Antonio Latella

PINOCCHIO di Antonio Latella

Questa è stata una settimana dedicata a Pinocchio. Lunedì 27 novembre la Mediateca della Rai di Torino ha proiettato Pinocchio ovvero lo spettacolo della Provvidenza di Carmelo Bene, mentre da ieri sera 29, e fino al 5 dicembre, al Teatro Carignano è andato e andrà in scena il Pinocchio di Antonio Latella.

Spettacolo sontuoso questa versione del celebre burattino di legno di Antonio Latella, e prodotto dal Piccolo di Milano. Visivamente perturbante eppur grandioso nella sua magnificenza che si svolge tutto in una falegnameria. Prima ancora dell’apertura del sipario l’aria è permeata dall’odore di legno tagliato di fresco.

Al centro della scena campeggia un banco con sega circolare. A lato e sospeso un tronco enorme, naso di Pinocchio che penetra la scena, si allunga e si ritrae e, nel finale, sfonda il sipario fin nella platea. Un pioggia, costante ed evocativa, di trucioli e segatura, lenta come una nevicata o come la pioggia di fango o fuoco dell’Inferno dantesco. A terra s’accumula quel resto o rimasuglio di legno, che tutto copre, scene e personaggi.

E poi le macchine del teatro tradizionale, quelle per i tuoni e il vento e le tempeste. Oggetti che diventano macchina di tortura per il grillo parlante, porte e passaggi verso luoghi diversi, casa della fata, o muro del pianto.

Ottimi gli attori, in primis Christian La Rosa nei panni di Pinocchio e Massimiliano Speziani in quelli di Geppetto. Una parola viva, seppur ipercinetica, che spara parole a mitraglia, aggredisce l’azione fino all’eccesso, forse oltre l’eccesso, ma sempre naturale, mai affettata. Un recitazione che sfrutta tutto il corpo e le sue possibilità espressive, recuperando la tradizione della commedia dell’arte, per esempio nella bellissima scena con i burattini di Mangiafuoco, e i cabotinage tanto cari a Mejerchol’d con le meraviglie del teatro popolare e da fiera.

Molti e chiari i riferimenti e le citazioni ad altre memorabili interpretazioni di Pinocchio, da Carmelo Bene a Comencini, che, forse un po’ stucchevoli e telefonate, non appesantiscono lo svolgimento dell’azione. Qualche eccessiva, sebbene in qualche occasione apprezzabile, fuga nel metateatro. Ci si chiede: perché rammentare? A teatro “tutto è dimenticare per tutto ricordare”, si vive” non prima né dopo ma nell’istante”, e poi “a memoria si fa male”. E poi ci si chiede: “la grazia, la grazia ma che ve ne fate della grazia?”.

Ecco forse il nucleo su cui giostra l’esperienza del ragazzo di legno: l’istante senza pensiero che ci abita nell’essere fanciulli, quel momento senza passato né futuro che fa reagire alla vita d’istinto, lo stato inorganico e incosciente che attirava Carmelo Bene, quello del pezzo di legno che precede il bambino. La preoccupazione del prima e del dopo è dell’adulto che in qualche modo vuole appropriarsi di Pinocchio. Ma come viene detto dalla Fata Turchina (la bravissima Anna Coppola) nel seme è già contenuto l’albero, in quello che c’è vi è già quello che sarà.

Ma cosa ci vuole dire questo Pinocchio di Antonio Latella? Che tipo di Pinocchio evoca sulle scene? Un burattino/bambino abbandonato dagli adulti, ingannato da loro, sfruttato e utilizzato a loro piacimento. È Pinocchio che insegue Geppetto, che più che cercare il suo figliolo fugge da lui, perfino nei mari lontani. La fata invece emana nei suoi confronti solo desideri di possesso e di controllo, lo vuole come figlio surrogato, lo vuole perché lo crede suo. Tutti vogliono usare Pinocchio, non solo il Gatto e la Volpe, persino il Grillo Parlante. L’uomo del circo, l’ultimo padrone del ciuchino Pinocchio, lo dice senza mezzi termini, ti uso e ti sfrutto e quando non servirai più ti butto. Nessun affetto in questa infanzia di burattino, solo abbandoni e tradimenti.

In questo Pinocchio Antonio Latella prosegue dunque le sue indagini sulla famiglia già presenti in Natale in casa Cupiello. La famiglia gabbia e carcere, luogo primo di violenza e incomprensione. Un Pinocchio con un finale che deraglia dalla trama collodiana, fino a quel momento fedelmente seguita. Un Pinocchio adulto incontra il padre, un Geppetto disinteressato, che l’ha messo la mondo per errore, che non ha mai voluto occuparsi di lui e, come dice espressamente, non l’ha mai amato. E quindi ecco presentarsi una rituale ed edipica rimozione/uccisione del padre, che avviene con l’insulto e l’accusa, riducendo il tutto a un dramma familiare borghese indebolendo un impianto narrativo che fino a quel punto convinceva pienamente.

Questo Pinocchio di Antonio Latella, direttore di una Biennale di Venezia molto riuscita e che ha presentato opere di alto livello, è sicuramente uno spettacolo in cui tutti i suoi elementi sono ben congegnati, confezionati. A partire dai valentissimi attori, ottimi nell’uso di voce e corpo, per passare alle scene evocative e visivamente potenti.

Eppure drammaturgicamente evoca dei dubbi. Benché tutto scorra ben oliato e funzionale, resta una vaga impressione che in fondo ci si rintani un po’ a forza nel dramma borghese familiare e che la forza primordiale del burattino Pinocchio, via via imbrigliata nel dover diventare adulto e coscienzioso, si perda nel rapporto edipico e nella sindrome da abbandono. È come se la famiglia tanto invocata e studiata da Latella diventi gabbia anche dell’opera, e che questa visione precisa in fondo ne riduca la potenza espressiva.

È solo una sensazione che resta lontana, in sordina, quasi un sussurro, sommersa dall’impressione visiva che grandiosa e potente emerge dalla scena, eppure c’è e mi continua a ronzare in testa obbligandomi a pensare e ripensare a uno spettacolo che ho apprezzato e mai stancato nonostante le tre ore di durata.

Il Pinocchio di Antonio Latella è comunque uno spettacolo da vedere e con cui confrontarsi. Una regia forte, legata alla volontà di un regista che plasma la materia e ne presenta una sua personale versione condivisibile o meno. Siamo nel mondo della rappresentazione e dell’interpretazione, non è tanto Pinocchio che ci parla ma Latella attraverso Pinocchio. È con questa modalità, piena di pregi e difetti, che ci si confronta e con cui si può essere più o meno in sintonia.

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