BIENNALE TEATRO 2018: INTERVISTA AD ANTONIO LATELLA

Si è conclusa la seconda edizione della Biennale Teatro sotto la direzione di Antonio Latella dedicata all’attore-performer. Ultimo atto del festival la premiazione di Leonardo Manzan, romano, 26 anni, vincitore del bando del College Registi Under 30. Menzione speciale a Giovanni Ortoleva, 26 anni, da Firenze.

Durante la prima settimana di festival abbiamo incontrato il direttore in quest’intervista per approfondire alcune delle questioni poste dalle opere e dagli artisti presenti nella rassegna.

Enrico Pastore: Antonio Latella perché ha sentito l’esigenza di porre la questione attore-performer?

Antonio Latella: «È una questione molto intima perché facendo il regista ti confronti sempre con gli esseri umani e non con una natura morta. Forse è l’unica arte dove alla fine tutto è consegnato agli uomini. Non sono filmati, non sono fotografati ma sono lì e agiscono per te. Per me il punto centrale resta sempre l’attore-performer perché senza di loro non può esserci il teatro e credo che per farlo abbia bisogno proprio di corpi e di vita per entrare in contatto con il pubblico.

Per questo penso che ci sarà sempre bisogno degli attori-performer. Per molti paesi europei, ma anche per gli americani, non c’è differenza tra attore o performer. Io non voglio dire se c’è o meno una differenza, però penso che, guardando gli spettacoli di questa Biennale, ognuno può farsi un’idea se tale condizione esista o meno. Se c’è è una differenza dello stare, non concettuale e l’essere in scena in quel momento e di quale tipo di contatto si cerca».

Enrico Pastore: Non pensa che si stia delineando di fronte a noi una nuova figura che non è un regista né un coreografo, quanto più un compositore della scena, un artista che compone con le modalità delle tre arti sceniche verso una nuova forma di teatro?

Antonio Latella: «Io non uso mai la parola artista riferendomi a un regista; eppure sempre più spesso ci troviamo di fronte a persone che vengono dall’arte figurativa e che scelgono come loro luogo d’azione il teatro. Questo crea già una scissione.

Finalmente, e lo dico anche contro me stesso che ho due piedi nel Novecento, è finita la figura dittatoriale del regista. Credo che la sua figura, come capitano che guida una nave sia finita. Il suo nuovo ruolo che emerge è quello che mi ha posto nella domanda: uno che ha la capacità di attendere ed è capace di portare al massimo i talenti di cui si circonda e fusi dal suo lavoro con delle meravigliose alchimie.

Il nuovo regista compie un atto creativo, e infatti, non si usa più la parola spettacolo quanto creazione. C’è una differenza sostanziale. Si tratta proprio di creare da zero, di scrivere per e con la scena. Questo permette una nuova dimensione di racconto.

Molti suoi colleghi si chiedono: ma dov’è la storia? In realtà c’è ma è diversa e pertiene a una modalità nuova di racconto, legata a una generazione esperta nell’uso delle nuove tecnologie di comunicazione e quasi non comunica più con le parole, non utilizza più gli scritti ma si basa su una divulgazione di simboli, di fotografie, una scrittura costituita dall’unione di immagini».

Enrico Pastore: Questa nuova figura possiamo dire che è già stata prefigurata dal Novecento. Pensiamo a Cage: un musicista che ha inventato l’happening e composto pezzi di teatro dove potevano agire danzatori, attori e performer. Stiamo andando finalmente contro le categorie di genere?

Antonio Latella: «Non esistono più le categorie. Ed è quello per cui personalmente mi batto da anni. Ci sono mille cose completamente diverse ma la categoria non esiste più. Io già inorridisco quando sento parlare di teatro di tradizione, di ricerca, teatro off.. Queste non ci sono più. Solo se siamo in grado di rimuoverle, riusciamo a rilanciare il teatro nella sua globalità. Se continuiamo a creare delle nicchie alimentiamo anche delle fruizioni di pubblico molto elitarie che non si fondono mai tra di loro. Credo, invece, che oggi l’atto politico importante, sia questa fusione del pubblico e non la sua separazione. Alcuni artisti riescono a farlo e posseggono questa abilità di scrittura trasversale».

Enrico Pastore: Quello che dice è giusto ma ci conduce a un punto dolente toccato dal convegno attore-performer: bisogna che le istituzioni si riformino e creino strumenti che superino le categorie. Questo non può essere delegato solo ai festival o ai teatri.

Antonio Latella: «Certo, c’è bisogno del lavoro delle istituzioni, ma credo sia fondamentale anche il lavoro del direttore artistico. Quest’ultimo, nonostante le trappole ministeriali, deve riuscire a essere coraggioso e capace di arredare la sua casa con diversi linguaggi e farli passare al pubblico. Il direttore artistico deve essere un po’ meno pigro. Spesso si accontenta di preparare una situazione da supermercato e non fa passare un pensiero. Se riesce, al contrario, a divulgarlo, farà in modo di coinvolgere anche il pubblico.

Ci sono casi in cui i primi due anni di mandato hanno addirittura svuotato teatri ma poi sono riusciti a creare nuovo pubblico. È vero che noi non possiamo essere competitivi dal punto di vista economico. L’Italia non è lo è da questo punto di vista. Le nostre risorse sono ridicole rispetto a quelle di altri paesi. Io però riesco a vedere delle forze che possono in qualche modo rilanciare e sono convinto che la cosa più interessante che sta accadendo, ora in Italia, siano proprio i festival. Si è compreso come rappresentino il luogo per un rilancio. E in qualche modo tra di noi c’è una competizione sana e creativa».

Enrico Pastore: Quale può essere il ruolo dei festival nel rilancio delle arti sceniche in Italia?

Antonio Latella: «Innanzitutto non competere con i grandi festival internazionali. Non ce lo possiamo permettere. Dobbiamo essere potentissimi nella proposta e nelle idee e riuscire a porre delle domande.

L’altro aspetto fondamentale credo sia il coraggio dello scouting. Noi lo stiamo facendo e altri festival è gia da tempo che perseguono questo ruolo. Dobbiamo concentrarci sul fatto che non si lavora solo per quelli che sono già affermati, ma soprattutto per quelli che hanno bisogno di essere mostrati. Se riusciamo a operare in questa direzione il lavoro diventa altruistico. In questo modo riusciamo a creare delle curiosità per il pubblico e per gli operatori».

Enrico Pastore: Quale pensa sia la funzione delle arti sceniche nel nostro contemporaneo?

Antonio Latella: «Ci sono due cose che mi emozionano molto. La prima è che, al di là di quello che ho sentito al convegno, ci sarà sempre bisogno degli attori. Sia un regista che un performer avrà sempre bisogno di loro. Fare questo lavoro oggi è una scelta decisamente eroica. Personalmente trovo sempre commovente quando dei giovani decidono di far teatro. Non è il futuro, non è Star Trek, è archeologia. Vedere dei giovani che si siedono davanti a un testo che esiste da quattro o cinquecento anni, non è come ha detto qualcuno, roba da dilettanti. Io lo trovo eroico. Cercare di capire, assorbire, lottare per far proprie parole non tue è un atto di eroismo. In questo senso c’è già un futuro.

La seconda cosa è che quanto penso per l’attore lo penso per il pubblico. Ancora oggi mi chiedo, nonostante questa velocità che abbiamo nella vita, perché lo spettatore scelga di andare a teatro. Non siamo noi artisti a fare la differenza, la fa chi viene a vederci. Io credo che lo faccia, nonostante ci sia il cinema, la televisione, internet, proprio per la presenza degli attori. Sceglie qualcosa che accade ora, in questo momento preciso, di assistere ad uno spettacolo, e lo fa per regalarsi del tempo, rispetto a chi decide sul suo agire. Andare a teatro mi regala del tempo per me.

Io non penso a qual’è il nostro compito. Io sento una responsabilità nei confronti di chi sceglie di venire a vedermi. In questo non c’è nulla di consolatorio. Non credo debba essere trattato con i guanti bianchi, anzi, il contrario: vuole essere messo in discussione. Io penso che se il pubblico non sente di essere provocato ma avverte che gli vengono poste delle domande, sta al gioco. Questo rapporto basato sul rispetto ha un aspetto propriamente politico.

Io non so se sia vero che il teatro sia il luogo in cui traspare la verità mediante l’artificio. Sono convinto sia l’unico luogo in cui si possano fare delle domande. La risposta poi te la dai tu, quando torni a casa e lo fai in modalità intima nel tuo privato».

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BIENNALE TEATRO 2018: DAVY PIETERS

Alla Biennale Teatro 2018 ho potuto assistere alla interessantissima performance How did I die della giovane artista olandese Davy Pieters in prima italiana.

Davy Pieters mette in scena l’omicidio di una ragazza. Poi riavvolge il nastro e ci fa vedere altri pezzi della storia. Gli attori vanno a ritroso, letteralmente, Come in una vecchia VHS in rewind l’azione si riavvolge per ripartire acquisendo una nuova verità.

La domanda che ci pone Davy Pieters non è solamente: qual è la verità, ma: esiste una verità? Il racconto non muta necessariamente i fatti?

A ogni riavvolgimento i tre performer (o sono danzatori? A ogni spettacolo che si sussegue a questa Biennale non diventa sempre più oziosa la domanda e la necessità di categorie?) aggiungono o tolgono elementi, cambiano i contesti, i fondali, i luoghi.

Quante volte è stata uccisa la ragazza? E da chi? Non sono forse tutti che si sono uccisi a vicenda più volte ma sempre nella stessa maniera? La verità sfugge, si opacizza a ogni nuovo ripartire del racconto. Ogni volta che i fatti ritornano su se stessi il senso slitta, la narrazione sfugge ai fatti, la realtà si perde nelle infinite metamorfosi del racconto.

Una regia (o è coreografia?) di grandissima intensità ritmica. Precisione del gesto e del movimento, racconto senza parole, solo immagini e musica. Una scena che parla del mondo che abitiamo, della nostra modalità di osservare e raccontare i fatti, la volontà strenua di imbrigliare la caoticità della vita nell’ordine di un racconto. Tutto sfugge, frana inesorabile, nell’andare indietro ci si sposta inevitabilmente di lato, verso un altrove non previsto. I fatti restano sepolti dalle ricostruzioni che non illuminano bensì creano nuove possibilità e varianze.

La scena come scatola di Schödriger: il gatto è morto e vivo nello stesso tempo. Guardando non scegliamo un universo possibile, ne lasciamo germogliare infiniti e sempre diversi. La verità diventa una chimera.

How did I die di Davy Pieters è un lavoro che acquisisce tecniche proprie del montaggio video che in seguito traslittera per la scena. Non solo, Le tecniche della polizia scientifica per giungere alla verità di un delitto sono prese in prestito e rimodulate per le proprie esigenze sceniche.

Davy Pieters ha il coraggio di invadere campi alieni dalla ricerca scenica, preleva tecniche, modalità, protocolli che prova a innestare nel corpo vetusto del teatro. Apre spiragli anche con il rischio di far apparire l’opera niente iù che una geniale trovata. In realtà questa è solo una prima impressione. Davy Pieters ha il coraggio di sperimentare materiali e tecniche al fine di giungere a nuove funzioni per la scena.

Quella di Davy Pieters è una sperimentazione difficile nel panorama italiano. Necessita di un sistema produttivo e distributivo maturo, efficiente, che favorisca la ricerca, quella vera, soprattutto dei giovani. Il nostro paese attualmente non è in grado di sostenere ricerche di questo tipo che necessitano di tempo e spazio per raggiungere dei risultati.

How did I die è del 2014 quando Davy Pieters aveva 26 anni. Un lavoro maturo, con obbiettivi chiari, molta tecnica, tanta ricerca e una produzione corposa. Per l’Italia un fenomeno che rasenta l’impossibile. Noi ci limitiamo ad acclamare l’ennesima regia che mette in scena un testo classico, ci entusiasmiamo per l’ennesima interpretazione. E intanto il mondo va avanti.

Non basta solo il talento. Un sistema produttivo sano sostiene il talento, crea le condizioni affinché possa emergere, affrontare un percorso di ricerca fin dalla giocane età ed esprimere il massimo delle sue potenzialità. È solo in questo modo che i talenti possono sbocciare e fiorire. Riflettiamo. E con una certa urgenza.