ENRICO PASTORE|
In questi ultimi e torridi giorni agostani alcuni episodi occorsi ai colleghi Simone Nebbia e Alessandro Toppi mi hanno innescato alcune riflessioni sul ruolo e l’utilità della critica che vorrei condividere.
Prima del Settecento il pensiero critico si esercitava in libri di estetica, nei salotti e nelle conversazioni private, nei circoli letterari dell’élite, nelle corrispondenze. Che fosse in forma privata o pubblica era un esercizio dilettantistico e profondissimo, ma non era ancora un lavoro. Era pensiero.
La riflessione professionale sul teatro con una funzione sociale e remunerata si consolida in epoca moderna parallelamente ai giornali a stampa. Più questi ultimi si affermavano, più la critica diventava uno strumento utile per la diffusione e la promozione delle arti presso il pubblico. Tra Otto e Novecento la professione raggiunse il suo apice e definì le sue funzioni: orientare il pubblico, scoprire talenti, definire il gusto e lo stile, anticipare le mode, giudicare la bontà di un’opera. Un Sarcey poteva non solo spostare masse di pubblico ma influire in maniera drastica nel bene o nel male sulla carriera di un’artista.
Durante il Novecento, con l’avvento dei nuovi media, la critica ha mantenuto più o meno gli stessi riti e le stesse abitudini: Quando ero un giovane artista l’opinione di un Franco Quadri o un Renato Palazzi era verbo e la loro importanza non era da meno di quella di Sarcey.
E così correndo per i secoli arriviamo all’oggi. Con il venir meno del potere della stampa in favore di internet, per un momento si è assistito all’esplosione della critica online, per lo più volontaria e non pagata, in alcuni casi eccellenti, molto più spesso di basso livello. Questo afflato di libertà e pensiero è finito presto schiacciato dalla macchina del tempo del mondo digitale: oggi sei già vecchio, devi essere dappertutto, devi parlare in fretta di qualsiasi cosa riguardi vagamente il teatro anche delle cose più irrilevanti.
E così il critico in un battito di ciglia ha perso la sua rilevanza: non orienta il pubblico, non scopre talenti né promuove tendenze inedite e se non ci fossero premi e premietti non influirebbe più di tanto sulla vita degli artisti. Se non servisse per riempire le rassegne stampa utili a ottenere i finanziamenti dell’anno successivo, diciamocelo onestamente, teatri e festival neanche ci inviterebbero più. Conseguenza: per lo più non si viene pagati e quando questo avviene l’emolumento non è minimamente congruo rispetto alle competenze acquisite e al tempo speso per esercitare la professione. Non abbiamo mercato, al contrario degli idraulici. Facciamocene una ragione. Oltretutto siamo legione e l’abbondanza di lavoratori inutili, alimentata peraltro dalle stesse testate per le ragioni di presenzialismo di cui sopra, non aiuta il sistema.
Ultimo aspetto, ma di non minore importanza, viviamo in un’epoca in cui tutti fanno recensioni senza alcuna competenza e non solo sugli spettacoli, ma su ogni aspetto della vita professionale di chiunque. Poi ci sono gli influencer che hanno capito meglio di noi il mondo digitale. Con migliaia di follower e in meno di un minuto fanno video di critica. Oppure producono post in cui altro non fanno che farsi vedere in un luogo dove c’è stato un evento performativo, magari accanto all’artista o all’organizzatore. Così si è passati da condividere una riflessione su un evento a io c’ero. Il contenuto diventa di secondo piano. È cambiato inesorabilmente e drasticamente il sistema di produzione di valori.
E il pensiero critico? Sembra sparito nascosto nell’abbondante flusso di immondizia ipermediale, per lo più male esercitato e, soprattutto, non richiesto che da pochi sparuti individui appartenenti a una riserva indiana di novecentesca memoria.
Attenzione: non si pensi che sia in qualche modo nostalgico di un bel tempo che fu. Neanche per idea. I padreterni che si pensavano censori del gusto e sprezzanti esprimevano giudizi dalle loro scrivanie non hanno mai riscontrato la mia simpatia. C’erano però gli aspetti positivi: il dialogo tra critica e artisti, il battagliare del critico per un tipo di teatro o di performance capace di smuovere dibattiti e idee. La mia carriera nel teatro è iniziata proprio per un critico, Antonio Attisani, che ha creduto in me.
Oggi questo non può avvenire. Le polemiche si sgonfiano in un secondo, il dibattito diventa impossibile nell’ambito di un post e gli incontri pubblici sono inconcludenti. Inoltre i conflitti di interesse dilagano tanto da rendere ben poco super partes le recensioni. Economicamente deboli e dipendenti per viaggi, vitto e alloggio, si finisce per dovere un po’ di delicatezza a coloro che pagano le trasferte. La polvere si nasconde sotto il tappeto, si fa finta di non vedere le magagne oppure si colpisce solo chi ha le spalle larghe e assorbe senza problemi il colpo. Se aggiungiamo che l’iperproduzione dovuta agli algoritmi ministeriali e bancari porta a riempire di opere i palinsesti, ecco che la reazione chimica si accende portando all’appiattimento dei valori su una compiaciuta aurea mediocritas in grado di accontentare tutti i palati. Inoltre è impossibile seguire il tutto ed ecco spiegato l’arruolamento di critici impreparati per coprire il più possibile.
All’interno del piccolo mondo antico della critica poi ci sono le faide interne, le antipatie, i circoletti viziosi, lo snobismo, il credersi importanti in uno scenario miserevole.
Delineato il quadro ora vengono le domande: in questo scenario ha senso e utilità la critica?
Ora ci si aspetterebbe che scriva immediatamente: certo! Ovvio che sì! il pensiero critico è più necessario che mai. Neanche per idea!
La necessità non è mai data, va creata. Credo inoltre che sia necessario abbracciare con convinzione la propria debolezza, smettere di credersi importanti, smettere di dare per scontata la funzione e l’utilità, togliere tutto il potere e vedere cosa rimane.
Senza tutti gli orpelli la critica è ancora in grado di creare conflitto, dibattito, smuovere le idee di una comunità diffusa? Riesce a cogliere il contemporaneo al di là delle mode e degli interessi di parte? È in grado di promuovere l’incontro e il dialogo tra gli artisti? È capace di rinunciare alle trasferte occupandosi del proprio territorio facendolo crescere, visitando le cantine piuttosto che i grandi palcoscenici? E qui siamo giunti al punto: siamo capaci di vedere ciò che nessuno vede? A scommettere su ciò su cui nessuno scommette?
Se le risposte saranno positive, allora ci sarà un futuro per la critica. In caso contrario appendiamo le penne al chiodo con serenità e cerchiamoci un lavoro ben pagato e soddisfacente.