NATALINO BALASSO – MARTA DALLA VIA: Delusionist

Sabato 4 novembre al Teatro Goldoni di Venezia è andato in scena in prima nazionale Delusionist di Natalino Balasso e Marta Dalla Via.

Delusionist, ultima “fatica” (si fa per dire) di Balasso, affronta il palco principe del Teatro Stabile del Veneto e il pubblico della città lagunare (per l’occasione composto in gran parte da addetti ai lavori) ufficializzando un sodalizio nato e cresciuto durante le prove della Trilogia La Cativìssima (di cui sono stati realizzati i primi due episodi), quello con la brava regista e attrice Marta Dalla Via.

Autrice e interprete di spettacoli che non sono passati inosservati (Veneti Fair, Piccolo mondo alpino, La cinghiala di Jesolo, Mio figlio era come un padre per me hanno ottenuto anche importanti riconoscimenti), da alcuni anni Marta Dalla Via ci racconta con le armi che le sono proprie le tante contraddizioni di una regione come il Veneto considerata modello dell’economia italiana, dando vita a una satira sociale che non si ferma ai luoghi comuni, scavando oltre l’immagine patinata (e anche oltre la facile risata da cabaret alla Zelig e consimili). La sua capacità di creare maschere clownesche, di passare da un personaggio all’altro, caratterizzando ogni trasformazione con una mimica intensa che non si ferma alla superficie, è una dote che Balasso ha saputo cogliere e sfruttare con intelligenza.

Da Veneti Fair alla carrellata di audizioni per la campagna promozionale dell’incredibile farmaco che non fa dormire, che l’imprenditore veneto Vito Cosmaj e la sua iperefficiente segretaria Gioia Maina (leggi Mai-‘na Gioia) stanno lanciando sul mercato, il passo è breve (dal punto di vista della caricatura umana). Ed è breve anche a partire dalle boutade di Telebalasso (il canale video di Balasso sulla piattaforma youtube) e dall’irriverente epopea in stile Ubu Roi di Toni Sartana, sindaco di indole mafiosa di un piccolo paese della campagna veneta capace di ogni efferatezza nella sua personale scalata al potere politico ed economico per diventare, nel primo capitolo di Cativìssima, “assessore ai schei” (soldi, per i non veneti) ed entrare, nel secondo, nel Gotha mondiale dei “Magnaschei”.

Natalino Balasso e Marta Dalla Via si sono incontrati a metà strada. In comune hanno molto: sono due mattatori di prima scelta; condividono la lingua (una delle tante lingue che compongono l’italiano, come ama dire Balasso citando Pasolini) ed entrambi sottopongono il dialetto veneto a un lavoro di sfumatura, che senza smarrirne la veracità lo rende comprensibile a tutti gli italiani; il loro è un teatro innanzitutto popolare, “perché sono dell’idea che se vogliamo che a teatro ci vadano tutti dobbiamo anche riuscire a parlare a tutti, pur cercando di non essere mai scontati” (Natalino Balasso).

Marta Dalla Via attinge certamente alla popolarità del comico polesano (conquistata sul palcoscenico, prima che al cinema, alla tv e sul web), ma Natalino Balasso ha trovato pane per i suoi denti in questa “no stand-up comedy”, una commedia con attori in piedi come la definisce lui stesso. Delusionist va evidentemente molto più verso il teatro di quanto preveda il format dello spettacolo di cabaret made in Italy che riempie i teatri nazionali grazie ai comici della televisione.

Se i personaggi in campo possono suonare già visti nell’universo mondo di Balasso (l’imprenditore del nord-est di scarsa cultura e senza scrupoli che cerca in tutti i modi di tagliare i costi di produzione, sperimentando addirittura su se stesso il prodigioso farmaco, e la bella segretaria che gli dà man forte suggerendo escamotage al risparmio), se il tema dei medicinali e degli effetti collaterali che ne chiosano i bugiardini non sono certo una novità, la storia che ci viene raccontata è solo un pretesto e non un pretesto per far ridere e basta.

Delusionist è innanzitutto una grottesca rappresentazione del presente sottoposto alle leggi del mercato globale, che pretendono livelli di produttività e standard performativi sempre più elevati. In un contesto sociale ed economico come quello che stiamo vivendo, ogni pausa diventa inevitabilmente una perdita di tempo. La pillola salvavita (che avrebbe dovuto chiamarsi “the illusionist”, ma che per un errore dovuto all’ignoranza dell’inglese ha preso il nome di “delusionist”) intercetta proprio il bisogno di essere sempre presenti, privando l’uomo del sonno e condannandolo a un continuo stato di veglia. Ma il sonno è parte integrante del ritmo naturale della vita e togliendogli ogni funzione la vita reale cede il posto alla vita rappresentata, alla pura performance. La delusione, richiamata dal titolo, sta nel non poter umanamente sostenere questo stile di vita: è la stessa delusione di Achille “pié veloce” che non potrà mai raggiungere la tartaruga del famoso paradosso di Zenone, perché il movimento, come diceva Parmenide, è in fondo solo un’illusione.

La circolarità della piéce, che finisce esattamente là dov’è iniziata, ci racconta proprio l’impossibilità e l’inconsistenza di questo falso movimento. Ciò che prende vita davanti a noi è un carosello di maschere, una giostra che continua a girare su se stessa imprigionando nel movimento perpetuo gli stessi attori, chiamati in causa dai loro personaggi allo scopo di lanciare con successo la promozione del prodotto. Tre insegne luminose azionate all’occorrenza a scandire i diversi momenti dello spettacolo, come sottotitoli per non udenti, richiamano specifici processi di marketing: naming, brainstorming e storytelling. Sono tre fasi determinanti nella costruzione di una campagna pubblicitaria, ma lo sono anche nella costruzione di un’opera teatrale. Il cortocircuito è inevitabile.

Delusionist di Natalino Balasso e Marta Dalla Via è un appello al risveglio e allo stesso tempo un invito a sognare. Questo è in ultima analisi il discorso del bugiardino umano offerto all’inizio e alla fine dello spettacolo. Il palco è vuoto e ciò che non c’è diventa presente grazie anche al contributo dello spettatore, un contributo di sensibilità e immaginazione che nel teatro, ma anche nella vita, è e resta imprescindibile.

Nicola Candreva

PERSONALE POLITICO PENTHOTAL

Personale politico penthotal è un viaggio, un omaggio e un confronto.

La parola viaggio ha molti significati: un viaggio nel tempo, in quella Bologna del ’77 dove si sognava in grande, dove l’impegno politico era vissuto con fervore e mille contraddizioni, dove non si aveva paura di impegnarsi e manifestare le proprie idee. Una Bologna agitata, turbolenta in anni burrascosi. Nel minuto di silenzio all’interno dello spettacolo compaiono alcuni dei fatti e dei lutti di quegli anni: dalla morte di Filippo Lorusso, alla strage di Bologna, e l’assassinio di Pecorelli e quello di Tobagi e i nomi son tanti che non tutti li ricordo. In Personale politico penthotal ci sono persino le voci di Radio Alice, l’emittente rivoluzionaria, radio libera che entrava nell’etere da un trasmettitore militare di un carro armato statunitense e che per prima diede la notizia della morte di Lorusso. Ma ci sono gli sbirri (evocati dal tormentone Volante 1/Volante 2 di Indietro tutta di Arbore e Frassica), ci sono i cortei, c’è la droga, c’è il sogno e il suo andare in pezzi.

Sono gli anni in cui appaiono Le straordinarie avventure di Penthotal di Andrea Pazienza, un vero e proprio affresco di un’epoca in cui l’ultima, famosa tavola riguarda proprio Lorusso. Un viaggio nei ricordi di chi quell’epoca l’ha vissuta, un viaggio dell’immaginazione per chi, più giovane, ne sente solo il racconto. Ma un viaggio è anche un trip, un volo stupefacente, chimico, sinaptico, allucinato e allucinatorio, dove io e sé si mischiano, e si sperimenta una sorta di coscienza collettiva. Un trip come molti usavano, per sfuggire a se stessi, per rivolta contro lo spirito piccolo borghese, per affermare un’emancipazione, per ricercare un’identità, buco nero della volontà, morbo e illusione, dipendenza e libertà. Oggi altre sono le dipendenze: dalle immagini, dai telefoni, dai social anche se le droghe son sempre lì, la pera tira ancora.

Personale politico penthotal è anche un omaggio ad Andrea Pazienza, il fumettista geniale, amico di Carmelo Bene, che faceva le copertine degli album di Lolli e dei PFM, ma anche di Amedeo Minghi, scomparso troppo giovane nel 1988. Un omaggio nel lessico e nelle immagini (il topolino crocifisso è un esempio). Pazienza popolare, sognante, malinconico, triste, graffiante, politico. Un universo di immagini e parole che trae la sua sostanza proprio da Le straordinarie avventure di Penthotal, un sogno vissuto dallo psichiatra, che mischia ricordi e fantasia.

Ma come si diceva, questo spettacolo è anche un confronto. Ieri e oggi, chi ha partecipato all’illusione della rivolta e della rivoluzione, e chi vive questi anni di disimpegno o, come viene detto nel testo, tra chi se l’è giocata e chi non ha nemmeno partecipato. E questo confronto avviene sul palco tra due linguaggi, quello teatrale di Marta Dalla Via e Omar Faedo de La Piccionaia, e quello Hiphop dei quattro giovani Mc (Dj Ms, Lethal V, Rebus e Zethone). Due linguaggi differenti, due toni differenti. Uno più scanzonato, divertente, persino malinconico, e uno più aggressivo, dirompente, graffiante. Entrambi poetici, in un dialogo costruttivo e ben riuscito. Poteva essere un accostamento forzato, di convenienza, e invece risulta, nell’assurdo di questo viaggio, funzionale ed estremamente espressivo.

Ma il confronto non è solo formale, è aperto allo spettatore. Un confronto tra tempi diversi, tra generazioni, tra pensieri e politiche. Non si tirano conclusioni, si lasciano molte domande in sospeso, ma sono lì, urgenti e pressanti e prima o poi dovremo provare a rispondere.

Personale politico penthotal è uno spettacolo riuscito, leggero e profondo insieme, come un fumetto, genere superflat per eccellenza, dove cultura alta e bassa si mischiano, come il rap che viene snocciolato sulla scena. Forse solo qualche passaggio farraginoso tra una scena e l’altra, ma è proprio un cercare il pelo nell’uovo.

Poetica l’immagine finale dove si rievoca Rose Thrower di Bansky, dove le rose vengono lanciate veramente dai rapper con il volto coperto dalle sciarpe come rivoluzionari a un corteo.