ENRICO PASTORE|
Invitare per la prima volta in Italia Janaina Leite, regista, performer, scrittrice e drammaturga dal lontano Brasile è, per un festival, un esempio da manuale di quello che si chiama rischio culturale. Non c’era certezza che il pubblico avrebbe risposto alla chiamata, soprattutto quando anche la ricerca teatrale della Leite è votata al rischio, uno diverso ovviamente, che nasce quando si vive sull’incerto confine dove i generi e le convenzioni si sfumano e i temi trattati sono divisivi e toccano i tabù sociali e culturali. Eppure il pubblico torinese ha premiato la scelta con due giorni di sale piene e calorosi, commossi applausi.
Alle due direttrici del Festival delle Colline Torinesi, Isabella Lagattolla e Federica Rosellini, il merito di essersi assunte la responsabilità di offrire agli spettatori un’arte scenica così estranea e conturbante.
Janaina Leite è una performer tutt’altro che rassicurante, non permette all’osservatore di adagiarsi su alcuna comoda abitudine cognitiva. È come una dottoressa pronta a incidere la piaga purulenta, gentile ma ferma, inesorabile, per niente pietosa. Vi è piuttosto una certa consapevole crudeltà, non artaudiana, più simile alla psicomagia di Jodorowsky: per liberare, occorre agire. In questo non vi è provocazione, ma offerta.
Il teatro di Janaina Leite non promette niente di semplice. Il suo dire è una conferenza teorica. I riferimenti filosofici e medici abbondano. Potremmo fare un lungo elenco di autori e ricercatori, ma il punto non è la solidità scientifico filosofica. Sono gli elementi con cui è stata forgiata la tenaglia che verrà usata per strappare il dente malato, e non è nemmeno l’unico strumento chirurgico a essere utilizzato: immagini e racconti vanno a toccare altri piani e consistenze. A essere investita è la persona nella sua completezza fisica, mentale, spirituale. In un semplice articolo non è possibile offrire al lettore un’analisi completa dei due spettacoli visti (The material and immaterial body in its borderlines e Stabat mater). Forse non basterebbe un saggio o una tesi di laurea. Ci limiteremo quindi a indicare alcuni giunti di potenza, quelli che ci hanno maggiormente colpito.
Dr. Feelgood
Janaina Leite in The material and immaterial body in its borderlines racconta gli incontri con i vari specialisti per comprendere il suo disturbo all’orecchio. L’ultimo incontro è con una medico olistica che le infila un dito nel naso provocandole un dolore atroce, un dolore che la Leite prova ad accogliere, ma è troppo forte, come un parto, come fosse Zeus che partorisce Atena dalla testa. Janaina Leite sente chiaramente il corpo estraneo che si fa strada nella cavità del cervello fino all’occhio. Poi il dito viene tolto e quel vuoto creatosi improvvisamente provoca al corpo reazioni impreviste, tremiti, pianti, senso di smarrimento. Il vuoto generato dal dolore ha creato un canale di scolo per la sofferenza, il rimosso e l’irrisolto, tutto ciò che causava il malessere fisico. Non è curato, si badi bene, ha solo lo spazio per venire alla luce ed essere compreso. Questo è ciò che succede in scena grazie all’azione della performer: la sua pratica agisce su noi osservatori a diversi gradi e livelli e a seconda dell’apertura che siamo disposti a concedere. Non ci cura: ci rende più o meno consapevoli della strada che dovremmo e potremmo percorrere.
In Stabat Mater la Leite afferma che quello che le interessa è far accadere qualcosa, dare il via a un processo. Non è la rappresentazione del dolore, ma l’azione che il dolore incarnato può provocare in chi lo prova e in chi lo osserva. È un atto sciamanico e brechtiano insieme: si usa la magia come azione a distanza, ma si mostra il metodo e ci si toglie la maschera. Non siamo nel simbolico, ma spettatori di un’azione reale agita nel qui e ora. E la premessa di questo agire è che non sono importanti le prove e le preparazioni, ma quello che accade quando si dà il via al processo con il pubblico. Solo allora si scopre se si è stati in grado di creare le condizioni perché accada.
In questo ci troviamo in un territorio molto affine con quello delle performance della Abramovich. Vi è la stessa assunzione di responsabilità, accettazione del rischio di fallimento, e la volontà di dar vita a un processo di nuova consapevolezza.

Accecamento visionario
In molte tradizioni sciamaniche l’apprendista prima di poter raccogliere l’eredità del predecessore deve passare attraverso alcune prove. Una di queste è la perdita della vista che in seguito verrà recuperata. Per vedere davvero al di là delle illusioni e dei pregiudizi bisogna passare per l’accecamento. Come Saulo sulla via di Damasco. Come nel film di Buñuel: l’occhio deve essere tagliato e ferito. Questa è la funzione di molte immagini e video: lo scorticamento di un prigioniero cinese con il metodo dei mille tagli, il suo viso estatico nel dolore; il video dell’annegamento. Non vi è compiacimento nell’esposizione della violenza, è il grimaldello per spingere lo sguardo al suo limite, verso dove potrebbe non accettare quello che vede, e quel rifiuto illumina le zone d’ombra. Non vi è nemmeno voyeurismo nel vederli, è un passaggio fondamentale per comprendere e compartecipare dello stato emotivo suscitato dal racconto del quasi annegamento del figlio.
Le immagini, come diceva già Elias Canetti, sono reti da pesca, servono a catturare il senso del reale. Feriscono, certo, ma resteranno impresse nella retina e nella memoria, e serviranno, con il dolore che portano, a superare l’accecamento conquistando una visione che abbraccia la morte, la grande rimossa dalla nostra vita quotidiana. Come coloro che vivono le esperienze di premorte e superano la paura.
Non sono solo le immagini dell’orrido a provocare questo cortocircuito. Sono quelle però che ci fanno scoprire chi siamo in base alla reazione che abbiamo nei loro confronti. Bebè e bei gattini, in questo processo, non porterebbero che all’autocompiacimento.
Teatro di vita
A uno sguardo superficiale si sarebbe tentati di rinchiudere il teatro di Janaina Leite nel recinto dell’autobiografia. Così facendo si commetterebbe un gravissimo errore. Il dato autobiografico è un elemento, uno dei tanti, nell’elaborazione del complesso linguaggio scenico della Leite. Il suo stupro, il complicato e doloroso rapporto con un padre forse violento, sicuramente egoista; il rischio di annegamento del figlio; la presenza della madre in scena. Questi eventi sono solo i campioni organici posti in osservazione nella piastra di petri. Sono le gocce ematiche sul vetrino visto al microscopio.
E questo materiale deve essere messo in contatto con i reagenti chimici giusti: i testi, le immagini, i video, le azioni sceniche, costumi e maschere. Servono le reti di connessione tra gli elementi per attivarli. Pensiamo al Diario di lavoro di Brecht dove citazioni, stralci di giornali, foto dal fronte, riproduzioni di dipinti si legano ai suoi pensieri che sono personali quel tanto che basta a inserirlo nel flusso degli eventi storici.
Così avviene anche per la storia della Vergine Maria, serve per universalizzare l’esperienza della madre. La madre di Leite è in scena ma come rappresentante di tutte le madri. Solo così può diventare un’immagine condivisa. Per gli uomini protettrice (e quando non lo è diventa traditrice), per le donne uno schema biologico che porta la coazione a ripetere, a sottomettersi, potremmo dire, per tradizione quasi genetica. La madre con la coroncina d’oro e il manto azzurro viene così a incarnare un modello pittorico, visivo, biologico e comportamentale. Ed ecco la necessità degli accostamenti blasfemi: per esempio la figura della pietà, oppure il pornodivo in perizoma, crocifisso sul palo da lap dance, con la madre in ginocchio al suo cospetto. Per scarnificare l’immagine, bisogna farla saltare col tritolo. Per creare dissenso, bisogna prima creare disgusto e poi empatia.
Il dato personale non è dunque ostentazione di sé, ma offerta e sacrificio pubblico nell’operazione di psicomagia. Per far accedere occorre sangue e corpo, e solo il performer può assolvere alla doppia funzione di officiante e vittima.

Osceno e porno
Osceno è qualcosa di troppo doloroso o disgustoso per essere visto in scena. Alla vista si sostituisce il racconto. Questo per il teatro greco: dove i fatti di sangue sono detti, non agiti. Anche Milo Rau segue questa strada. Per quanto i suoi spettacoli mettano a dura prova le coscienze, ciò che vediamo è nei limiti dell’accettabile. Non è lo stesso con Janaina Leite (e potremmo dire con Angelica Liddell o Florentina Holzinger). La regista brasiliana cerca l’osceno, lo rende visibile, lo espone, perché solo vedendo l’osceno si scoprono i modelli comportamentali, i tabù, gli automatismi culturali, dove il senso comune si scontra con le proibizioni e le imposizioni.
Riconoscere l’osceno è il primo passo per il superamento del divieto. Potremmo dire che questo è il modo in cui Janaina Leite accoglie il pensiero di Bataille. Osceno non è, come in Carmelo Bene, ciò che si sottrae alla rappresentazione ed è pertanto in grado di mettere in crisi il dispositivo. È piuttosto un trampolino verso una nuova consapevolezza.
Il porno individua deleuzianamente nel corpo il campo d’azione del desiderio, il luogo dove si manifesta la vulnerabilità dell’individuo, lo spazio d’azione dei pregiudizi e delle imposizioni culturali e la loro destabilizzazione e messa in crisi. Ancora una volta: non si cerca lo scandalo, ma si offre una procedura, una prassi di messa in questione del reale. Sta solo alla nostra disponibilità accogliere o meno questa possibilità. L’efficacia dell’atto magico non pertiene solo all’agente, è responsabilità comune con il pubblico.
Ed eccoci giunti a una parziale e provvisoria conclusione. Quello di Leite sembra un teatro che utilizza la sofferenza per creare quel vuoto necessario alla sua rielaborazione. Possiamo metabolizzare però solo se non ci sentiamo soli, l’atto di rielaborazione, non voglio parlare di catarsi, deve avvenire in comunione. L’empatia che si crea oltre lo scandalo e il disgusto è l’elemento unificante. Per questo molte persone del pubblico incontrando la regista hanno parlato di commozione, serenità, comprensione, compassione.
Questo non è ciò che accade sempre e ovunque, ma è il risultato del processo a cui siamo stati testimoni. Ogni volta che si ripete l’esperimento si affronta il rischio del rifiuto e del fallimento. Agire nonostante i rischi, mettere e mettersi in pericolo per superare la fragilità e l’isolamento. A mio avviso questa è una delle più alte funzioni che il teatro possa avere in questi nostri tempi violenti.
























































































































































































































































































