Performa Festival: abitare la cultura, essere comunità.

Ad Arbedo nei pressi di Bellinzona in Canton Ticino dal 19 al 28 aprile si svolge la nona edizione di Performa Festival diretto da Filippo Armati. Da molti anni seguiamo con affetto e interesse questo evento dedicato alle arti performative che si distingue, nonostante i mezzi economici limitati, per una intelligente programmazione volta ad esplorare i confini e le possibilità operative in campo sociale delle Live Arts e per le sue istanze etico-politiche applicate all’arte dal vivo.

È personale opinione di chi scrive che una delle funzioni che rendono indispensabili le performing arts sia quella di riunire una comunità al fine di affrontare alcune problematiche essenziali del vivere sociale non tanto proponendo delle soluzioni effettive quanto di prefigurare delle diverse possibilità di azione. In quest’ottica divengono fondamentali non tanto i risultati estetici quanto le pratiche attraverso cui si pongono le questioni alla comunità/pubblico. L’azione artistica è quindi anche azione politica volta alla trasformazione della percezione del mondo in cui si abita.

Già John Cage aveva teorizzato una ridefinizione delle funzioni dell’arte che da esposizione di risultati estetici diveniva occasione per ampliare le proprie conoscenze sul mondo. L’azione performativa diventa dunque un luogo e un tempo in cui mettere in discussione le proprie concezioni e in cui si fa esperienza di modalità alternative. Un ambiente sperimentale in cui testare procedure inconsuete di percezione.

Performa Festival è tutto questo: un piccolo laboratorio in cui si condividono pratiche e pensieri che tendono a modificare il nostro comune pensiero su come abitare questo mondo. Tale azione non si limita al solo momento performativo ma si dispiega in ogni istante moltiplicando le occasioni di incontro, dialogo e condivisione tra pubblico, operatori e artisti. Nei giorni di festival si viene così a creare una piccola comunità transitoria e aperta in cui chiunque la frequenti contribuisce alla crescita e allo sviluppo dell’evento di cui si fa co-creatore.

Tra gli eventi in programma nel primo week end segnaliamo Border Line di Beatrice Bresolin & Collaborators coprodotto da Performa Festival insieme al Centro per la Scena Contemporanea di Bassano del Grappa, tenutosi in Piazza Collegiata a Bellinzona. Border Line è una sorta di gioco volto alla creazione di nuovi spazi d’azione e di relazione, luoghi in cui porsi delle domande, riflettere, ma anche esperire ludicamente nuove possibili conformazioni.

Nel borgo di Arbedo è andato in scena Made in Performa, una breve passeggiata in corti e giardini privati, messi a disposizione per l’occasione, dove hanno luogo quattro pezzi brevi nati dalla collaborazione di danzatori e musicisti attraverso residenze creative sviluppate dal festival durante l’anno.

Il percorso ha portato il pubblico a visionare dapprima Tea time del duo formato da Rebecca Weingartner e Benjamin Lindh Medin, Una situazione consueta, come un tè in giardino presto diventa perturbante mediante piccole azioni di danza che trasformano il tempo e lo spazio della convivialità. Dopo un breve spostamento eccoci in un altro giardino in cui Maria Vlasova e Heni Bellhamadi ci presentano una sorta di rito sciamanico che ha origine dall’interazione del corpo della danzatrice con un uovo in molte culture simbolo dell’anima.

A questo segue Bonsai di Emilia Giudicelli e Gregoire Paultre Negel, un altro rito volto a esplorare la perdita di controllo e di equilibrio. Il pubblico forma un cerchio nell’orto intorno a un piccolo campo di patate blu. Il cerchio si muove in senso antiorario e gradualmente esplora, attraverso piccole azioni di disequilibrio, una progressiva ebbrezza dionisiaca attraverso un uso spontaneo e imprevisto del corpo e della voce.

Ultimo pezzo breve è Jurassic Noises #1 del duo formato da Camilla Stanga e Cesc Rezzonico, pezzo breve che lega suoni tellurici e primordiali a un movimento felino e primitivo. A chiudere il programma un aperitivo e una cena in corte condivisa da pubblico e artisti.

In serata al Teatro Civico di Arbedo una Impro Jam di danza e musica con la presenza del grande percussionista ticinese Ivano Torre a cui hanno partecipato i danzatori e i musicisti presenti al festival. Spesso si è portati a sottovalutare gli spettacoli di improvvisazione come se fossero frutto di faciloneria e dilettantismo. Tuttavia la creazione istantanea, nel suo vivere l’istante presente, ci trasporta in una diversa concezione del tempo, non più sotto l’imperio di Kronos, ma in quello che i greci chiamavano Kairos, il tempo dell’occasione. Per vivere il tempo cairologico è necessaria una diversa forma mentale, le metis, ossia la capacità di comprendere e reagire all’istante con soluzioni frutto di profonda intuizione più che di ragionata deduzione. La metis è l’attitudine del navigatore di cogliere i cambi di vento, la capacità quindi di reagire all’imprevisto imponderabile. Nella creazione istantanea per vivere questo stato mentale e questo specifico tempo è necessaria una grande predisposizione, un attento ascolto, una quasi totale sottrazione dell’ego, un rispetto profondo senza i quali ciò che accade sprofonderebbe nel caos. Nell’arte dell’improvvisazione si crea dunque la regola nel suo farsi e ciò che ha luogo viene continuamente risemantizzato dal momento che segue. L’improvvisazione non è quindi frutto di un progetto quanto piuttosto di una interpretazione e una esplorazione dell’istante presente. Inoltre non è pura invenzione ma rimodulazione di ciò che si sa, delle tecniche che si padroneggia, in una nuova e imprevista configurazione che conduce, se ben eseguita, a scoperte impensate.

Performa Festival, oltre alla programmazione spettacolare, ha proposto anche dei momenti di dialogo di assoluto interesse. Primo fra tutti una riunione per la costituzione di una associazione di categoria per i danzatori attraverso la quale presentare istanze e dialogare con le istituzioni politiche. In Svizzera come in Italia si riscontra un’inspiegabile allergia ad agire di concerto, eppure solo come comunità è possibile ottenere non solo un riconoscimento, ma una più fruttuosa collaborazione con gli organi politici.

Performa Festival è un luogo di sperimentazione ma anche luogo di incontro e di scambio. Non esente da qualche difetto di organizzazione, a cui supplisce con energia, cuore e generosità, offre ai suoi ospiti e spettatori un programma interessante ma soprattutto una visione etica e politica dell’arte come strumento efficace di intervento e ripensamento del reale.

PERFORMA FESTIVAL: visioni transgeneri oltre confine

Ho conosciuto il Performa Festival nel 2015 quasi per caso, attraverso un post di Facebook di un’amica coreografa che era stata invitata a parteciparvi. Mi sono incuriosito e ho richiesto l’accredito. Subito mi ha risposto il direttore Filippo Armati che mi ospitò in casa sua per tutti i cinque giorni della durata del festival.

In quella mia prima partecipazione ho potuto gustare la qualità principale di questo piccolo ma tenace evento in terra ticinese: la volontà di creare relazioni attraverso la pratica performativa. Grazie a un’atmosfera amichevole e confortevole tra gli artisti e operatori presenti si matura una conoscenza che spesso sfocia in amicizia durevole.

Questa è una qualità fondamentale in un momento storico in cui, benché si sappia tutto di tutti grazie a una vita esposta quotidianamente sui social, difficilmente vi sono luoghi di reale incontro e discussione. Per qualche giorno al Performa Festival si può vivere in una piccola comunità composta da artisti e pubblico che condividono non solo l’atto performativo.

Anche quest’anno ho avuto il piacere di passare un week end intenso (dal 13 al 15 aprile) ad Arbedo nei sobborghi di Bellinzona per partecipare a questa nuova edizione del Performa Festival e constatare con gioia che, pur passando gli anni, quell’atmosfera di incontro fecondo non si è sfocata né annacquata.

Ho incominciato immergendomi in un’atmosfera amichevole e creativa visitando l’Atelier Attila dove era ospitata la WunderKammer di Ledwina Costantini. Grossi funghi, bambole affacciate ad un balcone quasi a osservare i timidi passi di un visitatore spaesato e affascinato, maschere da Opera di Pechino, soldatini all’assalto di un treno, fitti grattacieli di cartone, e piccoli oggetti di scena, tazzine, sabbie, sassolini colorati, fotografie, rossetti, gabbiette di bambù. In sottofondo una voce con le parole di Agota Kristof. Ci si può perdere delle ore in questa WunderKammer per scoprire nuovi percorsi e nuovi punti di vista. Tutti questi oggetti raccontano la più che ventennale attività di Ledwina, artista eccentrica e inattuale.

Da questa camera delle meraviglie, evocativa e inquietante, sono passato ai mondi visuali e tecnologici di Roberto Mucchiut. Katarsi è un’istallazione video-sonora interattiva. Il movimento dello spettatore, intercettato da raggi infrarossi, crea brecce e fratture nell’imponente muro di pallini grigi posto di fronte a lui. Quanto più il movimento è ampio e incisivo maggiori sono le voragini che si aprono nel muro e più concreta è la possibilità di abbatterlo per spingersi al di là e scoprire suoni di un mondo celato.

Ring invece è un’istallazione video in cui le immagini sovrimpresse del paesaggio ripreso dai finestrini della metro circolare di Berlino. Le immagini si sfuggono, si rincorrono, si mescolano e seppur appartenenti a un medesimo percorso in sensi inversi, sovrapposti inventano un città immaginaria, inesistente seppur possibile.

Alle visioni transmediali di Roberto Mucchiut segue Opά della giovane Compagnia Daniel Blake di Losanna, vincitrice del secondo premio al concorso Premio Schweiz 2017, l’equivalente del nostro Premio Scenario.

Il duo formato da Melanie Martin e Jean-Daniel Piguet racconta il mito di Elena di Troia, la donna più bella del mondo incapace di sfuggire all’immagine che il mondo e la storia ha di lei. E dietro la maschera di Elena, regina di Sparta, si celano i volti di tutte le donne prigioniere dell’immagine che le racchiude contro la loro volontà.

Una ballerina si eleva sulle punte ed esegue figure classiche di danza. Vi è qualcosa di perverso nascosto in questo piccolo carillon vivant. Tutto il fascino della ballerina in prova che ha incantato Degas non è altro che l’emblema della gabbia: le regole ferree, il dolore nascosto dietro un sorriso onnipresente, la fatica massacrante nascosta in un gesto pieno di grazia.

Da quest’immagine si dipana il mito di Elena o, per meglio dire, le diverse versioni del mito di Elena: la donna rapita, l’amante consenziente, il simulacro-fantasma sdoppiato tra Egitto e Troia. Quale versione è quella preferita da Elena? L’amante consenziente perduta d’amore, si capisce, e per un’istante festeggiamo con lei un ricco matrimonio greco, ma Elena è un mito, non esiste e quando la maschera si dissipa resta la donna, ogni donna nascosta in esso, piena di paura, di fragilità, che lotta per liberarsi dell’immagine che proietta intorno a sé.

Quello della Compagnia Daniel Blake è uno spettacolo intelligente, sempre in bilico tra ironia e seriosità, tra luce e ombra, bitonale per natura.

Interessante anche l’opera prima di un’altra giovane artista di origini greche Eleni Marangakis che porta al Performa Festival il suo Onironauta per quattro spettatori.

Si viene portati in una stanza dove una giovane donna di nome Alice è riversa a terra forse svenuta, forse semplicemente addormentata dopo un festino balordo. Una bottiglia di vodka, pacchetti di patatine, un cellulare che suona. Alice si risveglia e ci accompagna nel suo mondo di apparenti meraviglie, tra party, disco, rave, shopping e social. Tutto è frenetico, tutto appare scintillante eppure nasconde dentro lo specchio un mondo truce, colmo di solitudine, di figure che sfuggono a se stesse per non pensare a se stesse.

In questa stanza colma di piccole luci, di voci che vengono da un presente appena passato per nascondere un passato remoto traumatico e delittuoso, si scopre tutti insieme quanto è profonda la tana del Bianconiglio. La giovane Eleni Marangakis è una performer piena di feconde potenzialità, che affronta una performance emotivamente intensa nonostante qualche difetto di drammaturgia. La piccola stanza creata all’interno dello spazio Social 93 è suggestiva, colma di sorprese visive e uditive, tra danza e teatro, e dove forse l’unico difetto è stato quello di non affrontare il pubblico in un dialogo diretto, ma lasciarlo nascosto nel buio, voyeur nascosto dietro una quarta parte sottilissima ma rigida.

Un’opera prima toccante e rabbiosa che lascia sperare in futuri progressi e sviluppi.

Altra atmosfera per la performance di Francesca Sproccati e Vanessa Orelli dal titolo Emotional Display, creata in due versioni speculari tra la Svizzera e Panama. In video compaiono piccole puntine su uno sfondo bianco su cui poco a poco si annodano fili di diverso colore che creano percorsi possibili e sempre diversi. Dal vivo corpi colorati, senza volto, come bruchi si muovono nello spazio d’azione. Il pubblico si aggira in questo paesaggio attraverso stazioni sonore in cui tramite cuffie si può sperimentare un diverso accompagnamento uditivo per ciò che si svolge in azione e in immagine.

Molti i codici artistici ospitati in questa nuova edizione del Performa Festival, fedele a una concezione delle Live Arts transgeneri, ibride generazioni di multipli linguaggi. Una proposta coraggiosa in un contesto culturale chiuso e difficile come la Svizzera Italiana. Il pubblico che ha partecipato è stato caloroso e interessato benché poco numeroso. Si potrebbero tentare strade alternative per avviare delle politiche di public engagement che possano bypassare l’indifferenza se non l’ostilità di un territorio culturalmente arido.

Questo, lo sappiamo bene non è un problema sono del Performa Festival. Numerosissime sono le realtà italiane, grandi e piccole, che si dibattono con il problema dell’assenza e della latitanza di un pubblico. Le ragioni di questa distanza sono innumerevoli e estremamente complesse, potremmo dibatterne per ore senza riuscire a enumerarne tutte le cause e senza trovare una soluzione. In questa sede mi limito a segnalarne la comunanza al di là del confine.

Sono sicuro che Filippo Armati saprà trovare il modo per affiancare a una programmazione interessante e di valore delle azioni che smuovano una comunità irrigidita e lontana. Performa Festival è una realtà che sviluppa un fecondo dialogo tra le arti e gli artisti che trovano negli spazi di Arbedo un luogo salutare e caloroso dove incontrarsi e scambiare pratiche e pensieri. Un comunità che anno per anno si rinnova e si ricostruisce tra la corona di montagne che circonda Bellinzona, la città dei castelli.

SPERIMENTAZIONI D’AUTORE: SI APRE IL PERFORMA FESTIVAL

Nell’ottobre del 2014 ho partecipato al Perfoma Festival diretto da Filippo Armati. Performa è un festival che agisce e propone interessanti progetti di sperimentazione nel campo delle Live Arts nel vicino Cantone Ticino tra Lugano, Bellinzona, Locarno e Ascona. È stata un’esperienza forte e indimenticabile, perché Performa è un festival che non solo propone un programma degno di attenzione, ma anche perché permette, a chi vi partecipa, di vivere a stretto contatto con gli artisti e i loro processi creativi. Le occasioni in cui condividere momenti non solo performativi tra pubblico e artisti non sono estemporanee ma costituiscono proprio la natura e l’ossatura del festival. Filippo Armati mi ha ospitato a casa sua nei pressi di Bellinzona, insieme alle performer svizzere Nina Williman e Paulina Alamparte. E durante la permanenza al festival non solo sono riuscito a percepire e comprendere la grande passione che anima Filippo nel voler radicare in un territorio difficile una proposta inconsueta di vivere e creare, ma anche la sua grande umanità e volontà di creare connessioni tra gli artisti e il pubblico che poi frequenta le performance. Così che da giornalista, sono stato ospite, amico, perfino performer, perché sono stato coinvolto proprio nella performance di Nina Williman, e si è sviluppata non solo la mia conoscenza di artisti innovativi che mi erano sconosciuti, ma anche amicizie, relazioni, affetti. Questo è ciò che dovrebbe essere un festival. Non una vetrina, non una passerella fatta di tappeti rossi e pubblici plaudenti, ma un luogo di scambio, di vita, di relazione tra una comunità e gli artisti che danno voce a ciò che attraversa e inquieta quella stessa comunità.

Proprio alla luce di questa mia esperienza consiglio i miei lettori a farsi un bel weekend nella vicina Svizzera e vivere un festival che può offrire molto in molti ambiti. E consiglio la partecipazione a Performa anche per un’altra ragione non meno importante: la Svizzera è un nostro vicino, un paese che ai più è noto solo per il cioccolato e le banche, oppure per essere un paese ricco e felice. Niente di più sbagliato. La Svizzera è un paese complesso, attraversato da molte problematiche e contraddizioni, ma è anche un paese molto vivace dal punto di vista culturale, e non solo perché ha molti soldi. La Svizzera ha avviato politiche culturali che andrebbero prese ad esempio, dove i giovani artisti hanno per lo meno la possibilità di giocarsi le proprie carte, usufruendo di una certa visibilità. Poi starà a loro, alle loro qualità, al loro talento, ma per lo meno possono provarsi e incontrare il pubblico. Il Cantone Ticino è a noi vicino, un paio d’ore di macchina, e vale la pena di farsi prendere dalla curiosità, varcare il confine e conoscere una realtà così vicina, anche linguisticamente, seppur molto diversa.

Performa Festival inizia domani 31 marzo e si protrarrà fino al 3 aprile vi invito dunque a visionare il programma completo del festival sul sito http://www.performa-festival.ch/ e non mi resta che augurarvi buona visione!

Intervista al direttore artistico Filippo Armati

EP: Filippo presentaci il festival di quest’anno.

FA: Il festival quest’anno presenterà performance provenienti dai più svariati ambiti e linguaggi artistici, sia arti performative sia arti visive, ma anche performance musicali, sperimentazioni video. Quest’anno abbiamo avviato una collaborazione con il CISA (Conservatorio Internazionale di Scienze Audiovisive) di Lugano, e infine avviato una collaborazione con Radio Gwen, una radio online che tratta principalmente di cultura legata alla musica, privilegiando quei prodotti che normalmente non passano sui canali ufficiali. Possiamo quindi dire che Performa Festival privilegia la creatività che si sviluppa su diversi livelli.

EP: C’è un tema conduttore che attraversa la programmazione, un filo rosso che si dipana in questa cornucopia di offerte performative?

FA: Non credo molto all’idea di connettere i lavori presentati in una sorta di tema o argomento, perché penso che a volte questo possa distorcere più che dare ordine a una manifestazione. È un atteggiamento più da curatore che si occupa di arti visive. Io non cerco di connettere lavori o artisti verso un tema comune, piuttosto tento di offrire il più vasto ventaglio possibile di diversità.

All’interno della programmazione c’è però un progetto, Tanzfaktor, che è una piattaforma di pezzi brevi di danza creati da giovani coreografi e che promuove la cooperazione tra diversi festival sparsi su tutto il territorio nazionale svizzero. Lo scopo di questo circuito è quello di promuovere la circuitazione dei giovani artisti anche al di fuori delle proprie aree linguistiche. Sono stati selezionati dieci progetti su novantadue presentati, e cinque di questi saranno ospitati all’interno di Performa quest’anno.

EP: La scorsa edizione sono stato tuo ospite e ho seguito tutto il festival e ho potuto constatare il tuo sforzo di radicare un progetto culturale ambizioso che cerca di portare artisti dediti alla sperimentazione nel campo delle performance arts in un territorio molto chiuso e difficile. Quest’anno hai cambiato periodo passando dal principio dell’autunno all’inizio della primavera. Pensi che questo possa aiutare a incrementare l’affluenza, l’affezione del pubblico alla tua manifestazione?

FA: Quello di cui mi sto rendendo conto è che il fatto che Performa Festival esiste è importante al di là dei numeri e dell’affluenza di pubblico. Sento che nei sei anni di esistenza del festival si è comunque radicata una consapevolezza nel territorio dell’esistenza di uno spazio creativo come Performa. La gente ne parla, prende il programma, discute il programma, anche se poi magari non riescono a venire o vengono solo una volta. Questo dimostra che c’è comunque un interesse, c’è una pertinenza, e c’è una volontà del pubblico di confrontarsi con quello che noi proponiamo.

EP: Cosa consiglieresti al pubblico che volesse partecipare a Performa? E c’è un progetto cui sei particolarmente fiero di presentare?

FA: Innanzitutto consiglierei al pubblico di fare il pass abbonamento e partecipare al festival nella sua interezza per viverne non solo la proposta artistica ma anche l’atmosfera. Per quanto riguarda i progetti quest’anno presentiamo una prima un progetto di cui siamo coproduttori. É il progetto di Katia Vaghi, un’artista ticinese, che vive e lavora tra Londra e Berlino, che presenta Jukebox: danze su misura, una sorta di Jukebox in danza interattivo con il pubblico, nel senso che il pubblico potrà su una lista proposta dall’autrice potrà scegliere una combinazione di elementi che lei riprodurrà in scena. Trovo questa opzione veramente interessante e ho fortemente voluto questo progetto.