A ROVIGO RINASCE IL FESTIVAL OPERA PRIMA

A Rovigo rinasce il Festival Opera Prima diretto da Massimo Munaro e il Teatro del Lemming. È questa senz’altro una buona notizia.

Il Festival Opera Prima segnò una fase importante nella ricerca teatrale nel corso degli anni ’90 e oltre, non solo come vetrina di lavori di compagnie allora giovani come Socìetas Raffaello Sanzio, Fanny&Alexander, Masque Teatro, Motus, Accademia degli Artefatti, ma anche come luogo di riflessione sul teatro e il suo linguaggio in evoluzione.

Oggi, otto anni dopo la battuta di arresto, Opera Prima rinasce sotto il titolo di Generazioni a significare fin da subito un intento di incontro tra i giovani artisti e coloro che possono considerarsi dei maestri, parola scomoda, non più di moda e che si declina in molti modi diversi.

Un incontro di generazioni, dove artisti e compagnie più affermate (Lenz Fondazione, Fortebraccio Teatro, Accademia degli Artefatti) segnalano i giovani che si affacciano alla scena (Tim Spooner, Pietro Piva e Filippo M. Ceredi). Un dialogo fatto di opere, di linguaggi che cambiano, di punti di vista in evoluzione.

A questo si affianca quanto di meglio giunto attraverso un bando pubblico specificamente dedicato ai giovani.

Il Festival Opera Prima riparte con una linea curatoriale forte, significativa, che punta non solo a valorizzare dei giovani e giovanissimi di talento ma a connetterli a un tempo passato recente, in un dialogo che sembra oggi, non solo infrequente, ma molto sfilacciato e fragile.

Le giornate di festival iniziano a mezzogiorno, con gli artisti che presentano le loro opere al pubblico nel Giardino delle due torri, nel centro di Rovigo, e proseguono con una lunga maratona di lavori che si susseguono per tutta la giornata, fino a ritrovarsi nello stesso luogo, a tarda sera, per un dopo festival che permette di chiacchierare e ripensare a quanto visto ed esperito.

Benché tutte le opere viste meriterebbero un discorso vorrei soffermarmi su alcune opere che, non solo mi hanno colpito non solo per la qualità dell’esecuzione e dell’impianto drammaturgico, ma soprattutto per le questioni che ponevano al pubblico.

Bocca di Amantidi, duo vicentino formato da Fabio Benetti e Andrea Buttazzi, propongono una performance di quindici minuti per un solo spettatore nei sotterranei delle due torri.

All’entrata vengono mostrate tre fotografie che ritraggono tre diverse bocche. Bisogna scegliere con quale interagire. Si viene avvertiti: la bocca non dice solo la verità, né proferisce solo menzogna. Si viene messi su un sentiero. Sta a noi non solo percorrerlo ma scegliere una modalità di attraversamento.

Si entra in un ambiente illuminato da poche candele. Su un tavolo della frutta, olive, rossetti. Da un velo nero ecco apparire la bocca scelta che interroga. Dove sei? Mettimi il rossetto. Come staresti in una stanza senza specchi? Si inizia un dialogo fatto non solo di parole ma di interazioni. Dobbiamo compiere delle scelte che rivelano molto sulla nostra identità. Uscendo si viene messi di fronte a un oculare e invitati a vedervi attraverso. C’è la nostra bocca riflessa nello specchio: ha detto verità o menzogna?

Attraverso la leggenda della bocca della verità, Amantidi avvia una riflessione intelligente sull’identità e sulla natura del sé attraverso un’opera che travalica i linguaggi. Non veramente performance ma nemmeno teatro, pur prendendo da entrambe le forme delle modalità espressive.

The Telescope di Tim Spooner è un viaggio surreale e immaginario che si interroga sulla natura della visione. La lente del telescopio si è rotta e quello che vediamo ora sullo schermo non si capisce se sia un lontano pianeta o un microscopico mondo nascosto.

Piccoli oggetti informi si muovono sul minuscolo tavolino inquadrato dalla lente di ingrandimento. Le immagini proiettate ci mostrano un mondo alieno, di materie in movimento, formazioni geologiche irruente, laghi salini, esseri viventi astrusi e inquietanti. La voce racconta quanto l’occhio percepisce o crede di percepire attraverso le lenti rotte e spesso sfocate.

Ma cosa stiamo veramente cedendo? Ciò che vogliamo vedere o ciò che veramente è in movimento?

Un mondo animato che ricorda le generazioni equivoche di certe animazioni di Jan Švankmajer, i suoni cacofonici ed esasperati, le animazioni che si alimentano una con l’altra, le formazioni improbabili di oggetti inanimati che prendono vita improvvisamente e misteriosamente.

Pietro Piva presenta invece Abu sotto il mare, menzione speciale al Premio Scenario Ustica nel 2017. Quella di Piva è una storia di migrazione che diventa favola e si spoglia di ogni patetismo e moralismo riguardo a una questione oggi sempre più scottante.

Un viaggio per valicare il mare visto con gli occhi di un bambino costretto ad entrare in un piccolo trolley rosa per poter raggiungere il padre in Spagna da Ceuta. Nel racconto di Pietro Piva vi sono tutti i timori, le speranze, le ingenuità, i voli pindarici di un’immaginazione fertile che attraversano l’animo di un bambino costretto a vivere un’esperienza brutale nelle mani dei trafficanti di uomini.

Essi diventano orchi in alleanza con una strana fatina a cui Abu è affidato. Lei cerca di tranquillizzarlo senza troppo riuscirci essendo alleata e complice degli orchi.

Abu paragona il suo viaggio nella valigia rosa a quello di Ulisse dentro il cavallo alla conquista di Troia, ed è quello di un bambino sul fondo di un mare in cui appaiono solo strani animali, muti e inquietanti, che nulla possono fare per placare la sua sensazione di soffocamento.

L’arrivo alla dogana spagnola è per Abu una liberazione. Gli orchi sono spariti insieme alla fatina. Resta un padre piangente, i medici, gli operatori addetti alla disinfestazione, un mondo che costringe un bambino a viaggi orribili.

Pietro Piva dimostra la fretta di incasellare certi lavori nella categoria di Teatro Ragazzi, categoria che prevede un certo tipo di pubblico. Abu sotto il mare è semplicemente teatro e aspira a incontrare la comunità senza distinguerla tra adulti e ragazzi.

La sua semplicità di favola per bambini è solo una modalità espressiva per veicolare un tema senza trasformare l’opera in una tribuna politica. Pietro Piva racconta una storia con i toni delicati della fiaba che, ricordiamo, non solo pone domande urgenti, ma è piena di orrori e inquietudini.

Angst vor der angst di Welcome Project diretto e interpretato da Chiara Rossini è un’indagine sulla paura. Attraverso le favole ci si incammina verso un mondo di incubi dove quello che appare chiaro è soprattutto il nostro terrore di avere paura.

Chiara Rossini, in questo secondo studio che segue quello finalista al Premio Dante Cappelletti, raduna frammenti di uno specchio in frantumi, un discorso illogico fatto di salti e interruzioni improvvise, di immagini, suoni e parole, all’interno del mondo della paura che da un ombra sul muro inventa mostri inesistenti.

Da ultimo Hey, Kitty! il lavoro ispirato al Diario di Anna Frank della danzatrice armena, di formazione classica, Rima Pipoyan. Kitty è il diario di Anna. Così iniziava i suoi racconti sulla pagina bianca. Ma il diario non è l’unico elemento di ispirazione: vi è anche una piccola poesia di un bambino tedesco sulle scarpe che emergono dalle macerie, la scarpe dei morti.

Rima Pipoyan racconta che in Armenia, dove sono molto vivi la danza e il balletto classici, la danza contemporanea è assente. Il suo è quindi un approccio alla ricerca di un linguaggio che manca nel suo paese.

La danza di Rima Pipoyan, che si interfaccia e si alterna con i video di Davit Grigoryan, è un viaggio alla ricerca di un linguaggio che ancora non c’è. Si nota la transizione dalla forma balletto a qualcosa di diverso. È un tendere verso qualcosa che ancora non si è trovato. Rima Pipoyan. negli incontri prefestival. racconta che il suo lavoro nasce dalla domanda: cos’è la danza contemporanea? E su questa domanda innesta le sue sperimentazioni, in Armenia pionieristiche, alla ricerca di un linguaggio che non c’è nel suo paese e di uno stile personale. Ma la domanda che si pone Rima è la domanda di ogni artista e danzatore per andare al di là di ciò che si considera definito e mai lo è stato.

Quella del Festival Opera Prima è un’ottima ripartenza. Un festival accogliente che induce al dialogo e all’incontro. Molto è il lavoro che ancora si dovrà fare per recuperare il pubblico, per ricostruire i legami con la città e il territorio, nonostante il Teatro del Lemming non abbia mai interrotto la sua attività a Rovigo.

La provincia è sempre difficile, tende a richiudersi nelle abitudini, è diffidente a tutto ciò che turba la routine. È un territorio che pone delle sfide, ma è anche un ambiente in cui, se si ha la cura del Teatro del Lemming, si può far nascere radici forti e durevoli. É questo l’augurio che rivolgiamo a Massimo Munaro e a tutti i suoi collaboratori.

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TRE SPETTACOLI: TALITA KUM – NOTE SUL SILENZIO – INTIME FREMDE

Talita Kum, Note sul silenzio e Intime Fremde (i primi due in scena al Caffè Muller e l’ultimo all’Unione Culturale Franco Antonicelli) sono tre lavori che ho visionato durante il Torino Fringe Festival (in scena fino al 13 maggio). Benché i lavori siano molto diversi, li tratto insieme perché apparsi in un unico contenitore che li accomuna. Il Torino Fringe Festival è un evento che mi lascia molti dubbi e non amo particolarmente.

Le ragioni sono molte (scarsa comunicazione, trattamento economico riservato agli artisti, programmazione di spettacoli già ampiamente circuitati in città) e meriterebbero un articolo dedicato. Preferisco lasciare spazio alle opere che, benché contenessero ognuna dei difetti, avevano anche punti di grande forza e una certa delicata poesia che va difesa e messa in luce.

Talita Kum della Compagnia Riserva Canini è permeato di inquietudine e di quello che Freud chiamava: perturbante. Dapprima le ombre, dietro un velo; poi una figura nera e incappucciata che emerge; infine questa figura si sdoppia: l’uomo nero e una donna che appare indistinguibile da una bambola.

Le due figure condividono uno stesso corpo. Sono inscindibili. L’uomo in nero e la donna bambola. I doppi e l’automa così simile all’essere umano da non capire se sia vivo oppure no. I due che sono uno partecipano a una danza nella quale la donna perde le gambe e acquisisce un corpo, l’uomo in nero si dissolve rivelando la sua natura inconsistente.

In Talita Kum siamo nel mondo dei sogni e delle visioni. Ma siamo anche in uno dei territori propri del teatro: i doppi e i feticci, miti potenti, che mettono a disagio. Soprattutto le bambole da sempre gioco di bimbi e oggetto culto dei film dell’orrore, o della migliore fantascienza di Philip K. Dick con i suoi robot che non sono distinguibili dagli umani.

In Talita Kum l’atmosfera e la bravura dell’attrice Valeria Sacco sono il valore aggiunto che in quell’inconsistenza onirica, più vicina all’incubo che al sogno, trovano la loro casa naturale. Forse la drammaturgia può essere snellita e migliorata soprattutto nella prima parte in cui non si capisce veramente dove si vuole andare a parare. Per fortuna è solo una sensazione che presto svanisce e ci si lascia affascinare dall’avventura di inquietante attrazione che emana da ciò che accade in scena.

Note sul silenzio di Cirko Vertigo per la regia di Paolo Stratta non è veramente uno spettacolo, quanto più un omaggio al corpo in movimento e al silenzio. Quindici giovani esecutori si avvicendano sulla scena nel più completo silenzio. Solo i loro corpi e gli attrezzi che di volta in volta vengono utilizzati: il cerchio, il trapezio, il palo cinese, le corde e le stoffe.

Il silenzio, come aveva già scoperto Cage, non esiste. Gli scricchiolii delle corde in tensione, i moschettoni agganciati agli anelli, i respiri degli acrobati che si fanno via via più affannati, unico indizio a rivelar quanto sia difficile ciò che appare così semplice e naturale.

Non c’è nulla da capire, niente viene detto e niente appare che faccia riflettere o discutere all’uscita. Solo lo sforzo dei corpi, il loro distendersi e contrarsi in pose che non vorremmo prendere mai, la vertigine dell’altezza e la percezione di pericolo, la fascinazione della meraviglia. Gli elementi base del circo: niente più, che nel silenzio più completo e attento acquisiscono una luce e una consistenza diversa.

Intime Fremde di The Foreigner’s Theatre di Berlino è una performance teatrale prodotta dal Teatro del Lemming con Tatwerk/Performative Forschung. Il collettivo di quattro donne è diretto da Chiara Elisa Rossini.

Intime Fremde è un lavoro aggressivo, che impegna il pubblico fin da subito in maniera muscolare. All’entrata tre figure in tuta bianca e mascherina protettiva impongono di controllare non solo il biglietto ma i documenti. SI viene perquisiti, e divisi tramite un braccialetto di diverso colore. Le istruzioni sono gridate in lingue straniere. Fin da subito è chiaro che, varcando il confine tra la il foyer e il teatro, si entra a far parte di una comune riflessione sul tema della migrazione in tutte le più svariate forme in cui è possibile declinare la parola. Nazionalità, genere sessuale, appartenenza religiosa e via discorrendo. E il tutto in una forma sempre prossima al pubblico, quasi invadente, che mette a disagio perché il confine tra attori/performers e pubblico può venire infranto in ogni momento.

Intime Fremde è una performance che ha momenti di grande forza e immagini notevoli e di ampia efficacia. Pone domande scottanti, di allarmante attualità benché forse in maniera un po’ confusa, accumulandole tutte in un grande e impossibile mucchio. Si viene come mitragliati da questo caleidoscopio di pregiudizi, muri eretti tra simili, scatole in cui contenere identità che non devono mischiarsi, corpi esposti e poi sfregiati.

Questa abbondanza è forse anche la debolezza del lavoro, che laddove raggiunge un’intensità subito trapassa altrove smuovendo dal pantano della palude un altro tema, un altro sopruso. È come se si fosse in uno stadio di studio, dove il materiale è tutto lì in attesa di una definizione e focalizzazione, ma ci si rende conto anche che in realtà è la forma voluta e causata dalle tante domande senza risposta che questa società ci pone ogni giorno.

Ph: @Campagnia Riserva Canini