Alessandra Racca e Romina Rezza: INPOETICA

Il 7 e 8 gennaio alla Fusion Art Gallery di Torino diretta da Barbara Fragogna, si è tenuto Inpoetica evento ideato e creato da due artiste di cui ho grande stima e considerazione: Alessandra Racca e Romina Rezza.

Cos’è Inpoetica? Definirlo non è facile nemmeno per loro: “una performance, un gioco, un reading, un’esperienza un’epifania”. Questa stupenda capacità di sfuggire alla definizione, di essere generazione equivoca e metamorfica è di per sé un pregio.

La realtà sfugge sempre alla definizione.

Essere “inqualificabili e indefinibili”, rendere fluida la propria natura, diventare Proteo, che per dire la verità, doveva affrontare la permutazione delle forme e delle identità, è qualità che rende l’agire artistico valore insostituibile. Le live arts mettono l’osservatore (non lo chiamerei spettatore, per non indulgere nel possibile errore di inserire nel contesto un elemento da vecchio teatro), nella privilegiata posizione di essere protagonista di un processo, in maniera attiva, audace, fare esperienza, vivere sulla propria pelle un dispositivo, un fenomeno, e portarsi a casa qualcosa di cui riflettere donando, a propria volta, il suo agire/patire a chi il processo l’ha pensato e costruito.

Ecco perché l’osservatore non è spettatore: non c’è passività, ma circolo virtuoso, biunivoco, di trasformazione e di scambio. L’evento “inqualificabile” diventa ecosistema, un crescere spontaneo di emozioni, conoscenze, esperienze.

Ma in cosa consiste questo evento? Una decina di persone vengono accolte in una stanza da due donne in abito da sposa bianco. Lo spazio è un trionfo del bianco. Il colore è assente. Dai mobili, alle suppellettili. Il letto preparato con lenzuola di corredo, la tavola imbandita come se si aspettasse ospiti graditi, con bellissime orchidee bianche, candele candide. Il pubblico è invitato a cercare degli oggetti nascosti. Ha un tempo. Inizia un processo. Gli oggetti si scopre sono colorati e, mano a mano che i partecipanti si prestano a questo ricerca in forma di gioco, la tavola imbandita si copre di colore: una scarpa col tacco, un foulard rosso, un rossetto, una palletta con la neve, una valigia. Una teoria di cose, un elenco come di certo Borges, ma anche delicati oggetti da toilette da signora che tanto affascinavano Proust e Baudelaire. Tutto è molto tenue e morbido.

Alla fine di questo piccolo balocco suona la sveglia come a richiamare i partecipanti da questo precipitar nella tana del Bianconiglio, dall’esplorare il luogo fin nei suoi più intimi recessi, come in un gioco erotico tra amanti scherzosi, e si viene invitati a scegliere un oggetto, a porlo sul piatto bianco della tavola imbandita, prendere posto. Solo ora inizia il reading di Alessandra Racca, poetessa ardita nel ricercare nel piccolo quotidiano quell’esperienza audace e illuminante evocatrice di un mondo abitato da forze possenti spesso invisibili, perché non si esprimono con l’urlo ma con il sussurro tenue degli dei. Per ogni oggetto, per ogni ricerca, torna una poesia ad essi legata, e così l’esperienza dell’artista e quella dell’osservatore si incontrano, si mischiano, si scambiano.

Sia l’allestimento a cura di Romina Rezza, sia la poesia di Alessandra Racca, sia il gioco/dispositivo che viene ad attivare la partecipazione di chi ha voluto esperire questo piccolo evento hanno in sé una delicatezza e un gusto commovente e toccante. Non si può fare a meno di essere un po’ melanconici pensando a ciò che si è vissuto, a ciò che si è perso e non si è trovato, a ciò che si ha amato e lasciato, a ciò che ci è stato donato e ci ha irreparabilmente arricchito.

ALESSANDRA RACCA: CONSIGLI DI VOLO PER BIPEDI PESANTI

Sta per iniziare il Salone del Libro, e quindi presto saremo assaliti da consigli su nuovi autori, volumi imperdibili, fiaschi clamorosi. Ognuno si affannerà a dire la sua sul grande evento. Così prima che la bagarre cominci, anch’io, nel mio piccolo, vorrei suggerire un titolo: Consigli di volo per bipedi pesanti, la nuova raccolta di poesie di Alessandra Racca in uscita per i tipi di Neo Edizioni. Nel farlo non vorrei tanto parlare del suo contenuto (di questo lascerò parlare la sua autrice), ma vorrei cercare di descrivere la sensazione che mi coglie quando mi trovo di fronte a un’opera che in qualche modo allarga i miei orizzonti. Diciamolo subito: non è questione di estetica. Il bello e il brutto stanno nella sfera del gusto personale. Un’opera invece, per essere veramente tale, deve avere due qualità fondamentali. Canetti nel descrivere la natura delle immagini, diceva che esse sono come delle reti entro cui impigliare il reale. Certo molto sfugge tra le maglie, ma quello che vi rimane impigliato è per lo spirito il modo attraverso cui si rielabora il mondo. E quante più di queste reti si riesce a trovare nella vita, quanto più si riuscirà a comprendere il mondo, a rielaborarlo, metabolizzarlo.

Poi c’è come una questione di risonanza. Come quando al vibrare di una nota, si entra in sintonia, si vibra all’unisono, in accordo o in disaccordo. Sì anche il lato negativo è fondamentale. Anche vibrare in opposizione ha un valore immenso.

Il libro di Alessandra ha queste due grandi qualità: è una rete che permette una pesca feconda. Mille piccoli oggetti, situazioni, immagini vengono a galla e attraverso questo sguardo attento e lucido verso ciò che è quotidianamente ricorrente e tende a scomparire dietro la patina del consueto, appaiono in luce i mille moti dell’animo che appartengono a ognuno di noi, al modo come affrontiamo la vita, le sconfitte, i dolori, l’amore e la morte. E nel fare questo, nell’essere rete che imbriglia il mondo, e lo fa riapparire sotto altra luce, il libro di Alessandra Racca fa anche risuonare corde nascoste, o seppellite, nel farci indifferenti e duri di fronte alla vita. E questo risuonare, non è lo squillo di tromba, né il rullo di tamburo, ma un suono delicato, come di soffio, che accarezza, colpisce, spinge e solleva. Come lo scorrer di ruscello di montagna: è lieve e carezzevole, ma nella sua fresca costanza leviga le pietre più aspre, le spinge a valle ci mettesse cent’anni. Questo è quello che ho provato di fronte al libro di Alessandra, che trovo il suo più maturo e intimo. Ed è quello che sempre vorrei trovare nel leggere un libro, nel vedere un film, nell’assistere a una performance: che il mondo in qualche modo per un momento si allarghi, che l’immagine si focalizzi, che si trattenga il fiato per un istante, prima di vedere le cose con uno sguardo nuovo. Il libro di Alessandra Racca ha questa forza e questa qualità, ed è per questo che lo consiglio. Ora però è tempo di far parlare Alessandra Racca.

EP: Com’è nato questo nuovo libro?

AR: Sono quattro anni di scrittura. E quando ho assemblato tutte le poesie per farne un libro, ho cercato di dar loro una struttura. Il libro quindi ha, non dico delle sezioni, ma dei temi ricorrenti, degli agglomerati di senso, che da un lato sono dati da queste serie o cicli, – devo confessare che molto ero attratta dall’idea di un filone e di trattarlo da ossessiva quale sono -; e poi intorno a queste serie ho accumulato delle altre cose che avevo scritto. Questo mio quindi non è un libro esattamente monografico, perché non parla solo di una cosa, ma è costruito per agglomerati.

EP: C’è molto quotidiano in queste poesie, sia negli oggetti, che nelle situazioni, e da questo quotidiano tu fai emergere uno splendore e un poetico inatteso. Ciò che quotidianamente ci circonda, a volerlo ben guardare, si scopre che è ripieno di senso, di poesia: piccole epifanie da una crepa nel muro, oggetti d’uso comune che si fanno tramite di dolori e gioie. Il quotidiano che tende sempre a sparire nell’abitudine, e si finisce a non vederlo più. Trovo che la tua poesia abbia un occhio attento a scovare filoni di poesia in ogni aspetto della vita quotidiana. La tua è una poesia delle cose minime?

AR: Io penso di aver sempre fatto questo tipo di lavoro. È una cosa che mi ha sempre attratta. Anche in quello che leggo. A me piace tanto Giudici, per esempio. Poi io non ho una vita così pazzesca, anzi direi proprio che è normalissima. Io sono estremamente quotidiana. Faccio robe normali: andare a lavorare, fare la spesa. E lavita delle persone che mi circondano è fatta così. Devi dare un senso a questo, al fatto che ogni giorno ti alzi, devi fare la colazione, ti devi guadagnare da vivere. Trovare un senso a tutto questo senza farsi sopraffare da questo cazzo di lavoro, dalla quotidianità. C’era Susan Sontag che diceva: “Viviamo stretti tra una banalità sconcertante e un dolore indicibile”, non so se siano proprio le sue parole esatte ma era questo il senso. Io questa roba la sento molto. Non è mai stata mia la posizione nichilista, io sono più positiva magari un po’ esistenzialista, cerco insomma di trovare un senso.

EP: Molta arte dell’ultimo secolo, ha cercato il senso proprio nell’oggetto quotidiano, dimenticato, negletto, persino nel rifiuto, nello scarto. È come se il senso si lasciasse scoprire proprio laddove l’occhio più non si posa per abitudine. A furia di troppo vedere si finisce per non vedere più, ed è lì che si forma la poesia, quando torni a vedere con occhi diversi la lucertola che corre sul muro, o i barattoli dentro cui metti così tante cose.

AR: È quello che diceva Calvino: trovare quello che non è inferno e dargli spazio. È quella roba lì. A me attrae quello, ho sempre guardato a quello. Mi piace chi fa questo lavoro, mi ha sempre incuriosito. Questo è quello che faccio.

EP: Cos’è per te la poesia? Non come definizione ma come fenomeno…

AR: Una pratica. Una forma di relazione con il mondo. Sono estremamente comunicativa e sono estremamente attratta dalla relazione. E anche dal linguaggio. È queste due cose insieme: il fatto che tu possa dire con un linguaggio che non è banale ma semplice, quello che nel semplice non è semplice, ma è doloroso, meraviglioso, vitale. Fondamentalmente ti trovi ad aver a che fare sempre con la morte, in continuazione. Per me è un modo per fare i conti con la morte, con il dolore, con i problemi. Questo però cercando di vedere che il tavolo non è solo un tavolo, cercando di vedere una possibilità.

EP: E che mi dici del titolo: Consigli di volo per bipedi pesanti?

AR: Probabilmente la mia è una poesia un po’ consolatoria, nel senso che è un tentativo di volo. Questo è un po’ il senso del titolo. Cercavo qualcosa che avesse a che fare con l’aereo, con il leggero, ma non perché bisogna essere svagati. Come per i palloncini: se tu riesci a riconoscere la leggerezza dici che non lo è; il palloncino se non lo ancori, vola via; se lo leghi, sta lì, ed è molto bello. Per me la leggerezza è stata una conquista. Io ero una bambina pesante. C’è una parte di me che è vecchia da sempre. Il fatto di poter seguire un principio di piacere, di relativizzare, di dire: va beh! Domani è un altro giorno: questa roba per me è stata una conquista.