Speciale Tdanse: cosa ci aspettiamo dall’occhio che guarda? Piccole riflessioni intorno all’audience engagement

Si è conclusa ad Aosta la terza edizione di Tdanse, Festival internazionale della nuova danza, diretto da Marco Chenevier e Francesca Fini in scena alla Cittadella dei giovani dal 14 al 21 di ottobre.

Benché nel nome Tdanse sembri rivolgersi esclusivamente all’arte coreutica, la sua programmazione propone una scena declinata secondo tutte le sue molteplici possibilità di espressione. È sempre più difficile, o forse inutile, distinguere le varie arti che sempre più si offrono ibride all’occhio di chi guarda.

La scena sfugge e sfida sempre più le definizioni tanto che viene da chiedersi se siano veramente necessarie. Mi sembra anzi questione oziosa e priva di importanza.

A mio avviso non è tanto il linguaggio utilizzato a essere importante quanto le funzioni che la scena assolve nel contesto sociale. Perché trovarsi in un luogo e partecipare a uno spettacolo dal vivo? Cosa propone di irrinunciabile il teatro, inteso nel senso più ampio possibile, che altre esperienze non possono dare? Che tipo di esperienza si vuole condividere con il pubblico sempre più ricercato e chiamato ad assistere?

Oggi la parola chiave di ogni progetto è audience engagement ma pochi si chiedono invece cosa sia necessario a questo pubblico tanto ambito quanto il regno del Prete Gianni. Si cercano i numeri e poco ci si interroga su cosa questi numeri dovrebbero trovare nello spettacolo dal vivo. Le strategie messe in atto dai singoli festival, anche quelle più efficaci, non sempre sembrano porsi queste domande. Tdanse in questo mi pare un’eccezione.

La Valle d’Aosta è un territorio difficile, definito dal Ministero regione “teatralmente disagiata”, priva di un Teatro Stabile, ma questo forse è un bene, e anche priva di compagnie di produzione riconosciute da Roma. Regione defilata, quasi isolata nell’angolo Nord-Ovest, chiusa dalle sue splendide montagne, difficilmente raggiungibile a meno che non si abiti a Torino o Milano. Inoltre la Valle d’Aosta si è resa colpevole di abbondanti tagli alla cultura in misura più significativa che nel resto del nostro paese.

In questo contesto il pubblico valdostano si è trovato orfano di un’offerta culturale e si è abituato a stare senza. Presentare un festival che si occupa esclusivamente di scena contemporanea è quindi una sfida difficile che rischia di naufragare se non si tiene in debito conto lo scenario in cui si viene a operare. Le strategie di incontro con il pubblico diventano fondamentali.

Tdanse cerca in primo luogo di creare una comunità costituita da artisti, pubblico e operatori e per ottenere questo risultato ha scelto intelligentemente di operare su tre livelli: l’inclusione delle nuove generazioni, inserimento nell’attività del festival delle categorie deboli della comunità come i disabili e i migranti, e l’ospitalità diffusa tra gli abitanti di Aosta che aprono le loro case private ad artisti e operatori.

Le azioni di maggior successo mi sembrano quelle rivolte ai giovani. Spesso gli studenti delle scuole sono utilizzati come l’ovatta per riempire i vuoti, deportati della cultura il cui unico scopo è aumentare la quota pubblico per nascondere il disinnamoramento dal teatro. A Tdanse questo non avviene perché si è costruito un rapporto, si è voluto che il festival fosse loro e non solo per loro. E i ragazzi rispondono con entusiasmo, non solo riempiendo il teatro, ma prendendosi carico della sua organizzazione.

Fin dalle prime ore del pomeriggio, liberamente, i ragazzi prendevano possesso della Cittadella chi aiutando i tecnici nella costruzione delle scene o nel reperimento materiali delle performance, chi partecipando ai lavoratori, chi ad aiutare lo staff nell’organizzazione e chi, semplicemente, veniva a incontrare gli artisti.

Tdanse tenta di ricostruire il rapporto con la scena partendo dai giovani, valorizzando la loro esperienza e il loro apporto. Il merito di questa operazione non va solamente allo staff del festival ma anche alle docenti del Liceo Artistico di Aosta che hanno sposato il progetto e hanno saputo coinvolgere i ragazzi nella giusta maniera.

Molta strada è ancora da fare perché la risposta della città di Aosta resta intermittente e discontinua. Molti settori di pubblico, soprattutto gli adulti e gli anziani restano in gran parte latitanti. Inoltre Tdanse si concentra quasi esclusivamente tra le mura della Cittadella dei Giovani e avrebbe bisogno di una maggiore apertura e diffusione sul territorio cittadino. La strada intrapresa è comunque quella giusta e darà frutti proficui negli anni a venire se perseguita con lo stesso entusiasmo ed energia.

Come abbiamo detto tutte queste operazioni di audience engagement tendono a raccogliere una comunità intorno agli spettacoli proposti e qui, dopo aver analizzato alcuni spettacoli, vorrei proporre alcune riflessioni.

Overload di Sotterraneo è un lavoro ad alto grado di interattività con il pubblico, costruito a cavallo tra la sfida e la complicità sulla questione dell’attenzione. A cosa siamo attenti? A quello che ci distrae e ci conduce a un continuo movimento di fuga da un argomento a un altro oppure a ciò che ci focalizza sul particolare escludendo il quadro d’insieme?

Overload si costruisce nel suo farsi, a seconda se il pubblico segue il racconto di David Foster Wallace o attiva i contenuti extra proposti dai performer. Ma scegliendoli veramente si è disattenti? Oppure l’attenzione si focalizza più sull’azione che sul discorso? É veramente interessante e degno di attenzione ciò che dice il finto David? Overload è una cornucopia di domande sulla nostra realtà e sul bombardamento di informazioni e stimoli a cui siamo quotidianamente sottoposti, gragnola di questioni che sorgono proprio secondo il grado di risposta del pubblico.

Melting pot di Marco Torrice, coreografo italiano residente a Bruxelles, propone un evento performativo in cui i confini tra esecutore e pubblico vengono resi permeabili. Come fosse un pezzo jazz, Melting Pot si compone di vaste aree di improvvisazione danzata che si intrecciano a linee più codificate e composte in cui il pubblico può inserirsi, scambiando esperienze di danza, liberando le proprie energie in comunione con i danzatori. Un evento che sta tra la performance danzata e una festa, non struttura solida ma fluida.

La compagnia 7/8 chili formata dal duo Davide Calvaresi e Giulia Capriotti presenta Ciak, gioco scenico a sfondo cinematografico sull’interazione figura-video. Una telecamera riprende in falsa prospettiva piccoli oggetti e l’azione della performer. Lo spettatore vede nello stesso tempo l’azione sulla scena e il suo risultato filmico, ne valuta lo scarto, si fa avvincere dalla malia della trasformazione. Inoltre in un caleidoscopio di citazioni filmiche, ironico e divertente, l’occhio dello spettatore riconosce e si riconosce. Il gioco non è limitato alla sola scena ma travalica in platea dove il pubblico stesso si trova a essere personaggio in questo vorticoso montaggio tra reale e immaginario.

In From Pierced Darkness flowers grow di Paul Carter ci si trova di fronte a una grande struttura nera, quasi piramide dal cui vertice emerge solo la testa dell’artista. Al pubblico viene chiesto di esprimere un pensiero sorto da questa architettura nera, di legarlo a un lungo palo di legno e di configgerlo nel cuore dell’edificio. Nella seconda parte il pubblico viene invitato a entrare nel monolite. Ci si trova di fronte al corpo dell’artista ricoperto d’oro, su un tappeto erboso trafitto dai bastoni alla cui base il pubblico può piantare dei fiori simboli di rinascita. La performance trae origine da un’esperienza dolorosa dell’artista che attraverso un’azione simbolica condivisa dal pubblico cerca di trasmutare il piombo in oro, quasi operazione alchemica passaggio tra la nigredo e l’albedo. L’azione di Carter utilizza il pubblico come strumento per una propria trasfigurazione senza veramente attivare un proficuo meccanismo di condivisione.

Nella sua seconda performance No man is a island: swim to me, il materiale della prima performance è sottoposto a trasformazione. L’artista è racchiuso in un fascio di legni neri e circondato da un cerchio di terra su cui sono poste le piantine di violette. Un lungo ombelico nero unisce la sua struttura con il pubblico. L’artista cerca faticosamente di distruggere la gabbia nera mentre gli spettatori grattano con coltelli e raschietti l’ombelico portando alla luce il bianco sottostante.

Pual Carter nel tentativo di liberarsi dalla sua gabbia di legni cade, fatica a rialzarsi, è evidente la sua sofferenza. Molte persone del pubblico entrano nel cerchio per aiutarlo ma l’artista rifiuta il loro soccorso. Con questo diniego fatalmente il rapporto con lo spettatore si frantuma e l’artista viene lasciato solo a continuare la sua performance. Quell’uomo rimane un’isola al di là dell’intenzione dell’opera.

Questa lunga descrizione mi conduce al nocciolo della riflessione che vorrei proporre. L’apertura o la chiusura di un canale di scambio e comunicazione diventa fondamentale nell’esperienza del pubblico. Laddove la possibilità di condivisione si chiude, il pubblico rifiuta di essere un semplice organo ricettivo. La complicità, la partecipazione, l’inclusione diventano i nuclei su cui misurare la necessità di un lavoro. Il pubblico non vuole più sentirsi spettatore ma desidera prendere parte a un processo.

L’azione di audience engagement di un festival si interseca quindi fatalmente con quella dell’artista che a sua volta propone delle regole di ingaggio allo spettatore. Se il rapporto con l’opera si esplica in una semplice visione passiva, se non vi è una strategia di inclusione o condivisione, il pubblico resta nella migliore delle ipotesi freddo, distante. Quindi l’efficacia delle strategie di un festival vanno a braccetto con quelle dell’opera e dell’artista? Devono venire in qualche modo integrate? L’una soggiace a quella dell’altro?

Forse il problema risiede proprio, come in Overload di Sotterraneo, nella nostra incapacità di prestare attenzione se non quando siamo iperstimolati. Forse invece è cambiata la percezione dell’opera d’arte da parte del pubblico che vuole condividere il processo artistico. Resta comunque la questione soprattutto quando il pubblico è composto da giovani o giovanissimi pronti a rifiutare una modalità di partecipazione passiva allo spettacolo dal vivo.

Tdanse ci ha dunque offerto un viaggio esplorativo delle dinamiche di partecipazione dell’opera d’arte dal vivo. Ci ha posto delle questioni che dovranno essere esaminate con attenzione, perché riguardano il futuro delle live arts e le sue funzioni nel nostro contesto sociale. Che tipo di esperienza ci chiede il pubblico? Cosa vogliamo veramente condividere con lui?

In conclusione vorrei riportare la risposta che mi hanno dato i ragazzi che in questi giorni ad Aosta hanno partecipato al mio laboratorio di critica alla domanda: cos’è per voi il teatro? Alcuni di loro mi hanno risposto: un luogo per discutere i problemi. Mi ha sorpreso. Una risposta del genere è rara persino tra gli artisti. Ma se è questo quello che veramente i ragazzi percepiscono forse dovremmo tenerlo in considerazione. Per discutere dei problemi bisogna essere in due. Se uno parla e l’altro ascolta non si dà un dialogo ma un monologo. Forse il dialogo lo dobbiamo costruire. Pensiamoci.

Speciale Tdanse: Aline Nari e Fabio Ciccalè ovvero l’elogio della semplicità

Ad Aosta è iniziata una nuova edizione di Tdanse, Festival internazionale della nuova danza diretto da Marco Chenevier e Francesca Fini.

Dal 14 al 21 di ottobre, per una settimana, la Cittadella dei Giovani di Aosta viene abitata da artisti, pubblico e operatori, comunità che si incontra e scambia esperienze su un orizzonte scenico a cavallo tra danza, teatro e performance art.

Tdanse dipana il suo ricco programma tra incontri, conferenze, spettacoli, performance e momenti di dialogo e discussione. Un festival dunque aperto al confronto non solo tra le diverse arti, ma soprattutto tra le componenti della collettività che si riunisce intorno alla scena.

Nei primi tre giorni di festival due spettacoli mi hanno particolarmente colpito per la loro semplicità francescana. Alla parola semplice si è ancorata come una muffa o un parassita una certa aurea dispregiativa, come se l’essere candidi, comprensibili ed essenziali sia una sorta di difetto. Ci si dimentica che le acque limpide permettono di vedere le profondità, le asperità di un fondale quasi sempre nascosto dall’opacità ritenuta, troppo spesso, caratteristica fondamentale dell’atto artistico.

Semplice non vuol dire ingenuo né banale. Ha più un’attinenza con l’essere sostanziali, precisi e lineari come una freccia, focalizzati su una questione specifica, esposta con candore ma minuziosamente.

È il caso de Il colore rosa di Aline Nari e Indaco. Un colore per un danzatore di Fabio Ciccalé. Due spettacoli con finalità diverse e dirette a pubblici distinti. Aline Nari rivolge la sua favola danzata ai più piccoli, mentre Fabio Ciccalé condivide la sua esperienza di vita a una comunità/pubblico più allargata.

Aline Nari, affiancata da Gabriele Capilli e Giselda Ranieri, riflette sulla formazione dell’identità di genere al di là degli stereotipi per mezzo del colore rosa. È un colore da femmine? I maschi in rosa sono disdicevoli? E la luna, o la playstation o la sedia sono maschi o femmine? La loro e nostra natura sono veramente così incasellate, bloccate dai significati loro attribuiti nel tempo?

La ricerca di un proprio colore rosa, della personale sfumatura di tintura è ricerca non solo di un genere ma di un’identità individuale che è nostra solamente. Il colore rosa di Aline Nari è un viaggio fiabesco verso la riappropriazione del senso di sé al di là dei giudizi degli altri e degli stereotipi sociali.

Il linguaggio è quello della favola, i personaggi sono semplici schermi su cui proiettare la propria esperienza e ricerca. Il tono dello spettacolo è leggero, venato di ironia garbata di chi non si prende troppo sul serio anche quando tratta temi importanti e capitali. Le luci sono suggestive ed evocative, con molte piogge, controluce e tagli bassi che disegnano immagini nette di un mondo fantasioso in cui “il velo è tanto sottil che il trapassar dentro è leggiero”.

Il colore rosa è uno spettacolo di teatro danzato comunicativo ed empatico, non privo di inquiete ombre affrontate con serenità, in cui i bambini si sentono a proprio agio e partecipano e intervengono, prima e dopo la rappresentazione.

Indaco di Fabio Ciccalé è invece un viaggio o, per meglio dire, un percorso di formazione attraverso varie esperienze di vita. Una scena vuota, fiocamente illuminata da un faro basso a terra a tagliar la scena in diagonale. Una luce diffusa senza gelatina pronta solo a illuminare quanto basta.

Il palco, luogo di attraversamento e formazione, viene mano a mano illuminato da neon disposti sul perimetro, accessi gradualmente mentre nello spazio si dipanano brevi episodi di danza. Gli stili cambiano, i toni si fanno ironici, drammatici, intimi, sofferenti, malinconici e sereni. Il gesto da cui si forma la danza è spesso quotidiano, banale, come il grattarsi la nuca, o lavarsi un’ascella, ma è anche sensuale, erotico, o crudele. Un mondo interiore ed emotivo di forte empatia, offerto con modestia, quasi in sordina, come a dire non fateci troppo caso, non sto parlando veramente sul serio.

Una vita danzata e condivisa, senza filtri e sovrastrutture complicate, quasi nuda e indifesa e perciò potente, perché fragile, delicata, lontana da ogni aggressività egocentrica e quindi condivisibile. Un viaggio che termina in un mare di barchette, un semplice telo con figurine di carta da gioco di bimbi illuminato dall’indaco, colore associato alla maturità. Una vita che forse alla fine, recuperando quel poco di fanciullino sopravvissuto alle peripezie della vita agra, può affrontare quella notte che vien per tutti, alla fine del viaggio che compiamo inesperti e deboli nonostante tutte le nostre vanagloriose velleità.

Due spettacoli efficaci, di grande empatia, diretti e comprensibili, non affetti dalla volontà di voler troppo dire, docilmente offerti e condivisi, ma non per questi privi di profondità e pienezza di senso. Entrambi affrontano il mondo e la difficoltà che l’accompagna, ma senza pesantezza. Piccole domande bisognose di risposta, quesiti che tutti conserviamo nella nostra anima afflitta, che troppo spesso con cieco cinismo lasciamo inevase, quasi vergognandoci della nostra comune fragilità.

Indaco e Il colore rosa sono efficaci proprio perché risvegliano in noi delicatamente quel domandarsi chi noi siamo e che ne sarà di noi, maschi o femmine, forti e deboli in questo viaggio che ci troviamo a percorrere e al termine del quale ci aspetta la notte.

SPECIALE TACT FESTIVAL: QUINTETTO di Marco Chenevier

Il 23 maggio al TACT Festival di Trieste è andato in scena Quintetto di Marco Chenevier. Lo spettacolo prende spunto dalla polemica di Emilio Fede che coinvolse, suo malgrado, Rita Levi Montalcini in seguito ai tagli alla ricerca scientifica e dai clamorosi tagli alla cultura in seguito alla crisi economica, tagli che nel caso della Valle D’Aosta hanno raggiunto percentuali insostenibili dell’80%, e che in media nazionale sono state pari al 35%.

La realtà irrompe sul palcoscenico senza mezzi termini. Non siamo nella rappresentazione, né nella simulazione, siamo di fronte piuttosto a un’operazione critica attraverso le armi della rappresentazione.

Quintetto di Marco Chenevier si palesa fin dal suo apparire in scena come un gesto politico e insieme artistico. Nel raccontare la vicenda di Rita Levi Montalcini, protagonista evocata dallo spettacolo e impersonata dallo stesso Chenevier, si illustra la grave situazione del mondo culturale italiano i cui stipendi, causa i tagli, si vedono ridotti dell’80%. Cosa comporta? Che un quintetto è insostenibile, così come il tecnico luci e audio. Chenevier è dunque solo in scena.

Cosa possiamo fare dunque visto che ormai un biglietto è stato pagato. Proviamo a farlo insieme. Il pubblico è chiamato in scena a collaborare a un’improvvisata messa in scena. Chenevier racconta la sua idea di coreografia, che vuole rappresnetare gli effetti dei tagli alla ricerca scientifica sul corpo vetusto della Montalcini, agli spaesati volontari che non solo devono intervenire sulla scena, ma gestire i cambi luci da mixer, scegliere le musiche di accompagnamento e diffonderle al momento giusto. Cosa può succedere?

Tutto e il contrario di tutto. Errori esilaranti, incomprensioni, gaffe clamorose, perfino momenti commoventi, inaspettati, fulminei come un temporale estivo.

Marco Chenevier si mette nelle mani dell’imponderabile, niente è sotto il suo controllo, nemmeno i suoi assoli che si trovano a coesistere con luci imprevedibili e una colonna sonora alquanto bizzarra (si passa dai Carmina Burana alla colonna sonora de Il Signore degli anelli). Il tutto è ovviamente esilarante, dirompente e soprattutto azione politica efficace, in quanto vengono palesati gli effetti dei tagli alla cultura e la reazione che l’arte sa opporre per la sua perpetua rinascita.

Marco Chenevier in Quintetto, non piange sul fiume di Babilonia, reagisce, risponde colpo su colpo. Utilizza il dato drammatico, che permane, per costruire un meccanismo intelligente e fine di rivolta politica ed eccellenza artistica.

Gli errori dovuti alla mancanza di danzatori professionisti e di tecnici qualificati diventa materia significante, comica, dirompente. L’errore non è più tale, è segno, è resistenza, è sberleffo, è l’arte che trova sempre il modo di sopravvivere anche di fronte all’estremo.

Attenzione: non è che si dica che il finanziamento pubblico non sia necessario, che si vive anche senza. Se così fosse sarebbe solo un gesto infantile, non artistico-politico. Quintetto è un gesto di reazione che grida una necessità e in cui si utilizza quello che il dato di realtà pone davanti all’artista, capace di trasformarlo in azione efficace e significante nonostante tutto. E tale operazione è anche una presa di coscienza del pubblico di quanto il dato di realtà pesi sull’azione culturale, e come questa sia capace di mantenersi viva e vegeta, il tutto attraverso l’arma tagliente dell’ironia dissacrante.

Si ride in faccia al potere che misconosce l’utilità e l’azione dell’arte, considerandola superflua e quindi sacrificabile. L’arte è una necessità imprescindibile nell’uomo che si è evoluto anche e soprattutto grazie alle storie che ha saputo creare.

Vedendo Quintetto di Marco Chenevier sul palco del Teatro Stabile Sloveno di Trieste ho potuto apprezzare una volta di più l’incisività dell’agire scenico di un artista che non scinde mai l’arte dalla politica, e come questo non sia mai il classico lamento all’italiana ma sempre azione propositiva, positiva, irriverente. E soprattutto, in un ambiente che non si schiera quasi mai, la sua è una scelta di parte.

Come il Partigiano Johnny di Fenoglio sceglie un fronte di combattimento, anche a costo di trovarsi in the wrong sector of the right side. L’azione culturale non sempre è oppositiva ma lo è spesso. È quasi una necessità il prendere posizione perché è la realtà in cui viviamo che è in gioco. Anche quando l’autore scompare dietro la sua opera essa si staglia sempre come gesto politico. Per quanto Shakespeare non si schieri con o contro Riccardo III, il discorso è sempre politico e mette in scena il potere e la lotta per il trono.

Quintetto di Marco Chenevier, nonostante tutto va in scena, e lo fa in un certo modo, con quello che c’è a disposizione. La pochezza di mezzi non è però scusante e diviene motore e protagonista di resistenza efficace. Come nella migliore commedia di Moliere ridiamo delle miserie della nostra società, ma quando la risata è finita siamo costretti a farci i conti e a prendere una decisione da che parte stare. Non possiamo esimerci. Fare nulla è già fare qualcosa. È già una scelta di parte.

Ph: @Alex Brenner

SPECIALE INTERPLAY: Salvo Lombardo, Luna Cenere, Marco Chenevier

Martedì 22 seconda giornata di Interplay e al Teatro Astra di Torino vanno in scena tre artisti, Salvo Lombardo, Luna Cenere e Marco Chenevier, che presentano lavori estremamente diversi per natura e metodo compositivo.

Apre la serata Present Continuous di Salvo Lombardo, prodotto dal Festival Oriente Occidente e Versiliadanza, con il sostegno di Teatri di Vita, Did Studio di Ariella Vidach e Anghiari Dance Hub.

Il lavoro di Salvo Lombardo è una caccia al gesto quotidiano da riutilizzare come elemento compositivo. Viene spesso usato, per la ricerca di Salvo Lombardo, il termine ready made gestuale ma questa definizione mi lascia perplesso. Il ready made presuppone un andare al di là del gusto, sono oggetti né belli né brutti, anonimi, schiacciati dall’indifferenza dell’uso e svincolati dalla loro funzione quotidiana. Non credo sia possibile applicare questa definizione alla gestualità in quanto un movimento del corpo non è mai anonimo, rivela sempre un’intenzione, un’appartenenza, qualcosa di chi lo esercita anche quando sfilacciato dall’abuso. Inoltre in questo caso il contesto d’uso permane. Si tratta per lo più di una rielaborazione.

Inoltre la ricerca sui gesti quotidiani, estrapolati e rielaborati non è nuova nelle arti sceniche, non solo nella danza. E penso soprattutto a Kantor, dove la definizione di ready made gestuale è decisamente più calzante.

Il campo di ricerca di Present continuous di Salvo Lombardo è il club, o discoteca. I gesti vengono osservati, catturati e imitati sul campo, in seguito ripresi e rimontati in sequenze che vengono nuovamente imitate sulla scena. I quattro danzatori sono in un quadrato-arena delimitato da un nastro rosso. Nell’angolo in alto a destra una console dietro un bancone. Colonna sonora: musica elettronica da club. I danzatori si aggirano in torno all’arena con un bicchiere da cocktail, chiacchierano intorno alla console. Quando entrano nell’arena iniziano a danzare presto imitati dagli altri. I gesti si scambiano, vengono elaborati insieme benché ognuno alla sua maniera. Siamo dunque ancora nella rappresentazione, si simula il contesto di origine e semplicemente si rielabora un materiale.

Present continuous di Salvo Lombardo per quanto interessante sulla carta, ripropone qualcosa di già visto. Un tributo al club che torna ciclicamente sulle scene. Tutto è ampiamente prevedibile dopo pochi istanti. Unico momento veramente interessante dove alla musica da club si sostituisce quella da balera romagnola, e dove i gesti catturati e la danza che ne deriva sono in un contesto simile benché diversissimo e l’azione diventa ironica e perturbante insieme. Benché anche in questo caso non ci si trovi di fronte a qualcosa di imprevisto o inaudito.

Certo oggi non è che sia necessaria per forza la novità. Anche solo un estraniante rimescolamento delle carte sarebbe sufficiente, ma purtroppo ci troviamo di fronte solo a un lavoro noioso, puramente intellettuale, che non aggiunge o toglie niente a quanto già visto sulle scene.

Kokoro di Luna Cenere è un pezzo breve che ho già avuto modo di vedere due volte lo scorso anno, sempre nella sua versione incompleta e ogni volta mi è rimasta la curiosità di vederlo nella sua versione integrale.

Il corpo nudo della danzatrice è in una posizione innaturale. La testa in basso le gambe distese oltre la testa, le braccia a terra. Da questa posizione lentamente il corpo assume nuove pose e questo muoversi come in un acquario emette sempre nuovi immaginari. La luce a pioggia, tenue, fioca, disegna ombre mobili sulla muscolatura che si tende, gonfia, si rilassa o distende. La nudità, spesso abusata, diventa materiale duttile per l’emersione di nuove immagini che in qualche modo, contro la nostra volontà, ci portano a vedere altro.

Il corpo assume sempre nuove pose e dalla verticalità iniziale che si innalza o immerge come danza di medusa, si passa a uno strisciare a terra, dapprima lento poi sempre più convulso e faticosamente ci si innalza a una posizione eretta, in cammino verso un esterno. Quasi un prontuario dell’evoluzione da organismi acquatici, ad anfibi striscianti fino all’uomo. Un lavoro molto raccolto e concentrato in questa prima opera da autrice di Luna Cenere già molto apprezzato tanto da entrare nel circuito Anticorpi XL e nella vetrina Aerowaves.

A chiudere la serata Questo lavoro sull’arancia di Marco Chenevier che ho già avuto modo di recensire lo scorso dicembre dopo averlo visto, proprio insieme a Luna Cenere sul palcoscenico di Exister a Milano, per cui per la recensione rimando a questo link http://www.enricopastore.com/2017/12/04/lavoro-sullarancia-marco-chenevier/

In questa sede mi limito ad alcune osservazioni. Marco Chenevier è artista che ama mettere in scena dei dispositivi inclusivi delle azioni del pubblico, e tali dispositivi sono sempre trappole che obbligano a un pensiero. Nel congegno sadico e violento, seppur ironico e divertente, che Questo lavoro sull’arancia mette in opera, ogni scelta, seppure una non-scelta, diventano un marchio che si attaglia su ciascun membro del pubblico. Osservare senza nulla fare è prendere parte, assumersene una. La cosa non riguarda solo chi decide di prendere parte, chi decide di torturare o farsi torturare per cinque euro. Tutti siamo coinvolti nessuno escluso.

Questo lavoro sull’arancia ci rivela come società, ci denuda per quello che siamo. E ogni volta, cambiando il pubblico, muta la percezione che si ha di noi stessi. Le scelte si modificano, le azioni si fanno più o meno incisive. E ogni volta ogni accadimento diviene scenario politico e specchio di una comunità.

Tra la versione milanese e quella torinese la temperatura, l’incidenza delle azioni, la partecipazione, tutti i parametri in gioco sono mutati e ricombinati dando un esito totalmente diverso tanto da rendere il dispositivo uno strumento di indagine sociologica e antropologica più che artistica, o forse tali ed efficaci proprio perché si esplicano attraverso l’azione artistica.

E l’altra considerazione è che Questo lavoro sull’arancia di Marco Chenevier, sia un saggio sulla potenza dello sguardo e sulla sua azione tagliente e mai neutra. Chi guarda spesso non fa nulla, guarda e basta, ma in quel far niente agisce in maniera indelebile tanto da modificare la realtà. Guardare il danzatore che, nonostante l’intolleranza, è costretto a bere un bicchiere di latte, dice molto di noi stessi. Noi che non interveniamo e vediamo come va a finire, siamo attori esattamente come il volontario carnefice. Non esiste posizione neutra. Tocca una scelta. Va fatta perché anche non agire è decidere da che parte stare.

QUESTO LAVORO SULL’ARANCIA di Marco Chenevier

Sabato 2 dicembre alla Dancehaus di Milano nell’ambito del festival Exister è andato in scena Questo lavoro sull’arancia di Marco Chenevier con Alessia Pinto, spettacolo di estrema intelligenza e acume, che presenta la danza non come oggetto da ammirare ma piuttosto come esperienza che interroga, filosofia in azione, prassi del pensiero attraverso il corpo in movimento.

Questo lavoro sull’arancia di Marco Chenevier comincia con la distribuzione di un welcome kit. Contiene vari e semplici oggetti: un’arancia, un foglio di carta A4, una pallina di carta, una galatina. Si intuisce subito che non si sarà spettatori passivi ma che in qualche modo si finirà per partecipare, ma è difficile prefigurare quanto sta per avvenire.

Questo lavoro sull’arancia di Marco Chenevier si configura da subito come un dispositivo di crudeltà. A partire dalle due scene propedeutiche una voce spiega le regole del gioco al pubblico che ha il potere di fermare o meno quanto avverrà sulla scena. Il danzatore tirerà uno schiaffo alla danzatrice a meno che voi non lo fermiate col dissenso. A partire da questo punto il percorso diventa chiaro: è necessario prendere posizione, perfino l’astenersi è di fatto un gesto attivo e politico, una scelta.

Il pubblico è immerso in una trappola, è preso al laccio, diventa vittima e carnefice, dall’istante in cui accetta di restare e partecipare all’esperienza.

Questo lavoro sull’arancia di Marco Chenevier contiene già nel titolo un indizio ulteriore per mappare questo territorio che via via, scena per scena, si sta costruendo davanti a noi: un’arancia, un bicchiere di latte, l’amatissimo Ludovico Van e una bella dose di ultraviolenza. Non serve lambiccarsi troppo il Gulliver per capire che l’universo evocato è quello di Arancia Meccanica e capire che quello che stiamo per subire è un vero e proprio trattamento Ludovico.

Una voce anonima da navigatore ci guida passo per passo verso un’escalation, proponendo nuove e più atroci prove: una serie di volontari sale sulla scena. Si trovano davanti a una scelta: il danzatore è intollerante al lattosio è ha in mano un bicchiere di latte. Si può fermarlo o farglielo bere per intero e in questo caso si vincono 5 € (poi 10€ fino a 20€). C’è chi lo ferma e chi no.

Altre prove si accumulano seguite da intermezzi in cui sempre la voce indica regole e procedure di intervento. Possiamo fermare la scena quando vogliamo lanciando pallette di carta o aereoplanini. Se uno solo lo fa vince dei soldi, se più di uno nessuno vince nulla. E anche in questo caso scatta una forma di crudeltà: si permetterà all’uno di vincere il danaro? Oppure proveremo a impedirglielo?

Ma arriviamo al finale in modo da non svelare tutto il processo di accumulo che In questo lavoro sull’arancia di Marco Chenevier porta ad accrescere la partecipazione e a alzare l’asticella di intervento del pubblico su quanto andrà ad avvenire sulla scena. Si allestisce un ambiente: una piccola piscina, un tavolo, vari bidoni di latte, dei secchi che vengono riempiti di latte, del ghiaccio in cubetti che viene gettato nei secchi di latte. Tutto bianco ospedaliero e luce abbacinante.

Si chiede al pubblico nuovi volontari disposti a spogliarsi in intimo ed entrare nella piscina. Il primo per 5€, il secondo per 10€ fino a 50€. I volontari si prestano, si spogliano ed entrano nella piscina e il pubblico può sempre scegliere se farglieli vincere oppure no. I danzatori a loro volta eseguono azioni sui malcapitati. Cosa sei disposto a fare per 5€? cosa sei disposto a fare per non farli guadagnare?

E infine la tortura finale. Un’urna, nella quale all’inizio dello spettacolo vengono raccolte delle offerte per la grande estrazione finale, viene portata in scena, così come un coltello e un cesto di arance e un piccolo cerchio nero di non più di un metro di diametro che viene posto in proscenio. Chi vuole vincere il danaro deve mettere il suo nome nell’urna e spremere negli occhi della danzatrice, legata e imbavagliata, il succo dell’arancia. Inoltre il danzatore versa su di lei i secchi di latte ghiacciato (chiaro il riferimento alla violenza sulla donna). Chi vuole impedire l’atto violento deve entrare nel cerchio e lì rimanervi dopo aver lanciato sul danzatore l’arancia contenuta nel welcome kit. Dopo sedici centri l’azione crudele si interrompe e nessuno vince; oppure può lanciare nella piscina il suo aereoplanino di carta, ma sono necessari sessantacinque centri per interrompere l’azione. Altre scelte sono possibili: stare a guardare e godersi lo spettacolo, oppure reagire infrangendo le regole.

E avviene di tutto: si fa la fila per spremere negli occhi della danzatrice inerme le arance, si viola le regole lanciandone più di una sul danzatore (azione inutile che non porta al blocco dell’azione), c’è chi entra in scena e sottrae degli oggetti per sabotare il carnefice. C’è chi seduto in scena urla consigli, inneggia, oppure inorridisce impotente. I più cercano di lanciare gli aereoplanini nella piscina non riuscendovi per la grande distanza, e quanto è inutile l’atto in sé di fronte a tanta violenza. E pure inutile aver lanciato l’arancia e restare impotenti e pigiati sul disco nero.

C’è un’opzione non considerata da nessuno: impedire l’azione con una scelta consapevole.

In questo lavoro sull’arancia di Marco Chenevier si costruisce un meccanismo di tortura che mette in scena la banalità del male. Tutti partecipano, tutti costruiscono il dispositivo, tutti in qualche modo sono complici del suo svolgimento, in quanto anche la ribellione in qualche modo viene disinnescata dall’inutilità dell’atto in sé. E infine si compie un percorso di mercificazione, si viene pagati per soffrire e far soffrire, si stabilisce un patto economico per subire o partecipare a un atto scellerato. Il tutto è condito da una forte dose di ironia e dimostra ancor di più che si può ridere e sorridere ed essere dei furfanti non solo in Danimarca.

Esperienza e non oggetto questo spettacolo, erlebenis che porta a galla, fa emergere dal profondo le nostre nature violente. E pone quesiti, domande scomode su se stessi e sulla società in cui si vive, società dello spettacolo in cui in massima parte esposta è la violenza e la crudeltà, violenza generata e provocata in prevalenza dal mercato.

Carnefici e prostitute, osservatori voyeur disgustati seppur eccitati, vittime condiscendenti. Meccanismo sadomaso, specchio bisturi dell’anima nera di tutti noi, Questo lavoro sull’arancia di Marco Chenevier è spietato, non concede facili assoluzioni seppur non esprima giudizi. È semplicemente Teatron, il luogo da cui si guarda il mondo e se il mondo non piace non resta che cambiarlo, se l’immagine disgusta basterebbe distogliere lo sguardo da quello di questa scena medusa che anziché pietrificare scatena.

Questo lavoro sull’arancia di Marco Chenevier ricorda esperienze analoghe messe in atto da Ivo Dimchev (penso ad esempio a P Project), performer geniale che chissà perché frequenta pochissimo le scene italiane, e pone interessantissime questioni riguardo le funzioni e le modalità della scena. Superato il concetto di oggetto si giunge a un processo immersivo, in cui quanto avviene in scena è scelta non solo dell’autore ma anche del pubblico che non solo partecipa ma agisce. È esperienza che conduce all’emersione di una consapevolezza di sé, è specchio che restituisce l’immagine che noi vogliamo proiettarvi, è teatro crudele che scatena la peste, che incide il bubbone, è danza di Dioniso dio di tutte le contraddizioni.

Ph.@Stefano Mazzotta

Prometeo – Oltre il fuoco. Dialoghi coreografici

Giovedì 30 novembre alla Casa Teatro Ragazzi di Torino si è svolto un interessante e fruttuoso incontro di giovani coreografi che hanno intessuto un dialogo di stili coreografici sul tema Prometeo – Oltre il fuoco.

Su invito di Raphael Bianco e della fondazione Egri per la danza, si è assistito alla presentazione in prima assoluta dei lavori di Patricia Apergi, Marco Chenevier e Salvatore Romania che oltre allo stesso Raphael Bianco si sono confrontati sulla figura del titano Prometeo che per amore dell’umanità si immolò per essa.

Terzo appuntamento di una Trilogia della Civiltà, i cui primi appuntamenti sono stati dedicati a Faust e Orlando, Prometeo – Oltre il fuoco è stata una vera occasione di confronto tra quattro coreografi diversi per stile e pensiero che hanno dialogato tra loro e con il pubblico attraverso il linguaggio della danza.

Il mito del dio che amò gli uomini e fu inviso agli dei ha ispirato interpretazioni diverse dimostrando una volta di più, e qualora ce ne fosse bisogno, l’universalità del mito e la sua capacità di parlare dall’abisso del tempo al presente odierno.

Patricia Apergi, coreografa greca maestra nell’intessere intricatissime trame di contrappunti ritmici su scottanti temi politici, si interroga, quasi rabbiosamente su chi siano i ribelli oggi. Il fuoco e la luce passano di figura in figura, nella ripetizione e variazione dei temi sapientemente intrecciati. Una danza che scuote e quasi aggredisce con repentini cambi di ritmo, sincopi, accelerazioni improvvise, accumulo e rilascio di forze esplosive.

Marco Chenevier attraverso accumulazione di plastiche figure ispirate alla statuaria greco-romana, ma che ricordano anche il Voguing degli anni ’90, affronta tematiche di genere. La montante tensione di cui si caricano i danzatori nei lenti spostamenti e nelle stasi sfocia in un bacio universale che unisce uomini e donne in tutte le possibili varianti e sfocia infine in un bassorilievo di corpi nudi e ribelli.

Raphael Bianco si ispira alla figura di Aung San Suu Kyi e presenta la sua versione del sacrificio di Prometeo attraverso il corpo della donna che diventa strumento di libertà contro l’oppressione, ma anche capro espiatorio, corpo tragico che ispira alla ribellione.

Salvatore Romania, infine, attraverso una danza fortemente ispirata, a mio avviso, da quella di Roberto Zappalà, rappresenta un’umanità oppressa dallo strapotere di Zeus, un’umanità che si dibatte a terra come insetti, sciame oppresso e forse non più ribelle, ma colma della necessità di una nuova rivolta alla ricerca di un uomo nuovo.

Al di là degli stili e dei risultati estetico-artistici in questo Prometeo – Oltre il fuoco troviamo una danza viva, aperta al confronto con se stessa e con il mondo. Una danza che parla varie lingue e dialetti ma che non teme il dialogo e l’incontro. Grande merito a Raphael Bianco per aver costruito insieme alla Fondazione Egri per la danza questa occasione. Con umiltà e dedizione ci ha offerto una serata in cui si è potuto ammirare la forza esplosiva ed eversiva del corpo in movimento. Una compagnia che attraverso i suoi interpreti, si è calata nella dimensione dell’ascolto e del confronto, rendendosi strumento dell’epifania del linguaggio danzato.

Un continuo e proficuo traslare in diversissime manifestazioni del movimento e della composizione coreografica, non tralasciando l’apertura verso il mondo che troppe volte manca. Apertura che non significa per forza quotidianità e cronaca, ma la capacità di far risuonare entrambe le corde della scena e della platea. C’è da augurarsi che consimili occasioni capitino più spesso, momenti in cui la danza attraverso il suo specifico linguaggio, attraverso le contaminazioni fruttuose che può continuare ad avere e nell’ibridazione con le altre arti dal vivo, parli al pubblico senza proclami ma con l’azione incisiva della pratica artistica e con il linguaggio vivo e sempre attuale del corpo in movimento.

TDANSE occasioni di dialogo sulla nuova danza ad Aosta

Dall’11 al 15 ottobre ad Aosta si è svolto un piccolo evento che racchiude in sé molti elementi che possono ridefinire in modo significativo la funzione un festival nel contesto culturale di un territorio. Parlo di Tdanse festival internazionale della nuova danza a cui ho avuto il piacere di partecipare.

Festival è parola di ascendenza antica, nel cui significato si annida il concetto di festa popolare, a indicare un momento ricorrente nel tempo e nella comunità in cui celebrare e festeggiare. Oggi il termine indica per lo più rassegne e vetrine di opere che siano danza, musica, cinema o teatro. Al significato di festa, legato quindi alla condivisione e alla partecipazione, si è sostituito un senso e una modalità legata più al mostrare e al vedere, funzione che si è un po’ incancrenita in questi ultimi anni. Non basta più presentare delle opere. Alla finalità passiva di assistere manca uno stimolo, un’esigenza, una necessità e questa mancanza ha costretto, chi più chi meno, festival grandi e piccoli, a cercarsi un ruolo e un senso che non sia solo quello di proporre un menu di spettacoli. Chi ha virato verso la costruzione di un mercato per agevolare la distribuzione dei lavori, chi ha portato l’attenzione sulla creazione di momenti di dibattito che portassero al confronto e al dialogo, chi ha cercato strategie per portare nuovo pubblico alla fruizione di produzione culturale, quello che oggi si chiama audience engagement, connubio di parole in sé un po’ vuote e prive di reale significato. Tutti questi tentativi sono spesso accompagnati da una nota di forzatura, di estraneità al contesto in cui si opera, oppure di creazione di una sorta di ambiente asettico e riservato agli esperti del settore. Nel peggiore dei casi c’è palese la sensazione di inganno, di rispettare dei canoni al solo fine di poter accedere ai bandi di finanziamento. Difficilmente vi è un’integrazione in un ambiente comunitario preesistente.

Questo avviene per molte ragioni. Prima fra tutte il fatto che l’arte e la cultura hanno perso esse stesse una funzione nel tessuto della società. La creazione contemporanea si è un po’ slegata dalla vita e dai problemi del contesto sociale, mantenendo sì dei legami, ma che si fanno sempre più sfilacciati, forzati, privi di un vero slancio, di riflessione vera, di militanza politica. E capire quali sono i motivi che hanno portato a questo meriterebbe non certo un articolo ma un saggio corposo. Le ragioni sono innumerevoli e si annidano in molti settori, dall’educazione all’informazione, dall’arte all’economia. Quello che conta nel contesto di questo piccolo scritto è segnalare che un festival ha la necessità per sussistere di riscoprire o inventarsi una funzione che lo leghi al tessuto sociale che ne garantisca perciò la necessità. Il tessuto sociale che ospita un evento deve sentire il bisogno e l’utilità senza la quale si entra nell’artificio scollato da un corpo che lo ospita come un virus o un parassita, e questo avviene soprattutto quando i festival operano in piccoli centri di provincia generalmente lontani dai grandi focolai culturali dove vi è già un pubblico pronto a riceverli.

Le piccole realtà provinciali sono spesso disabituate ai fenomeni culturali legati ai linguaggio contemporanei, ma sono anche i luoghi più atti a ospitarli anche solo semplicemente per ravvivare dei percorsi turistici. Molti dei più importanti festival di Live Arts italiani risiedono in provincia (pensiamo a Santarcangelo, a Polverigi, a Kilowatt, Centrale Fies o InArmonia solo per citarne alcuni) e altrettanto spesso vi è una sorta di frizione tra comunità locale e evento culturale. Tutti cercano di allentare questa tensione, di cercare un modo di comune convivenza, di instaurare un rapporto di reciproco interesse.

Tdanse è festival interessante, da questo punto di vista, perché nei suoi due anni di vita in un contesto come quello di Aosta e della sua magnifica Valle, territorio decisamente abbandonato da fenomeni culturali legati al contemporaneo degni di nota, ha attuato delle strategie che con il tempo porteranno buoni frutti se la sua direzione sarà lasciata libera di lavorare.

Innanzitutto Tdanse recupera decisamente il concetto di festa popolare nel senso più nobile ossia quello di riunire una comunità per condividere dei valori. La prima impressione che si affaccia all’animo raggiungendo la Cittadella dei Giovani di Aosta presso l’imponente e massiccio Arco di Augusto, e quello di calda accoglienza e di volontà di condividere un’esperienza insieme. Chi partecipa al festival viene ospitato da cittadini di Aosta, nelle loro case; i momenti di dialogo e incontro tra pubblico, artisti, operatori, critici sono innumerevoli. Tdanse crea innanzitutto relazione. Partecipare significa, nel caso di Tdanse, soprattutto incontrare, conoscere, dialogare.

Conseguenza primaria all’incontro e alla conoscenza, è il confronto. Artisti di diversa provenienza e pubblico discutono e apprendono. La questione culturale diviene necessità di conoscenza reciproca. Quindi non solo l’opera, ma la pratica, la creazione, il lavoro, le esigenze vengono discusse, esaminate, confrontate. E questo ripeto non solo tra artisti, che risiedono in Aosta per tutta la durata di Tdanse e non solo per il momento della propria performance, ma insieme con il pubblico.

Quest’ultimo è decisamente giovane. Una media di età molto bassa e questo è un bene assoluto. Di fronte a pubblici geriatrici a Tdanse si respira aria di freschezza grazie a un’accorta politica di dialogo con le scuole e con i giovani. Si costruisce il pubblico di domani e un radicamento dell’affezione sul lungo periodo.

La direzione artistica di Marco Chenevier e Francesca Fini ha dunque cercato di radicare l’evento in un tessuto sociale difficile, disabituato agli eventi e in una regione, la Valle D’Aosta, che ha tagliato più di ogni altra i fondi e i finanziamenti alla cultura. Tdanse sta investendo sul futuro e i frutti si vedranno decisamente negli anni a venire se verrà concesso loro di lavorare.

Certo vi sono dei piccoli difetti, come la presentazione dei Q&A, decisamente un po’ forzati e inquisitori. Andrebbero costruiti in maniera più rilassata e libera. Ma sono dettagli che sicuramente verranno emendati nelle prossime edizioni. La direzione è quella giusta

Tdanse è anche programmazione legata alla danza e alle nuove tecnologie. Attenzione primaria rivolta ai giovani artisti sia italiani che europei. Tra quelli visionati segnalo la Compagnia 7/8 chili con Display, un ironico gioco tra reale e virtuale in cui l’identità si frantuma nei due spazi adiacenti creando ironiche possibili congiunzioni; Mariella Celia con Sleep elevation, un sogno tutto al femminile in cui con grande leggerezza e comicità ci si confronta letteralmente con i propri scheletri nell’armadio; Darran McLoughlin con The Whistle, uno spettacolo tra danza e giocoleria in cui un fischietto e alla complicità del pubblico si crea una visione e una narrazione. A questi lavori si affiancano quelli di nomi decisamente più affermati come Roberto Castello con il suo toccante In Girum imus nocte et consumimur igni, e Stalker Teatro con Steli. Inoltre una personale di Francesca Fini che presenta una serie di lavori quali Skin/Tones, Fair and Lost e Bodyquake, quest’ultimo insieme a Oriana Persico e Salvatore Iacoresi.

Agli spettacoli, destinati alla fascia serale, si affiancano nel pomeriggio masterclass, incontri con il pubblico e conferenze. Tra quest’ultime decisamente interessante quella con Alberto Cossu ed Emanuele Braga di Macao, in cui tramite l’esempio di Santarcangelo dei Teatri dove sono stati invitati ad attuare uno studio di fattibilità, si è indagata le possibilità di creare insieme ai festival delle economie alternative. Interessante l’incontro tra il Collettivo C.re.s.co e alcune giovani compagnie aostane volto a indagare e a comprendere le esigenze delle arti sceniche nel contesto proprio della Valle D’Aosta.

Come si può evincere da questo piccolo e necessariamente breve racconto, Tdanse ha offerto un ricco e interessante ventaglio di eventi e occasioni di incontro, inserito in un clima altamente amichevole e ospitale. L’intreccio con la comunità aostana si è avviato nel migliore dei modi, il pubblico non è mancato, come le famiglie che hanno deciso di ospitare operatori e artisti nelle proprie case. Se il sostegno delle istituzioni e l’energia e le motivazioni di Marco Chenevier e dello staff di Tdanse non verranno a mancare, questo piccolo festival potrebbe crescere e diventare un ottimo e fertile momento di incontro e confronto all’interno del panorama festivaliero italiano. E questo lo auguro con tutto il cuore perché vi è l’urgente necessità di riscoprire il dialogo fondativo tra arti e comunità.