PROVE D’AUTORE XL: Daniele Albanese, Andrea Costanzo Martini, Daniele Ninarello

Sabato 9 febbraio alle Lavanderie a Vapore di Collegno (To) si è svolta una serata dedicata a Prove d’autore, il progetto o azione della rete Anticorpi XL che ha come scopo l’incontro tra coreografi dediti a una ricerca di nuovi linguaggi per la danza e alcuni ensemble di danzatori di formazione accademica. Per l’anno 2018 sono stati selezionati Daniele Albanese, in collaborazione con il Balletto di Toscana, Andrea Costanzo Martini, insieme al Balletto di Roma, e Daniele Ninarello con MM Contemporary Dance Company diretta da Michele Merola.

In apertura di serata è stato inoltre presentato il volume curato da Fabio Acca e Alessandro Pontremoli dal titolo La Rete che danza. Azioni del Network Anticorpi XL per una cultura della danza d’autore in Italia 2015-2017, alla presenza di Carlotta Pedrazzoli della Fondazione Piemonte dal Vivo, Selina Bassini, direttrice del Network Anticorpi XL, e Natalia Casorati, direttrice artistica di Interplay.

Prove d’autore è un tentativo di inserire nel contesto della danza d’autore nuovi modelli produttivi, quelli appunto che uniscono in un dialogo fruttuoso e di reciproco accrescimento, compagnie di balletto contemporaneo con i danzautori. Il contesto produttivo dunque assume un risvolto significativo almeno quanto gli esiti. I lavori presentati sono dunque esito di una residenza di dieci giorni in cui i coreografi hanno cercato di inscrivere nei corpi dei danzatori il loro particolare linguaggio coreografico. Un periodo così breve di lavoro intensivo rappresenta un primo passo sulla strada di una produzione e di questo paiono consapevoli i coreografi coinvolti che hanno presentato opere di durata limitata benché con un complesso disegno coreografico con una titolazione che comunica un’idea di avvio di percorso (Esperimento n. 1 di Daniele Albanese e Intro di Andrea Costanzo Martini) più che un completamento di un lungo cammino.

Tre dunque i pezzi che compongono il programma di cui due dal vivo, i due sopracitati,e uno, Blossom di Daniele Ninarello, in video.

Esperimento n. 1 di Daniele Albanese, come già nel duo Birds Flocking insieme a Eva Karczag, si ispira al volo degli stormi di uccelli, in cui il movimento, come di sciame, porta i danzatori a disegnare repentini cambi di rotte e di ritmi nonché a riconfigurazioni continue della formazione. Una esplorazione spaziale fatta di ascolto reciproco e profondo che conduce l’interprete a cogliere quanto avviene nel qui ed ora per fornire una risposta adeguata allo stormo in movimento di cui fa parte. Un intreccio indissolubile di rigore nel disegno e fluidità dell’improvvisazione.

Intro di Andrea Costanzo Martini coniuga con sapiente ironia la severa tecnica classica con la travolgente e vitale spontaneità della danza gaga. I danzatori entrano contando e ripetendo una serie di movimenti severi e ordinati che rimandano al balletto classico. Questa disciplina, il cronometrico conteggio, mano a mano si contamina di elementi altri, più spontanei seppur non meno rigorosi. Un dialogo come di forze yin e yang che s’alternano e si scontrano sul terreno del movimento e del corpo, due tradizioni che si abbracciano e si confrontano, non escludendosi ma accettandosi e integrandosi.

Blossom di Daniele Ninarello, di cui si è potuto vedere solo un breve video in cui il coreografo racconta i motivi ispiratori del lavoro insieme ai danzatori di MM e ci mostra un processo in cui ha lavorato alla creazione di piccole frasi danzate, come piccoli filamenti di DNA, e li ha sottoposti a un rigorosa evoluzione. Per citare il filosofo indiano Ananda Coomaraswamy ha imitato la natura nel suo modo di operare facendo diventare la coreografia uno sbocciare di elementi che posseggono tutti la stessa matrice originaria ma che il tempo conduce a piccole rivoluzioni evolutive e quindi un differenziarsi delle generazioni successive.

La rete Anticorpi XL propone quindi con queste Prove d’autore un percorso suggestivo di interazione tra il balletto contemporaneo e alcune tendenze della nuova danza. Sicuramente, allo stato attuale, i beneficiari maggiori di questo progetto sono i danzatori stessi che incrementano il loro bagaglio tecnico confrontandosi con le più fresche tendenze della ricerca coreutica. Affinché questi dialoghi diventino veramente fruttuosi le condizioni produttive però dovranno irrobustirsi di modo che i lavori, a oggi dei piccoli esperimenti, possano costituirsi veramente come repertorio solido e realmente innovativo inserendosi nelle programmazioni di festival e teatri.

Ph: @ Fabio Melotti

SPECIALE INTERPLAY: Lali Ayguadé – Lucio Baglivo – Collectif A/R – Sina Saberi

È difficile raccontare una serata come quella di ieri sera alle Lavanderie a Vapore nella penultima giornata di Interplay. I lavori presentati, – L’homme de la rue di Collectif A/R, Solo Juntos di Lucio Baglivo, KoKoro di Lali Ayguadé e Prelude di Sina Saberi – non si distinguono solo per la qualità intrinseca sia tecnica che compositiva, ma sono quattro diversissimi approcci alla danza e punti di vista sul mondo distinti sebbene non dissonanti.

Quattro lavori che inducono ad altrettante esperienze ognuna con un grado di concentrazione, leggerezza, densità totalmente differenti. Questo è ciò che è veramente complicato: raccontare un’esperienza cosi complessa, composta di stadi multipli come un razzo che vola dalla terra alla luna. E preservare la memoria di un’esperienza scenica, irripetibile per sua natura intrinseca, è uno dei difficili compiti della critica.

Cosa rimarrà di ciò che è impermanente e sfuggevole? Oggi certo ci sono i video più che le parole, ma tali strumenti, per quanto tecnologicamente avanzati e utilissimi per lo studio della danza e del teatro, sono qualcosa di incompleto e mediato, residui di ciò che una volta è stato vivo, in quel luogo, con quelle persone, in quel momento che ormai è passato.

Giusto ieri sera, tra una performance e l’altra, un amico raccontava di quando si trovò a mangiare un pollo con Grotowski, e pensavo, con invidia, che per quanti libri abbia letto su di lui e visto video dei suoi lavori, niente valeva come il gusto di quel pollo condiviso col maestro, e che nel sapore di quella carne si nascondeva il segreto del teatro e di tutte le Live Arts: esperire qualcosa di vivo che si svolge davanti ai nostri occhi e che non tornerà più mai.

Nell’eterno presente dell’era digitale, dove tutto è a disposizione, in eterna attesa della nostra possibile scelta sempre posticipabile a un domani che verrà, il teatro e la danza si danno come prova materiale dell’irrecuperabile, della morte, del finito e della struggente bellezza di un fiore di ciliegio.

Ma torniamo agli spettacoli.

L’homme de la rue di Collectif A/R è un oggetto vivo che nasce per strada. Un gioco di bambini, una rissa, un semplice voltar la testa sorpresi da un evento fortuito, un incontro casuale. Nel grande cortile esterno alle Lavanderie a vapore, il giovani collettivo francese, ricrea il movimento imprevedibile di una strada trasformando ciò che appare, per un istante e mai più, in danza. E in questo cerca la collaborazione del pubblico, la sua complicità a farsi folla in cammino in una strada immaginaria e reale dove ognuno di noi pone un piede avanti l’altro fino a che un giorno toccherà fermarsi. Suggestiva la partitura musicale dei due percussionisti che si innestano su una base registrata, tra elettronica e jazz, che ben si incorpora al movimento.

Solo Juntos di Lucio Baglivo sonda il rischio nel movimento con leggerezza sbarazzina. Tre danzatori congiunti, quasi inscindibili, a partire dal ritmo della cumbia colombiana, esplorano le possibilità di movimento, spostando sempre più in là il limite di quanto è possibile. Tra acrobazia e danza spericolata, tra voli improbabili e cadute controllate (ma che lasciano l’osservatore con il fiato sospeso) si mappa il possibile movimento così come le plausibili interazioni e connessioni tra i tre esecutori. Come tre vecchi rabbini cabalisti alla ricerca delle infinite permutazioni del nome di Dio, così i tre danzatori navigano nel quasi infinito spettro del possibile. E infine coinvolgono il pubblico portandolo sulla scena a condividere il divertimento che nasce dal movimento fuori dalle convenzioni.

KoKoro di Lali Ayguadé è una domanda fatta di domande. Cos’è la vita? E la bellezza? E l’amore? E perché quanto si fa in qualche modo viene sempre frainteso? E cosa c’è sotto le vesti della civiltà? Una scimmia o un’eccezione?

Il lavoro di Lali Ayguadé si interroga continuamente prima in forma di preghiera, in un’improbabile ed equivoca cappella, dove un pastore di anime, con più dubbi dei suoi fedeli, si lancia in un sermone senza senso alla ricerca di un senso.

E cosa cambia se mutiamo vestito? Se un uomo indossa vestiti da donna cambia la sua identità e la sua essenza? Lali Ayguadé e i suoi danzatori rigirano le domande mentre danzano i loro corpi. Pensiero in azione fino alle radici, fino a scorticare la maschera che la civiltà ci impone, sotto le movenze accettate e accettabili, fino alla scimmia che eravamo e in fondo continuiamo a essere.

KoKoro di Lali Ayguadé è un lavoro profondo, che sonda le incertezze senza concedere e concedersi requie. Un’opera ricca che non ha timore di affrontare le ambiguità, con un’ottima colonna sonora e un’altrettanta ragguardevole partitura gestuale ed espressiva.

Infine Prelude di Sina Saberi, un giovane coreografo e danzatore iraniano, proveniente da un paese in cui danzare è proibito. Un lavoro che è quasi preghiera. Tra luce e ombra, colmo di riverberi d’oriente non solo musicali. Movimenti ipnotici e mistici quasi da derviscio rotante, o forse solo di creatura portata dal vento caldo di un deserto, o frammento di una cultura lontana dove Zoroastro predicava la vita tra luce e buio. Un’intensa preghiera fatta di parole sussurrate e incomprensibili, un rendere grazia all’istante che ci è toccato di vivere tra l’ombra della notte e un giorno luminoso.

SPECIALE INTERPLAY: Salvo Lombardo, Luna Cenere, Marco Chenevier

Martedì 22 seconda giornata di Interplay e al Teatro Astra di Torino vanno in scena tre artisti, Salvo Lombardo, Luna Cenere e Marco Chenevier, che presentano lavori estremamente diversi per natura e metodo compositivo.

Apre la serata Present Continuous di Salvo Lombardo, prodotto dal Festival Oriente Occidente e Versiliadanza, con il sostegno di Teatri di Vita, Did Studio di Ariella Vidach e Anghiari Dance Hub.

Il lavoro di Salvo Lombardo è una caccia al gesto quotidiano da riutilizzare come elemento compositivo. Viene spesso usato, per la ricerca di Salvo Lombardo, il termine ready made gestuale ma questa definizione mi lascia perplesso. Il ready made presuppone un andare al di là del gusto, sono oggetti né belli né brutti, anonimi, schiacciati dall’indifferenza dell’uso e svincolati dalla loro funzione quotidiana. Non credo sia possibile applicare questa definizione alla gestualità in quanto un movimento del corpo non è mai anonimo, rivela sempre un’intenzione, un’appartenenza, qualcosa di chi lo esercita anche quando sfilacciato dall’abuso. Inoltre in questo caso il contesto d’uso permane. Si tratta per lo più di una rielaborazione.

Inoltre la ricerca sui gesti quotidiani, estrapolati e rielaborati non è nuova nelle arti sceniche, non solo nella danza. E penso soprattutto a Kantor, dove la definizione di ready made gestuale è decisamente più calzante.

Il campo di ricerca di Present continuous di Salvo Lombardo è il club, o discoteca. I gesti vengono osservati, catturati e imitati sul campo, in seguito ripresi e rimontati in sequenze che vengono nuovamente imitate sulla scena. I quattro danzatori sono in un quadrato-arena delimitato da un nastro rosso. Nell’angolo in alto a destra una console dietro un bancone. Colonna sonora: musica elettronica da club. I danzatori si aggirano in torno all’arena con un bicchiere da cocktail, chiacchierano intorno alla console. Quando entrano nell’arena iniziano a danzare presto imitati dagli altri. I gesti si scambiano, vengono elaborati insieme benché ognuno alla sua maniera. Siamo dunque ancora nella rappresentazione, si simula il contesto di origine e semplicemente si rielabora un materiale.

Present continuous di Salvo Lombardo per quanto interessante sulla carta, ripropone qualcosa di già visto. Un tributo al club che torna ciclicamente sulle scene. Tutto è ampiamente prevedibile dopo pochi istanti. Unico momento veramente interessante dove alla musica da club si sostituisce quella da balera romagnola, e dove i gesti catturati e la danza che ne deriva sono in un contesto simile benché diversissimo e l’azione diventa ironica e perturbante insieme. Benché anche in questo caso non ci si trovi di fronte a qualcosa di imprevisto o inaudito.

Certo oggi non è che sia necessaria per forza la novità. Anche solo un estraniante rimescolamento delle carte sarebbe sufficiente, ma purtroppo ci troviamo di fronte solo a un lavoro noioso, puramente intellettuale, che non aggiunge o toglie niente a quanto già visto sulle scene.

Kokoro di Luna Cenere è un pezzo breve che ho già avuto modo di vedere due volte lo scorso anno, sempre nella sua versione incompleta e ogni volta mi è rimasta la curiosità di vederlo nella sua versione integrale.

Il corpo nudo della danzatrice è in una posizione innaturale. La testa in basso le gambe distese oltre la testa, le braccia a terra. Da questa posizione lentamente il corpo assume nuove pose e questo muoversi come in un acquario emette sempre nuovi immaginari. La luce a pioggia, tenue, fioca, disegna ombre mobili sulla muscolatura che si tende, gonfia, si rilassa o distende. La nudità, spesso abusata, diventa materiale duttile per l’emersione di nuove immagini che in qualche modo, contro la nostra volontà, ci portano a vedere altro.

Il corpo assume sempre nuove pose e dalla verticalità iniziale che si innalza o immerge come danza di medusa, si passa a uno strisciare a terra, dapprima lento poi sempre più convulso e faticosamente ci si innalza a una posizione eretta, in cammino verso un esterno. Quasi un prontuario dell’evoluzione da organismi acquatici, ad anfibi striscianti fino all’uomo. Un lavoro molto raccolto e concentrato in questa prima opera da autrice di Luna Cenere già molto apprezzato tanto da entrare nel circuito Anticorpi XL e nella vetrina Aerowaves.

A chiudere la serata Questo lavoro sull’arancia di Marco Chenevier che ho già avuto modo di recensire lo scorso dicembre dopo averlo visto, proprio insieme a Luna Cenere sul palcoscenico di Exister a Milano, per cui per la recensione rimando a questo link http://www.enricopastore.com/2017/12/04/lavoro-sullarancia-marco-chenevier/

In questa sede mi limito ad alcune osservazioni. Marco Chenevier è artista che ama mettere in scena dei dispositivi inclusivi delle azioni del pubblico, e tali dispositivi sono sempre trappole che obbligano a un pensiero. Nel congegno sadico e violento, seppur ironico e divertente, che Questo lavoro sull’arancia mette in opera, ogni scelta, seppure una non-scelta, diventano un marchio che si attaglia su ciascun membro del pubblico. Osservare senza nulla fare è prendere parte, assumersene una. La cosa non riguarda solo chi decide di prendere parte, chi decide di torturare o farsi torturare per cinque euro. Tutti siamo coinvolti nessuno escluso.

Questo lavoro sull’arancia ci rivela come società, ci denuda per quello che siamo. E ogni volta, cambiando il pubblico, muta la percezione che si ha di noi stessi. Le scelte si modificano, le azioni si fanno più o meno incisive. E ogni volta ogni accadimento diviene scenario politico e specchio di una comunità.

Tra la versione milanese e quella torinese la temperatura, l’incidenza delle azioni, la partecipazione, tutti i parametri in gioco sono mutati e ricombinati dando un esito totalmente diverso tanto da rendere il dispositivo uno strumento di indagine sociologica e antropologica più che artistica, o forse tali ed efficaci proprio perché si esplicano attraverso l’azione artistica.

E l’altra considerazione è che Questo lavoro sull’arancia di Marco Chenevier, sia un saggio sulla potenza dello sguardo e sulla sua azione tagliente e mai neutra. Chi guarda spesso non fa nulla, guarda e basta, ma in quel far niente agisce in maniera indelebile tanto da modificare la realtà. Guardare il danzatore che, nonostante l’intolleranza, è costretto a bere un bicchiere di latte, dice molto di noi stessi. Noi che non interveniamo e vediamo come va a finire, siamo attori esattamente come il volontario carnefice. Non esiste posizione neutra. Tocca una scelta. Va fatta perché anche non agire è decidere da che parte stare.

SPECIALE INTERPLAY: Beyond indifference di Tabea Martin

Come ogni anno torna Interplay il festival guidato da Natalia Casorati, vetrina torinese della nuova danza. Questa nuova edizione si apre con due lavori molto interessanti: Beyond indifference della coreografa svizzera Tabea Martin e il pezzo breve Crossword del giovane Matteo Marfoglia, artista italiano che vive e opera in Gran Bretagna, già vincitore di prestigiosi riconoscimenti.

Beyond indifference di Tabea Martin inizia in un nitore abbagliante. Sei danzatori vestiti di bianco, candidi i capelli, le pareti e il pavimento. Raggiungono gli strumenti e iniziano a suonare come un gruppo rock a X Factor. Sul fondo uno dei sei scrive con la vernice rossa la parola: Liar – bugiardo. Chi è bugiardo? Lo spettacolo? o il mondo?

La scena si evolve e la scena si spacca letteralmente in due metà: da una parte i danzatori come figure reali, con le loro storie e le interazioni che li connettono al mondo; dall’altra gli stessi danzatori nelle vesti più estrose e pop  di cantanti e musicisti. Quale delle due metà è quella vera? Entrambe? Forse nessuna?

In Beyond indifference di Tabea Martin siamo di fronte a una grande zona grigia in cui è impossibile distinguere qual è la maschera e quale il volto al di là di essa. Siamo di fronte a un continuo scivolare in mondi paralleli e contigui avvinti in un abbraccio inscindibile. L’unica certezza è che il mondo “reale” (impossibile questa parola siamo sulla scena dove tutto è rappresentazione) è più violento, urticante, graffiante perfino quando ci strappa una risata; mentre quello “virtuale” (anche questa parola è solo d’uso contingente), quello da cantante punk o pop o industrial è più laccato, perfettino, educato, pronto a piacere.

Due mondi che sottostanno alla parola sul fondale bianco: bugiardo. Tutto è impostore quello che sta sulla scena e quello che pertiene al gran teatro del mondo. Pirandellianamente siamo circondati da centomila e una maschera. Sollevandone una ne scopriamo un’altra con un volto diverso eppure uguale.

E così si passa dalle storie di famiglia, agli amori, alle relazioni interpersonali via via in tutti gli stadi della vita e sempre sotto una latente vena violenta appena nascosta da una membrana esile di confortevole simpatia. Ma attento osservatore che il velo è tanto sottil che il trapassar dentro è leggiero.

Beyond indifference di Tabea Martin giunge a una conclusione. Come i clown nell’arena di un circo, i danzatori cadono a terra in una morte simulata. Solo uno sopravvive e si trasforma in un presentatore da reality. Chi ha vinto di questi cinque morti? Quella simpatica e sbarazzina? La spagnola i cui genitori si amano ancora dopo trent’anni di matrimonio? Siete curiosi? And the winner is…?

Ma la vincitrice si autoproclama. Irride i perdenti e il presentatore. È la danzatrice serba che è anche barman. E dalle quinte giunge un bancone pieno di alcolici e lei con l’aiuto degli altri incomincia a creare cocktail in scena. Alcuni vengono offerti al pubblico. Questa è la sua immagine reale? Sul fondale intanto viene aggiunta una S: liars – bugiardi. Chi sono i bugiardi? Noi o loro? La scena o la vita?

Crossword di Matteo Marfoglia è il preludio del festival. Un piccolo pezzo che prelude e prevede uno sviluppo. Quattro danzatori si aggirano sul palco nella penombra mentre gli spettatori si accomodano. Le luci in sala si attenuano e iniziano ad apparire dei quadranti che si susseguono in senso antiorario. Ciascuno contiene un danzatore che svolge i suoi movimenti. In sottofondo dei paesaggi sonori: le istruzioni di volo degli assistenti Ryanair, una favola per bambini, un comizio politico, un film con Tom Cruise. Quadrante per quadrante si svolgono le linee di danza interpretazione di dialoghi in una lingua che i danzatori inglesi non capiscono.

Infine i quadranti si illuminano contemporaneamente e le linee provano a essere una polifonia di voci in contrappunto. Esplorano possibilità di coesistenza: perfino un accordo unisono e simultaneo. Poi il buio e il suono di un metronomo a battere il tempo.

Un’ottima apertura di festival a Interplay. Due lavori intriganti: Crossword di Matteo Marfoglia ci presenta un nostro talento che opera fuori confine, Beyond indifference di Tabea Martin un’opera tagliente sotto la sua veste leggera e sbarazzina, proveniente da un paese, la Svizzera, che negli ultimi decenni ha fortemente investito su tutta la filiera educativa, formativa, produttiva e distributiva, cominciando a sfornare talenti da esportazione (ricordiamo tra gli altri Milo Rau, Ioannis Mandafounis, Daniel Hellmann).

Lavori come Beyond indifference sono frutto sì del talento, ma anche della cura per farlo emergere. Le due cose sono necessarie e inscindibili. Semi fruttuosi nelle terre aride sono cosa rara. Più un miracolo di natura che una consuetudine. Coltivare i talenti è compito di un’azione politica, i miracoli sono affari della divinità. Sia l’una che l’altra in questo paese sono date per disperse.

Ph: @Ree

SPECIALE INTERPLAY – ODE TO ATTEMPT di Jan Martens – PROMETEO: IL DONO di Simona Bertozzi

L’azione scenica è sempre un tentativo, un audace camminare sul filo del fallimento ponte, tra un luogo certo e comodo e un obbiettivo non sempre definito e che non conduce veramente a qualcosa che potremmo definire successo. La vita è sempre altrove in arte. Quanto un lavoro finisce, si esaurisce, ci si spinge un po’ più in là verso un altrove avvolto nella nebbia. Quello che è fondamentale nel tentativo artistico è la necessità del procedere.

Faccio una citazione: «Per me non si tratta tanto di lasciare che qualcosa emerga spontaneamente. Non è solo lasciare che venga a galla qualcosa. Certo, questo è un processo, ma bisogna vedere che tipo di processo è; ci si dovrebbe domandare: “Bene, è emerso qualcosa da me, ma ha delle qualità?”. Ovviamente non basta affermare che l’arte è un processo che chissà come scaturisce da me, quasi lo vomitassi, perché quello che emerge potrebbe benissimo essere una falsità». Quello che parla è Joseph Beuys, in un intervista dedicata alla domanda: cos’è l’arte? E questo suo pensiero mi è riaffiorato alla memoria ieri sera nell’ultima serata di Interplay vedendo i lavori di Jan Martens e Simona Bertozzi.

Nel lavoro di Jan Martens, Ode to attempt, titolo peraltro bellissimo, il giovane danzatore/coreografo si consegna alla scena seguendo una lista di compiti precisi. Tredici esperimenti o tentativi di definire se stesso, o rappresentarsi, agendo sulla scena utilizzando non solo la danza ma anche il proprio laptop come interfaccia. Tutto diviene un tentativo: iniziare un movimento, definirlo meglio, renderci edotti di quanto sta succedendo, mandare un messaggio alla/al suo ex, essere classico o minimal, ringraziare i morti viventi, trovare un finale kitsch ma carino, perfino inchinarsi al pubblico. Tutto quindi è sospeso nella parola tentativo, tutto è provvisorio, fragile. L’ironia rende tutto gradevole e leggero. Eppure la domanda di Beuys mi rimbombava in testa. Nonostante movimento e immagini fossero gradevoli, ben costruite, nella testa ronzavano le parole di Beuys come palline nella roulette.

A seguire il lavoro di Jan Martens, quello di Simona Bertozzi, Prometeo: il dono. Ho cominciato a gustare la danza, un filo inquietante, con ritmi a volte forsennati, con movimenti a volte in bilico verso il fallimento, tra sincronia e negazione della stessa, in un intreccio evocativo e emozionante tra i tre interpreti, quanto ho smesso di chiedermi cosa c’entrasse Prometeo in quello che vedevo. Ho goduto del movimento, del suo sviluppo nello spazio, nello sforzo dei muscoli per battere la gravità, nell’espandersi in linee e figure nel quadrato nero della scena. Colpa mia! Ho seri problemi quando mi mettono davanti al simbolico. Lo detesto perché chiude lo sguardo, perché obbliga a cercare un significato, una corrispondenza precisa, a giocare al rompicapo con il senso. É in gioco la libertà di interagire con quel qualcosa che prende forma davanti a te, che ti interroga con la sua presenza anziché invitarti a un gioco. Preferisco quando l’immagine è aperta, vogliosa di metamorfosi, di vestirsi di infiniti sensi, più che divenire maschera di un solo o pochi prescelti significati.

Onestamente poi il taglio delle verdure finali non l’ho proprio capito. E quindi ribalto la domanda fatta in scena durante l’esecuzione di questo Prometeo: della necessità chi è che tiene il timone? Certo posso leggere sul programma di sala sul dono di Prometeo all’umanità, quella capacità di creare, di forgiare, di coltivare e costruire. Ma non l’ho visto. Ho visto una bellissima danza. Ho visto il suo sviluppo, l’interazione tra gli interpreti, il sapiente uso del ritmo e delle pause, e ne ho goduto, ma Prometeo non l’ho trovato se non fuorviante. E se la gioia di vedere quel che ho visto fosse il senso del lavoro l’avrei trovato con o senza Prometeo.

E quindi torniamo a Beuys. È necessario capire sempre più se quello che emerge da un lavoro sia valido, se sia o meno necessario, se abbia un valore. E andrei anche un po’ oltre: mi chiederei anche se la self-expression sia un valido motivo per avviare un processo artistico. Qual è la funzione del fare scenico? Tornare a ragionare sulle funzione dell’agire e non solo su materiali e tecniche trovo diventi sempre più pressante. Se negli anni ’60 e ’70 questa domanda era fin troppo sviscerata, oggi si corre il rischio opposto di non porsela per nulla e di fare per fare.

Lavori ineccepibili dal punto di vista tecnico/formale peccano di cedevolezza funzionale, non sembrano per nulla urgenti, paiono qualcosa di legato solo all’artista in scena e non a un uditorio che resta divertito ma indifferente. La funzione attiva l’interazione, non l’estetica, non la comunicazione, ma la presenza necessaria e ineludibile.

SPECIALE INTERPLAY: INTERVISTA AD ANDREA COSTANZO MARTINI

Lo scorso venerdì 19 maggio è andato in scena a Interplay Trop di Andrea Costanzo Martini, un lavoro pieno di ironia, vitalità ma soprattutto di una modalità espressiva del corpo veramente impressionante. Era la prima volta che assistevo dal vivo alla Gaga dance di cui avevo sempre sentito parlare. Così ho sentito Andrea e abbiamo fatto questa piccola intervista per approfondire alcuni punti del lavoro.

EP: Cos’è la danza per te? Cosa ti ha spinto a danzare?

ACM: La danza per me è un modo fondamentale di essere. Mi risulta difficile immaginare il mio corpo senza la danza, un po’ come immaginare il mio corpo senza il respiro, o senza la vista. La danza è parte di ogni cosa che faccio, e’ ascolto del mio corpo non solo come pratica estetica, ma in ogni momento della mia vita. Anzi…mi trovo in uno sforzo continuo di avvicinare la pratica dello studio a quella della vita di tutti i giorni, e come una possa influenzare l’altra. Non riesco a ricordare un momento della mia vita in cui danzare non facesse ancora parte di me, quindi non c’è stato qualcosa che mi abbia avvicinato alla danza…la danza ha solo preso forme diverse nella mia vita.

EP: Qual’è la funzione della danza, sempre che ne abbia una? Intendo dire: se c’è una necessità di danzare e di vedere danza oggi, se e come interagisce col mondo che la circonda?

ACM: Personalmente non riesco a vedere la danza come uno strumento di comunicazione. Fondamentalmente danzo per danzare, senza altra funzione che il piacere stesso del percepire il mio corpo, dell’accogliere lo sguardo dell’altro, del godere dello spazio che mi circonda e del tempo che mi scorre addosso. Credo che la “funzione” fondamentale della danza sia quella di celebrare il momento.

EP: In trop, secondo la mia opinione, crei un ironico circolo virtuoso tra immagine video, corpo in scena, e immaginario del pubblico,, un dispositivo che apre l’immaginario a indefinite possibili associazioni. Pensi di essere d’accordo con questo punto di vista? vuoi aggiungere o correggere?

ACM: Non solo sono d’accordo, ma sono anche felice della tua interpretazione. L’organizzazione degli elementi e il gioco tra le aspettative del pubblico, la mia relazione con lo spazio e il ritmo e gli altri protagonisti della scena (inclusi gli spettatori) sono ciò che tiene insieme una struttura che (spero) si apre a infinite possibili letture senza tuttavia mancare di chiarezza.

Gran parte del lavoro di creazione è nato attorno all’idea di overload di immagini, informazioni e movimento e alla ricerca di un rifugio dall’eccesso di senso.

EP: Da ignorante in materia quale sono, vorrei chiederti di raccontarmi cos’è la danza Gaga e cosa ti ha attratto in questa pratica.

Il Gaga è un linguaggio di movimento, una sorta di cassetta degli attrezzi per il danzatore. Nel Gaga la ricerca parte dall’ascolto del proprio corpoanche in relazione a tutto ciò che lo circonda. Il Gaga più che uno stile o una tecnica è a mio avviso un approccio al movimento in cui il piacere del danzare è messo al primo posto.

Mi sono avvicinato a questo stile quasi per caso. Dopo aver apprezzato come spettatore il lavoro di Ohad Naharin come coreografo, e mi unii alla sua compagnia (la Barsheeva Dance Company). È lì che mi avvicinai a questo linguaggio (da lui sviluppato assieme ai danzatori della troupe). Non è una scelta conscia, ma completamente naturale, quasi ovvia, in quanto qualsiasi altra alternativa impallidiva al confronto di ciò che il Gaga riusciva (e riesce) ad offrirmi.

ph. Andrea Macchia

SPECIALE INTERPLAY: STILL di Daniele Ninarello

Ciò che risulta evidente in Still di Daniele Ninarello, anche a uno sguardo superficiale, profano, persino disattento, è una cifra di rigore implacabile, di studio serissimo, di indagine e ricerca esercitate con feroce disciplina.

La partitura di movimento, da una stasi iniziale, si infittisce in una trama di piccole frasi, a volte minimali, a volte più complesse, che si intrecciano e rimbalzano tra i tre danzatori, giungendo alla massima espansione per poi contrarsi, in maniera inversa, verso un ritorno alla stasi che conclude il percorso. Una partitura di movimento che ricorda quelle musicali di certi lavori di Steve Reich, nell’intrico complicato di ritorni, incroci e intersezioni del fraseggio e del ritmo.

Un viaggio all’interno del movimento, una battaglia costante contro la gravità. Un lavoro rigoroso, quasi scientifico, affrontato con una modalità chirurgica senza indulgere all’emotività. È il linguaggio della danza che viene analizzato nelle sue modalità, nel suo confrontarsi con le forze della fisica e le sue modalità per rapportarsi e/o sfuggire ad esse.

I tre danzatori, Marta Ciappina, Pablo Andres Tapia Leyton e Alessio Scandale, sono esecutori precisissimi, impeccabili e potenti nella loro presenza. Ho usato la parola esecutori perché non vi è interpretazione né rappresentazione, ma esecuzione di movimenti in una partitura complicatissima che richiede disciplina e precisione ineccepibili.

Un lavoro convincente che riflette sulla danza in sé, sul suo linguaggio, che non comunica niente, non rappresenta niente, è solo sé stessa e i suoi principi che si svolgono senza nulla chiedere. L’oggetto è il movimento dal suo sorgere alla sua estinzione attraverso il suo sviluppo, il tutto trattato in maniera oggettiva, distaccata, senza indulgere in manierismi.

Evocativa la scelta musicale che procede di pari passo al movimento, in un accumulo di sonorità fino al climax centrale per ritornare verso il silenzio.

Di tutt’altro tenore il lavoro che segue quello di Ninarello, Striptease del pur talentuoso Pere Faura. Interplay si è aperto con Object del duo Ivgi&Greben, un’opera feroce, violenta, estremamente toccante sullo sguardo, sull’oscenità del guardare soprattutto se riferito al corpo della donna. Uno sguardo rapace, possessivo, che senza vergogna fruga in ogni dove. Anche Castellucci si è spesso interrogato sul guardare, sulla ferocia insita nell’atto, riferendosi all’attore come colui :”che è consunto dallo sguardo ustorio degli astanti e il cui sangue auricolare è corrente, emorragia, libagione al palco”. Striptease vorrebbe parlare di questo, dello sguardo che si aspetta di vedere, del desiderio che innesca di fronte a uno striptease, ma lo fa in maniera sguaiata, sufficiente, in cerca solo della facile risata che conquista il pubblico. Un lavoro arrogante, privo di umiltà, sciatto, a volte quasi insultante. Non ho niente contro l’ironia e l’uso intelligente della leggerezza, il potere dissacrante di tali strumenti, spezza il circolo vizioso del significato che spesso per abitudine attribuiamo alle cose e ai fenomeni, ma devono essere utilizzate con sapienza, non con dissennata approssimazione. Il lavoro di Andrea Costanzo Martini, sempre visto a Interplay, è un esempio lampante.

Il pubblico ha certamente riso molto, ma di questo lavoro si dimenticherà presto, se già non è successo stamattina. Il rigore di Ninarello o la profonda meditazione di Ivgi&Greben agiscono a lungo e rimangono impressi ben oltre il tempo della visione.

SPECIALE INTERPLAY TROP di Andrea Costanzo Martini

L’ironia è una dote fondamentale nel lavoro artistico: dissacra, scalfisce il reale, sgretola la pretesa di stabilità di ogni valore, invita a non prendersi troppo sul serio.

Quando Duchamp gira un orinale e lo chiama fontana, non solo mette il discussione l’oggetto, la sua funzione, il reale come l’occhio si è abituato a vederlo, ma snellisce il gesto altamente filosofico con una dose abbondante di sprezzatura e di ironica saggezza. Inverte il circolo, da recipiente a oggetto che espelle liquidi, sovverte l’ordine delle cose portando un oggetto utile e negletto a oggetto d’arte di ironica ma salutare inutilità. L’ironia crea vuoto dove c’è un pieno, ma questo vuoto non è assenza, è la possibilità moltiplicata all’ennesima potenza. Andrea Costanzo Martini possiede la stupenda qualità di saper usare l’ironia con il corpo e con gli oggetti, creando un vuoto con intelligente e tagliente incisività.

La sua danza gioca col mondo facendolo a pezzi e lo ricompone di gesti, di movimenti, di ritmi venati di una sacra follia, di salutare insensatezza che sgretola la patina di seriosa bramosia che si impone ai nostri occhi nel posarsi su un mondo sempre più preda.

Un uomo davanti a un grosso televisore con una pompa da bicicletta tra le gambe. Azionando la pompa, si azione l’innesco e sul video appare un enorme fungo atomico. Così con gesto semplice, alla Willy il coyote, deflagra il mondo e connette immagine dal vivo, oggetto e immagine virtuale. Un circolo continuo che innerva tutta la partitura di movimento. La televisione diventa fumetto quasi quadri alla Roy Lichtenstein, scambia interferenze con il movimento reale del danzatore, diventa luce. Ma questo circolo si apre allo spettatore che diventa libero di fare le associazioni che vuole. Può far deflagrare il mondo insieme con Andrea Costanzo Martini, e può farlo con la propria immaginazione. Non interpretazione, che presuppone un gioco a incastro tra significante e significato, ma immaginazione che apre l’immagine e la rende frammento di uno specchio che può eternamente essere ricomposto in ogni forma possibile.

Andrea Costanzo Martini non ha solo l’abilità di creare un processo coreografico e visivo di grande impatto, ma possiede una espressività corporea impressionante. Un corpo che si scompone e ricompone con la stessa flessibilità delle immagini, usando ogni muscolo, irradiando energia esplosiva attraverso tensioni e distensioni, cambi di ritmo e velocità, contrazioni e dilatazioni. È il mio primo impatto con la danza gaga di cui ho sempre sentito parlare, danza legata al nome di Ohad Naharin e la sua Batsheva Dance Company. Devo dire di essere rimasto impressionato da una forma che restituisce al corpo un’istintualità ormai rara, dove ogni gesto è seppellito dal concetto. Una forma che libera e genera un vuoto, uno zero che contiene potenzialità infinite. Non avendo termini di paragone non saprei dire della qualità di esecuzione di Andrea Costanzo Martini, ma quel che è certo è che non vedevo una tale espressività in un corpo in movimento da molto, troppo tempo.

www.andreacostanzomartini.com/trop

Ph. Andrea Macchia

SPECIALE INTERPLAY: IN GIRUM IMUS NOCTE ET CONSUMIMUR IGNI di Roberto Castello

Tra luce e ombra si cammina senza un dove, senza un perché. Un’umanità scomposta, in perenne movimento nei frame di luce concessi per un tempo limitato prima di sprofondare nella notte. D’ogne posa indegna quest’umanità cammina in quel poco di giorno grigio, fatto di luce attenuata come di fumo che scivola via e si disperde, di movimento ossessivo come chi s’affanna per un nonnulla, e poi la notte, prima di un nuovo giorno che non porta novità né progresso. Solo varietà nell’alternar di bianco latteo e nero pece.

Di qual fuoco si sia consumati in questa notte non è dato sapere. Frenesia, furore, smania in quest’inceder coatto, spinti da un ritmo non nostro, ossessivo compulsivo. Un titolo palindromo come lo spettacolo: da qualsiasi parte lo si giri, ridonda lo stesso suono, lo stesso gusto, lo stesso andar da nessuna parte.

:”Che ore sono?”

:”La stessa di sempre”. Un finale di partita eternamente rimandato dalla luce che succede all’ombra. C’è molta atmosfera beckettiana in questo lavoro di Roberto Castello con Aldes. Per tutto il tempo della piece, nel martellare ritmico elettronico, mi risuonava nella mente la May di Passi: nove passi avanti, nove passi indietro, come un metronomo. E così i chicchi si aggiungono ai chicchi finché c’è un mucchio, un piccolo mucchio, l’impossibile mucchio.

Per questo lavoro si è parlato di ritorno del tragico. Non sono d’accordo. Non c’è nessun fato inalterabile a sconfiggere l’eroe che si batte comunque e nonostante tutto. Le Moire non hanno filato nessun percorso ineluttabile. Il procedere è verso nessuna parte. Vi è un eterno ritorno di un’uguale miseria senza nessun destino. Come i ciechi di Bruguel si avanza verso un abisso eternamente rinnovato e rimandato, oltre, senza mai fine.

Un lavoro intenso, provante, sia per il pubblico che per i bravissimi danzatori (Mariano Nieddu, Giserlda Ranieri, Ilenia Romano, Irene Russolillo). Un flusso in eterno movimento, nell’alternarsi di forme di luce che creano spazi sempre diversi per un procedere senza posa. Ogni tanto degli inserti rappresentativi, frammenti di quotidiano distorto, come di feste andate a male, in qualche modo degenerati. Un lavoro disperante, dove anche l’ironia sa di fiele. Nessuna pacca sulla spalla, nessun tentativo di indorare la pillola. D’altra parte l’aveva già detto Shakespeare nella sua tragedia più nera: “La vita e’ solo un’ombra che cammina, un povero attore che si pavoneggia e si dimena durante la sua ora sul palcoscenico, dopodiché non si sente più nulla. Una favola narrata da un idiota, piena di rumore e furia, che non significa nulla.”

Ph. Ilaria Scarpa

SPECIALE INTERPLAY: INTERVISTA A URI IVGI piccola conversazione su Object

Il 16 maggio come apertura di Interplay è andato in scena Object del duo israelo/olandese Ivgi&Greben formato da Uri Ivgi e Johan Greben, un lavoro molto intenso e molto violento che mi ha incuriosito spingendomi ad approfondirne la conoscenza. Questa intervista è avvenuta il 19 maggio con Uri Ivgi.

EP: Cos’è la danza per te?

UI: Per me la danza è qualcosa che non ha molti significati ma ha sicuramente molti aspetti e livelli. È tecnica, è emozione, è qualcosa che quasi non puoi toccare, è come una magia. È qualcosa che è costituita da moltissimi elementi e che si costruisce nel momento, e appena accade subito scompare. Per questo parlo di magia: a volte dici: wow! A volte dici: mmm…. È qualcosa che devi catturare nel momento che appare.

EP: Qual’è la funzione della danza, se pur ne ha una? Perché fare danza oggi?

UI: Questa è di certo una domanda importante. Per prima cosa ti risponderei che danziamo per le nostre anime. Chiunque danza, lo fa per la propria anima e il proprio spirito. La danza è una professione molto difficile che necessità di molta tecnica, molto allenamento, molta disciplina, è questo per me dimostra la difficoltà di mettere in contatto la nostra anima con la danza. Questo è il motivo per cui noi danziamo. Noi non danziamo per cambiare il mondo. Non penso che questo possa succedere, che dalla guerra, grazie alla danza, possa venire pace. Come danzatore professionista e come coreografo se posso toccare l’anima del mio pubblico allora credo di aver già fatto molto. Penso che il nostro lavoro possa avere un risvolto politico, che possa occuparsi di ciò che ci disturba nel mondo di oggi, ma non credo che possa cambiare nulla, che possa avere un effettivo impatto.

EP: Object è, secondo la mia opinione, un meraviglioso dispositivo sulla violenza implicita nello sguardo, nel processo del voler guardare qualcosa. Ma questa è il mio punto di vista di osservatore. Cos’è per voi Object?

UI: Per noi non riguarda solo la violenza. Proviamo a giocare anche con lo sguardo, della performer e del pubblico. Lei guarda e il pubblico guarda. È una sfida in cui spesso si scambia il ruolo tra chi guarda e chi è guardato. Come e in che modo essi si guardano. Il pubblico per esempio è coinvolto nell’imbarazzo di guardate il corpo della performer così esibito. Giochiamo con la sfida che necessariamente si crea. Cerchiamo di sondare quanto lontano ci possiamo spingere, del genere: mostrami di più, fammi vedere più sangue! È questo momento che cerchiamo di sfidare: chi si unirà di più a questo gioco? Lei o il pubblico? Questo è l’aspetto che più importante per noi, ma è ovvio che ci sono più livelli di lettura. Non parlerei però di violenza, più di abuso. Come guardiamo al corpo della donna e come abusiamo di questa immagine. Tutte queste posizioni così rudi in cui la performer avvolta nella plastica come un pezzo di carne, con la bocca tappata dal nostro adesivo, che mostra in queste pose così rudi ed evidenti la vagina. Questo è il modo in cui spesso si guarda alla donna: zitta e apri le gambe! È orribile.

È anche incredibilmente difficile danzare una danza così fisica avvolti nella plastica e potendo respirare solo dal naso. E quindi ci chiediamo anche noi come coreografi: stiamo abusando di lei? Cerchiamo di spingerla veramente al limite. Tutto questo lavoro è un abuso e sull’abuso.

EP: Com’è nato questo lavoro?

UI: L’idea di Object è iniziata cinque anni fa. In origine era un pezzo di 12 minuti che piacque molto e ci fu chiesto di estenderlo. Anche la musica era diversa così come l’interprete. Alyona che ha danzato Object a Torino è la terza danzatrice che ha partecipato al progetto. Nella prima versione la performer aveva un corpo androgino, metà uomo e metà donna. E fu molto forte confrontarsi anche con questo tipo di fisicità in cui ti domandavi ad ogni istante se fosse un uomo o una donna. Quando decidemmo di lavorare con lei prendemmo la stessa decisione di oggi: quanto lontano potevamo spingerci e potevamo spingerla. L’abuso della donna è qualcosa che ci tocca molto che attualmente stiamo sviluppando in un altro lavoro che tratta sempre di questo tipo di sessualità, di sofferenza, di abuso con un gruppo più vasto di performer e che si chiama Forgot to love.