DON GIOVANNI di W.A. Mozart regia di Michele Placido

Il 29 ottobre del 1987 al Teatro degli Stati Generali di Praga andava in scena il Don Giovanni. Dirige lo stesso Amadeus. Lorenzo da Ponte era già in viaggio verso Vienna perché richiesto da Salieri. In sua vece, nascosto tra le ombre di un palchetto laterale (ricordiamo che l’illuminazione in sala si spense con l’avvento di Wagner), l’insolito collaboratore per la stesura e revisione del libretto: Giacomo Casanova.

L’anziano libertino era approdato al castello dei Wallstein come bibliotecario. Ormai squattrinato e con gli acciacchi di quelle che chiamava le ferite di Venere, aveva accettato il posto fisso, per quanto sappia di sale il pane altrui. Dovendo dei soldi all’amico Da Ponte si era sdebitato aiutandolo nella stesura del capolavoro, e appena estinto l’ammanco, ecco che lo troviamo a scusarsi e a chiedere, con una punta di vergogna, due piccioli zecchini in prestito.

Ecco chi donò sangue e corpo al Don Giovanni mozartiano. Non tanto i modelli letterari da Tirso da Molina a Moliere, sicuramente non quello di Gazzaniga, quanto colui che spese la vita ad esserne l’immagine incarnata. Chissà cosa sarà passato in mente a vecchio Giacomo nel sentir snocciolare il catalogo? Non lo sapremo mai, ma da sempre mi suggestiona l’idea del libertino, la cui ultima conquista gli aveva fatto rischiare di perdere il posto, che osserva di nascosto il Don Giovanni e magari sussurra, in sintonia con l’opera, il fermo diniego a pentirsi dopo tanto aver vissuto.

Ascoltare il Don Giovanni è sempre un’avventura ricca di stimoli. La musica stessa di Mozart, come già diceva Cage, è talmente piena di idee che non basterebbe una vita a snocciolarle tutte. Per questo è inutile aggiungere parole al fiume di inchiostro versato per questo capolavoro.

Quello di cui vorrei parlare è della regia di Michele Placido ripresa oggi al Teatro Regio di Torino da quella firmata nel 2005.

Movimenti elementari fino a esser nient’altro che didascalie corporee. Nessuna idea di scena, semplice illustrazione. Non che quella di Placido sia un’eccezione. Tutt’altro. Spesso la regia nell’opera è nient’altro che un’ancella della musica dove ci si limita a decidere in che epoca ambientare, che scene costruire e le entrate e uscite di scena. Alla faccai delle roboanti noti di regia dei programmi di sala. Il teatro è bottega e i trucchi son sempre gli stessi. Più o meno raffinati all’occhio che li conosce risaltano immediati.

Desolante. E dir che l’opera sarebbe un ricchissimo campo di sperimentazione per il teatro! Soprattutto per i giovani che si affacciano alla regia, non avendo in teatro la possibilità di lavorare su grandi pezzature e con ampi movimenti d’insieme che ormai solo l’opera permette. In questo caso il vizio si aggrava perché si è incaricato un nome famoso a far da richiamo come se un bravo attore, o giornalista, o cantante, sia, ipso facto, anche un bravo regista. Il mio discorso va al di là di questa regia di Placido, presa semplicemente a esempio di un modo ben poco virtuoso di trattare l’opera.

I teatri d’opera si perdono spesso in questi incarichi a personaggi che con la regia teatrale e operistica poco hanno a che fare sperando che la luce sul loro nome porti pubblico. E commettono il più grave degli errori. L’unico richiamo efficace per un successo di pubblico duraturo nel tempo è la qualità. Per ottenerla bisogna formare giovani che apprendano il mestiere. Bisogna rischiare in ricerca e formazione.

Per ottenere risultati così noiosi ed elementari come in questo Don Giovanni tanto valeva affidare la regia a un’esordiente. Cosa poteva andare peggio? Niente. Tutto scontato, una scena che non dice niente e resta solo la musica di Mozart, ma allora tanto vale ascoltarsi l’opera a casa comodamente seduti sul divano.

Il teatro d’opera è teatro e musica. Senza il teatro non c’è l’opera. Se vogliamo che questo genere duri nel tempo e non sia in Italia solo un’attrazione turistica, bisogna smetterla con queste operazioni inutili e sicuramente dispendiose per costruire una nuova generazione di registi capaci, di cantanti disposti a lavorare anche per la scena e a non essere solo ugole d’oro, ma attori/cantanti, corpo e voce dell’opera.