TORINODANZA 2026: la delicatezza dei sussurri

ENRICO PASTORE|

In una Torino ancora rovente in questa lunga estate, sotto una pioggia scrosciante e benvenuta, il 9 settembre si è aperta una nuova edizione di Torinodanza sempre sotto la guida di Anna Cremonini, alle Fonderie Limone di Moncalieri. 

In un tempo in cui la marcia degli eserciti e il fragore delle bombe scuote il mondo, nel tempo in cui le voci si fanno grosse, sgraziate, dove l’urlo usurpa con prepotenza il posto del canto e il gesto è rozzo, violento, la danza sembra un vezzo da privilegiati. E sicuramente lo è, ma non solo nel senso di una élite che può mentre il resto del pianeta soffre. È privilegio riuscire a superare l’immediatezza della sensazione per abbracciare la complessità del pensiero per immagini. Non è dato, è una conquista della sensibilità e dello spirito.

La danza non offre quindi un mondo utopico di visioni irrealizzabili, ma il concreto e fisico ventaglio di possibilità di espressione del corpo, le sue infinite possibilità di ricombinazioni, alleanze, composizioni. Un corpo che non è arma se non del pensiero e dell’immaginazione, un corpo che cade per rialzarsi e lottare solo con la gravità, dove l’equilibrio si perde per essere riconquistato. E niente lo dimostra come la scelta di Cremonini di aprire il festival di quest’anno con Sounding light di Cheng Tsung-Lung, coreografo taiwanese per la compagnia Cloud Gate Dance Theatre di Taiwan. 

In una Torino ancora rovente in questa lunga estate, sotto una pioggia scrosciante e benvenuta, il 9 settembre si è aperta una nuova edizione di Torinodanza sempre sotto la guida di Anna Cremonini, alle Fonderie Limone di Moncalieri.

Sounding light, per quanto in prima nazionale, non è un lavoro del 2026 ma nasce nel 2020 dall’esperienza della pandemia, dall’ascolto della natura durante l’isolamento e dalle successive esplorazioni dei boschi e delle montagne. La coreografia è evocazione di un’esperienza in cui Cheng Tsung-Lung cercava un’immersione nella natura. Ciò che emerge è un assottigliarsi dei confini tra umano, animale e vegetale: i corpi dei danzatori sondano la possibilità di divenire-insetto, divenire-pianta, divenire-sciame. 

Due sono gli elementi sorprendenti di questo delicato fiore coreografico: la tessitura sonora prodotta dagli stessi corpi dei danzatori e la feconda contaminazione tra linguaggio della modernità e tradizione. Le arti marziali si fondono così con le tecniche coreografiche occidentali. Non sono semplici citazioni da cartolina per solleticare l’orientalismo occidentale, ma sono elementi fondanti di un linguaggio moderno che sa plasmare in un’unica lega stili differenti. 

I sussurri, i fischi, i passi battuti o trascinati, le mani che percuotono la cassa toracica o le gambe come percussioni, creano paesaggi boscosi, ruscelli e cascate, fronde scosse dal vento, il picchio lontano che batte su un tronco, insetti brulicanti e ronzanti, la pioggia battente. Se come diceva Ananda Coomaraswamy: “l’arte imita la natura nel suo modo di operare”, i danzatori di Cheng Tsung-Lung hanno imparato l’arte sapiente dell’evocare senza nominare. 

Per potervi raccontare questo lavoro coreografico, così diverso dagli stili occidentali a noi più familiari, farò riferimento a uno stile e un genere di  pittura tradizionale cinese, non perché vi sia derivazione diretta, i materiali non lo suggeriscono, ma piuttosto perché si può cogliere una certa assonanza nei metodi per cogliere l’essenza del rapporto tra uomo e natura. 

Sto parlando del genere Shānshuĭ (montagna e acqua) quando vien affrontato secondo le modalità dello stile Xiĕyì (dipingere l’idea). Sviluppatisi entrambi nella remota antichità, sia la pittura paesaggistica Shānshuĭ, sia lo stile Xiĕyì, raggiunsero la loro più compiuta espressione durante la dinastia Song (960 – 1279). Allo stile Xiĕyì non interessava la mera copia mimetica, ma il rendere riconoscibile la forma evocando l’idea e lo spirito attraverso pochi tratti essenziali. Unendosi al genere paesaggistico dello Shānshuĭ, lo Xiĕyì si dimostrò uno strumento affilatissimo per suggerire un tipo di rapporto con la natura. Spontaneità e rapidità, uso suggestivo dell’inchiostro, la graduale sparizione delle linee di contorno, erano gli elementi essenziali attraverso cui prendeva forma il paesaggio. Ciò che prendeva forma doveva avere un rapporto armonico con i vuoti nel bianco nitore della carta. Non da ultimo il pittore non manifestava la propria visione, ma si perdeva in ciò che il suo pennello riusciva a cogliere in pochi tratti. 

Sounding Light di Cheng Tsung-Lung è come una pittura in stile Xiĕyì: il bianco contenitore del palco, dove le luci discrete disegnano pieni e vuoti; lo spazio abitato con discrezione da danzatori che come pennelli disegnano paesaggi davanti ai nostri occhi; la convivenza difficile, ma non impossibile, della luce con le ombre. Sounding Light, nato nel 2020 durante i silenzi della pandemia, torna nel 2026 in un contesto assai più confuso e assordante ricordandoci il valore dell’ascolto e del silenzio.  Per l’inaugurazione di Torinodanza in questi tempi ostili e funesti non potevamo chiedere di meglio.