Domenica 1 marzo ho potuto vedere Mirra di Vittorio Alfieri per la regia di Giovanni Ortoleva al Teatro Gobetti di Torino. Ero molto curioso di vedere quest’opera per due motivi: in primo luogo la riesumazione dell’Alfieri dagli armadi polverosi delle biblioteche e dalle noiosissime antologie scolastiche; in seconda battuta, dalla sua prima opera, il teatro di Giovanni Ortoleva mi è sembrato un’anomalia nel panorama italiano, e le deviazioni dall’ordinario le ho sempre trovate interessanti.
La divergenza di Giovanni Ortoleva, che lo accomuna a altri registi italiani come Marco Lorenzi, è quella di riuscire, pur allestendo un testo, a sfuggire alle trappole della semplice e triviale messinscena. Non è quindi una traduzione fisica del testo, ma una trasmutazione. Il testo diventa pretesto, il linguaggio diviene vivo, l’azione da didascalia vivo simbolo, e l’allestimento immagine in movimento di un processo vitale.
I processi, si sa, non sono garanzia di successo e per questo spaventano tanto i direttori artistici, quanto le istituzioni. Vengono avviati, ma il risultato è incerto fino all’ultimo istante. Si basano inoltre su una certa dose di azzardo. Un esempio su tutti, la scelta di non adattare il linguaggio, mantenerlo intatto nella sua arcaica sonorità cantabile lontana dal discorso feriale. Costringe il pubblico a uno sforzo costante di attenzione per ricostruire il senso dai deragliamenti logici degli anacoluti e degli enjambement.
La lingua sfugge al significato come un serpe nell’erba alta. Si fa suono, si fa azione, si fa gesto, e questo materico animarsi del linguaggio è gesto politico. Questo è il nocciolo della questione di cui vorrei trattare.
«La tradizione non è una terra pacifica» scrive Giovanni Ortoleva nelle note di regia, mettendo in luce l’ambiguità di ogni retorico ritorno alla “tradizione”, parola che nella cultura è sempre vissuta come una terra favolosa i cui confini spaziano dal vieto conformismo all’irruenza iconoclasta dell’avanguardia.
L’evasività del termine è dovuta all’insegnamento delle arti, laddove si mette sempre un accento di simpatia verso i solitari innovatori, i coraggiosi anticonformisti tralasciando spesso di spiegare che costoro, senza la tradizione, avrebbero fatto ben poco. Un paio di esempi sono utili per chiarire il discorso.
Marinetti e il Primo Manifesto del Futurismo. Dietro alle roboanti dichiarazioni del tipo: «un automobile ruggente […] è più bello della Vittoria di Samotracia», nasconde un omaggio alla commedia di Dante. Dove? Nell’introduzione! Pensate a a come la frase: «soli in quell’ora, ad esser desti e ritti» riecheggia il verso di Dante: «e io sol uno m’apparecchiava a sostener la guerra». E poi le tre auto: “belve fameliche” a ricordare le tre fiere della selva; e poi quel lanciarsi in “folle volo” alle prime luci dell’alba quando il sole si erge e «schermeggia per la prima volta nelle nostre tenebre millenarie» che ricorda “Il pianeto che mena dritto altrui per ogne calle”. Tradizione e innovazione qui fanno all’amore e generano il nuovo, e dietro al rifiuto non vi è altro che un semplice taglio di ogni legame impedente.
E poi pensiamo a Schönberg. La sua dodecafonia dietro la rivoluzionaria idea dell’abbattimento delle gerarchie tonali, altro non è che armonia e contrappunto applicati con una severità che smuoverebbe Bach alla commozione più profonda. E i rumori e il silenzio di Cage, allievo del maestro viennese, non sono che necessarie conseguenze: se le note non hanno più gerarchia, se non vi è più accordo dominante in armonia, perché non allargare questo regno democratico ai grandi esclusi della musica?
Il problema che solleva Giovanni Ortoleva non riguarda dunque la tradizione, ma l’interpretazione corriva del termine. Tradizione, in fondo, non significa altro che “mandare oltre”, non conservare. La storia dell’arte è sempre stata una catena indissolubile tra canone e variazione. Non vi è conservazione. I rami morti decadono da soli.
L’atto politico invocato da Giovanni Ortoleva sta, a mio avviso, proprio nel ricordare a chi di dovere, che guardare al passato non significa mantenimento dell’ordine costituito ma, come nel rugby, un passare indietro per avanzare. Alfieri infatti non viene riesumato come una mummia esposta in un museo, ma viene dissezionato, innestato, ibridato per riportarlo a una nuova vita che nulla ha in comune con quella passata.
In questo processo si può passare anche per il tradimento che, ironia della sorte, ha lo stesso etimo di tradizione. Tradire è consegnare una città o una fortezza al nemico. E la gioventù, si spera, sarà sempre nemica della stasi. E continuerà a tradire la tradizione. Sciocco è chi pensa che il tempo si possa congelare. Nella vita e nell’evoluzione non si torna mai indietro. Nella vita, come nell’arte, si usa quello che è necessario per proseguire nel cammino.