SUTRA DI SIDI LABI CHERKAOUI E ANATOMIA DI SIMONA BERTOZZI APRONO IL FESTIVAL TORINODANZA

L’edizione 2019 di TorinoDanza è stata inaugurata al Teatro Regio con Sutra, acclamata opera che riunisce in sé la danza poetica e suggestiva del maestro coreografo belga di origine magrebina con la disciplina delle arti marziali dei monaci Shaolin.

Sidi Labi Cherkaoui non è il primo artista occidentale conquistato dall’incontro con le filosofie e le pratiche corporee orientali. La fascinazione di Mejerchol’d per il teatro Nō, la folgorazione di Artaud per il teatro balinese, così come l’innamoramento di Rodin per le danzatrici cambogiane, sono solo alcuni incroci, peraltro notevoli, che hanno segnato il progressivo incontro tra Asia e Europa nell’arte solo nell’ultimo secolo. In questi confronti, spesso segnati da fraintendimenti peraltro fruttuosi, si è quasi sempre cercato una dimensione spirituale che si fatica a trovare nella nostra cultura, ma anche una sorta di mistero insondabile, una profondità abissale attraente come un potente magnete. Nell’Oriente, dal tempo degli antichi Greci, ci si perde e qualche volta ci si ritrova.

È il caso di Sidi Labi Cherkaoui da quando nel 2007, per sfuggire dalla routine in cui si sentiva ormai costretto, va in visita del Tempio Shaolin sulle montagne del Songshan (nella provincia di Henan in Cina), ritenuto dalla tradizione la culla del buddhismo Chan (zen in giapponese) per avervi ospitato il fondatore Bodhidharma. Da questo viaggio e in seguito all’incontro con la pratica nasce quest’opera che si avvale del suggestivo design scenico di Antony Gormley (già collaboratore in Icon e Noetic presenti nella passata edizione del festival) e della composizione musicale di Szymon Brzóska.

Sutra appare come un’esplorazione del corpo animato nel movimento da una mente in quiete, pacificata nel rapporto tra sé, gli altri e la natura. Un percorso rigoroso fatto di geometrie essenziali e compiuto mediante l’utilizzo di semplici moduli scenografici, delle scatole rettangolari di legno grezzo via via ricombinate a creare spazi d’azione per il corpo e la coscienza. Una meditazione in movimento in cui le casse diventano via via bare, porte, passaggi, case, letti. Semplici mattoni con cui il danzatore e il monaco-bambino modulano e cambiano lo spazio scenico, come fossero mandala continuamente disegnati e distrutti. Come in molte danze sacre del buddismo mahayana, la profondità e serietà del processo viene minata continuamente da momenti comici, quasi dissacranti, a sancire la necessità del non attaccamento al proprio pensiero, un non prendersi sul serio che relativizza gli assoluti. Il rigore della geometria delle linee viene inoltre ammorbidito dalla fluidità del movimento delle tecniche delle arti marziali dei monaci ispirate in buona parte dal movimento animale. Sutra è dunque un’opera coreografica che sa unire la profondità di un’esigenza di ricerca spirituale con una forte componente pop molto apprezzata dal pubblico in sala e dalle platee di tutto il mondo.

Di tutt’altro tenore Anatomia di Simona Bertozzi, opera che si situa quasi al polo opposto rispetto a questa visione di corpo spirituale. L’esplorazione operata dalla coreografa insieme alla giovanissima danzatrice Matilde Stefanini, si nutre e si avvale della composizione sonora live di Francesco Giomi, e attraversa sondandole le possibilità anatomiche del corpo. Il corpo-strumento valuta distanze, velocità, ritmi, equilibri e disequilibri, distensioni e contrazioni, tutte le possibilità del corpo-macchina al variare dei parametri. Un flusso di scambio continuo tra il movimento e il suono in rapporto a uno spazio-laboratorio per le esplorazioni anatomiche. In ogni movimento, in ciascuna frase coreografica possiamo come ammirare i vettori di velocità, i pesi che si equilibrano, la lotta strenua contro la gravità e le forze della fisica così come le infinite possibilità del corpo umano di estendersi e contrarsi, espandersi e implodere, allungarsi e restringersi. Un rigore scientifico in cui il suono rimanda al corpo che restituisce lo stimolo per lanciarsi verso una nuova variazione o una nuova espansione del processo .

In apertura TorinoDanzapropone quindi due modi in cui il corpo diventa strumento di conoscenza: da una parte in Sutra verso una dimensione spirituale, volta a una maggiore consapevolezza del proprio sé interiore, in Anatomia verso una meccanica di relazioni e possibilità che si instaurano tra il corpo, il suono e lo spazio. In entrambi i lavori emerge il rigore della ricerca, lo studio profondo e l’urgenza intensa dei processi di ricerca.

Il programma del festival prosegue fino al 26 ottobre con alcuni appuntamenti imperdibili per incontrare alcuni tra i più grandi maestri della danza contemporanea. Xenos di Akram Khan il 25 e 26 settembre alle Fonderie Limone di Moncalieri, l’intera Trilogia sulla famiglia (KindMoederVader) di Peeping Tom l’1, 3 e 5 ottobre prossimi alle Fonderie Limone per la prima volta riunita in trittico e, in chiusura Kamuyot di Ohad Naharin con la Batsheva Dance Company.

Sutra visto al Teatro Regio di Torino il 12 settembre 2019 con l’interpretazione di Ali Thabet

Anatomia visto al Teatro Gobetti di Torino il 13 settembre 2019

INTERVISTA A CHIARA BERSANI: Unicorni e lampioni che illuminano il buio

Ho conosciuto Chiara Bersani l’anno scorso a Santarcangelo vedendo il suo Peeping Tom e da allora seguo il suo lavoro con molto interesse. La sua nuova opera si intitola Gentle Unicorn e debutterà, dopo una serie di residenze creative, il 13-14-15 luglio nella prossima edizione di Santarcangelo.

Enrico Pastore: Cosa ti ha spinto a frequentare la scena e a utilizzare questo supporto per manifestare le tue riflessioni?

Chiara Bersani: Credo che all’inizio di tutto ci sia il mio essere stata una bambina fisicamente fragile. Peculiarità del mio handicap è una fragilità ossea che proprio nell’infanzia ha la fase più acuta così io ero una bambina che si muoveva piano, poco, con cautela. Avevo l’energia atomica dell’infanzia in una struttura inadatta a contenerla. Per farla uscire da qualche parte ho iniziato presto a compiere una frenetica attività da “piccola filosofa”: osservavo, memorizzavo, rielaboravo, teorizzavo… avevo nella testa un complesso laboratorio di critica della realtà e a 8 anni ero una di quelle bambine che possedeva una teoria su tutto (ovviamente parliamo di teorie assurde e svincolate dalla razionalità).

Con l’adolescenza, ho fatto una scoperta che mi ha rivoluzionato la vita: il mio corpo adulto era forte. Qualcosa di ormonale che non so spiegare, unito al fatto che sono sempre stata seguita da medici specialistici ovviamente, ha ridotto in pochi anni in maniera significativa la mia fragilità e mi ha spinta, molto lentamente, a desiderare di sperimentare questo nuovo corpo che sembrava finalmente adatto al mondo. Sulla scena ho trovato il terreno fertile su cui coltivare e far esplodere questa meravigliosa fioritura.

Ecco come ci sono arrivata ed ecco perché nei primi anni non ho nemmeno lontanamente considerato l’ipotesi di diventare autrice: ero stanca di essere pensiero, volevo essere carne! Mi sono serviti anni di rivincita fisica prima di fare pace con la mia testa e concedere anche alla componente autoriale di emergere.

Come autrice non sono sicura che la scena sarà sempre il luogo idoneo per le mie creazioni. Fino ad ora è stato quasi sempre così, complice anche la mia profonda fascinazione per il potenziale di intimità tra artista, opera e fruitore che solamente la live art può dare.

Però mi piace ricordare che ogni questione richiede una forma e un linguaggio diverso per essere affrontata e che il mio compito nella creazione è anche quello trovare il canale più idoneo affinché l’opera esploda, anche a rischio di lanciarmi in terreni sconosciuti, anche a rischio di fallire.

Enrico Pastore: Quali funzioni assegni all’agire scenico e quali pensi siano le funzioni delle performing arts nel contesto attuale?

Chiara Bersani: All’agire scenico attribuisco prima di tutto una responsabilità.

Il suo essere radicalmente ancorata al presente come unico tempo possibile impone che lo spazio in cui si compie diventi piazza, con i venti liberi di correre tra le sue fessure. L’azione scenica, proprio perché portatrice d’urgenze, non può essere rigida. Solida, questo sì, ma sempre permeabile ai respiri e agli spostamenti d’aria di chi vi assiste.

Nella ribellione alle categorie, nell’abbracciare il termine performing arts come salvatore da un mondo artistico italiano troppo spesso incasellato in definizioni asfissianti (anche per doveri ministeriali, ma questa è un’altra storia), bisogna ricordare che ogni liberazione porta con sé possibilità e precipizi. È importante che gli artisti della mia generazione rinuncino ai porti sicuri, ai linguaggi consolidati, alle strutture ereditate dalle altre generazioni, alla creazione di “opere facilmente vendibili”, alle pressioni produttive, ai format sicuri e diventino corsari nel battere nuovi sentieri accogliendo il fallimento come una delle varie possibilità performative.

Siamo la generazione della crisi economica e allora possiamo concederci di fare del fallimento il nostro meraviglioso manifesto poetico. In fondo le performing arts ci aprono anche questa possibilità.

Enrico Pastore: In che modo, seppur c’è un modo, costruisci una tua performance?

Chiara Bersani: La mia amica Marta, ricercatrice universitaria, un giorno mi disse che io e lei avevamo la stessa metodologia di lavoro: vediamo un brandello di strada illuminato da un lampione, ci innamoriamo e decidiamo che impiegheremo i prossimi mesi/anni nel tentativo di costruire complessi sistemi di specchi che riflettano la poca luce illuminando quanta più strada possibile. Per scoprire, magari, che non c’era niente di quello che immaginavamo e abbandonarci alla deriva di ciò che troviamo.

Faccio fatica ad identificare un vero e proprio metodo di costruzione di una performance che sia idoneo ad ogni creazione. Mi piace però restare fedele all’ immagine della mia amica: trovare una piccola meraviglia e provare ad amplificarla, accettando che per farlo sono chiamata a muovermi nel buio.

Enrico Pastore: Che ruolo assegni al pubblico nei tuoi processi creativi? Chi è il pubblico per te: uno spettatore? Un componente della performance? Un performer a sua volta?

Chiara Bersani: Il Pubblico è l’amato/a che si presenta al primo appuntamento, con il suo carico di desideri e aspettative da mettere in dialogo con i miei.

Il Pubblico è mosso da una specifica intelligenza perché, fin dal momento in cui sfogliando il giornale o ascoltando la radio decide di prendere parte ad un evento, sta scegliendo. Quella sera il Pubblico cenerà un po’ prima per non fare tardi, si farà la doccia, magari metterà un abito più carino del solito. Oppure arriverà di corsa dal lavoro e non farà nemmeno in tempo a passare a casa per cambiarsi. O magari verrà a teatro ma l’opera a mala pena lo sbircerà perché quello è il primo appuntamento e la persona che ha accanto, forse, dopo gli darà un bacio…qualunque sia il percorso il Pubblico sarà lì per scelta e la possibilità di scegliere fa di noi esseri intelligenti.

Io sono la persona che li accoglie, la signora Dalloway che compra i fiori e sistema la casa. Ma sono anche la persona che avvia la conversazione condividendo le domande che mi fanno battere il cuore. Perché io, i performer e il Pubblico abbiamo accettato questo appuntamento, nessuno lo sta subendo. Affinché riesca bene la serata dobbiamo essere vigili insieme. Dobbiamo ricordare che ciò che avverrà questa sera, in questo teatro, dipenderà da entrambi: da come io condividerò le mie domande e da come ognuno deciderà di relazionarcisi. Sarà infatti una scelta personale se portare le questioni sollevate con sé nella notte o abbandonarle come macerie nel luogo dell’incontro.

Infondo non a tutti gli appuntamenti alla fine ci si innamora.

Enrico Pastore: Quale funzione assume la corporeità del performer nella tua idea di scena?

Chiara Bersani: Poli. Magneti. Presenze che con un movimento possono cambiare l’assetto del sistema solare.

Con i performer lavoriamo sempre alla ricerca di una presenza che catalizzi, accolga e diventi creatrice di senso ma che allo stesso tempo sia reattiva, vigile, pronta ad affrontare una via sconosciuta laddove la situazione lo impone. Se, come dicevamo prima, i corpi in gioco non sono solo quelli di chi abita la scena ma anche quelli di chi la osserva, i performer sono necessariamente chiamati a relazionarsi con le onde d’urto generate da fruitori sconosciuti.

Non è quindi possibile, per me, interrogarsi sui corpi performativi ignorando quelli degli osservatori.

Enrico Pastore: Parliamo della tua nuova creazione, Gentle Unicorn, quali sono le tue intenzioni nel rielaborare questa figura mitica? Quali le sue implicazioni con il nostro presente?

Chiara Bersani: Quando ho iniziato ad interessarmi alle origini di questa figura mi sono resa conto che eravamo davanti ad una creatura dal passato profondamente lacunoso e pertanto dall’identità fragile. Non c’è un momento nella sua storia in cui sia possibile identificarne la matrice. Ecco, sono partita da qui: dalla fragilità delle sue radici che si sposa a quella della mia forma. Più che rielaborare la sua figura ho provato a cercare i meccanismi che ci accomunano facendo dell’inafferrabilità di un’immagine la tensione-scheletro dell’intera creazione.

Il mio Gentle Unicorn è una creatura dall’identità precisa ma indefinibile, con un percorso autodeterminato e portato avanti fino al suo compimento…e sì, certo, sarebbe bellissimo se qualcuno lo seguisse, ma andrà bene anche se dovrà camminare da solo.

Non amo essere troppo esplicita nel suggerire letture o agganci con il presente. Ovviamente questo lavoro è stato fortemente alimentato da una serie di dibattiti del nostro tempo. Potrei azzardare a dire che ogni cosa, dall’utilizzo delle luci alla musica, dall’azione alla comunicazione, sia stata scelta sulla base di riflessioni politiche. Voglio però lasciare il Pubblico libero di trovare un proprio modo di vivere l’opera senza essere troppo informato da quello che è stato il mio percorso nella creazione. In performance come questa, dove si sceglie di rinunciare alla parola in nome della suggestione, credo sia importante per l’autore accettare che ogni fruitore vedrà qualcosa di diverso e alcune scintille che hanno generato il pensiero forse siano andate perdute.

Enrico Pastore: Qual è stato il percorso produttivo di Gentle Unicorn? E quando sarà il suo debutto ufficiale?

Chiara Bersani: Gentle Unicorn è un lavoro prodotto in Italia e tutti sappiamo com’è la situazione per chi si muove al di fuori del circuito dei Teatri Nazionali. Gli artisti, i festival, le piccole realtà produttive, i circuiti di residenze…tutto è fagocitato da un sistema produttivo al collasso in cui è quasi impossibile capire quale sia il miglior tentativo di resistenza. Resistere significa produrre nonostante tutto o fermarsi fino a quando determinate condizioni minime non saranno garantite?

Io, da artista, non lo so.

Insieme a Eleonora Cavallo (organizzatrice di produzione) e Giulia Traversi (curatrice e promoter) abbiamo deciso che per noi, per questa volta, resistere significava portare l’Unicorno al debutto.

Gentle Unicorn, come molte creazioni italiane, è nato itinerante grazie ad una concatenazione di residenze che hanno permesso al lavoro di mettersi alla prova in spazi e realtà diverse. In tutto il suo percorso, questo lavoro, è cresciuto sotto l’occhio attento di curatori estremamente generosi che in questo anno mi hanno accompagnata costantemente, prendendo treni per vedere gli sharing o inviandomi riflessioni, foto e video quando un Unicorno, per caso, gli attraversava la strada.

Gentle Unicorn debutterà al festival di Santarcangelo il 13 – 14 – 15 Luglio, a coronamento di un fitto dialogo sulle implicazioni politiche dei corpi che da due anni porto avanti con le direttrici artistiche Eva Neklyaeva e Lisa Gilardino. Ci sarà però anche un secondo debutto ovvero quello della versione museale con il titolo Seeking Unicorns che si terrà in un’altra realtà alla quale sono molto legata ovvero Operaestate Festival nella sezione di B.MOTION DANZA, Bassano del Grappa, il 22 e 23 Agosto.

Ph: @CentraleFies

VATER (FATHER) – di Peeping Tom

Siamo in uno scantinato. Nessuna percezione del mondo esterno. Dalle finestre in alto e sul soffitto penetra una luce uniforme, sempre mortalmente uguale. Qui il tempo non passa mai. La moquette rosso vivo e le pareti azzurrognole ricordano un po’ un sogno di David Lynch. Un mondo sospeso per chi non è ancora morto, per chi è già definitivamente escluso dai vivi. Questo luogo è una scalcinata casa di riposo. Qui si sviluppa l’ultima avventura del padre. Abbandonato dal figlio vive tra i ricordi, le proiezioni dei propri desideri e le terribili consuetudini di questa clinica per vecchi, consuetudini portate all’estremo con feroce ironia, consuetudini che non paiono mai innocue.
Più passa il tempo e ci si addentra nella performance, più si comprende che il padre che si staglia sempre più al centro della scena, non è solo un padre, ma incarna Kronos, evirato perché depotenziato, non può fare ciò che vuole non può andarsene da questo Tartaro. Subisce dal figlio lo spodestamento venendo relegato sulla sedia a rotelle in balia di questi assurdi infermieri. Mantiene però suo malgrado la facoltà di ingoiare i figli, di condannarli alla sua stessa condanna, e benché questi lo escludano, lo sfidino, lo combattano, sono fatalmente destinati a subire la stessa fine: farsi cambiare i pannoloni, subire l’oltraggio di essere dipendenti da altri per fare i propri bisogni.
Quella creata da Peeping Tom è una piece di teatro danza piena di domande sospese, questioni irrisolte, di piani di esistenza problematici, di ineluttabili catastrofi affrontate con efferata ironia. In questa danza di corpi molli, schizoidi, incontrollati ci riconosciamo. Agiti come siamo dal tempo che fatalmente ci spinge verso la vecchiaia e alla decadenza del corpo che l’accompagna, avvertiamo il pericolo che si annida laggiù in fondo alla nostra esistenza: vivere di ricordi, aspettare la morte, subire le violenze dei giovani che non si curano di noi, battagliare per riuscire a fare il poco che ancora riusciamo a fare.
È una battaglia frenetica quella che si svolge sulla scena. Soprattutto contro un esercito di scope che costantemente appaiono e spazzano tutto ciò che vive sulla scena, oggetti o corpi che siano, comprese le poche tracce che lasciano. A un certo punto ne appare anche una gigante che pericolosamente minaccia il pubblico e si agita sulle sue teste. Nello spettacolo di Peeping Tom non vi è la rappresentazione della storia di un vecchio padre abbandonato da un figlio, c’è soprattutto l’evocazione di forze mitiche che minacciano la vita di tutti, perché tutti siamo condannati a divenir vecchi e a finire in quello scantinato.
Peeping Tom con ironia feroce evoca forze che vorremmo dimenticare, che si nascondono nell’ombra minacciando il nostro presente e il nostro futuro.

Ph: ©herman_sorgeloos