Riflessioni sulla seconda edizione di Castellinaria Festival di teatro pop

Dal 3 al 10 agosto si è svolta ad Alvito (FR) la seconda edizione di Castellinaria, Festival di Teatro Pop, promosso e ideato dalla Compagnia Habitas. La direzione artistica, un triumvirato composto da Livia Antonelli, Chiara Aquaro e Niccolò Matcovich, sta dando forma a un evento fondato su due direttrici principali: da una parte promuovere un territorio poco conosciuto ma di grandi attrattive naturalistiche e paesaggistiche attraverso un evento culturale che faccia da volano alle attività turistiche; dall’altra cercare di costituire una piattaforma, lontano dai grandi centri di produzione e diffusione teatrale, dove la giovane ricerca possa non solo presentare i propri lavori incontrando un pubblico disabituato, o per lo meno poco avvezzo, ai nuovi linguaggi della scena, e quindi non costituito dai soliti habitué del teatro, ma uno spettatore spontaneo, vero, non facile da conquistare, ma anche curioso, volenteroso e assiduo nella sua partecipazione agli eventi proposti. Da ultimo il festival si propone anche come momento di incontro e riflessione su alcuni temi brucianti del contemporaneo quali la distribuzione (in Italia vero nodo gordiano) e una riflessione sulla figura del Dramaturg, sempre più centrale nella ricerca scenica più avanzata, soprattutto in Nord Europa.

Castellinaria è dunque l’ultima propaggine di quel fenomeno di fuga nelle province alla ricerca di spazi d’azione che la città difficilmente riesce a garantire alle nuove generazioni e agli artisti emergenti e iniziato già da qualche decennio nel nostro paese. Proprio perché modalità invalsa ormai da molti anni si è affermata una certa consuetudine per non dire ritualità in eventi così concepiti. Una sorta di canone o norma per cui al variare dei nomi in cartellone, o dei laboratori o dibattiti proposti, si riscontra una stessa prassi d’azione che non riforma veramente l’idea di festival o, per lo meno, non promuove nuove funzioni agli stessi. Si ripresenta quindi l’immagine del giovane conte di Gormenghast ingabbiato in strettissimi quanto inutili rituali alla difesa del decrepito castello ereditato dagli avi nel favoloso libro di Mervyn Peake.

Castellinaria in questo senso è paradigmatico proprio per la giovane età dei suoi ideatori. La difficoltà di intraprendere vie sconosciute o poco battute grava soprattutto sulle nuove generazioni da una parte perché le modalità di finanziamento e produzione hanno paletti stretti che non permettono scommesse azzardate, dall’altra perché ci si è abituati a non mettere in discussione i modelli che hanno dato frutto fino a non molto tempo fa facilitando il consenso anziché stimolare il dibattito evidenziando le criticità di un sistema che sta ormai incancrenendo.

Inoltre, e questo è emerso proprio dai dibattiti nella tavola rotonda promossa da C.Re.S.Co sulla distribuzione, non solo manca il confronto con quando avviene oltre confine dove da tempo si stanno avviando dei percorsi innovativi che stanno trasformando le funzioni dei festival, ma si affianca inoltre una sommaria conoscenza su quanto avviene all’interno dei confini nazionali. Tale connubio impedisce di fatto proposte concrete veramente innovative favorendo al contempo il ritorno dell’uguale in minime variazioni.

Alla ricerca di nuove possibilità distributive le proposte vertevano infatti su modelli antiquati e già battuti piuttosto che promuovere la proposta di creazione di reti alternative alle esistenti che si interfaccino con omologhe in altri paesi d’Europa e che possano essere delle vere alternative di mercato. Più che il coraggio a intraprendere un’esplorazione vi è piuttosto una certa pigrizia nell’adagiarsi al consueto che pur nella crisi conferisce una certa stabilità. E tale perseveranza nell’eguale leggermente variato e condito in differenti salse è proposto con crisma di santità proprio da chi invece dovrebbe stimolare i giovani a cercare l’inedito, il rischioso, l’incerto. Nell’incontro del 5 agosto sulla figura del dramaturg, professionalità che in Europa ha da tempo riformato molte delle pratiche teatrali soprattutto nei confronti dell’ingaggio con il pubblico e che in Italia non solo non si afferma ma si fa fatica a comprendere persino cosa sia, Renata Molinari ha affermato che nel nostro paese, nei Teatri Stabili, poco servirebbe una figura del genere se non al massimo a creare una ventina di nuovi posti di lavoro.

Quando parlo di responsabilità nella mancanza di coraggio delle nuove generazione mi riferisco proprio a questi atteggiamenti da parte di autorità nel settore che di fronte a ogni novità le accantonano come inutili con semplicistiche scrollate di spalle e proponendo indirettamente ai giovani la stasi su posizioni trite. Il dramaturg nel Nord Europa, sia nel teatro che nella danza, è figura che sta riformando non solo il rapporto tra regia, coreografia e drammaturgia, ma anche le modalità di incontro con il pubblico, le strategie di comunicazione, persino le finalità della messa in scena fino alle modalità produttive di uno spettacolo tout court. In Italia servirebbe eccome un pensiero riformante su tutti questi aspetti dagli Stabili a l’ultimo teatrino di provincia.

Quando parlo di consuetudini mi riferisco anche alla riproposizione di categorie che irrigidiscono. Una per tutti la questione Under 35, qui a Castellinaria ironicamente abbassata a trentatré, come gli anni di Cristo, a simbolica crocifissione della gioventù. L’ironia però non sgretola la dogmatica divisione tra under e over, anzi la consolida. Il panorama avrebbe bisogno di categorie innovative e più snelle (per esempio quella da tempo adottata dal cinema di opere prime e seconde al di là dell’età, mutuando modalità più simili alle start up). Si necessiterebbe non solo di un’ennesima vetrina ma, per tornare al problema della distribuzione, di un mercato con appuntamenti con pitch e one to one alla presenza di operatori nazionali e internazionali interessati alla scoperta e alla coproduzione di un nuovo che emerge. Una data in più, un piccolo palcoscenico in più, non fanno la differenza, non mettono nuovi basi per intraprendere strade insolite, ripropongono solo la ritualità invalsa magari affiancata da l’ennesima constatazione che le cose non funzionano.

Queste mie considerazioni sono semplici opinioni e non hanno la pretesa di dogma e non sono volte a distruggere ma a stimolare dei giovani che hanno avuto il coraggio di creare un luogo di teatro ove prima non c’era. Ora però è necessario avere ulteriore ardimento abbandonando lo schema che le generazioni precedenti hanno loro lasciato insieme a tutti i problemi connessi. Se se ne vuole uscire occorre andare altrove.

La direzione artistica di Castellinaria ora che è riuscita a creare un festival che ha attirato l’attenzione nel panorama nazionale dovrebbe ora avere questa forza mettendosi in contatto con altre giovani realtà in Italia e all’estero, tentare di far nascere reti alternative, provare a farsi promotori di istanze raccogliendo intorno a sé le nuove energie che faticosamente emergono nonostante le difficoltà, attuando azioni che mettano veramente in crisi la consuetudine. Questo è l’augurio sincero di chi scrive.

Per concludere alcune considerazioni su due lavori visti durante la mia permanenza a Castellinaria: Viziami, un canto d’amore di Ivano Capocciama e Pezzi – Si vive per imparare a restare morti tanto tempo di Rueda Teatro e che, per opposte balze, sono motori di riflessione.

Viziami, un canto d’amore di Ivano Capocciama, presentato come prima assoluta, più che uno spettacolo si potrebbe definire una durational performance nel campo della Endurance art, o arte di resistenza che implica nel concetto di durata anche delle forme di disagio. Se a una prima dichiarazione la performance ha come tema l’amore attraverso un rapporto tra forme auliche, soprattutto dalla classicità greca, con un sentimento più problematico e lacerante in cerca di redenzione o perdono, presto si scopre che il vero intento è quello di fare coscientemente ribrezzo e disgusto attraverso l’esibizione di sé. Capocciama, vestito da donna, alterna letture di testi recitati, molto approssimativamente, alla Latini o alla Carmelo Bene con i testi classici scolasticamente letti da Gabriele De Ritis. Capocciama da una lettura all’altra, ingaggia con il pubblico una prova di resistenza all’indecente e all’osceno, cercando coscientemente l’orrido e riuscendoci pienamente. Abituati al bruttino, alla media noiosa e mediocre, l’esibizione ci conduce, superata la prima fase di completo rifiuto, in un territorio inconsueto, quasi splendente nella sua eccezionalità volutamente sgradevole. Il brutto diventa protagonista della scena, la occupa totalmente, senza mediazione alcuna e si impone per la sua totalità, nell’esser oltre lo spettro del consueto e nonostante tutto questo viene ad esser senza entusiasmo accolto con applauso di rito. Viziami, un canto d’amore ci pone di fronte al nostro essere tiepidi, poco reattivi, pronti alla noia o semmai all’uscita silenziosa, lontani da fischi e proteste, così come dagli entusiasmi calorosi, anche quando tutto concorre a smuovere una reazione, e dice molto di noi pubblico vittimeC volontarie e pacifiche dell’aurea mediocritas da cui, nonostante tutto, per nello spettro negativo, sfugge Ivano Capocciama.

Pezzi – Si vive per imparare a restare morti tanto tempo di Rueda Teatro, scritto e diretto da Laura Nardinocchi, interpretato da Ilaria Fantozzi, Ilaria Giorgi, e Claudia Guidi è stato recente vincitore del Roma Fringe Festival 2019 rivelando una compagnia giovane ma con una solida visione della scena.

Una madre e due figlie, l’8 dicembre, nel fare l’albero di Natale si scontrano con la loro propria incapacità di comunicare, di far fluire i sentimenti dolorosi, legati all’assenza e al lutto. Ingabbiate in una tradizione che non riescono a rinnovare, non trovano via d’uscita alla selva oscura in cui si trovano sperdute. Attraverso il dolore di cui si accusano e si incolpano riescono alla fine a incontrare una sorta di pace fatta di commozione e rassegnazione che le riavvicina in un abbraccio. La recitazione si intreccia con una minuta e raffinata partitura di movimento, di gesti ripetitivi e ossessivi, di girotondi senza uscite. La scenografia ben concepita è portatrice di segno e motore dell’azione. Le scatole accumulate dapprima formano tre isole su cui sono arroccate le protagoniste, e in seguito, man mano che vengono aperte costruiscono lo spazio dello scontro e dell’incontro trasformandosi in albero di Natale, in doni, in oggetti ricordo, feticci di un passato scomparso. Uno splendido connubio tra ricerca scenica e drammaturgia, tra regia e scrittura che fa ben sperare per il futuro di questa giovane compagnia.

Ph: @Simone Galli