IL CIELO NON E’ UN FONDALE: Deflorian-Tagliarini

È palese, ci stanno aspettando. Con un’aria anche un po’ annoiata, si direbbe. Quasi. Parlottano fra loro, non fingono neanche di ignorarci, anzi. Ci guardano. Di sicuro Deflorian-Tagliarini ci considerano molto di più di quanto non facciamo noi pubblico, tutti occupati a terminare le ultime chiacchiere e gli ultimi aggiustamenti sulla poltrona, intenti a riconoscerci l’un l’altro in quel senso di felice e provvisorio spirito di comunità che è il ritrovarsi insieme in teatro. Questo poi, giusto per l’occasione, ci si presenta “tagliato”: la sala de Berardinis dell’Arena del Sole di Bologna stavolta è priva di tutta la sua abituale e imponente profondità, le si nega il privilegio dell’altezza delle balconate. Un fondale nero isola la platea e le regala una deliziosa intimità da piccolo teatro. Democraticamente, ci ritroviamo tutti a guardare dalla stessa prospettiva.

“Ad un certo punto vi chiederemo di chiudere gli occhi. Potete farlo?”

Bugia. È chiaro, la prospettiva migliore per guardare ce la stanno suggerendo loro. Con semplicità, l’invito non è di guardare verso di loro. Con la sorridente disinvoltura che caratterizza lo stare scenico di Deflorian-Tagliarini, di guardare con loro. Di osservare un po’ insieme. È un invito a entrare.

Il cielo non è un fondale, spettacolo candidato per quattro delle categorie del premio Ubu di quest’anno e su cui esiste già tanta entusiastica critica, è un piccolo elegante tranello, ed è bene dirlo: si sconsiglia vivamente di consultare sinossi, nonché di continuare ad nutrire fiducia e aspettative verso la trama, quella canonica con un inizio e una fine. Quella che dà sicurezza, ma che presenta un limite, è lineare. Qui invece si procede per saltelli.

Propongo una parafrasi: hai presente (invece) le certezze dei rumori della città?

Deflorian-Tagliarini, che qui sulla scena vantano la collaborazione di Francesco Alberici e della limpida e virtuosa vocalità di Monica Demuru, hanno abituato già fin troppo bene il pubblico a un peculiare modo, disinvolto e familiare, caloroso, di abitare lo spazio del teatro per riempirlo di uno sguardo profondamente e affettivamente complice, riguardoso nei confronti delle piccole cose e dei piccoli fenomeni quotidiani – solo pochi giorni fa la compagnia presentava la performance Cose all’interno della stagione Agorà dell’Unione Reno Galliera, un’altra perla di notevole naturalezza performativa – che si presentano all’osservatore in quiete.

È in questa calma senza climax che la compagnia riesce a trovare e a far vivere il respiro che le è proprio, quello che lega con levità il testo al suo contesto, lo sguardo alla parola libera. Leggera e sempre plurale. Il cielo non è un fondale rispetta tutti quelli che sono già i punti forti di un teatro che vive di poco e di essenzialità, e lo fa sotto un imperativo di profonda eleganza e pulizia scenica, che non viene mai meno. Il tranello cui si accennava risponde a un’architettura ben precisa.

Giusto per continuare sulla scia del “è bene dirselo”, infatti, è davvero arduo se non impossibile riflettere su uno spettacolo del genere senza incappare nello stesso sgambetto che Daria Deflorian ci racconta così bene su questa scena che ha fondale ma non quinte, e si dilata come le narrazioni dei quattro sulla scena, illuminata da due file di fari perpendicolari alla sua ampiezza: quello di un quotidiano dire, dire, continuare a dire e a “esistere nel dire”, nella logica di un “io obeso” gonfio di considerazioni che, vedi, io parlo e la musica non la sento più, ma che peccato!, finiscono non solo per non corrispondere più a nulla, né dentro né fuori, ma per mettere in ombra la mappa più generale di una città da “guardare come in un film”. Di uno sfondo, quale che sia, che non è mai accessorio.

Gli aneddoti e le musiche che ci vengono proposti uno dietro l’altro, e talvolta uno sopra l’altro, ne Il cielo non è un fondale – una selezione che varia dai classici Mina e Lucio Dalla per chiamare accanto a sé anche i Nine Inch Nails filtrati da Johnny Cash e il contemporaneo Giovanni Truppi, ma nella categoria ci finisce anche quello speciale “intorno” i cui rumori sono riprodotti magistralmente da Monica Demuru – potrebbero anche essere riconsiderati nella loro singolarità specifica, e costituirebbero una ricchezza di spunti potenzialmente inesauribile per lo spettatore: si finirebbe così per abbracciare questioni complesse, che hanno a che fare tanto con le interazioni porose di livelli interni ed esterni quanto sulla solitudine profonda dell’osservatore, sulla difficoltà della relazione nel mondo sociale (e per questo ci si lasci cullare dal punto di vista così serenamente concreto del giovane Francesco Alberici), sullo scollamento constante e la volontà di sintesi univoca sempre disattesa… Un intricato complesso di Tanto, tanto di tutto, troppo di tanto, e tutto troppo chiacchierone – specie se ci si mette l’io, l’altro, la strada, il venditore di rose, il paninaro notturno (e a lui sì, si può chiedere di riempirci la pancia con “tutto”, di metterci “tutto” in quel panino).

“Che al mondo non puoi sfuggire. Ma ho nostalgia delle cose impossibili”. O anche di quelle semplicemente quotidiane. Il tappeto, il termosifone.

Lo squarcio di cielo che ci propone la compagnia Deflorian-Tagliarini finisce per funzionare così anche come una mappa. Propone percorsi. Discontinui, sicuramente. Una mappa di geografie immaginarie, che per orientare porta a perdersi. E passa per la strada e per il supermercato, da un seminterrato qualsiasi dove si finisce per sbaglio a un parco qualsiasi dove si va volontariamente. Dalla volontà di tirarsi indietro a quella che ci espone drammaticamente all’esterno. Un milione di partenze e nessun arrivo, tanto, come recita la canzone La domenica, che cosa cambia?

Se il tutto è maggiore della somma delle sue parti (cosa vera sempre fino a un certo punto, soprattutto in questo caso), ciò che salta all’occhio con Il cielo non è un fondale è una meravigliosa armonia nella composizione, l’equivalenza intensiva delle parti. In egual misura necessarie, in egual misura collettive.

E non può non colpire anche l’elegante scienza con la quale gli interpreti condividono lo spazio scenico: che se pure la disposizione prende in alcuni punti ispirazione da una famosa fotografia scattata da Jack London nell’East End di Londra, è ugualmente vero che il modo in cui a tratti ci vengono proposte le spalle, o vengono sfruttati i temporanei momenti di buio con cui eravamo stati accolti per operare piccole sostituzioni, il risultato finale è esattamente quello di una compartecipazione profonda. Non ci si permette mai di sentirci altro o altrove da un proprio lì, proprio con loro. E questo grazie a una impeccabile naturalezza del gesto minimo.

L’ironia brillante, agrodolce e scanzonata che è connaturata a tutto il lavoro di Deflorian-Tagliarini (sempre di una dolcezza quasi infantile) gioca in questo un ruolo essenziale: se su di un fondale nero che si allarga e si restringe possono aprirsi varchi su una varietà inesauribile di panorami diversi, è anche vero che non si cade mai. A un passo dal baratro, dalla caduta, la compagnia ci invita a fermarci e ci riprende con un sorriso, con una variazione e con uno scarto. Più o meno. Perché a volte, la scelta è proprio quella di cadere, di toccare terra. Ma con la stessa grazia, riescono sempre a cambiare il punto di vista. Osservano l’abisso senza poterci sprofondare. Tanto nella vita è così, rimetti un chiodino, a un certo punto non occorre neanche sostituirsi, ci sarà qualcuno magari a interrompere la caduta, o magari a improvvisare un abbraccio che porti a qualche centimetro da terra come in un vecchio musical (e il punto in particolare è di una dolcezza e levità tale da non riuscirsi a dire).

Ogni elemosina, ci dicono, va fatta “con giuste mani” (di nuovo rubiamo direttamente l’immagine che lo spettacolo ci propone, rifiutando la sovrainterpretazione). Con Il cielo non è un fondale la compagnia Deflorian/Tagliarini non ha nessuna morale da venderci, nessuna rosa o enciclopedia porta a porta. Eppure con la mano tesa e aperta qualche buona suggestione ce la lascia: ma di fronte all’ultima definitiva sostituzione, con un termosifone sul quale ci si può sdraiare, e a cui se ne aggiungono altri liberati dalla cortina nera che li nascondeva, può forse valere una parola più di un eloquentemente muto sorriso, e di uno sguardo partecipe?

Forse vale più una domanda, a questo punto, e fatta direttamente ad Antonio Tagliarini. Continuando ad avere Città vuota di Mina nelle orecchie mi chiedo: ma com’è finita poi la storia della pietra lanciata dal cavalcavia?

di Maria D’Ugo

photo-©-Valerie-Jouve

IL NULLAFACENTE di Michele Santeramo

Per Il Nullafacente di Michele Santeramo mi vengono in mente le parole che Gaber usava per raccontare la storia di un uomo qualunque e una donna qualunque: e poi e poi non ho più voglia di parlare, son confuso e non so neanche decifrare questo gran rifiuto che io sento. Non se se è un odio esagerato o un grande vuoto o addirittura un senso di sgomento, di disgusto che cresce, che aumenta ogni giorno, mi fa male tutto quello che ci ho intorno. […] E poi e poi io e lei, un uomo e una donna in cerca di una storia del tutto inventata, ma priva di ogni euforia e così concreta…

Prodotto dal Teatro della Toscana, Il Nullafacente porta in scena una drammaturgia firmata da Michele Santeramo, per la regia di Roberto Bacci. Sono due i poli opposti che si contrappongono, tanto nei presupposti ideali che costituiscono la base di questo lavoro quanto nello spazio scenico che li traduce: azione e inazione, la scelta di fare e quella di stare. In entrambi i casi, lasciarsi muovere dal desiderio e dal bisogno. La sala Thierry Salmon dell’Arena del Sole di Bologna si presta bene alla costruzione di questo ideale ring dialettico, nel quale di fronte allo spazio domestico di un uomo e sua moglie, chiusi in una scelta deliberata che esclude qualsiasi forma attivamente pratica di esistenza, vengono lasciate le sedie che ospitano gli altri tre personaggi quando non impegnati nella scena, al livello della platea. Al nostro livello, insomma. Quello dell’efficienza, dell’attività, del ritmo scandito dal circolo di denaro e lavoro, della pratica “vita agra”. All’interno della scena vera e propria, invece, all’interno della casa, ci sono una donna e suo marito. Lui un epicureo in vestaglia, lei prossima a morire.

A dispetto del titolo, con Il Nullafacente Michele Santeramo e Roberto Bacci sono ben lontani dal presentarci la vicenda di un individuo isolato che sceglie di perseguire il benessere tramite il non-agire. Il movente dello spettacolo risiede esattamente in questa impossibilità di isolamento. Del resto, in qualche modo era anche l’insegnamento dello scrivano di Melville: si afferma (ed eroicamente ci si ferma) attraverso la negazione. L’utopia resta però sempre un fatto personale, c’entra poco con tutto quello che continua a esistere, e soprattutto a desiderare, fuori dalla porta. In virtù di questo, lo spettacolo si evolve attraverso le continue invasioni ai danni di questo spazio di resistenza privata: si reclamano inutilmente i soldi dell’affitto, ci si cerca di convincere della validità di una forma pur velata di accanimento terapeutico, si inneggia e si litiga – con forse troppo didascalismo – tenendo sempre al centro la logica della distrazione quotidiana e di quel “riempire la vita con cose per diminuire la paura della morte”.

Quest’ultima, esattamente come gli altri personaggi, non la si può proprio tenere fuori dalla porta. E non si vuole neanche farlo, anzi. Allora viene reiterato il ben noto apologo del carpe diem, della fruizione dell’attimo presente, della condanna del lavoro in quanto inutile schiavitù, si preferisce parlare a una pianta, piuttosto che con chi non ha orecchie atte all’ascolto. E non c’è però alcuna banalità. Piuttosto è rivalutazione, apparentemente il fine ultimo de Il Nullafacente, di un livello ulteriore, quello che già nella classicità faceva di Seneca un proto-anarchico: quello del tempo, e del tempo da dedicarsi. Livello che con la praxis ha poco e nulla da spartire. Anche l’apatia ha la sua dose di purismo.

Ne Il Nullafacente, Michele Santeramo non nasconde la volontà di indagine e ascolto di un movimento contrario alla norma sociale dominante, che si estende all’interno e va in cerca di quell’interno. È ricerca di una essenzialità ripulita dall’eccesso e dalla distrazione non necessaria. Perché lo spettro è sempre lo stesso, la paura. Questa viene incarnata in modi differenti da tutti i personaggi che circondano il protagonista.

Nel suo nucleo progettuale, il Nullafacente affronta dei temi cardine, che ora più che mai c’è bisogno di non ignorare, di non lasciar passare sotto silenzio, ed è un lavoro che decisamente può dire molto. Ma il paradosso è che forse potrebbe farlo anche dicendo un po’ meno. Le dinamiche messe in campo effettivamente sulla scena infatti sono sì interessanti e necessarie, ma molteplici, decisamente complesse. Non siamo di certo nel regno di una limitante quanto fuorviante esaltazione della mindfullness, o della pratica ascetica: a saturare il campo ci sono anche la consapevolezza della finitudine, il panico prodotto dalla cultura della superficie, l’affetto che troppo spesso viene tradotto in una logica morale e materialmente assistenziale. Mi resta la sensazione che sia la parola stessa il limite de Il Nullafacente. Ci viene detto tutto, troppo. Le relazioni che si instaurano fra i personaggi corrono costantemente il rischio di perderne in onestà e in quella stessa essenzialità che però viene oralmente reclamata. Questo non ha molto a che fare con la qualità del lavoro, quanto con un tipo differente di sensibilità, probabilmente. Gli interpreti vestono eccellentemente i loro panni, ai nostri occhi sono credibili, ma molto meno lo è proprio la condensazione verbale della situazione, che rischia di arrivare a dei toni a tratti patetici e un po’ carichi, come nella scelta di far dialogare il protagonista con la sua pianta di bonsai, o nella scena del compleanno, preludio di un finale che si era annunciato fin dall’inizio.

Tuttavia devo ammetterlo, resto ammirata da qualcosa che lo spettacolo ha prodotto. C’è un drappello di ragazzi di colore che esce dalla sala, uno di loro in particolare è esaltato, sorridentissimo: chiede a tutti cosa ne pensano, ripete la sua, “mi è piaciuto moltissimo, vedi, lui aveva così tanti problemi ma faceva così bene così…”. E a quel punto sorrido io. Ripenso a quel Nulla così rumoroso che Il Nullafacente di Michele Santeramo ha messo in gioco. A ciò che parla rispetto a ciò che tace, alla differenza solo epidermica delle necessità, delle scelte di movimento. Al bisogno di far interagire i piani, esattamente come nello spettacolo, fra dentro e fuori. A chi ha bisogno di più silenzio e a chi, invece, vuole ascoltare una scena che parli con parole più che chiare e più che riconoscibili. E mi piace che si arrivi comunque sempre un po’ dappertutto, dove c’è bisogno.

Di Maria D’Ugo