LA SOLITUDINE DI ASTERIONE: Il mito del Minotauro secondo Silvia Battaglio

Sabato 1 dicembre al Tangram di Torino è andato in scena Studio per Minotauro di Silvia Battaglio nell’ambito della rassegna Maldipalco. Il lavoro ha già attraversato un periodo di residenza presso Officine Caos/Stalker Teatro dove è stata presentata una prima restituzione il 24 novembre.

Silvia Battaglio è artista che impiega sulla scena il corpo come principale strumento di espressione e in cui pochi semplici elementi scenici, precisi nell’essere sempre segno e mai tappezzeria o decoro, costruiscono una narrazione fatta per immagini e suoni, un montaggio delle attrazioni in cui il materiale letterario non è che uno dei materiali con cui si costruisce la drammaturgia. Non vi è dunque dipendenza dalla fonte letteraria ma riscrittura e reinvenzione.

Il Minotauro che appare in scena è un pugile, un ragazzino che si allena ad affrontare il nemico che il fato ha predisposto per lui. Asterione è Toro scatenato che fende l’aria con ganci e jab per scaricare e sfogare il suo desiderio d’amore, la sua solitudine estrema che pur d’essere estinta si accontenta anche di un nemico.

Asterione è figlio delle stelle e di re, non solo frutto mostruoso di illecita passione. Questa sua doppia unicità lo separa dal consesso umano non le porte del labirinto che sono sempre aperte. Egli se vuole può uscire, chi vuole entrare non è impedito, eppure la diversità può ciò che nessun cancello, serratura o chiavistello potrebbe. Il Minotauro non ha che la sorella Arianna con cui parlare ma la signora del labirinto risulta ambigua nel suo essere alleata e strumento di morte. Voce benevola e premurosa, quasi madonnina votiva è anche colei che conduce il nemico. Il suo aiutar Teseo non è forse anche e soprattutto atto d’amore perché conduce al fratello l’unico compagno che mai potrà avere? Quella morte che giunge per mano sua non è atto di pietà nel liberare il Minotauro da una vita ingiusta e agra?

Arianna, come Teseo, è anche strumento nelle mani del volere del fato, degli dei, dei re, in una parola del potere. Arianna non può che aiutare Teseo perché così è stato scritto, e quest’ultimo non può che essere burattino nella mani di chi lo vuole assassino. Il giovane ateniese è un pupo governato da fili, guidato Arianna e dal fato tessuto per lui dalle Moire, senza volontà se non quella di altri, nient’altro che povera marionetta eterodiretta.

Asterione è l’unico personaggio in questo dramma che gode di una certa autonomia, libertà che esercita però nei limiti e nei confini imposti. Il labirinto è la sua casa e il suo mondo l’unico che può vivere. Ciò che è all’esterno del suo palazzo immenso non può accogliere la sua unicità. L’eccezione è infatti un intoppo al fluido scorrere del consueto e va eliminata o esiliata. Al Minotauro non resta che correre tra le pietre del suo palazzo, inventarsi giochi con amici immaginari, guardare la vita degli altri dalla finestra e attendere che il suo destino si compia. Quando il fatidico momento giunge Teseo stupisce: “Lo crederesti Arianna? Il Minotauro non s’è quasi difeso”.

Silvia Battaglio ci racconta un ragazzo-toro molto più umano dei suoi persecutori, adolescente bisognoso d’amore, escluso per peccati altrui e perché gli altri hanno decretato per lui una vita di segregazione. Per narrare la sua figura Silvia Battaglio decide di non riferirsi alla tradizione mitologica ma di affidarsi solamente a materiali letterari novecenteschi: Borges la stanza di Asterione, Cortázar I re, Dürrenmatt Il Minotauro. Come si diceva all’inizio dell’articolo questi stralci testuali si integrano con i pochi e significativi oggetti: il filo rosso che governa e ingabbia il pupo/Teseo, le pietre del labirinto, la finestra volta la platea che guarda il mondo dei giusti e dei sani, quelli che si sentono in diritto di escludere il povero Asterione, figlio di re e delle stelle.

Silvia Battaglio ci restituisce un Minotauro tenero e solo, voglioso d’amore perché privo d’amore, pronto ad accogliere persino il suo assassino pur di udire una voce non sua e toccare un corpo altro da sé.

Uno studio questo su Il Minotauro molto maturo, con elementi drammaturgici precisi e un ottimo utilizzo del corpo per esprimere ciò che le parole non dicono. Risulta fragile e appiattito solo il personaggio Teseo, troppo racchiuso in un’immagine grottesca e marionettistica. Certo è vero che neanche i miti antichi sono stati teneri con la sua figura di giovane eroe più temerario che coraggioso, traditore e inaffidabile, ma renderlo solo un elemento comico lo livella e comprime forse troppo. Se si trovassero delle sfumature che gli conferiscano una profondità il Minotauro di Silvia Battaglio potrebbe assumere una forma ancor più intima e umana.

Ph: @Emanuele Pensavalle

SILVIA BATTAGLIO: Lolita

Silvia Battaglio è una Lolita adulta e bambina. È lo sguardo di oggi a quello di ieri e, come due immagini trasparenti, il tempo passato e quello presente si sfocano, travalicano, si sovraincidono.

Quanto della donna di oggi è la bambina di ieri? E quanto della bambina passata era già donna anzitempo, controvoglia, forzatamente costretta a indossare i panni dell’adulta? L’innocenza strappata porta a galla una vittima che sa trasformarsi in carnefice, la debolezza violata cangia in dispotica capacità di sedurre e il signor Humbert, lupo cattivo pronto a mangiare Cappuccetto Rosso è a sua volta intrappolato nelle malie di quella sensualità scatenata e prematura.

Ma chi è Humbert? A chi si rivolge la Lolita sulla scena? Humbert è nascosto tra il pubblico, nell’occhio di chi guarda e brama e rinnova il mito di Ade e Persefone, il vecchio dio dei morti che rapisce la fanciulla Kore per farne la sua sposa. Kore diventa essere ibrido, tra la vita e la morte, perpetuamente divisa a segnare il tempo delle stagioni.

Ma Kore è anche la pupilla che in sé riflette l’occhio del rapitore, come la scena riflette l’occhio del pubblico convenuto e nascosto nell’ombra della platea.

Silvia Battaglio è Lolita, in un giardino ricoperto di mele cadute, il frutto proibito del peccato, il frutto avvelenato di ogni favola. Violata e violenta, infantile e crudelmente adulta, vittima e carnefice, Cappuccetto Rosso che sbrana il lupo cattivo dopo esser stata a sua volta mangiata. L’azione perversa e imperdonabile del male sta nella corruzione dell’innocenza incapace di conservare se stessa. Come in Addiction di Abel Ferrara se il male entra in noi ci corrode e rende complici: per sempre vampiri, complici e vittime insieme.

Silvia Battaglio, in questa sua Lolita, primo capitolo della Trilogia dell’identità, intaglia nella carne e nel sangue una figura di donna/bambina in perenne ricerca di un sé che sfugge alla presa dopo l’azione di Humbert, ma disegna anche un carnefice incapace di vivere il proprio tempo e la propria età, invidioso di una gioventù e una purezza che non sarà più mai e la insozza con le proprie brame perverse.

Silvia Battaglio costruisce una drammaturgia intensa, fondendo le fonti letterarie (Nabokov, Pia Pera e Perrault) in una riscrittura agile, intensa e perversamente potente che si fonde con un’azione scenica in cui la corporeità è predominante. Coreografia di gesti che rende superflua al questione attore danzatore o performer. Il corpo scenico è tutto e niente. Utilizza i mezzi che abbisogna per essere efficace.

Questa Lolita di Silvia Battaglio, opera che apre il sipario su temi che vogliamo seppellire sotto il tappeto della civiltà, additando il mostro nel peccatore scoperto in flagrante dimenticando che l’orrore si annida nell’animo di tutti, ricorda qualora ce ne fossimo dimenticati che la funzione della scena è parlare al mondo del mondo, sollevare i veli, scuotere l’artificiale sicurezza del vivere civile. Il teatro quando si esprime con la sua vera forza non rassicura per niente: è uno sguardo lucido sulla durezza del vivere, sulla vita bella e crudele.

Lolita di Silvia Battaglio è in scena nel bellissimo spazio del Caffé Müller ancora stasera 3 febbraio.