HAMLET TRAVESTIE: L’Amleto nei bassi di Compagnia Punta Corsara

Hamlet travestie della Compagnia Punta Corsara è uno spettacolo che alla chiusura del sipario dona allo spettatore molte questioni su cui riflettere. Che mondo abitiamo? Come si difendono i deboli dall’aggressione di chi con violenza esercita il potere? E infine, per il mondo teatrale, come possiamo utilizzare il repertorio senza limitarsi a riferire un testo ma agendo con efficacia sulla realtà contemporanea?

InHamlet travestie non si assiste a una semplice attualizzazione delle vicende di Amleto, principe di Danimarca, e neppure all’utilizzo della tragedia shakespiriana, seppure contaminata dalla riscrittura di John Poole e il Don Fausto di Antonio Petito, come materiale di un congegno spettacolare volto a un divertente intrattenimento. L’operazione è molto più sottile e cerca, con leggerezza e ironia, di ritornare a un teatro come luogo da cui si guarda e si riflette sul mondo che ci circonda.

Hamlet Travestie è la vicenda di una famiglia napoletana, i Barilotto, di recente investiti dal lutto per la morte dal padre in un incidente stradale. Il figlio Amleto non crede che la sciagura sia casuale. I dubbi lo attanagliano e, roso dall’incertezza, si aggira per casa in pigiama avvolto da una coperta che sembra il manto di Arlecchino, ossessionando madre, zio e fidanzata. Amleto Barilotto si identifica con Amleto, principe di Danimarca e tutti lo prendono per pazzo. I Barilotto non hanno solo il problema della follia malinconica di Amleto, ma devono anche pagare i debiti contratti dal padre con l’usuraio Don Pasquale. I familiari si trovano quindi di fronte a un dilemma: devono provare a guarire questo figlio lunatico oppure devono farlo dichiarare pazzo e prendersi la pensione di invalidità che li aiuterebbe a sanare il debito? Su consiglio di Don Liborio, detto ‘o professore e padre della fidanzata Ornella, decidono di curare Amleto assecondando la sua follia, inscenando per lui la tragedia di Shakespeare.

Rappresentazione e realtà si vengono così a scontrare in un turbinio di colpi di scena, di fraintendimenti ed equivoci che raccontano la Napoli delle periferie, dei bassi e dei vicoli, degli espedienti per tirare a campare in un ambiente oppresso dalla malavita, dall’usura e dalla camorra. Amleto è dunque una maschera che non nasconde, ma velando disvela la trama e l’ordito di un contemporaneo difficile, oppresso da ingiustizie in cui i deboli sono afflitti da forze incontrollabili. La tragedia non è più la vicenda dell’eroe eccezionale che combatte contro i fati avversi per una colpa commessa, ma è la storia di chiunque, di ogni Everyman c’ha da passà a nuttata, e che lotta per sopravvivere nel contesto in cui le Moire l’hanno catapultato.

Il mito di Amleto permette dunque che l’avventura dei Barilotto diventi universale, condivisibile al di là degli scenari in cui si svolge. É un meccanismo per riflettere e prendere coscienza del reale. La rappresentazione non è finzione, non si simula una vicenda a cui si deve credere. Al contrario si mette in scena una possibilità che connessa con il mito shakespiriano diventa azione critica e politica. Questa diventa chiara nel finale dove, come in Train de vie, la commedia e la farsa rivelano la tragedia della vita reale.

Hamlet travestie è dunque operazione teatrale che nasconde, sotto l’apparenza leggera e divertente, un intento politico di critica della realtà. Un teatro che intende agire sul mondo non con il rigore sociologico, quasi scientifico, di molto teatro tedesco, ma con la verve e la pulsante vitalità della tradizione napoletana. In questo periodo di crisi del teatro italiano, lontano da trovare una funzione efficace nella società odierna, la soluzione messa in atto dalla Compagnia Punta Corsara, può essere un vettore di ricerca fruttuoso.

Hamlet travestie è dunque uno spettacolo di grande efficacia e impatto che sa coniugare, nonostante qualche eccesso macchiettistico, una ricerca drammaturgica di innovazione con la grande tradizione attorica della commedia napoletana. La regia di Emanuele Valenti possiede una semplicità evocativa, in cui pochi oggetti (la coperta di Amleto e le panchine di legno che diventano il banco del mercato, il pontile, la prigione) riescono a disegnare quella realtà cui si allude. L’ironica e malinconica leggerezza non è mai superficialità. È l’arma con cui i deboli sopravvivono ai mali del mondo, è il riso che cerca di disinnescare il male senza mai dimenticarlo.

Visto al Teatro Gobetti di Torino il 16 febbraio 2019

Ph: @Lucia Baldini

PROVE D’AUTORE XL: Daniele Albanese, Andrea Costanzo Martini, Daniele Ninarello

Sabato 9 febbraio alle Lavanderie a Vapore di Collegno (To) si è svolta una serata dedicata a Prove d’autore, il progetto o azione della rete Anticorpi XL che ha come scopo l’incontro tra coreografi dediti a una ricerca di nuovi linguaggi per la danza e alcuni ensemble di danzatori di formazione accademica. Per l’anno 2018 sono stati selezionati Daniele Albanese, in collaborazione con il Balletto di Toscana, Andrea Costanzo Martini, insieme al Balletto di Roma, e Daniele Ninarello con MM Contemporary Dance Company diretta da Michele Merola.

In apertura di serata è stato inoltre presentato il volume curato da Fabio Acca e Alessandro Pontremoli dal titolo La Rete che danza. Azioni del Network Anticorpi XL per una cultura della danza d’autore in Italia 2015-2017, alla presenza di Carlotta Pedrazzoli della Fondazione Piemonte dal Vivo, Selina Bassini, direttrice del Network Anticorpi XL, e Natalia Casorati, direttrice artistica di Interplay.

Prove d’autore è un tentativo di inserire nel contesto della danza d’autore nuovi modelli produttivi, quelli appunto che uniscono in un dialogo fruttuoso e di reciproco accrescimento, compagnie di balletto contemporaneo con i danzautori. Il contesto produttivo dunque assume un risvolto significativo almeno quanto gli esiti. I lavori presentati sono dunque esito di una residenza di dieci giorni in cui i coreografi hanno cercato di inscrivere nei corpi dei danzatori il loro particolare linguaggio coreografico. Un periodo così breve di lavoro intensivo rappresenta un primo passo sulla strada di una produzione e di questo paiono consapevoli i coreografi coinvolti che hanno presentato opere di durata limitata benché con un complesso disegno coreografico con una titolazione che comunica un’idea di avvio di percorso (Esperimento n. 1 di Daniele Albanese e Intro di Andrea Costanzo Martini) più che un completamento di un lungo cammino.

Tre dunque i pezzi che compongono il programma di cui due dal vivo, i due sopracitati,e uno, Blossom di Daniele Ninarello, in video.

Esperimento n. 1 di Daniele Albanese, come già nel duo Birds Flocking insieme a Eva Karczag, si ispira al volo degli stormi di uccelli, in cui il movimento, come di sciame, porta i danzatori a disegnare repentini cambi di rotte e di ritmi nonché a riconfigurazioni continue della formazione. Una esplorazione spaziale fatta di ascolto reciproco e profondo che conduce l’interprete a cogliere quanto avviene nel qui ed ora per fornire una risposta adeguata allo stormo in movimento di cui fa parte. Un intreccio indissolubile di rigore nel disegno e fluidità dell’improvvisazione.

Intro di Andrea Costanzo Martini coniuga con sapiente ironia la severa tecnica classica con la travolgente e vitale spontaneità della danza gaga. I danzatori entrano contando e ripetendo una serie di movimenti severi e ordinati che rimandano al balletto classico. Questa disciplina, il cronometrico conteggio, mano a mano si contamina di elementi altri, più spontanei seppur non meno rigorosi. Un dialogo come di forze yin e yang che s’alternano e si scontrano sul terreno del movimento e del corpo, due tradizioni che si abbracciano e si confrontano, non escludendosi ma accettandosi e integrandosi.

Blossom di Daniele Ninarello, di cui si è potuto vedere solo un breve video in cui il coreografo racconta i motivi ispiratori del lavoro insieme ai danzatori di MM e ci mostra un processo in cui ha lavorato alla creazione di piccole frasi danzate, come piccoli filamenti di DNA, e li ha sottoposti a un rigorosa evoluzione. Per citare il filosofo indiano Ananda Coomaraswamy ha imitato la natura nel suo modo di operare facendo diventare la coreografia uno sbocciare di elementi che posseggono tutti la stessa matrice originaria ma che il tempo conduce a piccole rivoluzioni evolutive e quindi un differenziarsi delle generazioni successive.

La rete Anticorpi XL propone quindi con queste Prove d’autore un percorso suggestivo di interazione tra il balletto contemporaneo e alcune tendenze della nuova danza. Sicuramente, allo stato attuale, i beneficiari maggiori di questo progetto sono i danzatori stessi che incrementano il loro bagaglio tecnico confrontandosi con le più fresche tendenze della ricerca coreutica. Affinché questi dialoghi diventino veramente fruttuosi le condizioni produttive però dovranno irrobustirsi di modo che i lavori, a oggi dei piccoli esperimenti, possano costituirsi veramente come repertorio solido e realmente innovativo inserendosi nelle programmazioni di festival e teatri.

Ph: @ Fabio Melotti

PICCOLI CRUDELI GIOCHI SPAZIALI: M2 di Dynamis

Dynamis, collettivo artistico romano, concentra la propria attività su quel labile confine tra teatro e performance, ma è sul margine della frontiera che le cose succedono, laddove tutto è ibrido e permeabile. M2 è un esempio di questa loro ricerca e per la natura partecipativa del suo manifestarsi sulla scena è accostabile ad analoghi esperimenti quali Questo lavoro sull’arancia di Marco Chenevier o a P Project e I cure di Ivo Dimchev.

M2 è andato in scena in questi giorni (31 gen.-2 feb.) in uno dei luoghi cardine della ricerca scenica nella capitale, le Carrozzerie N.o.t, guidate da Maura Teofili e Francesco Montagna, che a Trastevere svolgono un’intensa attività di alto profilo non solo con la stagione proposta, ma soprattutto nel sostegno alla produzione e nella formazione, inserendosi nel tessuto sociale del quartiere non come corpo alieno ma come luogo di necessità vitali.

Come possiamo descrivere M2? Mejerchol’d diceva che in teatro tutto parte dal suolo e i Dynamis sembra che lo abbiano preso in parola avendo costruito un intero evento teatrale su una semplice domanda: cosa si può fare in un metro quadrato di spazio? La banale questione pratica sembra in sé inoffensiva. Pare un problema per architetti, arredatori, ingegneri Ikea pronti a progettare mobili componibili per abitare angusti monolocali. Niente lascia sospettare che la domanda nasconda insidie velenose e quanto mai urgenti e attuali.

Poco prima che inizi lo spettacolo i Dynamis cercano tra il pubblico del foyer sette volontari che prendano parte alla performance. Una volta costituito. il piccolo gruppo viene condotto sulla scena e istruito sulla natura dell’esperimento dal tutor/performer Francesco Turbanti. Poche semplici regole: non si deve recitare ma semplicemente essere se stessi nel risolvere i problemi; utilizzare gli oggetti contenuti negli zaini di diverso colore quando vengono richiesti dalla voce fuori campo; seguire le indicazioni. Sembra tutto molto rassicurante e facilmente eseguibile.

Il pubblico entra in sala e ha inizio l’esperimento guidato dal tutor e dalla voce fuori campo (del regista Andrea De Magistris). La performance si sviluppa come un gioco collaborativo: i sette volontari devono risolvere dei compiti che via via diventano sempre più complicati e rivelano la vera natura della questione. Come ci ricorda la voce: non vi è luogo più pericoloso della scena teatrale.

La zolla d’erba di un metro quadrato è circondata da acque profonde, è un ambiente ricco e confortevole. Uno alla volta i volontari devono occupare questo territorio che si fa via via più angusto. Con l’aumentare della popolazione si complicano le dinamiche di coabitazione. Sorgono la religione e la politica con le loro conseguenze; esercizio del potere, collaborazione, convivenza, discriminazione, esclusione, ecologia.

Il metro quadro si pone tra due diverse comunità: quella delle cavie che si affannano per rivolvere i compiti assegnatigli, e quella degli spettatori che comodi osservano quanto accade in quel piccolo quadrato di spazio. In un solo caso le due popolazioni possono scambiarsi di ruolo. Si può provare sulla propria pelle cosa vuol dire abitare quel luogo saturo di persone e sempre meno confortevole man mano che la performance procede.

Come nello spettacolo di Woland ne Il Maestro e Margherita di Bulgakov i numeri di magia diventano trappole che ingabbiano lo spettatore e rivelano la natura di una società, così in M2 le varie prove, all’apparenza divertenti giochetti, palesano le faglie oscure che attraversano il nostro presente. Il tutor nel frattempo assume ruoli sempre più ambigui: assistente dell’implacabile voce fuori campo si dimostra essere non tanto un alleato delle cavie, quanto una sorta di Azazello provocatore, un distributore di false informazione, un torturatore, un sorridente lestofante.

L’esperimento performativo dei Dynamis non possiede certo il rigore di uno studio sociologico o antropologico. È teatro pur nel significato ampio del termine che oggi assume la parola. Si pongono questioni, si suggeriscono delle problematiche ma soprattutto non si sostengono tesi né si danno soluzioni. Si evoca una crisi di fronte e insieme alla comunità/pubblico. Il luogo teatrale diventa osservatorio del reale tramite l’esercizio del meccanismo performativo. È esperienza e partecipazione di una comunità mediante il mezzo della rappresentazione.

M2di Dynamis è un dispositivo di teatro partecipativo che possiede il grande pregio di affrontare temi spinosi e delicati con grande leggerezza e ironia. Se oggi quest’ultima si trova sempre più depotenziata, non arma corrosiva ma disinnesco di ogni criticità, nel caso di Dynamis essa è invece ingrediente fondamentale senza il quale l’esperimento performativo si ridurrebbe o a volgare e inutilmente crudele esercizio di potere, oppure a freddo meccanismo pseudo scientifico. La truffaldina leggerezza invece riesce a sollevare il velo evocando contesti ben più foschi di quelli che si osservano su quella zolla d’erba al centro della scena.

M2di Dynamis, è performance molto coinvolgente e che solleva interrogativi pressanti e necessari, con un linguaggio fresco che riesce a parlare al pubblico che riunisce intorno a sé. Certo il meccanismo non è perfetto, qualche aggiustamento sarebbe forse necessario (per esempio quando il tutor evidenzia infrazioni alle regole da parte dei volontari che in realtà non avvengono, così come l’esercizio di piccole crudeltà simulate che generano a loro volta simulazioni da parte dei partecipanti, momenti in cui si giunge a quel recitare che invece si voleva evitare), Sono piccole regolazioni da apportare al meccanismo perché risulti pienamente funzionante ed efficace, un congegno scenico peraltro che dimostra una laboriosa, accurata e sincera ricerca. La partecipazione del pubblico infatti oggi è molto invocata e abusata. Diventa spesso pretesto. Nel caso di Dynamis si sente la necessità della sua presenza che trasforma la scena, in maniera leggera ma intelligente, in una piccola agorà dove la comunità si trova ad affrontare le crisi che la attraversano.

Ph: @Elisa D’ippolito