FUGHE DAL TEATRO: Mejerchol’d e i padri fondatori alla ricerca di nuove funzioni per l’arte scenica

Il 25 ottobre 1917 si compie l’assalto del Palazzo d’Inverno e inizia per la Russia una nuova epoca. Pochi giorni dopo si tenta l’impresa di assaltare anche il palazzo del teatro tradizionale. Lunačarskij, commissario per l’istruzione del nuovo governo, convoca “tutti i rappresentanti delle arti disposti a collaborare”. C’era da costruire qualcosa di nuovo, di sicuramente inedito. Risposero solo in cinque tra cui Blok, Majakovskij e Mejerchol’d.

L’adesione al nuovo corso rivoluzionario attirò su Mejerchol’d le ire e le antipatie di molti colleghi dell’Aleksandrinskij, tanto che in pochi mesi si consumerà la rottura completa. Mejerchol’d nutriva già da tempo una certa insofferenza per i teatri tradizionali che, a suo dire, non rispondevano alle esigenze nuove dei tempi.

Nell’abbracciare l’avvento della rivoluzione Mejerchol’d ne inizia una sua personale per un nuovo teatro che recuperasse nella tradizione gli elementi per giungere a un rinnovato linguaggio. Attraverso una diversa figura di attore si prefigurava un uomo diverso, attraverso il teatro si costruiva un’idea inedita di società.

L’uscita di Mejerchol’d dal teatro tradizionale, il suo impegno verso la pedagogia e l’insegnamento, la visione etico-politica che accompagna il suo agire artistico è comune a molti padri fondatori.

Il rifiuto di canoni pletorici e stantii non ha portato Copeau prima a spostarsi sulla Rive Gauche e poi in Borgogna con i Copiaus? E lo stesso, seppur con le dovute differenze, non si potrebbe dire di Max Reinhardt per il Grosse Schauspielhaus?

L’ansia riformatrice dei padri fondatori parte dall’esigenza di riformulare il teatro tradizionale avvertito come ente da rimodulare, ma coinvolge la visione di un uomo nuovo e una società diversa. E non è un caso che molti abbiano avvertito l’esigenza, nel costruire questo teatro del futuro, di uscire dall’edificio-teatro per iniziare nuovi percorsi produttivi e creativi, per incontrare un pubblico diverso, agire inconsuete strategie.

Pensiamo al teatro agitprop nella Repubblica di Weimar, dalle Riviste Rosse di Piscator a Brecht, al russo Proletkul’t, al Theatre du Peuple di Romain Rolland in Francia e il già citato Copeau. I teatranti e i danzatori cercano formule, stimoli e nuovi pubblici utilizzando strategie diverse ma tutte mirate alla riformulazione di un teatro che sfugga alle catene della tradizione e attraverso quest’azione prefigurare un’idea di uomo adatto a una società in via di costruzione.

E non è un caso che la maggior parte di questi esperimenti si siano svolti di pari passo a un’azione pedagogica che fornisse al nuovo attore o danzatore strumenti adeguati. Laban a Monte Verità, i teatri laboratorio di Vachtangov e Mejerchol’d a Mosca, il Bauhaus e tanti altri cercano di formare una figura rinnovata e rimodellata di attore o danzatore.

Si cerca anche un pubblico in categorie sociali spesso abbandonate o non considerate. Si scende nelle piazze e nelle fabbriche, nei cabaret e Café Chantant, ci si rifugia in comunità chiuse così come ci si apre nella condivisione nelle varie comuni che attraversano il continente. Si scende persino nelle trincee, nei manicomi, negli ospedali, nelle carceri. L’unico luogo che sembra tabù pare sia proprio l’edificio teatrale, simbolo di un mondo e di una tradizione che si vuole abbandonare.

Utopie riformatrici, illusioni, battaglie perse e vinte. Persino vittime, si pensi al povero Artaud.

Queste tensioni alla riformulazione dei codici non si placano con il dopoguerra, anzi rifioriscono un po’ dovunque in Europa e negli Stati Uniti e ancora una volta si esce dal teatro per costruirne uno nuovo. Cage e Cunningham al Black Mountain College e poi alla New York School for Social Research, ed ecco esplodere una nuova danza, il Living Theatre e il movimento Happening prima e Fluxus poi.

Grotowsky e l’Odin Teatret in Europa costruiscono interi sistemi di training per attori ma si preoccupano di affiancare alla tecnica una visione del mondo e della società, così come la scuola del Piccolo di Milano con Strehler e Paolo Grassi. E questo solo per citare alcune realtà note, ma la lista è lunghissima.

Quanti nomi e quanti protagonisti in questa onda che attraversa il ‘900. Se c’è un filo rosso comune a tanta diversità resta quanto espresso in maniera lucida da Jacques Copeau: «Il rinnovamento del teatro, che tante epoche hanno sognato e che oggi non si cessa di invocare mi apparve in primo luogo un rinnovamento dell’uomo nel teatro».

Non solo pensiero artistico legato al proprio linguaggio espressivo ed estetico, ma ansia etico-politica, consci del fatto che il teatro, come la danza o la performance sono fatte dall’uomo per l’uomo, all’interno di una comunità, piccola o grande che sia.

Ripensare le funzioni significa innanzitutto cercare un ruolo all’interno della società, condividerlo con il pubblico che si incontra, confrontarsi con la comunità, addirittura scontrarsi.

E così fino ai giorni nostri il teatro sfugge al teatro e cerca di formare gli abitanti di questo edificio in perenne costruzione.

Ma qualcosa in questo filo rosso si è spezzato. Nelle nostre società così sfilacciate, demotivate, lontane da una vera azione politica che prefiguri un’idea di uomo e di comunità, anche l’arte si chiude in se stessa. Certo non dappertutto, non in maniera univoca e uniforme, ma certa è la tendenza a un generale ripiegamento a strategie di sopravvivenza sia da parte dei festival, che delle istituzioni e soprattutto da parte degli artisti.

Più che il gran teatro del mondo si assiste a un progressivo richiudersi nel personale, nel proprio vissuto problematico. Quando c’è apertura verso l’esterno difficilmente si procede oltre la cronaca senza creare un’immagine che apra un immaginario comune, anche perché spesso si tratta di certe tematiche per sperare nell’assegnazione del bando di turno. Senza ansia rinnovatrice difficilmente si scoprono nuovi linguaggi e nuove formule e si finisce per reiterare modelli vincenti ancorandosi ad essi come a dei feticci. A volte addirittura si riproducono inconsapevolmente, arrivandoci per caso.

E così il pubblico difficilmente si riconosce in opere che per lo più non parlano se non a se stesse. Il loro carattere inoffensivo le fa ideali laddove non si vuol creare dibattito ma limitarsi a passare la nuttata. Civica e Scarpellini ne La Fortezza vuota delineano meglio di me un sistema che non produce il nuovo anzi mira a comprimerlo e contenerlo.

Le volte che ho provato, attraverso questo blog, a cercare con i miei poveri mezzi di riaccendere un dibattito sui temi delle funzioni del teatro e della danza in un nuovo contesto sociale, le reazioni sono state per lo più avverse e proprio da parte degli artisti. Il che mi fa non solo intristire ma credere che in fondo la tanto temuta morte del teatro alla fine si sia presentata. Toccherà attendere una nuova rinascita. Come nei numeri dei clown si muore per finta, per risorgere, per continuare un ciclo, in un eterno ritorno senza fine. Bisogna sperare che sorgano nuovi padri fondatori che pensino un uomo e un teatro nuovo o forse semplicemente evocare un Padre Ubu che con la sua immensa pancia scuota tutto, abbatta tutto e poi anche le rovine affinché si ritorni a pensare a nuove funzioni per un teatro e una danza che le hanno perse per strada, e da quel punto provare a rinnovarle e a rinnovarci, riscoprendo tensioni etiche e politiche nel lavoro d’artista e tornare a incontrare il pubblico in una comunità.

CONCENTRICA: INCUBO di Ersilia Lombardo

Raccontare questo Incubo di Ersilia Lombardo diventa difficile senza macchiarsi di un dei più gravi peccati di questi giorni: lo spoileraggio! Quindi non resta che giocare a Tabù e, senza nominare le parole proibite, cercare di fare qualche riflessione.

Quentin Tarantino dice che raccontare una storia è innanzitutto spiazzare lo spettatore, far sì che non si aspetti mai il passo successivo del racconto. Quando dopo dieci o quindici minuti capisci già dove si va a parare significa che non l’hai raccontata bene. Incubo di Ersilia Lombardo non possiede questo difetto. L’intreccio è abbastanza ben costruito da avvincere lo spettatore e costringerlo a chiedersi come andrà a finire.

Chi è questa donna che farnetica numeri a casaccio? Perché è finita in questa stanza dove sono presenti solo quaderni e un telefono? Chi è la signora Ende? Il mistero, se in un primo tempo si infittisce, piano piano finisce per diradarsi e la protagonista si domanda: non era meglio non sapere?

Una sola attrice – la brava Chiara Muscato -, e pochi elementi scenici per tessere la trama che si svolge davanti all’occhio dello spettatore. Una semplicità francescana che demanda il compito di tenere in piedi l’edificio narrativo tutto all’antica arte dell’attore, missione che Chiara Muscato assolve pienamente.

Troppe volte si vedono sulle scene attori impreparati, carenti di tecnica di base, oppure intrisi di una recitazione affettata e tradizionale. In Incubo di Ersilia Lombardo grazie alla recitazione viva e brillante di Chiara Muscato si scongiura questo pericolo.

Il ritmo della narrazione ogni tanto si addormenta, rallenta fino a quasi fermarsi, ma immediatamente si riprende conducendo senza troppa fatica la nave in porto. L’uso delle luci è puntuale, segno nella narrazione e non semplice corredo d’atmosfera.

Nessun difetto particolarmente evidente nella confezione di questo spettacolo gradevole e di una giusta pezzatura temporale, eppure nonostante questo mi nasce spontanea una riflessione. Quale la finzione di questa piéce? Mi verrebbe da rispondere semplice intrattenimento. Nessuna particolare urgenza da condividere con il pubblico, nessuna questione politica o sociale, solo il gusto di raccontare una storia.

Questo almeno è quello che sembra a me.

Guardate che non è un cercare un difetto ad ogni costo. Raccontare, condividere storie è una delle funzioni che il teatro ha esplicitato nella sua millenaria storia, per cui niente da dire. Il soggetto se l’avessimo visto in un film americano non ci saremmo mica stupiti. Saw inizia proprio allo stesso modo. La modalità di apparizione degli indizi che lentamente acquisiscono senso in un disegno, la vediamo agire in molte delle serie che più appassionano, e nonostante qualche calo di ritmo in Incubo la tensione rimane alta fino alla conclusione.

Rimane la sensazione che manchi qualcosa, che lo spettacolo dal vivo necessiti di una visione del mondo a corredo. Trovarsi in un qui e ora, in un luogo deputato e condividere un evento è qualcosa di più che raccontare una semplice storia: è costruire pensiero in immagine, e questa immagine ognuno se la porta a casa e la adatta a sé, alla sua vita, alla sua personale visione della realtà. Ma ripeto è una mia sensazione che svolgo in forma di riflessione aperta, quasi una domanda che ultimamente mi trovo a pormi sempre più spesso: quali sono le funzioni delle performing arts o live arts nel contesto socio-culturale in cui ci troviamo ad agire? Raccontare storie può avere ancora quel ruolo che aveva in passato? Cinema e serie TV non lo fanno meglio e in maniera più completa?

Non ho una risposta a queste domande, benché per la mia storia personale sia portato a credere che se una funzione il teatro la debba proprio avere dovrebbe essere quella contenuta nell’etimo delle origini: il luogo da cui si guarda il mondo. In Incubo di Ersilia Lombardo, benché lo abbia gustato e apprezzato, mi manca il mondo, l’apertura verso un orizzonte di pensiero sulla realtà.

GLI OMINI: CI SCUSIAMO PER IL DISAGIO. Riflessioni a volo di piccione sul PROGETTO T

La recensione che non si poteva scrivere. Quando ho lasciato il Teatro delle Moline dopo aver visto lo spettacolo Il controllore della compagnia toscana Gli Omini – in programmazione per il VIE Festival emiliano, terminato ormai da un mese – il pensiero è stato: no, su Il controllore non voglio dire nulla. Né formulare pareri né elaborare sinossi soprattutto perché in quel particolare momento mi sarebbe sembrato un esercizio più retorico che di osservazione e restituzione scritta.

Può accadere che uno spettacolo piaccia, giri bene ma non si riesca a intuire esattamente perché. È un meccanismo che ha a che fare non solo con le sensazioni, ma col lasciar sedimentare, lasciarsi tempo. In questi casi una qualsiasi ricerca di aggettivi e commenti – e questo l’archetipo dello spettatore appagato lo sa di default – stanno sicuramente più larghi e comodi in forma orale, rilassata. Nel secondo caso invece, perché la sinossi c’è già. Dunque evitare pedanti ridondanze, quando possibile.

Ma l’archetipo dello spettatore appagato (eccolo che torna) tiene comunque le orecchie ben aperte: evitando di aggrapparcisi quanto di ignorarli, piuttosto gustandoseli tutti (è pur sempre una forma di di osservazione), sente i commenti a cui si lascia andare il resto del pubblico attorno a sé, e considera in maniera approfondita quanto confermato dalla compagnia stessa al termine dello spettacolo. Dicono de Gli Omini: drammaturgia autentica, personaggi autentici, ricerca autentica. Tre anni per tre spettacoli sulla linea Pistoia-Bologna. Il controllore è l’ultimo e, ascolto bene, in qualche modo “il più amaro”, il termine del Progetto T. Non ho visto i precedenti, ma qualcosa gira dentro. È un paradosso, mi ritrovo come un passeggero del treno che sa dove sta scendendo ma non da dove è iniziato il suo viaggio. Pur essendoselo goduto tutto.

A fornire il biglietto per partire è l’Unione Reno Galliera, che con la sua interessante programmazione Agorà ha portato al Teatro La Casa del Popolo di Castello d’Argile il primo spettacolo del Progetto T de Gli Omini: Ci scusiamo per il disagio. E finalmente faccio opera di sintesi. Finalmente mi vien fatto di pensare che Irvine Welsh avrebbe dovuto farsi un giro alla stazione di Pistoia.

Basta poco: una panchina, sei “lampadoni” ai lati, una luce rossa sulla sinistra, l’altoparlante a stelo sulla destra, l’anima di Sergio Leone che aleggia. Che se la Porrettana fosse il vecchio west, i suoi cowboy restano comunque l’orgoglio dei manicomi cantati da Battiato.

I tre componenti de Gli Omini Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi e Luca Zacchini (cui aggiungere in regia il “quarto-omino e donna-piccione”, come verrà presentata, Giulia Zacchini) dimostrano una incredibile naturalezza, una onesta semplicità che convince, ed è di sicuro una delle carte vincenti della compagnia: impersonando quadro dopo quadro le strambe personalità che si succedono nella stazione di provincia, facilmente riconoscibili però in qualsiasi contesto provinciale, Gli Omini coprono una fetta di umanità ben estesa e visibile, fra il disadattato e il borderline, e la traducono sulla scena attraverso variazioni leggere, nel tono e nell’impostazione fisica; il filippino, la vecchia milanese dall’avventurosa vita amorosa, il sessuomane modenese, il gruppo dei drogati, la coppia affetta da mille disturbi diffidata dalla patria potestà e tutti gli altri personaggi, ci vengono presentati semplicemente nel loro occupare uno spazio dove più che transitare treni, transitano racconti, storie, vite. Ascoltiamo ciò che la compagnia ha raccolto nel primo dei tre anni di ricerca di campo compiuta sulla linea Porrettana, facciamo gli stessi incontri, facciamo esperienza di una vera operazione di antropologia teatrale resa visibile. Ma soprattutto ci godiamo uno spettacolo che ha dell’ironia sottile e agrodolce.

La ricerca infatti si vede, ma non travalica affatto l’andamento dello spettacolo, che segue una linearità voluta. Gli affezionati della climax e del momento di massimo apice drammaturgico dovranno accontentarsi: quell’apice sono i personaggi stessi. Del resto, cosa si poteva aggiungere? In Ci scusiamo per il disagio quello che non manca è precisamente l’incontro, e un incontrarsi, del tutto convincente nel suo essere vero. La rielaborazione del materiale drammaturgico è brillante, le tinte sono leggere e scanzonate, ironiche sì, ma sempre perfettamente credibili. Un ulteriore punto forte è quello che, per fortuna, manca: tanto la gravità drammatica quanto il macchiettismo. Così facendo resta la narrazione, per sua natura umile atto di salvataggio. Ridiamo tranquilli, siamo noi.

Se si va avanti così a uno viene voglia d’ammazzarsi. Spazio per le risate. La gente, non c’è niente che la salvi.

Se Gli Omini si dimostrano eccellenti nel non calcare troppo la mano, neanche si negano il gusto della tragicommedia surreale che vuole ridersi un po’ addosso: non si nega insomma lo spazio per il cicaleccio di situazione, per gli annunci “modello-Trenitalia” che si contraddicono e aboliscono la prima classe (in questo va detto che l’arredo della stazione, così come i piccioni frequentemente evocati, sono a tutti gli effetti personaggi in carne e ossa), per un rave a luci fredde con tanto di Shock in my town di Franco Battiato in sottofondo; gli espedienti comici funzionano tutti benissimo, compreso il leggerissimo momento dell’intervallo, con gli omini Rotelli e Zacchini che offrono caffè alla platea. La ripetitività delle situazioni e il ricomparire di alcuni personaggi crea puro ritmo: e Gli Omini puntano alla semplicità della struttura. Che funziona e conquista. Il finale è un piccolo capolavoro fumoso di spaghetti western di provincia.

Solo dopo questa partenza posso tornare a riflettere da pura spettatrice neutra anche su Il controllore, sull’evoluzione di questa ricerca fra le ferrovie che è il Progetto T, e chiedermi: cosa ho visto, cosa ho sentito, cosa è rimasto. La variazione della scenografia a incentivare il trasformismo, i personaggi che virano verso un grottesco ancora maggiore ma trattati forse anche con una distanza maggiore, e un ritmo più rallentato. Un elemento che mi aveva sorpreso ne Il controllore e ritrovo in Ci scusiamo per il disagio, la leggera sensazione che compare a volte di una eccessiva lunghezza, di uno stiracchiamento di tempi non so in che misura necessario. Della necessità di dare un termine, di fermarsi prima, anche di poco. E l’interrogativo finale, sul perché lo si stia pensando. E sul paradosso di pensarlo a riguardo di un ciclo di spettacoli che trova il suo centro nell’immagine di una stazione affollata solo di bestie, di un treno che non partirà mai, o che resterà fermo in mezzo alla Porrettana, ostacolato dagli “uomini gialli”, o da sacchetti della spazzatura abbandonati sul binario.

Ritrovarsi a predicare fra le tante possibilità della scena quella di poter arrivare alla potenza di una lente d’ingrandimento sul mondo, e parallelamente sentire di averne esperito abbastanza. Un paradosso, chissà. E nel frattempo, sentire anche che qualcosa si è sedimentato, e qualcosa continua a circolare. L’intelligenza artistica della compagnia Gli Omini forse emerge anche da questa inaspettata capacità: quella di lasciare che le storie e le situazioni si attacchino addosso, e non si possa fare a meno di ripensarci, riconsiderarle in ogni caso. E restano, infine, le stesse parole del controllore: “che anche se noi escludiamo il mondo, il mondo viene poi a visitarci sotto forma di mosche”.

Di Maria D’Ugo

Differenti sensazioni: WS TEMPEST Teatro del Lemming

WS Tempest del Teatro del Lemming, andato il scena alle Officine Caos per Differenti sensazioni, è il terzo anello della catena della Trilogia dell’acqua dedicata al Bardo e i cui precedenti capitoli erano Amleto e Romeo e Giulietta.

Come consuetudine l’esperienza per lo spettatore è intima e, mi si passi il termine, violenta. In pochi e totalmente immersi nella scena, partecipanti e non spettatori, si condivide uno spazio, i movimenti, l’atmosfera, la scena; e nello stesso tempo si è in balia di qualcosa che accade nonostante la nostra presenza, un evento di cui non conosciamo, come pubblico, le regole del gioco e non resta che abbandonarsi fiduciosi e timorosi a ciò che avviene intorno a noi.

Si entra in uno spazio che ci circonda. Gli attori sono seduti a terra in cerchio con dei fogli e delle candele che illuminano fiocamente lo spazio che circoscrivono. E subito si è sull’isola di Prospero. E le voci degli spiriti/attori ci chiamano a iscriverci sulle pagine dei libri del mago. Come alla dogana ci chiedono di declinare le generalità: una volta iscritti siamo parte della storia.

Ma chi è Prospero se non Shakespeare stesso? E tutti quegli spiriti non sono forse i suoi personaggi? Amleto, Macbeth e la sua tremenda sposa, il geloso Otello, e poi Cordelia e l’infelice Ofelia. Ecco le voci che sussurrano sull’isola dove siamo approdati. L’isola è la mente che partorisce i suoi mostri e i suoi spiriti.

WS Tempest non è quindi un confronto con il Bardo sul piano del testo e della rappresentazione, quanto più con la modalità di pensiero. Come Otello è parte della mente di Shakespeare così egli è dentro di noi, nel nostro quotidiano agire/patire.

WS Tempest è un’esperienza nel labirinto, un percorso alla cieca tra le stanze di questo palazzo sconosciuto in cui ci aggiriamo cercando un’uscita. Suoni e immagini ci appaiono, parole che appartengono alle grandi tragedie e commedie ci ricordano la fragilità e l’evanescenza di una vita che è sogno e fatta di sogni. Si passa senza lasciare segni duraturi, come il teatro impermanenti e volatili. Finita la rappresentazione non resta che la scena vuota e spoglia.

Molto riuscita la scena finale dove una donna nuda immersa nell’acqua come una ninfa, viene coperta di pagine bagnare che diventano vestito e maschera. Gli attori la circondano ma nell’accendersi e spegnersi della luce fioca che illumina la scena, piano piano le figure svaniscono, finché non resta che un povero mucchio di carta straccia e bagnata.

Meno riuscita la scena in cui un tribuno su un palco munito di megafono affronta temi di politica teatrale che andrebbero invece indagati con più profondità piuttosto che lanciati sulla folla come sampietrini. Quale il ruolo dello spettatore? E la ricerca non si è allontanata da lui? Non protegge una torre d’avorio incomprensibile? E lo spettatore cosa vuole? Divertirsi e non pensare? Dormire? Forse sognare?

WS Tempest è spettacolo che, come consuetudine del Teatro del Lemming, propone una relazione con lo spettatore molto diretta, quasi aggressiva. Fin dagli ormai lontani anni ’90 quando vidi un loro lavoro per la prima volta (era Edipo), fui colto da un certo disagio per questo confronto pugnace con gli attori. Si è quasi dei pugili impegnati in una lotta. Il mio disagio è comune a tutti quelli che assistono ai loro lavori e non può essere altrimenti. Vi è sempre qualcosa di illecito quando l’attore ti tocca, perché in quel momento non è uomo, è posseduto da forze altre e misteriose, è privo di identità nota perché in lui appaiono anche spettri di un altrove. L’attore quando fa il suo mestiere come si deve è prima di tutto sciamano.

Essere nella zona di azione degli attori, è essere clandestini in una terra pericolosa di cui non si conoscono usi e costumi. Il pubblico è materiale di scena, attore inconsapevole, parte di un gioco di cui non comprende pienamente le regole, e per quanto più attivo che quando semplicemente seduto al suo posto, resta passivo e inerme.

Certo queste cose sulle modalità del Lemming sono già state dette e quindi queste mie parole non aggiungono né tolgono niente, eppure nonostante ormai si sappia quale sia la modalità e quindi la si accetti di buon grado e non sia più una sorpresa, il disagio resta e mi obbliga a ripormi il problema come nel lontano passato. E penso anche che laddove WS Tempest funziona di più è proprio quando abbandona quella modalità aggressiva, e torna a essere immagine distante che appare come un miraggio, più che presenza fisica che contatta e contagia lo spettatore.

WS Tempest è un’esperienza teatrale complessa e impegnativa, che non lascia indifferenti e colpisce per la forza delle sue immagini. Una modalità altra di partecipare a un evento scenico nonostante tutte le perplessità che propone.

NATALINO BALASSO – MARTA DALLA VIA: Delusionist

Sabato 4 novembre al Teatro Goldoni di Venezia è andato in scena in prima nazionale Delusionist di Natalino Balasso e Marta Dalla Via.

Delusionist, ultima “fatica” (si fa per dire) di Balasso, affronta il palco principe del Teatro Stabile del Veneto e il pubblico della città lagunare (per l’occasione composto in gran parte da addetti ai lavori) ufficializzando un sodalizio nato e cresciuto durante le prove della Trilogia La Cativìssima (di cui sono stati realizzati i primi due episodi), quello con la brava regista e attrice Marta Dalla Via.

Autrice e interprete di spettacoli che non sono passati inosservati (Veneti Fair, Piccolo mondo alpino, La cinghiala di Jesolo, Mio figlio era come un padre per me hanno ottenuto anche importanti riconoscimenti), da alcuni anni Marta Dalla Via ci racconta con le armi che le sono proprie le tante contraddizioni di una regione come il Veneto considerata modello dell’economia italiana, dando vita a una satira sociale che non si ferma ai luoghi comuni, scavando oltre l’immagine patinata (e anche oltre la facile risata da cabaret alla Zelig e consimili). La sua capacità di creare maschere clownesche, di passare da un personaggio all’altro, caratterizzando ogni trasformazione con una mimica intensa che non si ferma alla superficie, è una dote che Balasso ha saputo cogliere e sfruttare con intelligenza.

Da Veneti Fair alla carrellata di audizioni per la campagna promozionale dell’incredibile farmaco che non fa dormire, che l’imprenditore veneto Vito Cosmaj e la sua iperefficiente segretaria Gioia Maina (leggi Mai-‘na Gioia) stanno lanciando sul mercato, il passo è breve (dal punto di vista della caricatura umana). Ed è breve anche a partire dalle boutade di Telebalasso (il canale video di Balasso sulla piattaforma youtube) e dall’irriverente epopea in stile Ubu Roi di Toni Sartana, sindaco di indole mafiosa di un piccolo paese della campagna veneta capace di ogni efferatezza nella sua personale scalata al potere politico ed economico per diventare, nel primo capitolo di Cativìssima, “assessore ai schei” (soldi, per i non veneti) ed entrare, nel secondo, nel Gotha mondiale dei “Magnaschei”.

Natalino Balasso e Marta Dalla Via si sono incontrati a metà strada. In comune hanno molto: sono due mattatori di prima scelta; condividono la lingua (una delle tante lingue che compongono l’italiano, come ama dire Balasso citando Pasolini) ed entrambi sottopongono il dialetto veneto a un lavoro di sfumatura, che senza smarrirne la veracità lo rende comprensibile a tutti gli italiani; il loro è un teatro innanzitutto popolare, “perché sono dell’idea che se vogliamo che a teatro ci vadano tutti dobbiamo anche riuscire a parlare a tutti, pur cercando di non essere mai scontati” (Natalino Balasso).

Marta Dalla Via attinge certamente alla popolarità del comico polesano (conquistata sul palcoscenico, prima che al cinema, alla tv e sul web), ma Natalino Balasso ha trovato pane per i suoi denti in questa “no stand-up comedy”, una commedia con attori in piedi come la definisce lui stesso. Delusionist va evidentemente molto più verso il teatro di quanto preveda il format dello spettacolo di cabaret made in Italy che riempie i teatri nazionali grazie ai comici della televisione.

Se i personaggi in campo possono suonare già visti nell’universo mondo di Balasso (l’imprenditore del nord-est di scarsa cultura e senza scrupoli che cerca in tutti i modi di tagliare i costi di produzione, sperimentando addirittura su se stesso il prodigioso farmaco, e la bella segretaria che gli dà man forte suggerendo escamotage al risparmio), se il tema dei medicinali e degli effetti collaterali che ne chiosano i bugiardini non sono certo una novità, la storia che ci viene raccontata è solo un pretesto e non un pretesto per far ridere e basta.

Delusionist è innanzitutto una grottesca rappresentazione del presente sottoposto alle leggi del mercato globale, che pretendono livelli di produttività e standard performativi sempre più elevati. In un contesto sociale ed economico come quello che stiamo vivendo, ogni pausa diventa inevitabilmente una perdita di tempo. La pillola salvavita (che avrebbe dovuto chiamarsi “the illusionist”, ma che per un errore dovuto all’ignoranza dell’inglese ha preso il nome di “delusionist”) intercetta proprio il bisogno di essere sempre presenti, privando l’uomo del sonno e condannandolo a un continuo stato di veglia. Ma il sonno è parte integrante del ritmo naturale della vita e togliendogli ogni funzione la vita reale cede il posto alla vita rappresentata, alla pura performance. La delusione, richiamata dal titolo, sta nel non poter umanamente sostenere questo stile di vita: è la stessa delusione di Achille “pié veloce” che non potrà mai raggiungere la tartaruga del famoso paradosso di Zenone, perché il movimento, come diceva Parmenide, è in fondo solo un’illusione.

La circolarità della piéce, che finisce esattamente là dov’è iniziata, ci racconta proprio l’impossibilità e l’inconsistenza di questo falso movimento. Ciò che prende vita davanti a noi è un carosello di maschere, una giostra che continua a girare su se stessa imprigionando nel movimento perpetuo gli stessi attori, chiamati in causa dai loro personaggi allo scopo di lanciare con successo la promozione del prodotto. Tre insegne luminose azionate all’occorrenza a scandire i diversi momenti dello spettacolo, come sottotitoli per non udenti, richiamano specifici processi di marketing: naming, brainstorming e storytelling. Sono tre fasi determinanti nella costruzione di una campagna pubblicitaria, ma lo sono anche nella costruzione di un’opera teatrale. Il cortocircuito è inevitabile.

Delusionist di Natalino Balasso e Marta Dalla Via è un appello al risveglio e allo stesso tempo un invito a sognare. Questo è in ultima analisi il discorso del bugiardino umano offerto all’inizio e alla fine dello spettacolo. Il palco è vuoto e ciò che non c’è diventa presente grazie anche al contributo dello spettatore, un contributo di sensibilità e immaginazione che nel teatro, ma anche nella vita, è e resta imprescindibile.

Nicola Candreva

GLI OMINI: Petì Glassè ovvero la commedia umana 2.0

Sulla compagnia Gli Omini di Pistoia si è scritto molto e i consensi sono stati pressoché unanimi per una volta assolutamente meritati. Petì Glassè presentato al Teatro della Caduta è il loro ultimo lavoro, una sorta di varietà che raccoglie alcuni dei migliori personaggi incontrati nelle loro peregrinazioni anarco-sociologiche come amano chiamarle. Un best of o potremmo anche dire un catalogo o bestiario umano, una commedia umana all’inizio del terzo millennio. Personaggi soli, coppie, filosofi in erba alla bocciofila, amanti delusi: Gli Omini presentano un florilegio di figure umane che sfilano sul palco, un caleidoscopio che riporta alla vista il gran teatro del mondo di barocca memoria. E tra quei personaggi potremmo esserci pure noi. Non siamo per niente esclusi, anzi. Forse non siamo lì solo perché Gli Omini non ci hanno incontrato e intervistato.

Un mondo di picari che sopravvive alla vita, un’umanità non tanto grande miracolo quanto folle branco di pazzi che solo con l’illusione della civiltà può credersi essere superiore. Un’immagine divertente, tenera, ma anche molto triste dell’essere umano.

In Petì Glassè Gli Omini rispolverano lo splendore del teatro comico popolare che si è sempre ispirato alla gente comune per creare i suoi personaggi migliori. Pensiamo ad Aldo Fabrizi quando faceva il vetturino, o il Mario Cioni di Roberto Benigni, e infine Troisi che in molti dei suoi personaggi respirava la vita popolare dei vicoli di Napoli. L’azione de Gli Omini è certo più scientifica. Le loro indagini cercano con bramosia le storie di cui poi i loro spettacoli si nutrono, un’azione di ricerca quasi sociologica. Una raccolta sul campo di frasi, discorsi che vengono annotati e poi diventano dramma, ma il fondo del loro agire scenico è il gran teatro popolare che del mondo ha fatto sempre luogo elettivo per cogliere i propri personaggi.

Ottima anche la qualità della recitazione de Gli Omini (che sono lo ricordiamo Francesco rotelli, Francesca Santeanesi, Luca Zacchini e Giulia Zacchini). Fresca, non libresca, né muffita oralità da teatro stabile. La lingua vera e popolare, la cadenza, l’accento, il vernacolo, il dialetto. Certo ogni tanto in questo navigar tra le lingue qualche volta si cade, come l’accento cremasco che diventa quasi veneto, ma in fondo non è questo che conta, è il colore della vita vera, delle persone che ci circondano e con noi fanno parte di questa tragicommedia infinita che è la vita.

ANNAMARIA AJMONE: To be banned from Rome

Ieri sera 26 ottobre è andata in scena per Torino Danza alle Lavanderie a Vapore Annamaria Ajmone con To be banned from Rome. Uno spettacolo che mi ha lasciato perplesso per molte ragioni. Che non si debba prestar troppo fede ai programmi di sala è cosa risaputa. Molto spesso danno un’idea sbagliata e falsata di quello che si andrà a vedere. Solitamente lo leggo dopo o non lo leggo affatto perché lo ritengo uno strumento che indirizza l’occhio dell’osservatore dove vuole l’autore e io voglio invece essere libero di vedere lo spettacolo senza pregiudizi, lasciandomi investire dalle immagini e dalle azioni che accadono sulla scena. Voglio essere immerso nel processo senza dovermi muovere tra i paletti come nello slalom.

Questa volta nell’attesa purtroppo vi ho dato una letta. E mi sono incuriosito ancora di più. Si parla di nuove tecnologie, di “una riflessione sulla persona digitale”, di uno sguardo sulle community online e i loro comportamenti, ossessioni e feticismi, di una coreografia che coinvolge tecnologie popolari e crude. Vedendo To be banned from Rome di Annamaria Ajmone non si riscontra niente di tutto questo. E sicuramente ciò può essere dovuto a mie mancanze o alla mia ignoranza seppur abbia riscontrato in molti facce del pubblico la mia stessa perplessità.

Una donna con un braccio di pezza lunghissimo entra in scena e comincia a danzare con movimenti aggraziati, lenti, sinuosi accompagnata da un’interessante musica elettronica composta ed eseguita da Alberto Ricca in arte Bienoise. Sulla scena un mucchio di stracci è sul proscenio e una cassa acustica più o meno al centro dello spazio. Il braccio di pezza compone interessanti combinazione con il corpo e i movimenti della danzatrice, che è obbligata a convivere con questa protesi, a trovare dei movimenti possibili. Oltre a questo non c’è molto altro.

Questo spettacolo di Annamaria Ajmone è molto debole. Manca di struttura compositiva e ritmica, di una nervatura che sostenga il suo discorso. Dopo un segmento che occupa oltre la metà dello spettacolo, un lungo momento vuoto in cui ad agire sono solo le luci, ma in maniera non veramente pregnante. Il braccio abbandonato sulla scena viene illuminato da un taglio di luce mentre il resto della scena muta lentamente di colore, fino a giungere a un controluce basso e bianco in retroproiezione che inaugura una nuova scena. Troppi i minuti impiegati per questa operazione che peraltro non porta a nessun cambio sostanziale dell’economia dello spettacolo, e quindi non funzionale. Solo la musica riempie la drammaturgia, la sostiene, le viene in aiuto sorreggendo l’impalcatura che altrimenti non reggerebbe.

La struttura ritmica è impostata per buona parte dello spettacolo su un tono uniforme, senza picchi, creste, cadute. Gli oggetti non sono impiegati in tutte le loro possibilità espressive, ma utilizzati in maniera troppo rapida, abbandonati in fretta. Gli stracci riempiono le tasche e il vestito e subito vengono lanciati via. Nient’altro. Il mucchio rimane lì abbandonato per quasi tutto il tempo di esecuzione.

Quindi di community online, di tecnologie, di discorsi sull’identità, non si percepisce nulla in quello che si vede. Se non avessi letto non mi sarebbe nemmeno venuto in mente. Non si riesce a comunicare una ricerca che sono sicuro, c’è stata e magari anche rigorosa. Non è assolutamente detto che una giovane coreografa come Annamaria Ajmone debba sfornare capolavori uno dopo l’altro. Errori e fallimenti sono ammessi e ben vengano: aiutano a crescere purché se ne prenda atto.

Questo apre un discorso sui giovani talenti che andrebbero aiutati invece che sfruttati. Coltivarli, farli crescere affrontando le giuste tappe, dovrebbe essere una necessità di tutti coloro che hanno a cuore la danza e il teatro. Se un lavoro non è pronto andrebbe protetto, rivisto, rimandato, oppure presentato come studio incompleto, non come prima assoluta. E purtroppo spesso avviene il contrario senza perciò essere di nessun aiuto al giovane autore ed esponendolo a inutili rischi.

Ph: @Andrea Macchia

DISFUNZIONALI: considerazioni su La fortezza vuota

Ho letto con grande interesse La fortezza vuota di Massimiliano Civica e Attilio Scarpellini, scritto che fotografa una situazione del teatro italiano (ma potremmo dire di tutte le Live Arts) a dir poco sconsolante e sconfortante. Al termine della lettura mi è sorto spontaneo il desiderio di fare delle considerazioni su alcuni punti della disamina di Civica e Scarpellini (per chi fosse curioso lo può scaricare a questo indirizzo http://www.contemporaneafestival.it/contemporaneafestival15/htm/connessioni/La-fortezza-vuota.pdf  

Il teatro sta perdendo il senso delle sue funzioni o, per meglio dire, non riesce a costruirne di nuove; e come spesso accade, anziché reagire, si fa finta di non vedere e si continua a perpetuare gli stessi errori sperando che passi ‘a nuttata. L’incipit de La fortezza vuota è di una lucidità disarmante: «Oggi si continuano a produrre spettacoli, escono i cartelloni delle stagioni, si fanno festival teatrali, ma c’è la sensazione di andare avanti per forza d’inerzia: agiamo secondo abitudini e consuetudini di cui però, nell’intimo, non ravvisiamo più il significato e le finalità».

Non posso che trovarmi d’accordo con la disamina di Civica e Scarpellini. Sento meno sintonia nell’identificare le cause e, soprattutto, su quelle che sono le funzioni che secondo loro dovrebbe avere il teatro.

Di certo è facile accusare le istituzioni e le direzioni artistiche conniventi. Con questo non voglio dire che tali soggetti siano incolpevoli. È sotto gli occhi di tutti che la nuova legge di riordino del settore dello spettacolo delinea linee di smantellamento più che risolvere problemi e La fortezza vuota fornisce un’analisi impeccabile sul sistema malato che si è voluto creare e sulle conseguenze che porterà al settore. Chiunque abbia almeno una volta parlato con un politico o con un funzionario presentando un progetto culturale sa che gli scopi delle istituzioni sono per lo più turistico propagandistiche volti a ricevere un’immagine più sfavillante possibile spendendo poco. Degli scopi culturali non frega un beato niente a nessuno.

Ma, e in questo divergo dalle posizioni espresse ne La fortezza vuota, la colpa primaria non è della politica. I politici sono solo l’espressione della società che li elegge. Se sono corrotti, o nel migliore dei casi inadatti, inefficienti, impreparati, ignoranti, incompetenti la colpa è di chi li elegge, di chi non pretende che la loro figura pubblica rispetti dei canoni di qualità e buon costume, di chi non dice no alla loro mala azione di governo.

Come diceva Artaud :«Se la folla contemporanea non capisce Edipo Re, oserei dire che è di Edipo Re la colpa, non della folla». Nel campo culturale per decenni gli artisti non si sono opposti al ribasso imposto dalla classe politica, preoccupati di perdere anche quel poco che avevano conquistato. Si è detto sì a ogni taglio, a ogni azione volta a disincentivare la ricerca, la qualità, la professionalità degli artisti. Non c’è stata protesta né ribellione e ora è tardi.

Gli artisti si sono rifiutati di agire come categoria professionale unita e coesa e ognuno ha pensato al proprio orto, chiudendosi nella propria fortezza vuota a difendere un feudo che assomiglia più a un magro e arido orticello. La guerra dei poveri evocata da Civica e Scarpellini non è a iniziarsi, ma è già deflagrata da decenni. Se timidi tentativi sono stati fatti negli anni passati per un’azione comune, si sono anche sgretolati subito per beghe condominiali e antipatie personali. Se non ci si oppone, lo Stato agisce indisturbato e fa quello che conviene all’establishment. È sbagliato e ingenuo pensare che lo Stato agisca per il bene dei cittadini se non sono i cittadini stessi a vigilare affinché vengano rispettati i propri diritti. E non è nemmeno vero che lo Stato debba occuparsi di cultura, perché quando l’ha fatto i risultati sono stati devastanti senza essere costretti a evocare realismi socialisti e arti degenerate.

Stato e cultura, se possono trovarsi nella situazione di avere scopi in comune, è più salutare che siano in disaccordo. Nella dialettica tra politica, società e cultura si annidano le funzioni dell’arte. Eugenio Barba ha scritto un libro con un titolo illuminante: Teatro. Solitudine, mestiere, rivolta. Lavorare su ciò che mette in crisi una società e più in generale l’essere e l’esistenza, là si annida il senso dell’arte. Cultura non è neanche il termine corretto, perché evoca educazione e quindi coltivazione di soggetti che si pensa siano in qualche modo selvaggi. L’arte non è cultura, ma lucido sguardo sulla realtà. È un porre domande scomode e spesso senza risposta.

Quando Civica e Scarpellini parlano di teatro come educazione al bello e che la sua funzione sia da equipararsi a quella di musei e scuole, siamo di fronte a una posizione assolutamente rispettabile ma che manca il segno. Quando prima degli agoni teatrali ad Atene i Katharmoi inondavano gli spalti di sangue dei sacrifici, non era certo la ricerca del bello e del buono che veniva messa in evidenza. Il teatro, e con esso la danza e qualsiasi altro spettacolo dal vivo, è sempre stato più in contatto con il sublime e il tremendo che con il bello che educa. Cosi come da ogni grande tragedia di Shakespeare non è certo il bello che traspare ma la lotta feroce per il regno e come questa sia vana. Il teatro come mezzo educativo è un’illusione brechtiana. Il teatro non educa, scuote.

Il problema è che non avendo funzioni, e non cercandole più, non scuote, non colpisce. Diceva Artaud: «La cosa più urgente non mi sembra dunque difendere una cultura, la cui esistenza non ha mai salvato nessuno dall’ansia di vivere meglio e di avere fame, ma estrarre da ciò che chiamiamo cultura, delle idee la cui forza di vita sia pari a quella della fame». Le idee forti mancano e sono mancate. E spesso per soggiacere alle volontà politiche, per vincere il bando, per correre dietro all’anniversario di turno. Per salvare il proprio orticello si è rinunciato da lungo tempo alla militanza, a essere coerenti con le funzioni della propria arte e si è corsi tutti quanti a raccogliere le briciole che la tavola del potere elargiva con sussiego come a farci un favore. E le idee ci sono mancate. Abbiamo detto sì troppe volte e come nel bel film di Abel Ferrara The Addiction, siamo diventati tutti vampiri per non aver detto no al male. Li abbiamo lasciati entrare e siamo stati irrimediabilmente contagiati.

Certo le condizioni per dire no erano terribili, peggio di lacrime e sangue, ma forse ne sarebbe valsa la pena. Tanto alla fine siamo finiti tutti a lavorare per quattro lire, se non gratis, senza speranza di avere una pensione, sviliti da una diffusa opinione che quello dell’artista non sia un lavoro di alta professionalità, ma niente più che un passatempo da bimbi viziati, trattati con supponenza dagli addetti alla cultura e dai politici preposti, sempre costretti a fare la questua. Forse a ribellarsi, a combatter per rendere possibile una ricerca che avrebbe potuto cercare nuove funzioni, nuovo pubblico, nuova linfa, avremmo potuto conservare almeno la dignità.

PROCLAMI ALLA NAZIONE di Compagnia SNC

Venerdì 20 e sabato 21 ottobre al Caffé della Caduta di Torino è andato in scena Proclami alla nazione della Compagnia SNC. Uno spettacolo che ha ricevuto buone critiche, composto e creato da una giovane compagnia a cui sono stati tributati primi e riconoscimenti e che al pubblico è piaciuto. Io però sono rimasto molto perplesso e non posso che pormi qualche domanda sulla reale qualità del lavoro.

Ma iniziamo con ordine partendo dal racconto di Proclami alla nazione. Quattro tribuni a turno, dietro ai propri leggii, arringano una folla che non c’è parlando di nulla o quasi. I tribuni al buio si accendono la propria luce, appaiono e parlano quel tanto che basta e spariscono nuovamente nell’ombra della scena. Si scambiano i ruoli e le posizioni. In fondo tra loro non c’è differenza: tutti non hanno niente da dire. Riempiono solo l’aria di suoni e discorsi vacui. A volte nel buio si scatena una rissa da condominio, con insulti, urlacci, offese. Poi c’è un cambio di situazione. Ci troviamo nel cervello di uno degli oratori, l’ufficiale che non riesce più a dire nulla. In questo strano ufficio preposto al linguaggio ci si allarma e si manda a chiedere spiegazioni ad altre aree del cervello. La situazione tende alla comicità. Infine tra i tre personaggi del cervello, che si tramutano nella coscienza, e l’ufficiale oratore si svolge un dialogo: perché non parli? Perché non ho niente da dire. Eppure bisogna parlare, arringare la folla che pure c’è, è lì in attesa, pronta a ricevere un qualsiasi discorso. Sì, ma non trovo motivazioni.

Una scappatoia alla fine si trova. Si parla di cani. Ovviamente senza dire nulla. Si ulula tra qualche sconnessa parola e si sparisce nuovamente nel buio.

Il tema di Proclami alla nazione appare chiaro. Siamo una società di tribuni della plebe, dove chiunque sale sul podio e arringa la sua piccola folla benché non si abbia nulla da dire. Si è quasi obbligati alla comunicazione e i social hanno amplificato una pratica che una volta era limitata al bar sotto casa o a essere folklore a Hyde Park. Un vocio ininterrotto di parole vacue e senza senso ripiene di cliché e luoghi comuni. Tutto si svuota di senso. È come se si fosse amplificata e moltiplicata la scena finale de Le sedie di Ionesco. Solo che anziché un solo oratore che non proferisce che versi senza senso, questi siano diventati legione.

Proclami alla nazione, lo ripeto, è molto piaciuto al pubblico che lo ha applaudito convintamente. Eppure le mie riserve e perplessità sono ampie.

Vi sono molti difetti di drammaturgia, insistenza nell’uso di stessi espedienti ed effetti comici, errori diffusi di dizione, e non parlo di quella aulica da teatro classico, parlo proprio di corretta dizione di un testo. Anche la tecnica di recitazione è acerba. Facciamo degli esempi concreti: per passare da un ufficio all’altro del cervello i personaggi con delle luci mosse ad arte simulano corridoi e ascensori. Queste scene sono estremamente lunghe, sproporzionate, e quanto eseguite in gruppo mal coordinate. Così un’ottima intuizione si sciupa nella lungaggine e nella cattiva coordinazione. Oppure il finale: molto sciatto e male eseguito, in cui vengono poste delle luci di fronte all’ufficiale oratore, prima accese e poi spente, in una scena macchinosa per la difficoltà di trovare gli interruttori. La tecnica vocale lascia a desiderare, spesso tutta di gola, senza una reale conoscenza, o dimenticanza, delle possibilità fonatorie di un attore. Questi alcuni esempi ma potrei continuare.

Proclami alla nazione è un lavoro acerbo, costruito da una compagnia di giovani che ha delle attitudini alla scena che andrebbero maggiormente coltivate. E questa mia critica non è una bocciatura senza appello. Anzi. É un invito al lavoro e all’impegno. Alla ricerca di un’eccellenza, precisione e pulizia dell’agire scenico che a oggi si intuisce ma manca. Ed è un invito alla critica e alle giurie dei premi a non incensare troppo presto queste giovani compagnie. Segnalare un talento va bene, ma è altrettanto etico segnalare difetti palesi ed evidenti affinché vengano emendati. Questo è un ruolo sano della critica. Aiutare l’artista a crescere, a prendere atto delle proprie mancanze, a compiere un percorso verso un incremento delle proprie abilità e talenti.

Proclami alla nazione è un lavoro con buone intuizioni che andrebbe maggiormente raffinato. L’uso delle luci portatili è in sé ottimo, ma a volte diventa una gabbia. Cambiare strumenti pur utilizzando la portabilità è altamente consigliabile. Anche questa è ricerca. Così come una revisione della drammaturgia, che benché sia modernamente condivisa, non ha ancora la maturità necessaria e auspicabile. Sono automatismi che necessitano di tempo. Per cui la mia speranza è che questo lavoro venga intrapreso, e che questo scritto non sia considerato, come analogamente in passato, come una critica distruttiva, che si compiace nel bastonare senza riserve. A volte evidenziare gli errori invece che accodarsi al plauso unanime, soprattutto quando si parla di giovani autori, è più utile e sensato. È un invito a ripensare al proprio lavoro per compiere con più sicurezza e coscienza il passo successivo.

SLEEP ELEVATION di e con Mariella Celia

Sleep elevation di Mariella Celia, in scena a Tdanse festival di danza e nuove tecnologie di Aosta, è un percorso onirico tra linguaggi (danza, teatro e cinema), tra comico e drammatico. Un’oscillazione pendolare tra conscio e rimosso. Un sogno è sempre perturbante, gli elementi che sono in ordine logico e sembrano conservare nella veglia la loro razionale relazione, la loro necessaria utilità, diventano d’improvviso caotici, mescolano le loro funzioni, assumono sensi inaspettati e rivelano combinazioni rivelatrici delle nostre ansie, paure, desideri e aspirazioni. In questo scombinare le carte, rompere gli schemi e rivelare segreti percorsi che alla luce del giorno facciamo fatica a confessarci, ci troviamo più nudi e indifesi ma anche più consci e consapevoli. L’emersione dei nostri scheletri dall’armadio nascosto nel profondo dell’anima porta con sé una legione di sentimenti che scuotono come un terremoto ma fanno sorgere anche il riso, il buffo, il comico del credere un mostro una semplice bambola di pezza.

In Sleep elevation di Mariella Celia esplode in scena questo miscuglio di sensazioni e linguaggi, questo puzzle in cui come nel romanzo di George Perec manca sempre un pezzo per ricostruire l’immagine. Una donna in vestaglietta attende una telefonata. Con il cellulare sempre in mano aspetta il suo personale Godot, e nell’attesa si accorge di non aver capito molte cose. E anche noi non riusciamo bene a inquadrare se stia parlando dello spettacolo che stiamo osservando o della sua situazione. Questo incipit decisamente comico ci porta piano piano a scivolare nel sogno e a trovarci noi nella situazione di dire: non ho capito. In realtà non c’è niente da capire, ciò che accade è anche in noi, lo sappiamo di cosa sta parlando.

Scende il buio e l’unica luce è quella del cellulare che diventa il burattinaio che tira i fili del corpo della donna. Poi torna la luce e la donna si toglie la vestaglietta e presenta il suo corpo in un buffo bichini natalizio iniziando a ballare una canzonetta anni ’80. L’armadio in tutto questo è là nell’angolo della scena ma evidente, scomodamente presente. Ed ecco che infine si apre, la donna ci entra e tra uno sbuffo di fumo ne riesce accompagnata dallo scheletro.

Inizia una nuova fase dello spettacolo. Lo scheletro è compagno, amante, amico, feticcio, idolo terrifico. Ci si può giocare, danzare, si può percuoterlo, accarezzarlo, conversarci insieme. Si intavola uno strano gioco di ruolo in cui scheletro e donna diventano doppiatori di scene famose di film in cui la volontà di far colpo, di essere desiderati e di desiderare diventa imperativo: la scena di Mia e Vince in Pulp Fiction nel locale dove ballano il famoso twist, un dialogo tra Marlon Brando e Vivian Leigh in Un tram chiamato desiderio e infine una scena tra Totò e Anna Magnani in Risate di gioia. Modelli di desiderio ma anche comportamentali imposti da un immaginario condiviso, schemi in cui i desideri e le aspirazioni personali sembrano calate dall’alto e dall’altro. L’elevazione evocata dal titolo diventa dunque aspirazione spesso contrastata dai nostri stessi comportamenti che si attengono allo schema, che ci boicottano quasi in una pulsione di morte che ci sospinge, quasi fossimo posseduti da quello che Poe chiamava genio della perversione, verso il basso, verso la terra non madre ma oscura mota che ci appiccica al terreno. E in questa lotta verso una possibile elevazione non ci si sorprende a provare grande tristezza e compassione di sé, si avverte la solitudine di ogni anima che benché iperconnessa col mondo, in fondo si affanna solitaria ballando avvinta alle proprie paure.

Sleep elevation di Mariella Celia è uno spettacolo divertente, arguto, profondo ma anche accompagnato da un sottile velo di tristezza che aiuta a pensare alla tirannia dell’essere connessi e comunicativi ma terribilmente soli e bisognosi di piacere ed essere desiderati. Sleep elevation non è privo di difetti, qualche macchinoso e farraginoso passaggio tra una scena e l’altra, qualche momento che andrebbe ulteriormente raffinato, ma nel complesso ben riuscito ed eseguito da una Mariella Celia danzatrice/attrice molto dotata tecnicamente e che per la prima volta si cimenta nel doppio ruolo di esecutrice e artefice di un proprio solo.