A LOVE SUPREME: di Anne Teresa De Keersmaker

A love Supreme è non solo un capolavoro del Jazz, ma è un sublime incontro con il divino. Una preghiera accorata di John Coltrane in forma di suite in quattro parti: Acknoledgement, Resolution, Pursuance e Psalm. Anne Teresa De Keersmaker si confronta con questo sentiero accidentato, angosciato, profondamente sentito intrecciando alla musica la sua coreografia in un perfetto ed estatico contrappunto.

A love supreme di Anne Teresa De Keersmaeker con Salva Sanchis del 2005 ripresa in questo 2017 in occasione dei cinquantanni dalla morte di John Coltrane e andata in scena il 13 dicembre alle Lavanderie a Vapore.

Un prologo silenzioso prepara il terreno alla fusione di musica e movimento. Un luogo silenzioso costellato di frasi danzate che è preghiera prima della preghiera, dove il respiro, le prime gocce di sudore, il suono dei piedi che strisciano e battono il palco sono preludio di una musica che è attesa, agognata, evocata.

L’assetto della coreografia di Anne Teresa De Keersmaker è combinazione di struttura e improvvisazione che si impasta perfettamente con il Jazz di Coltrane. I quattro danzatori diventano strumenti fisici in movimento, quasi impersonando sax, basso, piano e batteria. Gli assoli emergono dal background, i riff, le improvvisazioni che si intrecciano alle parti composte: il suono si manifesta visibile aprendo la possibilità di emersione di sensi imprevisti e imprevedibili.

Ma quello che si vede non è un semplice calco. È dialogo, un botta e risposta, contrappunto di armonie e dissonanze, di ritmi e velocità. È composizione nella composizione. Il sostegno dei corpi e degli sguardi ricrea il sottile seppur intensissimo ascolto che lega i musicisti jazz. Un ascolto che permette gli inserimenti, l’emersione degli assoli nel quartetto, le possibilità di improvvisare, seguire, sostenere, abbracciare i temi e i loro sviluppi.

Il quarto e ultimo movimento, il salmo costruito sulla preghiera scritta da Coltrane rende ancor più manifesta questa tessitura delicata seppur solidissima: le mani che sostengono, i corpi lanciati verso l’alto, le mani che spingono e slanciano rendono visibile e corporeo quanto si ascolta nella musica, laddove il sassofono viene innalzato e sostenuto dal terreno sonoro della batteria, del contrabbasso e del pianoforte. Ed ecco che ritornano le frasi del pezzo silenzioso, un loop ripetuto e variato che chiude il cerchio perfetto di questo magico connubio tra Anne Teresa De Keersmaker e John Coltrane.

A love supreme è un magistrale saggio di composizione, ma non solo. È espressione di un dialogo virtuoso tra danza e musica dove nessuno è ancella di nessuno, dove la danza non è semplice clone della musica e quest’ultima non è semplice tappeto o colonna sonora della danza. Due anime che si intrecciano in una tessitura contrappuntistica di eccezionale maestria.

A love supreme di Anne Teresa De Keersmaker è anche un inno alla libertà, quella che si può trovare solo nella struttura. Libertà che necessita dell’assorbimento della regola e della costrizione tanto da padroneggiarla nella variazione e trovare la via di fuga. Un non essere soggetti alla regola e alla struttura perché si è diventati regola ed eccezione insieme. Padroni del linguaggio si crea linguaggio a propria volta, liberi di esplorare le possibilità e le variazioni perché si conosce alla perfezione lo spazio di azione, i confini dell’universo che si abita.

Questo essere tecnica per andare al di là della tecnica, che le nuove generazioni spesso dimenticano e tralasciano, è percorso lunghissimo, fatto di studio matto e disperatissimo, di fatica immensa che sparisce nel risultato che fa apparire l’opera semplice e fatta quasi senza pensarvi. E accordandomi a Baldassarre Castiglione, da questo cred’io che derivi la grazia.

SOLOCOREOGRAFICO: che fine ha fatto il mondo?

Domenica 26 novembre alle Lavanderie a Vapore si è concluso Solocoreografico, manifestazione guidata dal coreografo Raffaele Irace e giunta alla sua IV edizione.

Dieci giovani autori, italiani e stranieri, vincitori di un bando lanciato da Solocoregrafico, hanno presentato i loro assoli alla giuria e al pubblico e i premi sono stati assegnati. Per dovere di cronaca i vincitori di questa edizione sono: per la la danza Silent Bell di Max Levy, per la coreografia Kokoro di Luna Cenere, premio del pubblico Waragh di Masami Fukushima.

Vincono premi collaterali anche Lost in a throught di Sasha Riva e Nervure di Liliana Barros e Zement di Jill Crovisier. In testa e in coda alla serata due soli di compagnie ospiti La legende de Mesrop di Michel Hallet Eghayan e I killed Adam in eight counts di Emanuele Rosa vincitore di Principi Attivi.

Dopo la cronaca, in cui spero di non aver sbagliato nulla vista la pioggia di premi e menzioni (e mi chiedo che senso abbia un premio in cui tutti più o meno vincono qualcosa), è il momento di fare alcune riflessioni che mi sembrano doverose.

Partiamo dai lavori. Dieci giovani coreografi e danzatori che hanno presentato i loro pezzi a giuria e pubblico, dieci soli più due ospiti e in nessun caso si è visto uno spiraglio su un mondo esterno quale esso sia. Per la maggior parte si è assistito a una forma di self-espression e nulla più. Molti diranno: ma è pur questo l’arte: esprimersi e comunicare. No. O, meglio, non esclusivamente. Vi è sempre un moto di espressione di sé ma quando questo assorbe ogni cosa e non si apre al mondo, non entra in comunicazione con qualcosa che è dentro di sé ma anche altrove, il tutto si insterilisce in un atto masturbatorio.

I lavori presentati erano più preoccupati dell’estetica che di raccontare qualcosa che risuonasse anche nell’intimo del pubblico in sala. E questa preoccupazione estetica mi lascia molto perplesso. E anche qui qualcuno dirà: ma come neanche la bellezza in arte ti soddisfa? Risponderei che nei tempi dell’estetica diffusa l’arte è sfuggita da tempo al bello, e cerca la sua efficacia con ogni mezzo possibile, sia esso il kitsch, il brutto, l’orribile, il disturbante, l’inquietante.

L’arte come bello non esiste più da molto tempo, perché del bello se n’è appropriato il mercato, l’industria, il design, la pubblicità, l’intera società dello spettacolo. L’arte se serve ancora a qualcosa è nel dare uno sguardo sul mondo in maniera diversa, profonda, tagliente, e che più che emozioni generi pensieri, più che oggetti da ammirare generi processi di conoscenza.

L’arte che si ammira da lontano è un lusso di civiltà pasciute e soddisfatte. Il mondo è altro e richiede forme di espressione che siano incisive, fondanti, necessarie. Se il pubblico si allontana dalle sale è perché i lavori che vengono presentati non parlano, restano chiusi in sé, non stimolano a un intervento nella realtà quotidiana di ciascuno, non invitano a pensieri diversi su di sé, sulla società, sul mondo.

Questa involuzione estetica e oggettuale presentata a Solocoreografico è frutto sì di una scelta di una direzione artistica, ma preoccupa che così tanti giovani preparino e presentino lavori che, per quanto ben eseguiti, non contengano quasi nessuna apertura verso il mondo reale e vissuto.

Certo non voglio generalizzare, parlo esclusivamente di quanto visto ieri sera, e per questo mi chiedo: cosa voleva dirci con questa selezione la direzione artistica? Perché presentarci lavori così deboli e chiusi in se stessi? Perché non presentare nessun processo aperto a un pubblico, ma solo oggetti da ammirare a distanza (mi raccomando: non parlo di interazione, parlo di qualcosa che circoli tra sala e palco)?

Questo tipo di arte, sia essa danza, teatro, performance, non è più necessaria. Non tocca la vita di nessuno, non scuote, non modifica né incrementa la nostra percezione del mondo e delle vite che stiamo vivendo, non è scossa da nessuna visione.

Il mondo intorno a noi invece freme, si agita, è scosso e la società che lo abita ha bisogno di un’arte che risponda a queste forze telluriche, vi dia forma e figura. Un oggettino estetico da ammirare come un soprammobile non serve più a nessuno, è un passatempo demodé e francamente superato.

Solocoreografico mostra una scena demotivata e stanca, scissa dalla politica e dall’impegno, che si sollazza con qualcosa di inerte, facendo finta che tutto vada bene, e invece di ricordarci, come chiedeva a gran voce Artaud, di ricordarci che il cielo può caderci in testa in ogni momento, si limita a esprimere problemucci esistenziali di poco conto che non urtano nessuno.

Questo purtroppo non è limitato a Solocoreografico. Si riscontra anche in altri contesti. Come ho già detto altrove si baratta sempre più spesso il gran teatro del mondo con il boschetto della mia fantasia, come se a qualcuno fregasse qualcosa cosa pensa l’artista su questo o quell’argomento. Quello che si cerca andando a teatro è qualcosa che risuoni dentro e fuori di noi, che ci sia comunicazione tra scena, pubblico, società. Non frega niente a nessuno dei patemi dei singoli rispetto a problemi esistenziali di poco conto.

Ancora una volta non è solo un problema degli artisti ma delle direzioni che presentano cartelloni improntati, come questo di Solocoreografico, a una confortante, seppur perdente, immagine di un’arte estetica e senza problemi, incisiva come un fiocco di neve. La fuga del pubblico dai teatri ha una ragione ben precisa: non ne sente la necessità. Bisogna ritornare tutti a porsi delle domande fondamentali: quale la funzione del teatro e della danza? Che immagine del mondo si vuole costruire con l’azione artistica? Perché questa modalità di espressione, quale la sua necessità?

Se non torniamo a porci queste domande nessuno si sorprenda di sale sempre più deserte.

BACH di Maria Muñoz compagnia Mal Pelo

Bach e Maria Muñoz hanno intrecciato per una sera, alle Lavanderie a Vapore per Torino Danza, le loro composizioni in un quasi perfetto contrappunto. Le linee di movimento della brava Federica Porello si sono abbracciate con le note di alcuni passaggi del Clavicenbalo ben temperato del grande Johann Sebastian.

Un lavoro quello di Maria Muñoz pieno di grazia e amore per la danza e per la musica. Un’opera che potremmo definire “classica” per il rapporto armonico tra suono e movimento, in cui le due arti non sono semplicemente giustapposte per essere sostegno una all’altra, ma dialogano, si rispondono, si confrontano nel loro specifico senza alcuna sudditanza.

Mi ricordo un giorno da giovane teatrante in erba in residenza con la mia compagnia a La Fonderie del Theatre du Radeau a Les Mans, in cui chiesi a François Tanguy di spiegarmi cosa intendeva per composizione. La risposta fu di quelle assolutamente inaspettate. Ci portò tutti in teatro e ci fece ascoltare per tre giorni e quasi ininterrottamente tutte le Cantate di Bach. Ci si interrompeva a mala pena per il pranzo che veniva in fretta portato in teatro per non perdere tempo. Quando quella maratona finì ci disse semplicemente: “questa è la composizione”. Non ho mai dimenticato quella lezione, la sapiente e inarrivabile capacità del compositore tedesco di unire le differenti voci dell’orchestra e del coro, in veri e propri movimenti di massa. Potevi figurarti con gli occhi della mente le linee sonore danzanti nel contrappunto che attraversavano lo spazio, creavano figure sovrapposte e intrecciate, animavano fisicamente il luogo in cui si spandevano.

Maria Muñoz conosce questa fine arte della composizione e crea una coreografia che come una terza mano si aggiunge a quelle di Glenn Gould nell’esecuzione delle partiture del Clavicembalo ben temperato.

Una gestualità semplice nella sua complessità, che non disdegna l’inserimento di espressioni quotidiane e riconoscibili nell’arabesco astratto del movimento. Ottima, precisa ed estremamente aggraziata l’interprete Federica Porello. Ho apprezzato enormemente l’atteggiamento rispettoso con cui entrava in scena in ogni nuovo pezzo, quasi a non voler disturbare con la sua presenza lo spazio vuoto del palco. Un contegno che si trova sempre più raramente negli interpreti che irrompono nello spazio come rinoceronti in carica, quasi fosse loro diritto essere lì solo perché artisti.

La scena si rispetta e come il funambolo si inchina al filo che lo sostiene così Federica Porello entra in scena con un inchino, in punta di piedi, perfettamente concentrata, presente all’istante, in perfetto accordo con ritmo e tempo.

Non c’è molto altro da aggiungere in questo Bach di Maria Muñoz. Un lavoro dedicato alla bellezza della danza e della musica, all’armonia della composizione che non disdegna affiancare l’uso del video e un sapiente uso delle luci. Rispetto al lavoro di Annamaria Ajmone in scena sullo stesso palco pochi giorni prima, siamo su un altro pianeta. Se in quel caso la composizione era totalmente assente, dove i singoli elementi se pur validi non stavano insieme e venivano solo semplicemente giustapposti quasi oggetti caduti per caso a terra e lì rimasti in disordine, nel caso di Maria Muñoz ogni singolo elemento della scena è segno e voce e si intreccia in un abilissimo contrappunto alle altre.

Se proprio bisogna fare un appunto, l’unico che mi viene in mente, e non so nemmeno se sia un difetto, è il costante permanere di questo lavoro nell’ambito dell’estetica. In un mondo artistico che da tempo ha ormai abbandonato questa dimensione e funzione, si ha come l’impressione di essere di fronte a qualcosa di demodé o vintage. Ma questo, ripeto, non è detto che sia una colpa.

ANNAMARIA AJMONE: To be banned from Rome

Ieri sera 26 ottobre è andata in scena per Torino Danza alle Lavanderie a Vapore Annamaria Ajmone con To be banned from Rome. Uno spettacolo che mi ha lasciato perplesso per molte ragioni. Che non si debba prestar troppo fede ai programmi di sala è cosa risaputa. Molto spesso danno un’idea sbagliata e falsata di quello che si andrà a vedere. Solitamente lo leggo dopo o non lo leggo affatto perché lo ritengo uno strumento che indirizza l’occhio dell’osservatore dove vuole l’autore e io voglio invece essere libero di vedere lo spettacolo senza pregiudizi, lasciandomi investire dalle immagini e dalle azioni che accadono sulla scena. Voglio essere immerso nel processo senza dovermi muovere tra i paletti come nello slalom.

Questa volta nell’attesa purtroppo vi ho dato una letta. E mi sono incuriosito ancora di più. Si parla di nuove tecnologie, di “una riflessione sulla persona digitale”, di uno sguardo sulle community online e i loro comportamenti, ossessioni e feticismi, di una coreografia che coinvolge tecnologie popolari e crude. Vedendo To be banned from Rome di Annamaria Ajmone non si riscontra niente di tutto questo. E sicuramente ciò può essere dovuto a mie mancanze o alla mia ignoranza seppur abbia riscontrato in molti facce del pubblico la mia stessa perplessità.

Una donna con un braccio di pezza lunghissimo entra in scena e comincia a danzare con movimenti aggraziati, lenti, sinuosi accompagnata da un’interessante musica elettronica composta ed eseguita da Alberto Ricca in arte Bienoise. Sulla scena un mucchio di stracci è sul proscenio e una cassa acustica più o meno al centro dello spazio. Il braccio di pezza compone interessanti combinazione con il corpo e i movimenti della danzatrice, che è obbligata a convivere con questa protesi, a trovare dei movimenti possibili. Oltre a questo non c’è molto altro.

Questo spettacolo di Annamaria Ajmone è molto debole. Manca di struttura compositiva e ritmica, di una nervatura che sostenga il suo discorso. Dopo un segmento che occupa oltre la metà dello spettacolo, un lungo momento vuoto in cui ad agire sono solo le luci, ma in maniera non veramente pregnante. Il braccio abbandonato sulla scena viene illuminato da un taglio di luce mentre il resto della scena muta lentamente di colore, fino a giungere a un controluce basso e bianco in retroproiezione che inaugura una nuova scena. Troppi i minuti impiegati per questa operazione che peraltro non porta a nessun cambio sostanziale dell’economia dello spettacolo, e quindi non funzionale. Solo la musica riempie la drammaturgia, la sostiene, le viene in aiuto sorreggendo l’impalcatura che altrimenti non reggerebbe.

La struttura ritmica è impostata per buona parte dello spettacolo su un tono uniforme, senza picchi, creste, cadute. Gli oggetti non sono impiegati in tutte le loro possibilità espressive, ma utilizzati in maniera troppo rapida, abbandonati in fretta. Gli stracci riempiono le tasche e il vestito e subito vengono lanciati via. Nient’altro. Il mucchio rimane lì abbandonato per quasi tutto il tempo di esecuzione.

Quindi di community online, di tecnologie, di discorsi sull’identità, non si percepisce nulla in quello che si vede. Se non avessi letto non mi sarebbe nemmeno venuto in mente. Non si riesce a comunicare una ricerca che sono sicuro, c’è stata e magari anche rigorosa. Non è assolutamente detto che una giovane coreografa come Annamaria Ajmone debba sfornare capolavori uno dopo l’altro. Errori e fallimenti sono ammessi e ben vengano: aiutano a crescere purché se ne prenda atto.

Questo apre un discorso sui giovani talenti che andrebbero aiutati invece che sfruttati. Coltivarli, farli crescere affrontando le giuste tappe, dovrebbe essere una necessità di tutti coloro che hanno a cuore la danza e il teatro. Se un lavoro non è pronto andrebbe protetto, rivisto, rimandato, oppure presentato come studio incompleto, non come prima assoluta. E purtroppo spesso avviene il contrario senza perciò essere di nessun aiuto al giovane autore ed esponendolo a inutili rischi.

Ph: @Andrea Macchia

Re:search landscapes of practices

Sabato e domenica (27/28 maggio 2017) si è svolto presso le Lavanderie a vapore il convegno Re:search landscapes of practices dove artisti, provenienti soprattutto dalla danza, hanno aperto al pubblico le loro ricerche, disponibili al dialogo e al confronto. Questo è l’incipit, la cornice potremmo dire, di uno degli articoli più difficili che ho scritto.

Ho pensato veramente a lungo su cosa scrivere e in che maniera. Parlare di ricerca artistica non è facile per tanti motivi. In primo luogo perché difficile da praticare in maniera seria e continuativa, secondo perché pochissimi sono gli spazi che danno luce alla ricerca, e infine perché è un termine abusato e frainteso come pochi altri.

Da una parte è necessaria la delicatezza. Un momento di ricerca condivisa non mostra esiti certi, definitivi, completamente formati. Apre uno spiraglio su un processo lungo mesi, un pertugio da cui appare un frammento fragile di lavoro in corso. D’altro cant,o non avendo ancora gli esiti, si può valutare solo una metodologia che non essendo assodata, ma ancora in fieri, ha margini di perfezionamento e miglioramento.

Il rischio è dunque quello di fare l’elefante nel negozio di cristalli. Fatta questa necessaria premessa si può dire senza tema di far danni che ci vuole coraggio a mostrare i propri lavori, confrontare le pratiche a questo livello di maturazione. E possiamo dire con altrettanta sicurezza che al coraggio si unisce una certa urgente necessità. Il confronto tra artisti e pubblico su materiali, tecniche, ma soprattutto funzioni e più necessario che mai, quindi ben vengano le occasioni costruite per favorire tale scambio.

Ho seguito con favore ed entusiasmo questo evento, anche se purtroppo solo nella giornata di domenica, perché sono assolutamente convinto della necessità di riflettere oltre che di agire, e se si può riflettere facendo, questo è ancora più virtuosamente necessario. Ho dunque osservato con estrema attenzione le condivisioni operate da Lucia Palladino, Francesco Collavino e Claudia Adragna su cui vorrei soffermarmi un momento.

Lucia Palladino in una luce blu Yves Klein si avvolge la testa e gli occhi in una bava di filo. Una donna giunge e tagliato il filo ne prende l’estremità in bocca e risucchiandolo crea un rapporto con chi da questo filo è avvolto. Tutto è molto concentrato, senza voler rappresentare nulla, solo l’azione a cui chi osserva può dare il significato che vuole. Poi la seconda donna comincia a creare una mappa di fili nello spazio, linee direttrici, gradienti che attraversano la neutralità creando percorsi e confini in cui viene coinvolto anche il pubblico, mentre sulla parete compaiono parole.

Alla fine di questa piccola performance, Lucia Palladino da lettura di un piccolo scritto che mette luce sulle parole chiave che hanno marcato il suo lavoro. Tra quelle nominate l’attenzione, e la cura necessaria per prestare attenzione, è parola che mi è molto cara e mi ha tocca molto. E sono d’accordo con Lucia: l’attitudine e la volontà di prestare attenzione comporta una certa dose di santità. Attraverso l’attenzione si dona spazio a cose e persone, si concede loro aria e luce, le si lascia libere di esistere in molti modi possibili. È dall’attenzione verso il mondo e le cose che sorgono i Readymade di Duchamp, oggetti negletti, senza attrazione, relegati nella funzione, eppur oggetti d’arte se lasciati esistere al di là delle definizioni. Così come grazie a 4’33” di John Cage i suoni negletti del quotidiano, quelli che ci circondano in ogni momento, sono assunti a mezzo compositivo proprio dall’attenzione donata dal frame temporale.

Francesco Collavino si concentra sul concetto di catastrofe “intesa come evento deviante di un processo di traduzione”, e mostra come opera attraverso i linguaggi. Iniziando da una rappresentazione del luogo attraverso oggetti di uso quotidiano, fa ricavare dal pubblico una partitura scritta visiva che viene interpretata da una danzatrice e musicata da un compositore sull’istante. Ognuno interpreta il segnale e lo reinterpreta marcando uno scarto dall’originale. Si parte da un dato reale verso uno immaginario passando da errore di traduzione in errore di traduzione.

Infine Claudia Adragna, impacchettata nel pluriball si muove quasi sempre a terra, quasi fosse mossa dal vento, quasi sacchetto di plastica in una landa desolata. La ricerca parte dall’oggetto di imballaggio, su come serva a proteggere ma anche a imprigionare, come difenda il valore (più vale la cosa più viene imballata), ma come esso nasconda alla vista e imprigioni l’oggetto che vuole proteggere. Il progetto si chiama How Much? E intende indagare “la relazione tra utile, inutile e vendibile”.

Mi soffermo su questi tre progetti per trarre alcune conclusioni parziali. Tutti e tre gli artisti hanno condiviso con grande generosità, apertura e umiltà i loro processi di ricerca. Hanno parlato dei materiali, delle tecniche, delle intenzioni. Pochissimo si è parlato delle funzioni. Perché fare? O meglio: perché fare arte del vivo oggi? E con quelle specifiche modalità? Non è una domanda oziosa e vacua, nel perché si trova e si nasconde il valore, la necessità, il fondamento dell’agire artistico. Oggi più che mai dopo che il Novecento ha esplorato l’esplorabile, i confini sono stati abbattuti e illuminati nei recessi più oscuri e tutto è stato fatto. Il problema non è tanto la novità, quanto la coscienza dell’agire e il processo di messa in pratica di un pensiero che diventa prassi filosofica. È quindi fondamentale riflettere sulle funzioni dell’agire per definire il processo, per affinare le modalità. Porre la domanda scuote la certezza, ci fa mettere in marcia verso un altrove non ancora chiaro e delineato. La domanda concede umiltà nell’agire e spinge alla ricerca.

Vi è anche chi non pone domande ma da già le risposte. È il caso Dario La Stella e Valentina Salinas, che intendono la performance come una specie di dimostrazione, come espediente per dimostrare delle teorie che non vengono discusse dall’agire. La performance è questo quindi facciamo così. Direi che in questo modo di agire c’è una sorta di scellerato dilettantismo che fraintende completamente l’azione artistica. Una grave superficialità dettata da una certa arroganza. Se si conoscono già le risposte non vi è nessuna necessità di incontrare il prossimo, nell’eseguire un’azione in pubblico dove l’incertezza del risultato, la non ripetibilità dell’esperimento, definisce lo scarto dall’agire e ricercare scientifico. Se Cage avesse pensato per un solo istante che le sue partiture fossero ripetibili o Duchamp che fosse facile scegliere un readymade, avrebbero gettato i loro progetti al vento.

Caso diverso ancora il caso di Margherita Landi. La sua ricerca sulla sincronicità mi ha lasciato perplesso per i metodi e le premesse, e che in fondo si risolve nella scoperta dell’acqua calda. La possibilità per danzatori o attori di percepire il movimento anche dietro di loro è noto a chi la scena la frequenta e non stupisce. Da decenni esiste specifico training per certe cose, training che io stesso ho fatto da studente più di vent’anni fa. Avviare un progetto parascientifico per affermare ciò che già si sa non so fino a quanto sia necessario.

E qui si arriva a due punti dolenti della ricerca: da una parte la mancanza di conoscenza conduce a quello che in questi giorni è noto come il fenomeno della reinvenzione. Si ritorna senza saperlo su ciò che è già noto, tornano stilemi e forme che hanno già avuto vita, semplicemente perché non si conoscono esiti già avvenuti nel corso della storia dell’arte anche recente. Dall’altra quella che Simmel chiamava la tragedia della cultura, ossia un proliferare canceroso di campi del sapere e di oggetti culturali che portano la ricerca a ricercare cose inutili.

In Re:search dunque si sono incontrati processi virtuosi e meno virtuosi, ma si sono incontrati, hanno generato pensiero e dialogo, e questo è un fenomeno senz’altro positivo e necessario. Spero che ci siano altre occasioni, spero che Erika Di Crescenzo e Carlotta Scialdo portino avanti il progetto e ne affinino le modalità affinché gli incontri siano sempre più pregnanti ed efficaci. Ce n’è assoluto bisogno. Il dialogo tra artisti e pubblico deve trovare dei possibili tavoli di discussione, perché mai come oggi vi è confusione su cosa siano le Live Arts, su quale sia la loro funzione che la politica dirotta sempre più sull’enterteiment a servizio di un turismo culturale.

SPECIALE INTERPLAY: STILL di Daniele Ninarello

Ciò che risulta evidente in Still di Daniele Ninarello, anche a uno sguardo superficiale, profano, persino disattento, è una cifra di rigore implacabile, di studio serissimo, di indagine e ricerca esercitate con feroce disciplina.

La partitura di movimento, da una stasi iniziale, si infittisce in una trama di piccole frasi, a volte minimali, a volte più complesse, che si intrecciano e rimbalzano tra i tre danzatori, giungendo alla massima espansione per poi contrarsi, in maniera inversa, verso un ritorno alla stasi che conclude il percorso. Una partitura di movimento che ricorda quelle musicali di certi lavori di Steve Reich, nell’intrico complicato di ritorni, incroci e intersezioni del fraseggio e del ritmo.

Un viaggio all’interno del movimento, una battaglia costante contro la gravità. Un lavoro rigoroso, quasi scientifico, affrontato con una modalità chirurgica senza indulgere all’emotività. È il linguaggio della danza che viene analizzato nelle sue modalità, nel suo confrontarsi con le forze della fisica e le sue modalità per rapportarsi e/o sfuggire ad esse.

I tre danzatori, Marta Ciappina, Pablo Andres Tapia Leyton e Alessio Scandale, sono esecutori precisissimi, impeccabili e potenti nella loro presenza. Ho usato la parola esecutori perché non vi è interpretazione né rappresentazione, ma esecuzione di movimenti in una partitura complicatissima che richiede disciplina e precisione ineccepibili.

Un lavoro convincente che riflette sulla danza in sé, sul suo linguaggio, che non comunica niente, non rappresenta niente, è solo sé stessa e i suoi principi che si svolgono senza nulla chiedere. L’oggetto è il movimento dal suo sorgere alla sua estinzione attraverso il suo sviluppo, il tutto trattato in maniera oggettiva, distaccata, senza indulgere in manierismi.

Evocativa la scelta musicale che procede di pari passo al movimento, in un accumulo di sonorità fino al climax centrale per ritornare verso il silenzio.

Di tutt’altro tenore il lavoro che segue quello di Ninarello, Striptease del pur talentuoso Pere Faura. Interplay si è aperto con Object del duo Ivgi&Greben, un’opera feroce, violenta, estremamente toccante sullo sguardo, sull’oscenità del guardare soprattutto se riferito al corpo della donna. Uno sguardo rapace, possessivo, che senza vergogna fruga in ogni dove. Anche Castellucci si è spesso interrogato sul guardare, sulla ferocia insita nell’atto, riferendosi all’attore come colui :”che è consunto dallo sguardo ustorio degli astanti e il cui sangue auricolare è corrente, emorragia, libagione al palco”. Striptease vorrebbe parlare di questo, dello sguardo che si aspetta di vedere, del desiderio che innesca di fronte a uno striptease, ma lo fa in maniera sguaiata, sufficiente, in cerca solo della facile risata che conquista il pubblico. Un lavoro arrogante, privo di umiltà, sciatto, a volte quasi insultante. Non ho niente contro l’ironia e l’uso intelligente della leggerezza, il potere dissacrante di tali strumenti, spezza il circolo vizioso del significato che spesso per abitudine attribuiamo alle cose e ai fenomeni, ma devono essere utilizzate con sapienza, non con dissennata approssimazione. Il lavoro di Andrea Costanzo Martini, sempre visto a Interplay, è un esempio lampante.

Il pubblico ha certamente riso molto, ma di questo lavoro si dimenticherà presto, se già non è successo stamattina. Il rigore di Ninarello o la profonda meditazione di Ivgi&Greben agiscono a lungo e rimangono impressi ben oltre il tempo della visione.

FRANE di E. Chiocchini e MAP di Irene Russolilo

Sotto un diluvio memorabile ieri sera alle Lavanderie a Vapore si son visti due lavori di due giovani artiste decisamente interessanti. Da una parte la talentuosa e già affermata Irene Russolillo con Map, artista di cui abbiamo seguito l’evoluzione artistica da lungo tempo, e Eleonora Chiocchini che ha presentato Frane.

Entrambi i lavori hanno un denominatore comune: la preponderanza dell’aspetto visivo. Le immagini sono affascinanti, accattivanti, catturano lo sguardo per la loro capacità di disegnare spazi su cui l’occhio si posa volentieri.

In Frane siamo in un mondo più oscuro, ombroso, geometrico e spigoloso. La danzatrice tratteggia figure che si muovono a scatti, in una discontinuità nervosa. I veli bianchi che si lascia dietro sulla scena come la bava di una lumaca o la pelle di un serpente disegnano sul palco nero spazi geometrici che ricordano certe tele costruttiviste. Si ha comunque l’impressione di non finito, di qualcosa di mancante, soprattutto dal punto di vista drammaturgico. Se la frammentazione delle immagini è dichiarata nelle intenzioni, un franare del racconto lineare, vi è comunque un senso di incompiutezza. Probabilmente il lavoro è ancora in fase di costruzione, lo si può desumere, benché senza certezza, dalla brevità del pezzo di soli 18 minuti.

Map del duo Russolillo e Calvaresi è invece uno spettacolo più decisamente completo, finito. Da un punto proiettato nello spazio della scena e che appare, quasi solido, sul corpo della danzatrice, – evocativo e toccante l’inizio dove nell’ipnotica lentezza del movimento questo punto prende sostanza e dimensione sul corpo della Russolillo -, si sviluppa un linguaggio frammentato e frammentario che prende vita dal movimento frenetico degli arti che diventano supporto alla proiezione.

Se l’aspetto visivo è decisamente suggestivo resta la delusione che tutto sia solo superficie. La domanda che viene posta nel titolo (once you have learned to speak what will you say?) ottiene una risposta banale, che gioca su facili e sciocche battutine. Le potenzialità di un supporto tecnologico non hanno ottenuto nerbo, ossa e sangue per sostenere quello che alla fine si è dimostrato solo un gioco di visione.

Le mappe casuali disegnate con lo scotch di carta sul fondale e sul palco, le lettere proiettate ovunque da cui si formano parole a caso, la danza frenetica nel fumo illuminato da tagli di luce e dai raggi del proiettore sono sicuramente evocative, gradevoli, di una certa bellezza, ma amena, priva di sostanza come un’ombra, vuotamente gradevole. Si ha l’impressione di occasione perduta, di profondità mancate, di fascinazione del gioco tecnologico fine a se stesso.

Come se la risposta alla domanda: una volta imparato a parlare cosa dirai? La risposta fosse: semplici sciocchezze ma dette molto bene.

Da un talento come la Russolillo, una danzatrice che ha una potenza di espressione corporea rara e magnifica, ammetto di essermi aspettato di più.

ODIO Fattoria Vittadini coreografia Daniel Abreu

Una danza stupenda. Ammaliante. A volte immagini di una grazia e purezza struggenti. In certi istanti quelle donne nude velate da quelle lunghe stoffe bianche e pelose come una pelliccia, quelle donne che intrecciano ii loro corpi come serpenti, o combattono feroci come menadi, sono talmente belle da commuovere.

Odio. Questo il titolo dell’opera. Odio? Ci domanda subito dopo lo schermo dopo aver affermato il titolo. E infatti è la domanda che mi pongo all’uscita. Non dovrei provare questo fascino, questa sorta di pace che sempre mi proviene quando vedo una cosa bella. Eppure è quello che provo.

Incominciamo dal principio. Tre capitoli: il cacciatore, il nulla, successo religione e morte. In ogni capitolo si declina l’odio in tutte le sue possibili varianze. Proprio in tutte? Non credo. Sembra quasi che si voglia tralasciare gli estremi. Volutamente. Sembra che l’intenzione sia piuttosto di far trasparire la fascinazione dell’odio, soprattutto in quelle aree di confine, contigue in cui, sul filo sottile di un funambolo, un sentimento può in un istante cadere nel baratro del suo contrario. La fascinazione della caduta, l’attrazione nell lasciarsi cadere nell’abiezione, quello che Poe chiamava il demone della perversione.

E questo è molto evidente nella prima parte: il cacciatore. Il legame tra la caccia, l’assassinio e l’erotismo si potrebbe dire è la cifra del mondo greco antico. Calasso in un suo recente e stupendo libro ne mette in luce gli aspetti con la sua lucida e evocativa scrittura. Ma qui siamo più a un livello di superficie, di evidenza. C’è più sesso e lotta che vera e propria caccia. E un trapassare tra passione e violenza spesso commiste. Abbandono e forza bruta, Rapina, lascivia, sadomasochismo. L’abbandono al dolore che dà piacere ma conferisce il potere di fermare il gioco.

Nella seconda parte, il nulla, sembra più un girare in tondo al problema, mai freccia che colpisce il bersaglio, quasi un perverso e aggraziato girotondo mentre sullo schermo il catalogo delle abiezioni: stupro, violenza, intolleranza, pregiudizio e via dicendo. Non c’è perforazione solo galleggiamento. Ci si sofferma sulla superficie dello specchio affascinati dall’immagine che ne risulta. Quasi uno specchio d’Armida che soggioga la mente. L’ultima parte, quella che si richiama a successo, morte e religione, è quella più affascinante. I tre corpi delle danzatrici si intrecciano come serpi, accordi e sincronie di una trimurti nuda e splendente, in quelle luci basse e soffuse. Nessuna inquietudine, nessun fulmine a scuotere la terra. E la frase di Nietzsche: “le persone che più hanno amato l’uomo sono quelle che più gli hanno fatto danno. Hanno voluto da lui l’impossibile, come tutti gli amanti”.

Sembra un segno di resa. Come a dire che questa è la nostra natura. Odiamo perché è nel nostro DNA. Il lato oscuro della forza ci attrae e ne saremo sempre schiavi. Cioran esprime da sempre un concetto simile. Per lui l’amore e la santità sono delle aberrazioni nell’animo umano. Per raggiungerle bisogna sforzarsi e molto. L’odio è molto più affascinante nella sua semplicità. Questo mi è giunto. E mi chiedo se questo sia la sensazione che doveva arrivarmi da uno spettacolo che parla dell’odio. Non che ci sia qualcosa di giusto o di sbagliato. Anzi. Mi guardo bene dal dire che l’arte, in qualsiasi forma appaia, debba essere giusta o sbagliata o che ci sia in essa del giusto e dello sbagliato. Non è compito dell’arte dare giudizi. Majakovskij scriveva che l’arte non è lo specchio del mondo ma il martello con cui forgiarlo. Ecco in quest’opera, seppur magnifica, seppur minuziosamente cesellata come un bronzo di Donatello, mi è mancato il martello. La fascinazione, l’ammaliamento, mi lasciano distante ammiratore. Ne subisco il fascino distaccandomene subito.

Nel buddismo tibetano le immagini più orrorifiche sono entità benevole perché conducono al distacco e alla verità. Quelle più suadenti e meravigliose sono demoni che conducono alla fascinazione de e per la vita. Ecco, Odio, mi sembra proprio questo tipo di apparizione. Bella, stupenda, persino accattivante, anche quando tocca la perversione. Affascina ma non incide. È come il bacio voluttuoso di un succubo, ti ama fino a sfinirti, lasciandoti vuoto.

TRE UNO di Fabio Liberti con Elita Cannata, Davide Valrosso, Anna Jirmanova

Tre Uno, viene definito sul programma di sala come un viaggio. Definizione fatta tramite domande: verso cosa? Attraverso cosa? E cosa c’era dentro? Sono le stesse domande che si pone lo spettatore alla fine dello spettacolo. Un palco ricoperto di palloncini neri. Sul proscenio una linea bianca, netta. Poi una danzatrice che compie i primi passi in questo mare nero di palloncini. Segue l’entrata degli altri due danzatori, la linea diventa un quadrato che racchiude e da cui si evolve un paesaggio naif, con casette dal tetto a punta e comignolo fumante, albero in giardino e uccelli in volo. I palloncini scoppiano, diradano per lasciare lo spazio a questo paesaggio infantile ed elementare. Infine il buio in cui echeggia il suono dei palloncini scoppiati. Questo il viaggio. Una proposta un po’ troppo naif, ingenua, infantile, nel senso di rifarsi agli stereotipi iconografici dell’infanzia. Benché work in progress non sembra che questo lavoro possa riservare sorprese verso una complessità che doni spessore. Si ha l’impressione di trovarsi di fronte a una visione basica, estremamente lineare, a un messaggio di banale ottimismo del tipo: la marea nera che circonda il nostro agire sarà rasserenata dall’azione creatrice e immaginatrice. Ma l’immaginazione proposta è costituita da stereotipi, da schemi ripetuti e frusti. Tra i lavori proposti fino ad ora alle Lavanderie a Vapore nella rassegna Permutazioni, progetto, lo ricordiamo, di residenze creative promosso da Zerogrammi e dalla Fondazione Piemonte dal Vivo, Tre Uno è sicuramente il lavoro più debole e scontato. Elias Canetti diceva: “Solo ciò che tocca la collettività nel suo insieme mi pare degno di essere rappresentato”. A questo pensiero non posso che associarmi. In questa contemporaneità afflitta da innumerevoli conflitti sociali ed economici, non servono risposte semplici e banali. Serve uno sforzo per comprendere, per poter vivere e forse solo in questo risiede una possibile funzione per le arti. Non serve a niente e a nessuno una confortevole visione, serve essere crudeli, come può esserlo un medico che incide la carne per raggiungere il male.

Foto: Fabio Melotti

TRENTESIMO di Roberta Bonetto

Un giovane, Vitangelo Moscato sale su un ascensore per raggiungere un colloquio di lavoro e rimane bloccato. Questa la vicenda. Un piccolo quadrato di luce nel quale un danzatore resta imprigionato suo malgrado. Nessuno viene a liberarlo e lui non può raggiungere il colloquio. Vitangelo comincia a esser preso dall’ansia di perdere un’occasione per cui si è preparato con così tanta cura e con così tanto tempo. Ma la prigionia è il colloquio stesso, la verifica da parte dell’azienda, delle capacità di sopportazione del candidato. Da questa situazione si sviluppano divertenti dialoghi tra il danzatore e la voce che proviene da un lontano ufficio dove si sta valutando le reazioni del candidato, che man mano che procede la prigionia, comincia a rivalutare il suo percorso e le sue convinzioni. Tutto questo studiare, aggiornarsi, scrivere curricula, in fondo a cosa serve? Tutto questo prepararsi, essere pronto a sostenere qualsiasi cosa pur di ottenere un lavoro e una carriera, sono veramente necessari? Questo ripensare, rivedere le proprie posizioni, così come l’ambiente claustrofobico, la costrizione, lo stress che la condizione di recluso forzato comporta, sono evidenziati da una danza sincopata, nervosa, costruita a partire da gesti quotidiani facilmente riconoscibili, una danza che è divertente e ossessiva nello stesso tempo.

Trentesimo è andato in scena ieri sera 10 marzo 2016 presso le Lavanderie a Vapore nell’ambito di Permutazioni un progetto di residenze creative promosso da Zerogrammi e dalla Fondazione Piemonte dal Vivo, ed è un work in progress e come tale presenta alcuni difetti e molte potenzialità. Tra i primi, una drammaturgia a volte farraginosa, inconcludente, e il finale decisamente in tono minore che non risolve la vicenda né lascia trasparire interrogativi forti. Tra i punti di forza l’interpretazione del danzatore Gabriel Beddoes che con spigliata comicità napoletana un po’ alla Troisi supplisce alle manchevolezze di una drammaturgia difettosa, troppo accusatoria e con volontà di dire troppo, tanto da assoggettare la libertà del corpo danzante a una significazione imprigionante, e senza alla fine risolvere i nodi essenziali. Il finale inconcludente lascia l’amaro in bocca, ma forse, essendo un work in progress, sarà, ci auguriamo, migliorato nel futuro.

Foto: Fabio Melotti