono opposti al ribasso imposto dalla classe politica, preoccupati di perdere anche quel poco che avevano conquistato. Si è detto sì a ogni taglio, a ogni azione volta a disincentivare la ricerca, la qualità, la professionalità degli artisti. Non c’è stata protesta né ribellione e ora è tardi.

Gli artisti si sono rifiutati di agire come categoria professionale unita e coesa e ognuno ha pensato al proprio orto, chiudendosi nella propria fortezza vuota a difendere un feudo che assomiglia più a un magro e arido orticello. La guerra dei poveri evocata da Civica e Scarpellini non è a iniziarsi, ma è già deflagrata da decenni. Se timidi tentativi sono stati fatti negli anni passati per un’azione comune, si sono anche sgretolati subito per beghe condominiali e antipatie personali. Se non ci si oppone, lo Stato agisce indisturbato e fa quello che conviene all’establishment. È sbagliato e ingenuo pensare che lo Stato agisca per il bene dei cittadini se non sono i cittadini stessi a vigilare affinché vengano rispettati i propri diritti. E non è nemmeno vero che lo Stato debba occuparsi di cultura, perché quando l’ha fatto i risultati sono stati devastanti senza essere costretti a evocare realismi socialisti e arti degenerate.

Stato e cultura, se possono trovarsi nella situazione di avere scopi in comune, è più salutare che siano in disaccordo. Nella dialettica tra politica, società e cultura si annidano le funzioni dell’arte. Eugenio Barba ha scritto un libro con un titolo illuminante: Teatro. Solitudine, mestiere, rivolta. Lavorare su ciò che mette in crisi una società e più in generale l’essere e l’esistenza, là si annida il senso dell’arte. Cultura non è neanche il termine corretto, perché evoca educazione e quindi coltivazione di soggetti che si pensa siano in qualche modo selvaggi. L’arte non è cultura, ma lucido sguardo sulla realtà. È un porre domande scomode e spesso senza risposta.

Quando Civica e Scarpellini parlano di teatro come educazione al bello e che la sua funzione sia da equipararsi a quella di musei e scuole, siamo di fronte a una posizione assolutamente rispettabile ma che manca il segno. Quando prima degli agoni teatrali ad Atene i Katharmoi inondavano gli spalti di sangue dei sacrifici, non era certo la ricerca del bello e del buono che veniva messa in evidenza. Il teatro, e con esso la danza e qualsiasi altro spettacolo dal vivo, è sempre stato più in contatto con il sublime e il tremendo che con il bello che educa. Cosi come da ogni grande tragedia di Shakespeare non è certo il bello che traspare ma la lotta feroce per il regno e come questa sia vana. Il teatro come mezzo educativo è un’illusione brechtiana. Il teatro non educa, scuote.

Il problema è che non avendo funzioni, e non cercandole più, non scuote, non colpisce. Diceva Artaud: «La cosa più urgente non mi sembra dunque difendere una cultura, la cui esistenza non ha mai salvato nessuno dall’ansia di vivere meglio e di avere fame, ma estrarre da ciò che chiamiamo cultura, delle idee la cui forza di vita sia pari a quella della fame». Le idee forti mancano e sono mancate. E spesso per soggiacere alle volontà politiche, per vincere il bando, per correre dietro all’anniversario di turno. Per salvare il proprio orticello si è rinunciato da lungo tempo alla militanza, a essere coerenti con le funzioni della propria arte e si è corsi tutti quanti a raccogliere le briciole che la tavola del potere elargiva con sussiego come a farci un favore. E le idee ci sono mancate. Abbiamo detto sì troppe volte e come nel bel film di Abel Ferrara The Addiction, siamo diventati tutti vampiri per non aver detto no al male. Li abbiamo lasciati entrare e siamo stati irrimediabilmente contagiati.

Certo le condizioni per dire no erano terribili, peggio di lacrime e sangue, ma forse ne sarebbe valsa la pena. Tanto alla fine siamo finiti tutti a lavorare per quattro lire, se non gratis, senza speranza di avere una pensione, sviliti da una diffusa opinione che quello dell’artista non sia un lavoro di alta professionalità, ma niente più che un passatempo da bimbi viziati, trattati con supponenza dagli addetti alla cultura e dai politici preposti, sempre costretti a fare la questua. Forse a ribellarsi, a combatter per rendere possibile una ricerca che avrebbe potuto cercare nuove funzioni, nuovo pubblico, nuova linfa, avremmo potuto conservare almeno la dignità.

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