SPECIALE INTERPLAY: tra istinto e razionalità con MK, Foscarini, Papadopoulos, Fehér

Ultimi appuntamenti con la danza contemporanea a Interplay ospite, in due appuntamenti, il 27 e il 29 maggio alla Casa del Teatro di Torino, in cui l’istinto e l’intensa emozione si contrappongono a visioni più scientificamente razionali e distaccate. Protagonista del primo incontro la coreografia italiana con la Compagnia MK e Francesca Foscarini mentre il secondo è dedicato a quella europea con Christos Papadopoulos e Ferenc Fehér, tra cui si inserisce il pezzo breve comico e acrobatico dei Los Innatos alla loro terza apparizione al festival.

Michele di Stefano e MK presentano Bermudas_Tequila Sunrise, spettacolo ipnotico che parte da un semplice assunto: creare un sistema complesso a partire da pochi elementi semplici. Un danzatore illustra i mattoni su cui si costruirà la coreografia: lungo, lato, largo e rovescio. A partire da questo momento si sviluppa un vortice inarrestabile di movimenti combinati a partire da quelli base. Diverse formazioni di danzatori, da uno a sette, entrano ed escono continuamente dalla quinta laterale costruendo movimenti con diversi gradi di complessità. Lo spazio scenico è continuamente attraversato da più vettori che si intersecano, si sfiorano per cambiare immediatamente direzione come bocce di biliardo che entrano in collisione o particelle gassose in moto caotico. Bermudas_Tequila Sunrise, vincitore del premio Danza&Danza 2018 e finalista al Premio Ubu 2018 si ispira alla teoria del caos e dei sistemi complessi (effetto farfalla) ed è concepita per un numero variabile di danzatori, in modo da ottenere, a ogni replica, un esito completamente diverso e irripetibile. Il titolo si ispira a un luogo e a un famoso cocktail e fornisce allo spettatore l’idea del viaggio in un luogo esotico continuamente evocato da una luce dal giallo acceso all’arancione di un tramonto sul mare e da una musica che richiama ritmi caraibici. Sono elementi tentatori, volutamente svianti che conducono lo spettatore da un ambiente noto verso un ignoto impredicibile.

Di diversa natura, meno scientificamente razionale, la coreografia di Francesca Foscarini che fin dal titolo, Animale, richiama una natura più visceralmente istintiva. Lo spettacolo, che ha debuttato alla Biennale Danza nel 2018 e si ispira all’opera pittorica di Ligabue, inizia con la danzatrice avvolta da suoni boschivi e canti di uccelli mentre si aggira nello spazio scenico con uno specchio in mano rivolto alla luce. Al termine dell’esplorazione fronteggia la platea, riflettendo la luce sul viso degli spettatori, a indicare una corrispondenza biunivoca di natura e identità tra ciò che accade sul palco e la sala. Da questo punto inizia una danza selvaggia, a tratti violenta, fatta di cadute rovinose, di schiaffi autoinflitti, di equilibri continuamente disarticolati, di ringhi e soffi. Una natura leopardianamente matrigna quella che emerge, indifferente ai moti più alti della coscienza umana, solo istinto e ferocia. Il percorso si conclude con un’immagine di sereno distacco: il corpo nudo illuminato tenuemente da una luce verde-acqua che trasforma il corpo della danzatrice in una driade boschiva, idolo incarnato di madre natura disinteressata al destino dei suoi figli. Animale di Francesca Foscarini è spettacolo intenso, dirompente, che crea un certo disagio nel prendere coscienza di non essere creature predilette ma semplicemente materia indifferente a un universo in perpetua evoluzione.

Opus di Christos Papadopoulos per quattro danzatori rende visibile la trama compositiva di un quartetto di musica classica il Contrappunto 1 de L’arte della fuga di Johann Sebastian Bach. Ogni danzatore è accoppiato a uno strumento (violoncello, contrabbasso, oboe e flauto) Il cui movimento rende concrete e solide le linee sonore di ciascuno strumento. La musica diventa gesto visibile, oggetto d’esame minuzioso, concreto nella sua astrattezza. La linea di sviluppo temporale è anch’essa elemento scenico costituito da un cavo a cui si trova una lampadina che gradualmente si solleva da terra fino a sovrastare i danzatori illuminandoli, come se il percorso appena svolto avesse portato luce sulla composizione. Il risultato, che richiama A love supreme di Anne Teresa de Keersmaeker senza raggiungerne gli esiti, appare però meccanico con danzatori che sembrano marionette mosse da fili in mano a un burattinaio invisibile. Per quanto la danza trasudi una certa grazia classica, di severa composizione colma di precisione certosina, non tocca il cuore risultando evidente fin dal primo istante il modus operandi di cui non resta che osservare lo svolgimento senza nessuna sorpresa né coinvolgimento.

Di tutt’altro stampo The Station del coreografo ungherese Ferenc Fehér, una danza estremamente fisica ed energica che individua al suo inizio due danzatori in un cono di luce. Questo spazio circoscritto evidenzia un microcosmo irrequieto, ambiguo, attraversato da energie ctonie e oscure. I due personaggi si incontrano e scontrano continuamente creando una narrazione di conflitti che esplodono, si evolvono senza mai giungere a una conciliazione. Il finale presenta la morte apparente di uno dei due personaggi. L’altro cerca di rianimarlo convulsamente. Solo nell’opposizione tra i due c’era vita e la mancanza di uno dei due priva chi sopravvive di una raison d’être. Di grande impatto il disegno sonoro composto e curato dallo stesso Ferenc Fehér, colmo di tessuti sonori elettronici ossessivi, ricamati da inserti di musica concreta di porte che cigolano e di congegni a ricarica meccanica. Unica pecca di una composizione che emoziona e coinvolge l’abuso della macchina del fumo.

Istinto e razionalità, composizione severa e impulso naturale, Due mondi creativi apparentemente inconciliabili governati da istanze diverse che per opposta balza esaltano il linguaggio del corpo in movimento.

Ph: @Andrea Macchia

FRAME: Alessandro Serra e l’arte di dipingere con il movimento

Per la stagione della Fondazione TPE è andato in scena il 14 febbraio scorso al Teatro Astra di Torino, Frame di Alessandro Serra, regista vincitore del Premio Ubu per il miglior spettacolo dell’anno per l’ormai celebre Macbettu in lingua sarda. Frame si ispira all’opera del pittore statunitense Edward Hopper (1882-1967) e riporta in vita alcuni dei suoi più celebri dipinti.

La scena vuota è circondata da un muro trapezoidale le cui pareti si squarciano per lasciare entrare la luce. Una donna in rosso è rivolta con la fronte al muro e imprime le sue unghie sulla parete lasciandosi risucchiare nell’angolo dal buio, dal silenzio. Un grande rettangolo bianco si stacca dalla parete di fondo creando un vera e propria cornice, una finestra dalla quale abbiamo accesso al fuori, al mondo. Lo spettacolo conduce rapidamente in alcune scene dei famosi quadri di Hopper, in quegli interni desolati e angoscianti tipici della provincia americana. Le immagini composte con delicatezza e intensità si fanno via via sempre più vive, i gesti degli attori si addizionano in un via vai di personaggi o per meglio dire di figure intente nei più quotidiani paesaggi corporei: un uomo che scrive, una donna seduta sul letto, fuma, guarda, aspetta.

Gli attori Emanuela Pisicchio, Maria Rosaria Ponzetta, Francesco Cortese, Riccardo Lanzarone e Giuseppe Semeraro si presentano come due donne vestite di rosso, due uomini in eleganti abiti anni ’40 e un clown o arlecchino che nel ruolo di commediante accompagna lo spettatore nell’invisibile, in un giro di vite solitario ed effimero.

Sembra che questi corpi siano altrove, in uno spazio lontano. Il loro sguardo è rivolto all’orizzonte ma è come se guardasse all’interno, proprio lì dove conduce lo spettatore, nel buio dell’interiorità. Le azioni come eco, così come la musica, richiamano un ambiente sonoro ed emotivo distorto e gracchiante proprio come la punta di quel grammofono che gira a vuoto e che ci accompagna tra i silenzi. In Frame, come in altri spettacoli di Alessandro Serra, la scena sembra voler essere solo immagine e azione avvicinandosi a quella cruda e spigolosa realtà che si ritrova anche nell’America dipinta da Hopper.

Lo spettatore è trascinato in un universo che richiama l’incubo e la magia.Alessandro Serra chiede al pubblico tutt’altro che passività: il rincorrersi delle scene, dei frammenti lascia largo spazio all’immaginazione. Il tempo si dilata e nella lentezza la platea è invitata a cambiare respiro, ad entrare in una calma apparente, in una staticità, come se si trovasse davanti ad un dipinto. Il susseguirsi delle scene sembra concepito come una serie di frammenti che danno forma a una struttura libera e non narrativa.

Protagonista di questo lavoro sottile è la relazione invisibile con la luce. Alessandro Serra ne compone la drammaturgia con maestria, rendendola totalmente emotiva e mai fine a se stessa. La geometria della scena, i colori e le linee rendono questo spettacolo, che parla per immagini, capace di portare i suoi interlocutori in un’esperienza estetica di alto livello.

Un ingranaggio poetico, intimo e silenzioso, un omaggio al Teatro, che dimostra come il corpo, lo spazio, il tempo, l’immagine, la luce e il suono possano con semplicità raccontare quella grande umanità di cui tutti facciamo parte.

Camilla Sandri

PRIMO AMORE Di LETIZIA RUSSO: regia di Michele Di Mauro con Roberto Turchetta

Ieri sera 6 aprile al Caffè Muller è andato in scena Primo Amore con Roberto Turchetta, per la regia di Michele Di Mauro da un testo di Letizia Russo, già Premio Ubu nel 2003 come migliore novità nella ricerca drammaturgica.

Il Primo Amore per Dante era Dio o, per meglio dire, il principale aspetto di Dio. Insieme alla potenza e alla sapienza ricostruiva un’essenziale trinità di attributi che definiva l’indefinibile. Il Primo amore ritratto dal testo di Letizia Russo pur non essendo mistico ma carnale, è assoluto e pertanto inconciliabile con la vita.

Roberto Turchetta è in scena un uomo che, per caso, in un anonimo bar, prendendo un caffè come tanti, rivede un suo amore di gioventù. Del quindicenne che era non è rimasto granché se non il ricordo, potente e dirompente, di quell’amore vissuto senza compromessi. Pura passione che esige solo di essere vissuta in tutta la sua complessità, trasporto che non guarda al domani, o alle delusioni di un passato, ma solo al presente.

L’uomo che oggi vede l’amore di un tempo è cambiato, così come il suo partner di allora. Le delusioni, i rimpianti, il tempo che cambia e appesantisce i corpi, tutto congiura per rendere amaro un ricordo sfavillante.

La promessa di non rivedersi mai era per conservare la purezza di allora dall’erosione del tempo. Ma la vita congiura contro l’amore, contro ogni amore. Odia l’eccellenza e la purezza, la vita. Sopravvive solo l’ordinario così opaco per resistere a ogni patina e ogni ruggine.

Ma non c’è solo il ricordo e la distanza. C’è anche il pregiudizio a tramare. Quello di cui si parla è un amore omosessuale, vissuto senza sensi di colpa, nella pura gioia dell’innamoramento e degli afflati del corpo. E così i due giovani amanti scoperti, si dividono, vengono colpevolizzati, rieducati, riprogrammati.

Il testo di Letizia Russo è estremamente delicato nel raccontare tutto quello che si cela dietro a questo Primo Amore: l’entusiasmo, nel senso puro della sua etimologia, l’essere presi dal dio che abita in noi e agisce per noi; la vergogna, insufflata da altri, da una società che contrasta tutto ciò che eccede e non capisce; il rimorso di non aver combattuto, di non aver vissuto abbastanza, di non essersene fregati di tutto e di tutti.

Quel che resta è il ricordo. Frammenti di euforia e gioia infinita corrosi dalla ruggine del dispiacere, dell’abbandono, dei pregiudizi degli altri.

È una triste civiltà quella che rende più importante chi si ama più che l’amore in sé. Non si dovrebbe parlare di amori omosessuali, ma solo di amore che per i greci era il dio onnipotente, quello che emerge dalla nuvola del caos, l’unico dio a imperversare in ogni regno del creato tanto da pungere il cuore di Ade, dio dei morti.

A distanza di millenni, in quello che ci ostiniamo a chiamare progresso, il genere con cui si declina amore risalta più che l’amore in sé.

Roberto Turchetta interpreta il testo di Letizia Russo utilizzando una recitazione naturale, quasi colloquiale, senza togliere nulla all’emozione, anzi forse potenziandola proprio perché non partecipa alla farsa di una lingua finta e artificiosa. Peccato solo che l’audio fosse mal calibrato. Le musiche spesso si divoravano il parlato. Il microfono non è stato di supporto alla recitazione ma incredibilmente l’ha penalizzata rendendola a volte incomprensibile.

A parte i disguidi tecnici comunque Primo Amore è uno spettacolo efficace e ben eseguito. Il testo di Letizia Russo racconta una storia necessaria, con un linguaggio semplice seppur poetico e mai banale. La regia di Michele Di Mauro è anch’essa essenziale con pochi oggetti a ricordare un groviglio di passioni tra passato e presente; il trenino elettrico, una cucina desolata, un libro di poesia.