Katie Mitchell: La malattia della morte

La maladie de la mort, la malattia della morte, è intanto un testo: per la regia di Katie Mitchell trova sul palcoscenico della sala grande dell’Arena del Sole di Bologna la sua conformazione scenica. La sala è gremita e il pubblico freme, chissà se agisca di più la fascinazione che accompagna inevitabilmente gli spettacoli di marca “europea” – che portano sempre con sé un sapore di felice aspettativa sulla possibilità di potersi fare complici di un punto di vista più largo e libero da condizionamenti strapaesani – o l’accorgersi ad un tratto che gli attori sono già quasi tutti sul palco. C’è poco da fare: oltre che una bella forma di accoglienza questa è una formula sempre fortunata, matematica, per il pubblico teatrale. Ma chissà, ancora, se dietro al fremito iniziale non agisca anche una voce che già circola per la platea e che continua a serpeggiare in frasi che si fanno eco l’un l’altra: in questo spettacolo non si parla mica di morte, si parla di sesso. Un’avvertenza accompagna la sinossi dello spettacolo: consigliato ai maggiori di diciotto anni. Del resto, è il cinema che “vieta ai minori”, mentre il teatro “consiglia ai maggiori”. Salvo che la scena de La maladie de la mort è in effetti un set cinematografico.

Sono tre i punti focali. La scena: l’interno di una camera d’albergo, dettagliata e arredata come nel miglior teatro di posa. Lo schermo: in posizione centrale, sovrasta e domina l’azione dall’alto, e di lì a poco l’accoglierà interamente, aggiungendo alla presa diretta anche delle immagini preventivamente montate. Infine, laterale, la cabina di doppiaggio: occupata dalla voce di Jasmine Trinca, selezionata appositamente per la tournée italiana come voce narrante.

Katie Mitchell è già largamente nota al pubblico britannico per le sue produzioni dalle dimensioni imponenti (inseguita insieme dalle perplessità e dagli elogi della critica ufficiale, resta pur sempre la voce femminile che ha cercato con la maggior fedeltà possibile di restituire al pubblico una delle messe in scena più problematiche di Sarah Kane, Cleansed), ed è nota anche per lo stile votato alla contaminazione: il taglio cinematografico non si limita a una mera scelta estetica. Gli attori in effetti sono due. L’uomo e la donna immersi nell’anonimato in cui la Duras stessa li ha cristallizzati. Sugli altri, permane il dubbio. Attori che impersonano operatori, macchinisti, fonici di un set, o le stesse figure reimpiegate su una scena live? Poco importante. I cavi arrotolati e dispiegati continuamente, le giraffe, i microfoni e le cineprese impugnati e trasportati da un lato all’altro della scena con continuità costante e coreografica trasmettono direttamente sullo schermo le parole e le azioni delle figure sottostanti. I sottotitoli agevolano la comprensione del testo in francese, a Jasmine Trinca è assegnata la solennità del commento neutro e distante che completa il quadro. O meglio, il film.

La maladie de la mort è uno degli ultimi testi scritti da Marguerite Duras. Si trova, accanto ad altri due racconti, L’uomo seduto nel corridoio e L’uomo atlantico, ancora in una vecchia edizione uscita molto prima della morte dell’autrice, ed è una raccolta che tuttora si vuole come viva testimonianza dell’ultimo e più nero periodo della scrittrice, auto-relegatasi nei suoi ultimi anni in una solitudine profonda e incolmabile: lo stesso vuoto di cui si fanno portavoce i suoi personaggi. Testi sfacciati, disperati, in cui la volgarità (intesa in senso flaubertiano, mai come sinonimo di pornografia, o sarebbe troppo facile) entra solo proporzionalmente alla malizia del lettore. Racconti che mettono una lente sul mascolino, più che su una matrice femminile, e che indagano il sensuale sulla base del desiderio che urla e rimane inascoltato. Un uomo paga una donna, lei accetta. Sullo sfondo di un albergo sul mare – lo vedrà anche lo spettatore in sala grazie alle magie del montaggio – hanno luogo i loro incontri; fra le lenzuola, il bagno, il pavimento, i loro amplessi. Lui domanda e comanda, il mondo letterario della Duras si contamina con l’uomo che moltiplica i filtri e fotografa e filma la donna con lo smartphone – anche queste riprese lo spettatore potrà vederle direttamente, sempre grazie a una serie di primi piani riportati sullo schermo. Lei esegue in un mutismo che si rompe con la constatazione definitiva: ho accettato a causa della tua malattia. Sei malato della malattia della morte.

Niente turba la composizione, ed è un peccato. Lo spettacolo degrada lento e fin troppo impettito verso il finale e verso gli applausi, ed è un bene. Per il semplice fatto che – magia del teatro stavolta – finalmente ricompaiono delle figure di carne sul palco.

Contaminazione, mescolanza, trasversalità dei linguaggi, sono tutti strumenti di cui disporre, e questo è più che desiderabile, non ci si limiti a pensare al solo teatro. Farlo significa assumerne le responsabilità e navigare in vista di una ricchezza: la videocamera in questo caso è però un mostro vorace. Né la nudità, né la voce, né il desiderio e nemmeno l’opera riescono a salvarsi. È un mostro che si muove con piana costanza. L’occhio dimentica che tutto accade in presenza diretta, l’orecchio dimentica la vita reale delle parole pronunciate, lo spettatore – anche lui – si ritrova filtrato, non c’è nulla che lo porti a sobbalzare dalla poltrona. Se da un lato questo può portare a una ideale empatia con la condizione passiva esperita dal protagonista, o a un elogio della perspicuità della cinepresa, o a una critica del mezzo operata attraverso il mezzo stesso (la neutralità come minimo comune denominatore fra il medium, il messaggio e i suoi attanti) sembra tuttavia una lettura posticcia, che poco o nulla ha a che fare con un dispositivo che allontana, ricuce a tavolino, esaspera i piani per farli equivalere, mentre a rimetterci sono la consapevolezza (di) e l’inclusione nel meccanismo stesso. Oltre che, la grande esclusa dal discorso, l’opera in sé. Che scompare come scompare la carne in scena. Era qui che si voleva arrivare? Plausibile, anche.

Katie Mitchell, con La maladie de la mort, consegna al proscenio una questione di ingerenze. La Duras in un aforisma di particolare assertività pronunciava: scrivere è dubitare. È un dubbio che certo non riguarda la sola letteratura: ha necessità di volare e trasferirsi nei campi di ogni tipologia di linguaggio artistico. Non si tocca un corpo, non si apre un libro, né si occupano le poltrone di cinema e teatri per ottenere certezze solide, non si cristallizza il reale con una inquadratura. Pena la stessa malattia che impedisce al protagonista di amare, e al pubblico di condividere ciò che accade in una sala. E non è aggiungendo filtri ai filtri stessi che si annulla la mostruosità di un occhio spalancato che guarda dallo schermo di un telefono, riportato sullo schermo da una cinepresa, che vorremmo però stesse guardando proprio nella nostra direzione.

Di Maria D’ugo

Ph. @stephen_cummiskey