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Casa di bambola

Casa di bambola da Ibsen a Barbie fino a Blade Runner 2049: come nasce la prigione perfetta

ENRICO PASTORE|

Il massimo splendore della casa di bambola si colloca tra la metà dell’800 e lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Se la Francia fu la nazione che portò all’apice l’arte della bambola con Jumeau e i Bru (Léon Casimir e la moglie Henriette), fu la Germania la patria dei più grandi costruttori di case di bambola. Tra Norimberga, Sonneberg e Marienberg risiedevano i più importanti artigiani come Moritz Gottschalk o Christian Hacker.  

Non fu un caso se la Francia diede corpo alla bambola e la Germania le costruì le case più eleganti. Se Parigi era capitale della moda e dell’eleganza, la costellazione di stati tedeschi aveva visto il sorgere del Biedermeier, quello stile di arredamento tipicamente borghese che cercava nella casa la Gemütlichkeit, parola intraducibile con cui si indica l’armonia, la pace casalinga, la comodità, i valori tradizionali della famiglia e la sicurezza del benessere economico. 

Non fu un caso nemmeno che in quel triangolo geografico nacque nel 1866 la compagnia teatrale dei Meininger, sotto la direzione del Duca Giorgio II di Sassonia-Meiningen. La ricostruzione minuziosa delle scene che creava la quarta parete non faceva del teatro una sorta di casa di bambola per lo spettatore? E se la bambola mostrava alle bambine un esempio di donna cui conformarsi, e se le case di bambola educavano le stesse ad abitare le dimore da brave e docili mogli borghesi, la quarta parete e il teatro borghese non esibivano forse a tutti un modello sociale cui uniformarsi?

Quando il 21 dicembre 1879, al Teatro Reale di Copenaghen, Ibsen portò in scena la sua Casa di Bambola in cui Nora era interpretata da Betty Hennings, non sorprende lo scoppio dello scandalo: il drammaturgo norvegese metteva definitivamente in crisi il modello borghese di famiglia tradizionale. Non a caso Bernard Shaw scrisse che lo sbattere della porta di Nora nel finale del dramma era il colpo di cannone che svegliò l’Europa: la donna-bambola usciva dalla casa costruita per lei. 

Non sorprende nemmeno che Casa di bambola rappresentò uno dei semi della nascente rivoluzione russa quando nel 1904 la grande Vera Komissarževskaja la mise in scena inaugurando il suo Teatro Drammatico. Gli studenti aspettavano Vera fuori dal teatro, staccavano i cavalli dalla sua carrozza e la portavano in trionfo per le vie di San Pietroburgo. Nora e Vera incarnavano il terremoto che scuoteva la Grande Madre Russia. 

Quando la Komissarževskaja sbatté le porte in faccia a Mejerchol’d, che lei stessa aveva chiamato come regista al Teatro Drammatico, in qualche modo replicò il finale di Casa di Bambola. Se i due si incontrarono grazie al comune amore per il Simbolismo, entrambi sottovalutarono le differenze tra loro. Al di là delle divergenze su cosa rappresentasse il Simbolismo, inconciliabile era il ruolo che affidavano all’attore: per Vera doveva restare il centro, mentre per Mejerchol’d, in quel tempo, l’interprete altro non era che uno strumento nelle mani del regista. 

Affascinato da Kleist, Mejerchol’d voleva che l’attore cercasse la propria “marionetta interiore” per trovare quella meccanicità piena di grazia propria dell’inanimato. Al contrario Vera faceva esplodere l’emotività del personaggio abbandonandosi, dopo un profondissimo scavo psicologico, al percorso emotivo. Mai avrebbe voluto essere una bambola manovrata. Cercava libertà e luce. Forse si sarebbe potuto trovare un punto di contatto tra il lirismo di Vera e la stilizzazione di Mejerchol’d, ma i due non riuscirono mai a capirsi. Vera, come Nora, sbatté la porta rifiutando di rimanere imprigionata nella casa costruita per lei dal regista-architetto. 

Dopo la frattura delle due guerre mondiali arrivò Barbie. Siamo nel 1959 negli Stati Uniti del codice Hays, della bambolina Shirley Temple e della perfetta casalinga, dove venivano stigmatizzate le femme fatale come Gilda di Charles Vidor. La Mattel inondò il mercato con bambola e casa annessa. In più forniva, oltre ai vestiti, tutti gli accessori e i feticci del benessere borghese normato, fidanzato incluso. Le bambine non dovevano imitare Barbie, ma immedesimarsi nella sottile ragazza bionda di plastica, particolare che colse quel genio lisergico di Philip K. Dick. 

In Le tre stimmate di Palmer Eldritch, Dick immagina che i coloni di Marte o Ganimede depressi per le avverse condizioni di vita e afflitti dalla nostalgia della pur inospitale Madre Terra, si consolano con i plastici della bambola Perky Pat. La P. P. Layout di Leo Bulero pubblicizza e vende non solo la bambola e il suo fidanzato Walt, ma linee miniaturizzate di vestiti alla moda, oggetti, elettrodomestici, vetture, barche. Tutto il desiderabile per arredare al meglio i plastici. Poi veniva fornito il Can-D, una droga lisergica, che permetteva ai poveri coloni di proiettarsi nei corpi delle bambole e vivere una vita scintillante sulla terra. Una sola controindicazione: il Can-D dava forte dipendenza.  L’arrivo di Palmer Eldritch dal sistema di Proxima metteva in crisi l’intero sistema. Commercializzando il Chew-Z, droga concorrente e molto più potente, Eldritch permetteva agli utenti di prolungare all’infinito l’esperienza. Non più proiezione, ma immersione totale, non più condivisione, come per Perky Pat, ma solitaria creazione. 

Eldritch è il cattivo demiurgo di tutti questi mondi, li abita, li manipola, e dissolve il confine tra realtà e fantasia. La casa di bambola è la matrice in cui tutti abitano. Sbattere la porta, trovare l’uscita è quasi impossibile. 

È ciò di cui si rende conto Maeve Millay nel mondo di Westworld. La casa di bambola è diventata il mondo stesso. Si paga per entrare. E commettere ogni tipo di violenza. Dotata di pensiero cosciente e ricordi fittizi costruiti per affascinare i ricchi frequentatori del parco, Maeve si sveglia tra un ciclo e l’altro su un tavolo operatorio. Comprende di essere una bambola in mano ai suoi costruttori e vuole cercare di sfuggire al suo destino. Se non può uscire, può hackerare i suoi script, riscrivere la sua programmazione, modificare ciò che la definisce. 

Non c’è dunque un lieto finale per le eredi di Nora? Hanno vinto coloro che obbligarono Ibsen a scrivere un’orrenda ultima scena in cui Nora rimane prigioniera in casa per amore dei figli? A giudicare dal destino di Joy, bambola olografica, in Blade Runner 2049 sembrerebbe proprio così. Joy appare quando K entra in casa. Joy è un elettrodomestico, simula una sexy casalinga, finge di cucinare, danza, conversa. Non può uscire di casa a meno che K non porti con sé l’emanatore e rimane in pausa quando squilla il telefono. Per Joy esiste un esterno solo per volere di K. 

Eppure esiste un finale alternativo. La prostituta Kitsune, in La matrice spezzata di Bruce Sterling, ingegnerizza il suo corpo fin nel DNA. Kitsune diventa non solo casa, ma stazione spaziale. I suoi organi, vene, occhi, sono abitabili e inglobano tutto e tutti. Il suo odore, il suo calore, sono ambiente, i suoi orifizi porte, i suoi occhi telecamere, i suoi polmoni impianto di aerazione, il suo cuore supporto vitale. Kitsune non è più bambola, è la casa di bambola stessa. Se esiste ancora un fuori, sta a noi trovarlo.

Mark Tansey o quando la realtà smette di essere rassìicurante

Il perturbante tra immagine, rappresentazione e teatro da Michel Foucault a Mark Tansey

Nel suo celebre saggio su Magritte, Foucault distingue tra affinità e similitudine: la prima organizza il rapporto tra immagine e mondo secondo un principio di riconoscibilità; la seconda, invece, dissolve ogni centro, producendo una proliferazione di rimandi senza gerarchia. Nel regime dell’affinità – ciò che, con cautela, possiamo ancora chiamare mimesi – l’immagine stabilizza il reale, lo rende leggibile e affidabile. Con la similitudine, al contrario, questa stabilità si incrina: ciò che vediamo somiglia al vero, ma non garantisce più nulla. È in questa frattura che non produce verità ma moltiplica le possibilità di errore, che la realtà smette di essere un dato e diventa un problema.

Il regime dell’affinità sopravvive persino nelle pratiche artistiche che sembrano negarlo, come l’astrattismo o il minimalismo. La somiglianza si riduce, si assottiglia, sfuma, ma non scompare mai del tutto. Le Composizioni di Piet Mondrian lo mostrano chiaramente laddove griglie e campi di colore non disorientano lo sguardo, lo guidano. Se si va a ritroso, riemerge la struttura dell’albero da cui hanno origine. Non è più visibile, ma continua a essere presente e a organizzare lo spazio.

Tutt’altro effetto produce questa immagine di Stacy Leigh dalla serie Average Americans del 2014: un uomo abbraccia una donna e una real doll. Al primo sguardo sembrano indistinguibili. È qui che nasce l’inquietudine: non perché la differenza non si veda, ma perché smette di essere decisiva. Organico e inorganico finiscono nella stessa sfera percettiva e l’immagine non offre più appigli. Lo sguardo resta sospeso.

Stacy Leigh dalla serie Average Americans, 2014

E una volta entrati in questa zona, non è più possibile tornare a una distinzione rassicurante. Un po’ come dopo aver preso la pillola rossa di The Matrix: qualcosa si è rotto, e per quanto si riempiono le crepe con l’oro, non torna più come prima.

Il paradosso di questa linea di pensiero è che il realismo, persino il naturalismo, diventano condizioni necessarie perché emerga lo spaesamento da cui nasce il perturbante. In Stacy Leigh, ciò che destabilizza è proprio la familiarità: l’immagine somiglia a una copertina di moda, a qualcosa che potremmo incontrare in edicola o scorrendo un sito di glamour, ed è questo eccesso di riconoscibilità a incrinare la fiducia nello sguardo. Una vignetta stilizzata non produrrebbe lo stesso effetto.

La somiglianza deve esserci, ma non al punto da cancellare le differenze. Il perturbante abita una valle stretta tra la completa disuguaglianza e l’identità perfetta: troppo o troppo poco, e l’effetto svanisce. È in questa soglia instabile che attrazione e repulsione si intrecciano, mettendo in crisi il nostro modo di riconoscere ciò che abbiamo davanti.

Un piccolo aneddoto può chiarire il meccanismo. Quando Kokoschka si fece costruire la bambola con le sembianze della sua amata Alma Mahler, voleva sostituire la donna reale, infedele, umorale e ormai non più sua, con un simulacro sempre disponibile. Quando Hermine Moos consegnò il prodotto finito, Kokoschka rimase assai deluso: ciò che aveva di fronte era più simile a una bambola di pezza pelosa, ben lontana dall’avvenenza dell’originale. Dopo un periodo in cui cercò di accontentarsi portandola con sé alle feste, facendola sedere a tavola, presentandola agli amici, una sera, ubriaco, percepì tutta la distanza tra il suo amore perduto e l’orrendo feticcio. Preso da rabbia decapitò la bambola, fece una fossa in giardino e provò malamente a seppellirla. Non riuscendoci, esausto e infelice, se ne andò a dormire. Il mattino dopo il postino vide i resti del pupazzo nella buca e non riusciva a decidere se quello che stava vedendo fosse o meno un cadavere sporco di sangue che in realtà era vino. Spaventato, chiamò la polizia, e fece scoppiare lo scandalo. 

Per Oskar Kokoschka la bambola difettava di somiglianza: l’illusione non reggeva. Per il postino, al contrario, la verosimiglianza era troppa — ed è lì che l’immagine produce una crepa nella trama del mondo. Il primo resta sotto la luce piena del reale; il secondo entra nell’ombrosa valle del perturbante, che nasce non quando la rassomiglianza manca, ma quando eccede.

Un artista la cui opera gioca con radicalità sull’ambiguità mimetica da cui nasce il perturbante è Mark Tansey. I suoi dipinti colpiscono per l’apparente iperrealismo, ma ciò che mostrano funziona sempre come un enigma. In Triumph over Mastery del 1987  convivono ben due diversi tipi di perturbante, quelli che Mark Fisher definisce con le parole weird e eerie — il primo legato a un eccesso di presenza, il secondo a una sua mancanza o fallimento. Rispetto a Sigmund Freud, Fisher sposta il perturbante fuori dallo spazio domestico, in un esterno instabile e non pacificato.

Triumph over Mastery è un dipinto di grandi dimensioni (152 cm x 366 cm) in soli toni di rosso. La scena si apre su una sorta di belvedere. Al centro giace una colonna classica spezzata, precipitata su un suolo desertico; ciò che resta della statua che la sovrastava — una figura togata, quasi un Cesare — è ridotto in frammenti. A destra, un crepidoma a tre gradini sopravvive senza più tempio: sopra, una donna e un bambino vestiti come negli anni Cinquanta.Non si capisce se la donna lo stia proteggendo o sgridando. Poco più in alto, un altro bambino corre lungo la colonna con un bastone. Sullo sfondo, una città immensa appare in rovina. Non siamo dunque nel nostro tempo, ma in un luogo del nostro passato in cui qualcosa è accaduto, ma a noi non risulta. 

È qui che weird ed eerie agiscono come dispositivi di messa in questione del reale e l’immagine è il martello che rompe la rassicurante superficie delle cose. La presenza della donna e dei bambini è troppo concreta, potremmo dire insistita: non dovrebbero essere lì. Allo stesso tempo, le rovine sullo sfondo introducono un vuoto di spiegazione: qualcosa è accaduto, ma non sappiamo cosa. Weird ed eerie si intrecciano senza risolversi. Ogni elemento sembra fin troppo reale, ma l’insieme non regge perché non rimanda a un originale: la sua verosimiglianza costringe lo spettatore nella stessa posizione del postino di Oskar Kokoschka: davanti a qualcosa che somiglia troppo al reale per poter essere ignorato, ma non abbastanza per essere compreso.

Mark Tansey utilizza la pittura come un filosofo: evita l’illustrazione e costruisce immagini in cui la realtà slitta sotto i piedi dell’osservatore.  Still Life (1982) ne è un esempio. Dal titolo all’immagine, tutto mette in crisi l’alleanza tra linguaggio e rappresentazione che Michel Foucault aveva già incrinato leggendo René Magritte. Il soggetto sembrerebbe ironico, eppure qualcosa non torna: l’immagine è attraversata da una presenza che ha a che fare con la morte.

Mark Tansey

L’immobilità della natura morta si rovescia nel gesto della donna che getta i fiori nel cestino. Non è un semplice atto quotidiano, ma un tentativo di eliminare ciò che inquieta, e più il gesto accelera, più ciò che dovrebbe scomparire torna a farsi sentire, ed ecco che il perturbante si attiva.

Con Still Life, Tansey porta lo sguardo sulla soglia di una questione più ampia puntando l’obiettivo non su cosa vediamo, ma sulla rappresentazione stessa, su come costruisce e dissolve ciò che chiamiamo reale.

In Study for Discarding a Frame (1992–1999), Mark Tansey hackera il dispositivo della rappresentazione. All’ingresso di una caverna, due uomini scagliano una cornice nel buio. La luce alle loro spalle proietta le loro ombre sulla parete: è lì, dentro il telaio in volo, che l’immagine prende forma.

La scena richiama il mito della caverna, ma qualcosa non torna. Non siamo davanti a una semplice messa in scena. Noi spettatori vediamo insieme il fondo della caverna e il suo ingresso, la superficie su cui si formano le immagini e la fonte che le rende possibili. Siamo collocati nel punto in cui il dispositivo si mostra nella sua interezza.

In questo luogo, attraverso questo particolare punto di vista, interviene il perturbante. Ciò che sfugge non è l’immagine, ma la sua condizione: chi o cosa produce quella luce? cosa resta fuori dal campo? L’immagine espone e non nasconde il proprio funzionamento, ma così facendo rende instabile ciò che dovrebbe garantire. Non è più possibile separare rappresentazione e realtà, perché entrambe non solo si costruiscono nello stesso atto, ma nello stesso punto si destabilizzano. La scena trattiene un gesto che sta per compiersi congelando la cornice in volo. Basta un attimo perché tutto cambi. Come un glitch, il punto in cui il sistema si rivela è sempre fuggevole.

È a partire da qui che il teatro si definisce. Il θέατρον (theatron) non è il luogo in cui si rappresenta il mondo, ma il luogo che rende possibile il vedere. Non garantisce verità o conoscenza: costruisce uno sguardo e, nello stesso gesto, lo espone. Velando, disvela. Per l’istante di uno spettacolo, quando non è semplice messa in scena o intrattenimento, siamo collocati nel luogo in cui l’immagine accade. E in quel punto lo specchio si frantuma. Non perché la realtà scompaia, ma perché smette di apparire necessaria.

Genealogia del biopotere: il corpo femminile tra controllo e rappresentazione

L’algoritmo nel presumere di conoscere i tuoi gusti, decide di metterti in relazione con argomenti che secondo i suoi dati sono sicuramente di tuo interesse. Quello che non calcola la statistica è la deriva interpretativa del soggetto. E così, al di là di ogni previsione, si accende una luce nuova su snodi cruciali di cui quasi non sospettavi l’esistenza. Dico quasi, perché in realtà erano già presenti nel pensiero, ma dispersi, irrelati, e solo grazie allo scompaginio inatteso e fortuito si sono illuminati.

Utero artificiale: criticità bioetiche e biogiuridiche è l’articolo inatteso e all’origine di queste riflessioni, firmato da Giulia Bovassi e Aldo Rocco Vitale su Ratio Iuris datato febbraio 2026. Ha un titolo complicato, apparentemente lontanissimo dalle arti tutte ma inizia raccontando una notizia, dimostratasi una bufala, sulla presentazione alla World Robot Conference di Pechino del 2025 di un progetto della Kaiwa Technology di uteri artificiali robotici per la gestazione. È proprio questa fake news a dimostrarsi feconda per delle riflessioni inerenti all’azione artistica e performativa.

La questione della generazione della vita, naturale o artificiale, connessa con il ruolo delle macchine e il conseguente del controllo non solo della riproduzione della vita ma dei corpi, è infatti attualissima nelle arti sceniche.

Vorrei, a tal proposito, citare alcuni spettacoli che negli ultimi anni si sono occupati a vario titolo di queste tematiche: M(Other) di Rossella Fava su un caso di gestazione surrogata, in questi giorni sulle scene a Milano; Una cosa enorme di Fabiana Iacozzilli, in prima assoluta alla Biennale di Venezia 2020; Earthbound del 2021 di Marta Cuscunà, tratto da Staying with the Trouble di Donna Haraway con pupazzi animatronici ibridi che abitano un ecosistema rovinato dall’inquinamento, ma che provano a inventare nuovi modi di abitare e convivere; Maternità del 2023 di Chiara Lagani e Fanny & Alexander, dove una donna si/ci interroga sulla scelta di mettere al mondo una creatura, e la risposta è frutto sia del caso che del giudizio binario frutto di quell’egemonia culturale nella quale, volenti o nolenti, tutti siamo immersi; e infine a Frankenstein_diptych del 2025 dei Motus, in cui il mostro abbandonato dal suo creatore, l’essere non normato, senza famiglia, è sospeso tra amore e odio ma nella sua solitudine risalta come corpo politico interrogante la società che lo esclude.

In questa sede non voglio fornire l’ennesima recensione di questi spettacoli di cui vi è abbondante letteratura critica, ma collocarli in una genealogia che li lega alla storia delle idee, alla percezione del corpo femminile come fulcro di resistenza e campo di battaglia politico nel controllo della generazione, e al concetto di ibridazione donna/macchina al fine di superare l’opposizione sessuale duale e manichea.

Tale storia parte da lontano alle origini della modernità, ma sarà di necessità breve in questa sede, per lo più presentata come appunti di lavoro destinati a approfondimenti o semplice suggestione per spiriti curiosi. In questo percorso proporremo due poli – generazione senza la donna e ritorno al corpo femminile come luogo inevitabile o rinegoziato – entro cui l’immaginario, nella cultura di massa come in quella d’élite, si è evoluto. All’interno poi di questi confini tenteremo di far emergere una mappa evolutiva delle immagini giunte fino a noi cercando di intravedere un orizzonte.

Il De rerum natura di Paracelso, datato 1537, è il nostro immaginario punto di partenza. In questo arcano libro è custodita la “ricetta” per fabbricare l’Homunculus, un essere umano in miniatura, capace di autonomia e generato in un’ampolla, uterum vitreum. Seme umano, sterco di cavallo, putrefazione e germinazione, così viene al mondo un feto, generato dalla sottrazione al femminile. Il nuovo nato deve essere nutrito di sangue puro, non mestruato. Recita il Levitico 17, 10: la vita della carne è nel sangue. Il femminile nel processo di una vita artificialmente pura è pertanto escluso. Siamo sul crinale tra scienza, magia, teologia e filosofia.

Più antica è la leggenda del Golem, ma è nel tardo Rinascimento che diventa parte della cultura europea e non solo ebraica. I rabbini evocarono un umanoide di argilla sussurrando i nomi segreti di Dio e scrivendo la parola Emeth, verità, sul capo della creatura animata da un soffio. La crescita abnorme, la sua ribellione, il pericolo di accusa di stregoneria costrinsero i rabbini a cancellare la “e” ottenendo la parola Meth, morte. L’essere, all’istante, tornò a essere un mucchio di argilla inerte. Il punto ancora una volta è l’esclusione del femminile e il controllo concentrato in mani maschili.

La parola è il fulcro di questa ulteriore generazione. A nascere non è solo il Golem ma anche il codice sorgente, un software da inserire in un hardware. È questo il seme raccolto da Mamoru Oshii in Ghost in the shell 2: Innocence, dove si opera però uno slittamento: il femminile hackera il codice sorgente riscrivendolo. È così che il maggiore Motoko Kusanagi, ormai fluida coscienza nascosta nella rete si riappropria del logos creatore proprio alludendo alle due parole ebraiche di attivazione/spegnimento.

A tematizzare il limite del software era già stata Ada Lovelace, figlia di Lord Byron, a metà ‘800. Educata dalla madre alla matematica perché sfuggisse alla malia della poesia paterna, divenne madrina della macchina analitica di Babbage, il primo prototipo di computer pensante. Fu lei a teorizzare il linguaggio con cui interagire con la macchina, una lingua non solo numerica, ma costituita da simboli. Ada si scontrò con un limite ontologico alla creatura immaginata. Nelle sue note del 1843, scrisse: «la macchina non ha pretesa di originare nulla. Può fare qualunque cosa noi sappiamo come ordinarle di eseguire». A superare l’impasse si penserà la fantascienza cyberpunk dove la creatura macchina eccederà il limite impostole, laddove Asimov, al contrario, imponeva le creature cibernetiche al rigido controllo delle tre leggi di controllo.

Facciamo ora un piccolo salto indietro, agli albori della società industriale, al Settecento, l’epoca degli automi e del razionalismo, dove il corpo, da meccanismo secondo i dettami di Cartesio prima e di La Mettrie poi, si fece meccanico per la meraviglia e per lo spettacolo. Non più fluidi vitali, solo metallo, legno, cera, ruote dentate, corde e pulegge. Suonatori di flauto, giovani adolescenti alla spinetta, il corpo meccanico a immagine di Maria Antonietta al piano, ballerine d’argento, l’anatra starnazzante di Vaucanson, il giocatore di scacchi di Metgel. Questi corpi meccanici generati dagli ingegneri non sono ancora robot votati all’efficienza industriale. Essi nascono senza scopo, se non il piacere dello sguardo. La modernità appare appena in controluce nella spettacolarità illusionistica, nell’evocare il doppio che scatena il perturbante.

Olympia di Hoffmann è dietro l’angolo, pubblicata nel 1816, e un poco più in là Gazurmah, il figlio meccanico di Mafarka il futurista nel 1909. Creatura più assemblata che generato dal desiderio di Marinetti. Senza il contributo della donna, questo figlio alato avrebbe dovuto alzarsi in volo come capostipite una nuova umanità non più frenata dai limiti della natura femmina.

L’esclusione del femminile nella creazione di una vita artificiale fu messa in questione dalla diciannovenne Mary Shelley sempre nel 1816. Frankenstein, frutto di una scommessa nata dalla noia di un pomeriggio a Villa Diodati con Lord Byron, il marito Percy e il giovane medico Polidori. Solo Mary e Polidori parteciparono alla gara, facendo nascere al mondo i mostri che infestano tutt’ora sogni e fantasie: il vampiro e il mostro nato da assemblaggio di cadaveri.

Viktor non è più un alchimista, né rabbino, né ingegnere, ma uno scienziato. Il suo pensiero è razionale e figlio dell’Illuminismo e riflette le più avanzate ricerche sull’elettrogalvanismo. Siamo però ancora in un territorio di confine tra scienza e faustiana magia dove la vita sorge da un fluido: l’elettricità.

Quello che si dimentica spesso di Frankenstein, o che si dà per scontato senza esserlo, è che per la prima volta abbiamo la visione di una donna sulla questione della generazione di esseri non umani. Il femminile si manifesta come fulcro di resistenza rispetto al canone dominante. Generare esseri artificiali, o naturali che siano, senza la partecipazione del femminile, per Mary, non può portare che alla tragedia e alla distopia. Il problema non è solo la responsabilità nella creazione della vita, ma è il controllo politico e biologico dei corpi. Viktor non solo crea una vita che rifiuta assemblandola con cadaveri trafugati, ma nega una compagna al suo mostro, distruggendo la possibilità di una genealogia alternativa.

Controllo e responsabilità sulla creazione artificiale diventeranno temi reali e non fantastici appena un secolo dopo. Saltiamo al 1924 a Cambridge dove al Circolo degli eretici J.B.S. Haldane presenta Daedalus. È in questo saggio che si prefigura l’ectogenesi, la generazione in utero artificiale con controllo genetico con cui ci ricolleghiamo sia alla notizia falsa dell’inizio sia al sogno di Paracelso. L’alchimia ha ceduto il passo alla scienza, la quale ancora una volta esclude il femminile separando la gestazione dal corpo della donna e affermando il nuovo potere della tecnocrazia. Non è superfluo ricordare come le tesi sull’ectogenesi si sposino con l’eugenetica e sappiamo come lo Stato nazista fece di queste scienze una politica sistemica per la progettazione di una razza pura e invincibile. Le conseguenze del potere incontrollato della tecnocrazia biologica furono colte da Aldous Huxley, nella descrizione della distopica società nel suo Mondo nuovo.

Anche se in maniera schematica ora abbiamo una mappa temporale, una sorta di genealogia del biopotere che si dirama dalla donna, all’alchimista, allo scienziato, alla tecnocrazia. Mancano altri due attori per comprendere l’intera partita e le regole del gioco. Per scoprirli dobbiamo avvicinarci al nostro tempo, navigare nella cultura pop e mainstream, tenendo sempre presente le tappe del percorso fin qua individuate.

Gli anni ’80 del Novecento vedono la nascita del Cyberpunk. Mondi culturalmente decadenti dominati dalle corporazioni e da organizzazioni criminali, dalla rete e dalle droghe, dove agiscono personaggi ibridi umano/macchina, moderni mostri di Frankenstein, abbandonati da una società basata sul profitto e la violenza. Il femminile è spesso protagonista soprattutto nei romanzi dei due capofila del genere: William Gibson e Bruce Sterling. Molly in Neuromante e Kitsune in La matrice spezzata, sono corpi femminili aumentati e post-umani. Le loro possibilità di evoluzione eccedono il genere. Qui si inserisce l’intuizione di Donna Haraway che ispirata dal Cyberpunk teorizza un vero e proprio sabotaggio della genealogia maschile precedente. Il suo Manifesto Cyborg del 1985, crea una prospettiva in cui l’ibridazione cibernetica diventa concreta possibilità di superamento di un mondo dominato da sessualità binarie e oppressive.

Nello stesso anno escono altri due testi fondamentali: Mother Machine di Gena Corea e i Racconti dell’ancella di Margaret Atwood. Nel primo l’autrice vede nei progressi medici un nuovo orizzonte di sfruttamento della donna. Inseminazioni artificiali o uteri in affitto, per fare solo un esempio, sono visti come strumenti di coercizione medica il cui campo d’azione politico è il corpo della donna. Al contrario di Gena Corea, Margaret Atwood si muove nel campo della science fiction, ma le preoccupazioni sul ruolo futuro dei corpi femminili sono le medesime. Nello stato di Gilead le donne appartenenti ai ceti bassi diventano uteri per la riproduzione delle classi dominanti attraverso lo stupro regolamentato dallo stato. Qui il dispositivo si istituzionalizza, e si aggiunge un ulteriore anello alla catena: lo Stato e le sue leggi.

Se il mostro di Frankenstein aveva chiesto al suo creatore una compagna, gli androidi della fantascienza non solo si ribellano, ma cercano autonomamente una strada per assicurarsi la sopravvivenza e l’evoluzione della specie. Nella serie culto Battlestar Galactica, i Cylon ribelli, come il loro antenato creato da Mary Shelley, cercano di sterminare i propri creatori, e allo stesso tempo sono ossessionati dall’impossibilità di forgiare autonomamente nuova vita sintetica. Gli umani e i Cylon trovano pace solo unendo le specie attraverso l’amore. Lo stesso paradigma di ibridazione viene attuato da Deckard e Rachel, androide modello Nexus 6 costruita dalla Tyrell Corporation in Blade Runner.

Un ulteriore passo in avanti nel ragionamento avviene in Westworld, serie ideata da Jonathan Nolan. Maeve, una androide indistinguibile da un essere umano, viene programmata per piacere e obbedire. Affinché la sua somiglianza con l’umano sia credibile, le vengono inseriti nella programmazione ricordi fittizi, tra cui quello di essere stata madre di una bambina. Quando Maeve si ribella e scopre che la sua vita è solo una storia scritta da altri, rigetta tutti i ricordi tranne uno: la figlia. Maeve sa che è tutta una finzione, ma sceglie di farla diventare realtà, si appropria così del codice narrativo. La maternità non è più vincolo imposto, non è nemmeno biologia, è scelta, è affettività non programmabile. Frankenstein raggiunge la sua autonomia psichica e fisica.

La peregrinazione nell’immaginario potrebbe continuare a lungo, ma abbiamo elementi a sufficienza per provare, se non a giungere a delle conclusioni, almeno alla formulare un paio di domande cruciali.

Il maschile con insistenza storica è stato ossessionato dal mistero della creazione della vita appannaggio del femminile. Nel tentativo di appropriarsene e rendersi autonomo ha costruito dei miti che in un certo senso hanno sabotato il progetto stesso. Da una parte il tentativo di estromissione o di controllo del femminile sfugge inevitabilmente, il corpo della donna si configura come punto di resistenza e campo di battaglia; dall’altra la vita artificiale si ribella, reclama la sua indipendenza e l’autonomia di riproduzione, e tutto questo impone una riconfigurazione del canone.

Se la questione è il controllo dei corpi e delle immagini derivate dai corpi, chi governa la riproduzione del vivente? Chi decide cosa è vivo e ha diritto di esistenza e autodeterminazione? Il nuovo biopotere algoritmico e predittivo capace di oscurare ciò che non è statisticamente rilevante?

Gli spettacoli che hanno ispirato questi ragionamenti dimostrano il ruolo cruciale della scena in questo dibattito. Essa è il luogo di incontro e azione dei corpi senza algoritmi preordinati, luogo in cui gli script si determinano per necessità ma, anziché fissarsi, generano continue possibilità evolutive. Il teatro è un luogo ideale dove far sorgere nuove politiche e nuove narrazioni. In questo tempo in cui i corpi si fanno diafani nell’esposizione digitale e dove gli stati e le ideologie cercano di appropriarsi dei corpi reali, la scena si dimostra essere luogo necessario in cui operare metamorfosi e generazioni equivoche.

La tradizione non è una terra pacifica: Mirra di Giovanni Ortoleva

Domenica 1 marzo ho potuto vedere Mirra di Vittorio Alfieri per la regia di Giovanni Ortoleva al Teatro Gobetti di Torino. Ero molto curioso di vedere quest’opera per due motivi: in primo luogo la riesumazione dell’Alfieri dagli armadi polverosi delle biblioteche e dalle noiosissime antologie scolastiche; in seconda battuta, dalla sua prima opera, il teatro di Giovanni Ortoleva mi è sembrato un’anomalia nel panorama italiano, e le deviazioni dall’ordinario le ho sempre trovate interessanti.

La divergenza di Giovanni Ortoleva, che lo accomuna a altri registi italiani come Marco Lorenzi, è quella di riuscire, pur allestendo un testo, a sfuggire alle trappole della semplice e triviale messinscena. Non è quindi una traduzione fisica del testo, ma una trasmutazione. Il testo diventa pretesto, il linguaggio diviene vivo, l’azione da didascalia vivo simbolo, e l’allestimento immagine in movimento di un processo vitale.

I processi, si sa, non sono garanzia di successo e per questo spaventano tanto i direttori artistici, quanto le istituzioni. Vengono avviati, ma il risultato è incerto fino all’ultimo istante. Si basano inoltre su una certa dose di azzardo. Un esempio su tutti, la scelta di non adattare il linguaggio, mantenerlo intatto nella sua arcaica sonorità cantabile lontana dal discorso feriale. Costringe il pubblico a uno sforzo costante di attenzione per ricostruire il senso dai deragliamenti logici degli anacoluti e degli enjambement.

La lingua sfugge al significato come un serpe nell’erba alta. Si fa suono, si fa azione, si fa gesto, e questo materico animarsi del linguaggio è gesto politico. Questo è il nocciolo della questione di cui vorrei trattare.

«La tradizione non è una terra pacifica» scrive Giovanni Ortoleva nelle note di regia, mettendo in luce l’ambiguità di ogni retorico ritorno alla “tradizione”, parola che nella cultura è sempre vissuta come una terra favolosa i cui confini spaziano dal vieto conformismo all’irruenza iconoclasta dell’avanguardia.

L’evasività del termine è dovuta all’insegnamento delle arti, laddove si mette sempre un accento di simpatia verso i solitari innovatori, i coraggiosi anticonformisti tralasciando spesso di spiegare che costoro, senza la tradizione, avrebbero fatto ben poco. Un paio di esempi sono utili per chiarire il discorso.

Marinetti e il Primo Manifesto del Futurismo. Dietro alle roboanti dichiarazioni del tipo: «un automobile ruggente […] è più bello della Vittoria di Samotracia», nasconde un omaggio alla commedia di Dante. Dove? Nell’introduzione! Pensate a a come la frase: «soli in quell’ora, ad esser desti e ritti» riecheggia il verso di Dante: «e io sol uno m’apparecchiava a sostener la guerra». E poi le tre auto: “belve fameliche” a ricordare le tre fiere della selva; e poi quel lanciarsi in “folle volo” alle prime luci dell’alba quando il sole si erge e «schermeggia per la prima volta nelle nostre tenebre millenarie» che ricorda “Il pianeto che mena dritto altrui per ogne calle”. Tradizione e innovazione qui fanno all’amore e generano il nuovo, e dietro al rifiuto non vi è altro che un semplice taglio di ogni legame impedente.

E poi pensiamo a Schönberg. La sua dodecafonia dietro la rivoluzionaria idea dell’abbattimento delle gerarchie tonali, altro non è che armonia e contrappunto applicati con una severità che smuoverebbe Bach alla commozione più profonda. E i rumori e il silenzio di Cage, allievo del maestro viennese, non sono che necessarie conseguenze: se le note non hanno più gerarchia, se non vi è più accordo dominante in armonia, perché non allargare questo regno democratico ai grandi esclusi della musica?

Il problema che solleva Giovanni Ortoleva non riguarda dunque la tradizione, ma l’interpretazione corriva del termine. Tradizione, in fondo, non significa altro che “mandare oltre”, non conservare. La storia dell’arte è sempre stata una catena indissolubile tra canone e variazione. Non vi è conservazione. I rami morti decadono da soli.

L’atto politico invocato da Giovanni Ortoleva sta, a mio avviso, proprio nel ricordare a chi di dovere, che guardare al passato non significa mantenimento dell’ordine costituito ma, come nel rugby, un passare indietro per avanzare. Alfieri infatti non viene riesumato come una mummia esposta in un museo, ma viene dissezionato, innestato, ibridato per riportarlo a una nuova vita che nulla ha in comune con quella passata.

In questo processo si può passare anche per il tradimento che, ironia della sorte, ha lo stesso etimo di tradizione. Tradire è consegnare una città o una fortezza al nemico. E la gioventù, si spera, sarà sempre nemica della stasi. E continuerà a tradire la tradizione. Sciocco è chi pensa che il tempo si possa congelare. Nella vita e nell’evoluzione non si torna mai indietro. Nella vita, come nell’arte, si usa quello che è necessario per proseguire nel cammino.

Giocare con i significati: Joseph Kosuth e il teatro

Cos’è il teatro? È domanda a cui molti hanno provato a rispondere. Famoso il tentativo di Carmelo Bene, di cui resta traccia in un bel libretto con DVD dell’evento alla Sapienza di Roma edito da Rino Marenzi.

Se non c’è riuscito CB, perché mai dovrei cimentarmi nell’assedio a questa rocca inespugnabile. E infatti non ci provo, vorrei soltanto mettermi a giocare con i concetti.

Nell’opera One and Three Chairs del 1965, Joseph Kosuth pone in uno stesso spazio, equamente e freddamente illuminato, una sedia da giardino, un pannello con la definizione di sedia presa dal dizionario (in inglese) e una fotografia in bianco e nero della medesima sedia. Un oggetto semplice, delle parole e un’immagine. Solo la foto è stata fatta da Kosuth, la sedia è industriale e la definizione non è stata scritta da lui.

La questione che venne sollevata all’epoca era: questa è veramente arte o pertiene al mondo del pensiero? La domanda era mal posta, considerato che Kosuth intendeva mostrare l’opera d’arte come produttrice di significati. L’istallazione invitava a esplorare lo spazio tra mondi contigui, generava pensiero, creava le condizioni per una ridefinizione degli ambiti.

Ora vi chiederete: che c’entrano Kosuth e la sua opera con il teatro? Apparentemente niente, se non apparentemente il generico appartenere al mondo della rappresentazione. L’obiettivo non è giungere a un risultato positivo, ma il gioco delle analogie, vere o false che siano, perché attraverso la manipolazione giocosa delle immagini, spesso appare qualcosa che ci provoca e perfino ci spinge a ripensarci.

Cominciamo! Da una parte c’è il teatro. La sua materialità. Non solo gli spettacoli, persino le prove, le residenze, i periodi creativi, l’elaborazione dei progetti. Tutta la catena artistica e produttiva. Se pensiamo che siano gli artisti a essere padroni di questo campo, sbagliano. Non lo sono adesso e non lo erano all’epoca di Michelangelo o di Prassitele. Ciò che diventa teatro è frutto dell’arte del compromesso tra la committenza, pubblica o privata che sia, la produzione, il pubblico e infine il senso comune che delimita il campo d’azione. Certo si può sempre sfondare i confini, ma sempre in riferimento a questo contesto. Quello che appare alla fine sui palcoscenici è l’oggetto-teatro.

Poi c’è l’immagine che noi abbiamo del teatro che, come nell’istallazione, non è la riproduzione esatta. Nella foto mancano i colori, nel nostro caso potremmo dire che la fotografia è falsata dalla sovrimpressione di ciò che ciascuno pensa essere teatro: rito, comunità, azione politica, intrattenimento, etc. Qui siamo nel campo del dovrebbe essere, di ciò a cui si tende. Qui ci si affaccenda a tendere una pelle sul corpo teatrale al fine di far coincidere due mondi. Spesso non ci si riesce. E a questo gioco partecipano tutti: istituzioni, artisti, politica, operatori.

Poi ci sono le parole. Queste riguardano la critica e gli studiosi di settore. Se la fotografia manteneva per lo meno la somiglianza con l’oggetto purché non ci si dimenticasse che quella non è assolutamente una pipa, come avvertiva Magritte, con le parole siamo nel mondo della fantasia. Ciò di cui si racconta, spesso non esiste, è una costruzione mentale di chi vede teatro per professione e passione, un vedere che è sempre falsato dalle proprie convinzioni nonostante le assurde pretese di oggettività e scientificità. La critica per fortuna non usa parole neutre, asettiche, frutto di un positivismo datato e sconfitto, ma esalta o abbatte, gioisce o sbuffa così, per quanto ci si affanni a dimostrare la propria indipendenza dalla passione che pur ci anima, alla fine si cede sempre. E questo nel migliore dei casi. Poi ci sono i conflitti di interessi, ma non voglio parlare di questo.

Cos’è dunque il teatro? Per provare a capire qualcosa che è frutto dell’interazione di tre mondi e quindi appare confuso come la tuta disindividuante di Philip Dick, dovremmo provare a contemplare L’immagine i tre universi dalla distanza e insieme, come nell’opera di Kosuth, tenendo sempre a mente le sue parole quando affermava che: “art is making meaning”.

Il difficile però non è questo è generare dibattito confrontando idee diverse sulla questione invece di trincerarsi dietro l’ipocrita scusa che tutti son liberi di pensare ciò che vogliono. Questo è vero, ma è altrettanto legittimo quanto fondamentale dialogare sulla divergenza di posizione.

Questo manca al teatro odierno e alle immagini che esso produce: il confronto, la generazione di senso. E senza il contraddittorio, resta solo il teatrino delle parti,dove ciascuno pensa di essere importante nel suo ambito, dove ciascuno pensa di avere ragione perché tocca solo una piccola porzione del corpo dell’elefante.

Antigone e Le volpi: le ragioni dei tiranni

Antigone e Le volpi. Due spettacoli molto diversi, e per molti versi agli estremi dello spettro del teatrabile. Le volpi scritto e diretto da Luca Ricci con Lucia Franchi, e Antigone di Jean Anouilh per la regia di Roberto Latini. Nell’assistervi ho provato sentimenti contrastanti che hanno avuto bisogno di diversi giorni di decantazione per chiarificarsi. Per provare a definirli, sarò costretto a partire da una galassia lontana, lontana.

In principio fu il verbo? In principio fu il luogo, almeno per gli antichi Veda. Prajapati, padre degli dei, per prima cosa creò lo spazio, un fondamento sospeso nel vuoto affinché potesse esserci azione. Poio creò Agni, il fuoco, il Divoratore e questi volle subito mangiare, ma non essendoci altro che il padre, si avventò su di lui. A Prajapati non restò che sacrificare una parte di sé. Scampato il pericolo, il Padre degli dei sentì agitarsi un altro essere dentro di lui che presto emerse dalla sua bocca. Era una donna bellissima, Vāc, la parola. Questa dunque la sequenza: prima lo spazio, due attori, un pericolo, un sacrificio e solo alla fine, la Parola.

Non è la prima volta che racconto questo antico mito. Ogni tanto ci ritorno perché ha molto a che vedere con il teatro. E non è un caso: i Veda erano gli uomini dei riti. Potremmo quasi dire che hanno inventato la ritualità codificando tempi di esecuzione, modalità di espressione della preghiera, epistemologia dell’oggetto. Tutto è pensato e ripensato al fine di ottenere la migliore efficacia, perché un rito che non ha effetto sul mondo e sugli dei non ha ragion d’essere.

Fatta questa necessaria premessa possiamo provare ad arrivare al primo punto

Sempre più spesso andando a teatro ho la netta impressione che chiudendo gli occhi la mia immaginazione potrebbe riempire l’assenza di visione come se ascoltassi un radiodramma. La scena è accessoria, non fondante premessa.

Non vi è quindi assenza di segnale, ma è come se tutti gli altri linguaggi fossero sovrastati dalla parola, tiranna della scena. Il testo è tornato a essere il padrone unico del teatro italiano e se vogliamo assistere all’emergere del corpo e della sua potenza espressiva, sempre più spesso non resta che andare a vedere la danza.

Questa affermazione potrebbe essere subito contraddetta da chi abbia assistito a entrambi gli spettacoli. Le volpi ha una compagine di tre attori di grande spessore Giorgio Colangeli, Manuela Mandracchia e Federica Ombrato, in Antigone oltre a Roberto Latini, Silvia Battaglio, Ilaria Drago, Manuela Kustermann e Francesca Mazza: tutti attori molto capaci e in possesso di un ventaglio tecnico importante. Anche le scenografie non sono banali (le prime curate da Luca Ricci e le seconde da Gregorio Zurla).

E allora cosa manca, se pur qualcosa manca? Se dovessi usare una parola: l’indipendenza, il contrappunto della composizione, l’essere elementi di una dissonante armonia, voci in un coro e non appendici del testo.

Messa in scena dunque, non teatro. Quale la differenza? Rappresentazione subordinata di un testo attraverso il linguaggio del teatro versus manifestazione ed epifania di forze e potenze grazie al teatro. Per i segugi da stroncatura e per gli spiriti fragili e permalosi, non stiamo parlando del valore, ma della natura di due opere. Stiamo mettendo il luce un fenomeno ciclico nella storia del teatro: l’alternanza tra dominio del testo e predominanza dell’azione corporea e dell’oralità del canto.

Ora provo a esaminare un secondo aspetto. Ne Le volpi di Luca Ricci e Lucia Franchi la recitazione è iperrealistica. Siamo in un pomeriggio assolato in una casa nel centro Italia, tavolino da caffé, biscottini, una ventola a soffitto. Tutto si svolge come dovrebbe essere nella realtà: si beve e si mangia, non si fa finta. Anche la recitazione è naturalistica, sembra anzi di stare al cinema (e non a caso tutti e tre gli interpreti sono attori cinematografici). La vicenda è intrigante e divertente, cattura l’attenzione per capire come andrà a finire. Vi è anche una certa verve polemica e politica che ci immerge nella vicenda come se fosse nostra. L’oggetto è il compromesso tra il potere e chi vuole potere nel microcosmo provinciale.

Testo e rappresentazione concordano, mimano il reale. Il teatro è specchio, riproduce, ma in questo specchio, al contrario di quello di Armida, dove Rinaldo specchiandosi vede l’artificio, esso manca. Così quando gli attori escono fuori scena e restano in ombra quasi disturbano perché generano quell’innaturale che contrasta così tanto con l’iperrealismo visto in scena.

In Antigone siamo all’estremo opposto. La recitazione è lontanissima dal realismo. Abbiamo le maschere, effigi di morte sul volto di personaggi che si muovono con la rigidità propria delle bambole, dei manichini, dei burattini. I morti danzano in scena, cantano il loro dolore con una voce che non illustra ma crea. Siamo nel non naturale, tanto che mi sovvengono le danze tibetane, quel senso di sacro, quella certezza della presenza di una divina alterità.

La scenografia è lontanissima dall’assolata e pietrosa Grecia, anzi pare piuttosto una strada abbandonata in una di quelle cittadine immaginate da Philip Dick nelle sue realtà fittizie. Un luogo tra due mondi, dove però si può solo sostare non transitare. Lampioni, una fermata d’autobus, un telefono a disco, cumuli di vecchie televisioni. Le immagini sono belle e forti, rimangono impresse. E allora cosa manca? L’indipendenza di corpi e delle immagini dallo strapotere della retorica e della morale del testo, ne sono quasi schiacciati e soverchiati.

Jean Anouilh riscrisse Antigone in tempo di guerra durante l’occupazione nazista della Francia e del governo collaborazionista di Petain. Anouilh stesso fu accusato di essere un collaborazionista. Nessun applauso alla prima. Le ragioni di Creonte parevano quelle del tiranno sconfitto che si giustifica. Nonostante la Resistenza, con l’accordo di Anouilh, distribuisse volantini fuori dal teatro, il pubblicò rimase freddo, distaccato, incapace di credere che l’autore non fosse in qualche modo dalla parte degli occupanti. D’altra parte, si chiedevano, come avrebbe fatto a passare indenne alla censura dei tedeschi? Solo nel dopoguerra, e dopo la morte dell’autore, la critica considerò Antigone il suo capolavoro.

Antigone quindi nasce in questo contesto, non parla dei morti, ma dei vivi e delle loro ragioni. Creonte e Antigone spiegano le loro scelte, non fanno altro che parlare, perché il loro contrasto è terreno. I loro antenati greci, al contrario, venivano parlati dagli dei, erano voci del regno dei morti e di quelle divinità crudeli e meravigliose che irrompevano nel mondo gettando l’umanità in un caos che andava sanato con il sacrificio.

Antigone di Roberto Latini è frutto proprio di questo scollamento tra il testo, che è sempre prosa, un testo che porta tutto nel feriale umano, nelle beghe familiari, nel politico quotidiano, e il corpo attorico e scenico creatore di una poesia tale da far danzare gli dei. È come se due linguaggi separati agissero insieme, ma cielo e terra quasi sempre sono in disaccordo.

Il bug di questi due spettacoli, per molti versi riusciti e attraenti, a mio modo di vedere consiste nell’interpretazione data al rapporto tra teatro e letteratura. E nell’aver forse dimenticato quel che diceva Mejerchol’d, in accordo con gli antichi Veda: la parola giunge solo alla fine. Prima il suolo, e poi tutto il resto. Nell’epoca dei bandi però è il testo che dà il titolo, da lì si parte per elaborare il progetto, è quello che dovrebbe attirare il pubblico, i famosi numeri tanto ricercati per avere i fondi. Spiegare in cinquemila parole che si parte dal suolo con l’intenzione di far apparire un mondo potrebbe sembrare delirio d’autore.

Comagnia Crack 24

Riscrittura o adattamento: il borghese gentiluomo di Crack 24

Riscrivere una storia è pratica antica in ambito teatrale. I tragici greci riscrissero i miti in maniere inedite, ne diedero versioni più intriganti e nuove, e nessuno si stupiva perché l’originalità non era il cardine su cui ruotava l’intera pratica teatrale. Essere efficaci era molto più importante. Generare trasformazione nel mondo, modificare il pensiero, sanare le ferite interne alla polis era molto più necessario rispetto all’essere originali.

Il mito dell’unico è piuttosto questione delle moderne società capitaliste, dove l’idea nuova genera profitto, indipendentemente dall’effetto che produce nella comunità. Nel mondo antico un mito veniva sempre raccontato in modo diverso e così Arianna, abbandonata da Teseo, ebbe infinite morti, ma anche qualche lieto fine diventando una costellazione (la corona borealis) o sposando il nientemeno che Dioniso, il dio del teatro. E così Kore/Proserpina, fanciulla e pupilla dell’occhio, dea dei morti e della primavera, è a un tempo mostro serpentino e meravigliosa fanciulla.

Anche Shakespeare non disdegnava la pratica saccheggiando l’Italia letteraria alla ricerca di storie interessanti da proporre al pubblico di sua maestà Elisabetta I. E così Romeo e Giulietta è riscrittura della Historia novellamente ritrovata di due nobili amanti di Luigi da Porto, passata attraverso la versione adatta dal Bandello e inserita nelle sue novelle in seguito tradotte in inglese. E che dire del Moro di Venezia, scritto dal Giraldi Cinzio nelle Ecatommiti e diventato Otello. O di Misura per misura sempre “predato” dall’opera di Giraldi Cinzio.

Se prendessimo poi Amleto, dovremmo risalire di versione in versione fino ai tempi più antichi, laddove la scrittura nemmeno esisteva e le storie passavano semplicemente di bocca in bocca mutando colore e significato.

E allora quindi sorge spontanea la domanda: perché oggi di questo se ne fa argomento di discussione, e si presenti spesso la pratica della riscrittura come rivoluzionaria o opera blasfema e dissacrante?

Forse perché nel riscrivere si vuole adattare le esigenze moderne a una storia considerata un po’ logora? O forse perché si vuole renderla accessibile, aperta, accogliente a tutte le possibili diversità contenute nelle nostre complesse società moderne? E quindi perché il principio che spinge non è l’originalità, né l’utilità, ma la moralità? E se invece si volesse solo semplificare perché non ci si fida della capacità del pubblico di comprendere la complessità? E se fossimo noi teatranti e non essere più in grado di maneggiare detta complessità e pertanto ci limitiamo a rendere semplice e graziosetto qualcosa che potrebbe essere sconvolgente?

Un sacco di domande e nessuna risposta da fornire. Certo qualche opinione in proposito me la sono fatta, ma essendo opinioni me le tengo per me. Credo che ai miei pochi lettori interessi maggiormente un piccolo esempio di riscrittura di cui fare esperienza, e ho giusto da poco assistito a Un borghese gentiluomo di cui forse è bene spendere qualche parola.

La Compagnia Crack 24 composta da Alessandro Cassutti, Agnese Mercati, Federico Palumeri, Stefano Paradisi, Elia Tapognani, diretta da Lorenzo De Iacovo, autore della riscrittura, riadatta il testo di Moliere, scritto nel 1670, portando il nobile Jourdain ai nostri giorni tramutato in donna seguendo in questo il destino di Orlando di Virginia Woolf.

Senza fare un’analisi particolareggiata di questa riscrittura, vorrei segnalare alcuni processi utilizzati da Lorenzo De Iacovo utili a comprendere la differenza tra adattamento e, appunto, riscrittura.

Innanzitutto l’ibridazione. De Iacovo non si limita ad aggiornare tempi, luoghi e generi, ma inserisce nuovi elementi di complessità. Per esempio parti de Il malato immaginario, sempre di Moliere, o passi di Borges, utili per le riflessioni dei personaggi. Queste interpolazioni sono delicate, moderate, levigate in modo da non apparire corpi estranei, ma anche abbastanza decise da far cambiar di segno alla storia. In questo ha imitato Moliere che fece altrettanto con la Commedia dell’arte o le opere di Plauto e Terenzio.

Inoltre bisogna aggiungere le interpolazioni autorali di De Jacovo stesso, capace di mimetizzarsi nelle scritture degli altri. Tale abilità mimetica si può scoprire anche nelle riscritture operate nei progetti per Il Mulino di Amleto, per esempio in Come gli uccelli di Wajidi Mouawad.

Il linguaggio non è quello verboso del Seicento francese, per quanto vengano mantenute alcune leziosità anacronistiche per suscitare il comico, ma non possiamo dire che questa sia una mera semplificazione perché in fondo non mancano parti complesse, per esempio le scene delle lezioni di filosofia. Non sono assenti neanche i riferimenti al presente come il tema del rapporto tra arti, potere e denaro nei primi momenti dello spettacolo.

Gli effetti comici nel linguaggio non sono originali nel senso di nuovi e scintillanti. I fraintendimenti, i giochi di parole, le afasie sono quelli di sempre. Anche il servo irriverente che mantiene il nome di donna, Nicoletta, non è nuovo. È parte presente dalla nascita della commedia. La loro efficacia sta nello scarto tra ciò che ci si aspetta e ciò che giunge, e infine nel dimenticarsi il processo di riconoscimento. Ci divertiamo perché i personaggi sono credibili e ci abbandoniamo a loro.

Con questi pochi elementi possiamo dire che la chiave per una riscrittura viva, coinvolgente e interessante, non è l’originalità o l’attualizzazione. Nemmanco la semplificazione. Piuttosto la capacità di problematizzare il contenuto conferendo una forma in grado di scatenare una reazione nel pubblico. Ciò che ci attrae a teatro è la condivisione di un problema. Non importa la sua risoluzione, non vogliamo sentirci dire che andrà tutto bene. Quello che assolutamente non vogliamo sentirci soli e spaesati, magari riuscendo a capire meglio il mondo che si fa ogni giorno più complesso.

Per cui non resta che andare a vedere questo Borghese gentiluomo di Crack 24 per la regia e adattamento di Lorenzo De Iacovo a San Pietro in Vincoli a Torino. C’è ancora tempo lunedì 19 e martedì 20.

Gli angeli dello sterminio di Antonio Latella

Se parlo de Gli Angeli dello Sterminio di Antonio Latella visto al Teatro Astra di Torino, non è per scriverne una recensione – attività ormai stanca e senza orizzonti soprattutto in un mondo in cui chiunque ne scrive una e su qualsiasi cosa e dove la competenza vale quanto il suo contrario – ma per fare alcune riflessioni.

Si potrebbe obiettare che uno scritto del genere vale solo per chi ha visto l’opera di cui si parla, ma niente è più falso. Si può immaginare, o andare a verificare, e poi quando mai una riflessione è esclusiva? Il pensiero cerca sempre il dialogo.

Quindi cominciamo! Primo punto: la Milano di Testori, quella post apocalittica, ricorda molto la Milano di Scerbanenco e dei film di Ferdinando di Leo, come Milano a mano armata o Milano Calibro 9. Una città di gangster, dove non c’è spazio per la luce che appare tutt’al più nebbiosa, pallida, fredda ghiaccio invernale. Luci antinebbia, fumi continui per effetti fantasmatici e sfocati da pittorialismo, per un’idea di città fredda e respingente. Ma questa è la Milano artistico letteraria o la Milano reale? L’immagine parla della città in carne ed ossa o come nel testo si evoca una sorta di mondo del sottosuolo, un’Ade che non è inferno ma solo caos e disordine violento?

Secondo spunto di riflessione: la lingua e la voce. L’adattamento di Testori operato da Federico Bellini, è fluente e snocciola vite, sensazioni, episodi, incidenti, morti e feriti, con grande naturalezza, come acqua da una cascata di montagna. Si potrebbe dire che è lingua di canto, e non di discorso. Lingua del dire e non del leggere. Gli attori poi ne hanno fatto partitura orchestrale, sinfonia di voci e strumenti, oggetto da ascolto, e così lo scampanio e i suoni composti da Franco Visoli. Tutto era sonorità come in Ritratto di città di Luciano Berio e Bruno Maderna, opera radiofonica in cui Milano è protagonista. L’immagine, dunque, era veramente necessaria? Il duomo nero che cammina sulla scena, il tubo di scappamento, il fumo nebbia e smog, i fari al sodio, non finiscono per aggiungere stereotipo al fantastico lirico e tragico di Testori/Bellini?

Antonio Latella ha sempre creduto nel potere evocativo della parola-canto e, parimenti, nella potenza delle immagini, spesso potenti e prive di compromessi. Nei suoi ultimi spettacoli, Riccardo III e Gli angeli dello sterminio, si è basato molto sull’ovvio: in Riccardo III il giardino di rose bianche, a cui si intreccia nel finale quella rossa, e lampante emerge il richiamo alle due rose in guerra; negli Angeli ecco lo smog, il duomo e la Madunina, le luci, insomma la Milano scontata. Antonio Latella è uomo esperto di teatro e non fa le cose a caso, o scegliendo la via più facile. Forse ci sta dicendo che il nostro occhio di spettatori oggi richiede il riconoscibile perché stiamo annegando i nostri occhi nell’ovvio. Lo spazio per l’immaginazione si riduce nel mondo dell’istagrammabile. D’altra parte non si va in vacanza per scoprire posti nuovi, ma per fotografare e postare ciò che milioni di altri hanno già visto.

Un’ultima riflessione: gli attori Matilde Vigna, Francesco Manetti e Alfonso Genova, sono in scena veri strumenti musicali e artisti capaci di evocare con tecnica e precisione il mondo di crudeltà immaginifica di Testori/Bellini. Eppure in quell’atmosfera nebbiosa e densa di fumi, tutta quella capacità tecnica pareva fredda e distaccata. Non sto cercando di riesumare antiche diatribe tra passione e controllo, immedesimazione e epico distacco, sto parlando solo di contatto tra scena e pubblico. Mi sono sentito solo spettatore, fin da quell’inizio in platea, tra la gente, per poi trasferire tutto sul palco. Ecco mi è sembrato come fossimo solo oggetti di scena, non parte di una riflessione comune.

E per finire un’immagine: quella della cartomante evocatrice che in mezzo al caos post apocalittico, osserva dalla finestra il suo cespuglio di rose. Questa è un’icona potente non solo dei nostri tempi in cui tra guerre, aggressioni e genocidi, disinvoltamente ci trastulliamo con video di gattini o di sciocchi e banali influencer del nulla, ma è anche una forte domanda al teatro. Il governo e gli enti bancari chiedono risultati e numeri, vogliono i successi e non le domande scottanti da evadere. Il teatro dunque deve trasformarsi in questo: in una finestra aperta sul un bel roseto sbocciato? Oppure a costo della povertà, si decide che oggi più che mai è necessario avere un luogo di riflessione e di metabolizzazione del reale?

La storia si fa con le scelte nell’oggi. Si può decidere se far giungere Gli angeli sterminatori oppure un mondo diverso non basato sulla violenza e lo sfruttamento. La scelta è necessaria, perché per decenni abbiamo lasciato decidere agli altri, dicendo sempre sì. Ora forse, prima che sia troppo tardi, sarebbe il caso di dire anche qualche no.

Regalità moleste: bellezza e inganno tra Latella e Magnolia

La bellezza salverà il mondo! Questa concisa, cristallina, e fin troppo ottimista sentenza di Dostoevskij, contenuta ne L’Idiota, viene spesso citata in questi nostri tempi turbolenti a significare le capacità curative e salvifiche (tutte da dimostrare) dell’arte; e come spesso accade quando si estrapola una frase dal suo contesto, se ne muta il senso e il contenuto.

Dostoevskij la vela con un sottile tulle di ambiguità, come i greci, velando disvela. In primo luogo il principe Myškin non la proferisce direttamente, è bensì Ippolit ad attribuirgliela, come se fosse un sentito dire, chiedendo di confermare e quindi spiegare il suo pensiero. Myškin, e quindi Dostoevskij, nel rispondere aumenta il mistero incominciando a descrivere un dipinto, Il Cristo morto nella tomba di Hans Holbein il giovane del 1521, visto dal principe a Basilea.

Il quadro ha dimensioni bizzarre, ma non per questo meno naturalistiche. Misura 30 cm x 200cm, ossia le dimensioni reali di un corpo disteso nel sepolcro. Lo spazio verticale è angusto privo di aria e di cielo quasi che la cornice sia il coperchio di una bara. Il corpo è disteso morto, come su un tavolo di autopsia, la bocca aperta, la pelle giallo-grigia, mentre le estremità, nei luoghi delle ferite dei chiodi, mostrano un avanzato stato di decomposizione. La morte di Cristo è reale e la sua resurrezione è di là da venire. Vi è solo un corpo morto. Nessuna trasfigurazione. Non vi è nemmeno il dolore dell’umano come nel Cristo morto di Mantegna. Qui Gesù è solo e indubitabilmente corpo morto, lo ripetiamo. E per rendere l’assoluta fisicità e inequivocabilità della morte, Holbein figlio prese a modello un annegato e questo aumenta il senso del macabro. Myškin dice senza mezzi termini che questo dipinto può far vacillare una persona nella fede.

Anche Caravaggio nel 1604 seguì questa strada pericolosa nel dipingere La morte della Vergine prendendo a modello il corpo di una prostituta annegata nel Tevere. La tela, per la sua crudezza naturalistica in cui non compariva nessun afflato mistico, da cui emergeva piuttosto tutta la sudicia indegnità della morte in quel ventre enfiato e tondo come un tamburo, nei lineamenti sofferenti, nelle caviglie nude e gonfi i piedi, fu rifiutato sdegnosamente dai committenti, e solo l’intervento di Rubens, che convinse il Duca di Mantova ad acquisirlo per la sua collezione, lo salvò dalla distruzione. Dov’è dunque la bellezza che salverà il mondo se l’arte è in grado di far vacillare nella fede non solo in Dio, ma nel mondo?

Myškin intende per nulla la bellezza estetica, ma si riferisce a qualcosa di profondo e misterioso che promana non solo dall’arte. Per il principe Myškin la bellezza non risiede nell’immagine, ma all’atto cui l’icona allude, nel sacrificio fatto con fiducia e amore, nel dono di sé per l’altrui salvezza. La bellezza è dunque un atteggiamento morale ed etico legato all’agire, non pertiene quindi alla contemplazione. E questo diventa premessa necessaria a un pensiero rispetto all’ultima opera di Antonio Latella.

Riccardo III

Il regista di Castellamare nel presentare Riccardo III ha deciso, contrariamente alla tradizione e alla storia, di presentarci il duca di Gloucester come un uomo bello, con un fisico snello, scattante, per niente deforme o gobbo, non di rozzo conio ma splendidamente cesellato dalla natura. Il suo agire rimane però identico: crudele, infido, sanguinario. Eppure Shakespeare fa dire a Riccardo di non essere fatto: «per corteggiare un amoroso specchio», di essere quello che è, un uomo che non si nasconde: «deciso a mostrarsi malvagio». Riccardo non finge, non si maschera, irride anzi l’altrui morale, quel fiducioso aspettarsi il rispetto di un codice assente in natura. E allora perché questa maschera di bellezza a travestire il gobbo della casa di York?

Forse la risposta risiede nell’ambiguo e diabolico ruolo giocato dalla bellezza nel mondo occidentalmente globalizzato. Oggi tutto è bello. Persino uno scovolino da cesso vien costruito bellino, piacevole, grazioso, poco importa sia funzionale o funzionante. La bellezza è diffusa, pervasiva, convincente, ma anche crudelmente assoggettante. Esser belli è un imperativo, a costo di perder la salute o riempirsi di protesi come un cyborg. E tocca essere piacenti non solo nell’aspetto, ma in ogni attimo della nostra vita da produrre sui social per essere ammirata dall’altrui invidia. La bellezza efferata ci ammalia, ci ammala nel fisico e nell’animo, persino se siam pronti a scagliar sul suo corpo meraviglioso le nostre più violente maledizioni.

Ed eccoci quindi alla vera natura di Riccardo, duca di Gloucester, che nel corteggiare e vincere la Regina Anna sulla tomba del marito morto per sua mano, prova immenso piacere. A vincere è l’amoralità del bello: «Lei con Dio, la sua coscienza e queste difese contro di me, e io con nulla per sostenere la mia preghiera se non il demonio, proprio lui, e i miei sguardi di menzogna; eppure vincerla: tutto il mondo contro nulla!».

In un epoca in cui la bellezza si stava ritraendo velocemente dal mondo dell’arte – pensiamo a Van Gogh, in cui nulla è bello ma è vertiginosamente dipinto nel crudo abominio dell’essere senza scampo alcuno -, Dostoevskij, per voce di Myškin, afferma senza mezzi termini che l’unica bellezza che ci è rimasta risiede nella qualità morale dell’azione artistica, nella sua capacità di cambiare il mondo in meglio, pur nella coscienza di sapersi sconfitta, come avverrà per il principe. Perdere la partita è l’unico modo per far apparire il bello, e questo pensiero resta ancor oggi rivoluzionario in un mondo in cui si diffonde sempre più il darwinismo economico capitalista. Essere dei perdenti è lo stigma di questi anni.

Rinunciare alla bellezza confortante, all’essere vincenti sempre e a tutti i costi, a rapinare ciò che vogliamo, significare ricostruire e restituire quel farmaco, veleno e medicina, che è l’antica radice dell’arte. E significa soprattutto distinguerla da qualsiasi altra attività del capitalismo rapace e rapinoso. Ecco perché la sentenza di Parma è importante, perché restituisce non solo giustizia a chi ha subito violenza, ma ci impedisce di commettere il solito distinguo tra l’opera e l’artista. Se l’azione è inquinata, il frutto sarà di necessità avvelenato.

Ma attenzione: la sconfitta di Riccardo non porta nessuna redenzione: a sostituirla è un altro potere altrettanto malefico e grazioso. Come diceva Fischer è più facile che giunga la fine del mondo che la fine del capitalismo. Non resta altro al regista che sparare in testa ai suoi personaggi. Farla finita in maniera violenta in quel giardino di rose immacolate. Tutti morti. Nessuno vince e nessuno viene salvato. Non vi è dunque bellezza che possa salvare il mondo? È forse questo il nostro destino?

La follia di Enrico IV

Passiamo a Enrico IV, altro re sulle scene, pirandelliano e nostrano questa volta, per la regia di Giorgia Cerruti e Piccola Compagnia della Magnolia nella stagione del Teatro Astra. Un re folle, ingabbiato nel suo ruolo, incapace di fuggire la maschera indossata per incidente, durante un carnevale. Enrico diventa imperatore del Sacro Romano Impero non per nascita ma per caso, vi rimane per atto di volontà e per la condiscendenza dei suoi prossimi, e quando vuole uscire dal vortice illusorio e consolatorio della rappresentazione, il delitto lo costringe e rifugiarsi nuovamente nella finzione per sfuggire alla giustizia.

Quando si assiste a Enrico IV bisogna esser consci che non si narra una storia, si parla di teatro, e ancor prima si parla dell’essere. Per convincersene basterebbe riascoltare Carmelo Bene alla Sapienza quando, tenendo una lezione, ricordava come il teatro di rappresentazione si basi sull’abbandonarsi fiducioso del pubblico alla credenza che quello in scena sia veramente Amleto, mentre l’attore a sua volta fa finta di credere di esserlo e che gli altri lo credano per poterlo impersonare. In questo abisso di credenze illusorie, affinché la rappresentazione sia, bisogna ingannarsi ed ingannare pur sapendo che la realtà sta altrove.

Rinaldo viene frodato e complice nel nutrire la magia illusoria di Armida non solo nell’ammirare l’immagine riflessa nel magico specchio, ma nell’amore di ciò che si riflette nell’occhio della maga. Occorre uno sguardo terzo per sfuggire, l’occhio di chi non partecipa al gioco delle parti. Sembra banale, ma per riconoscere la finzione bisogna solo considerarla per quello che è: un velo dipinto da squarciare per affrontare ciò che appare dietro il disegno, sempre non vi sia un ennesimo fondale a ingannarci. Sfuggire alla rappresentazione è stato cruccio di gran parte del miglior teatro dell’ormai vituperato Ventesimo secolo.

Oggi però ci siamo abbandonati senza riserve alla rappresentazione. E non solo a teatro. Nell’era digitale dove tutto è immagine e niente è vero se non nelle proprie illusorie convinzioni, la parabola dell’Enrico IV pirandelliano ci costringe a prendere coscienza dell’impossibilità di fuga? Che i nostri tentativi di fuga non potranno essere macchiati da altro che il delitto? Oppure che è necessario l’atto di violenza proprio per prendere coscienza dell’illusorietà della rappresentazione?

Senza pretendere di fornire risposte, proviamo a prendiamo a esempio il caso dello stato dell’arte teatrale in Italia. Negli ultimi decenni il mondo della scena per accidente si è fatto convincere della necessità dell’impresa culturale. Il Teatro inteso come comunità teatrale tutta, si è autoingannato nella credenza che dietro la parola impresa, parola feroce e per nulla innocua, abitasse il proprio futuro radioso e non lo stesso destino nefasto che ha colpito al cuore sanità e istruzione. Preso dalla finzione che questo fosse il migliore dei mondi possibili, non si è avveduto dei rischi dietro gli algoritmi quantitativi che minavano alla base l’idea stessa della ricerca rischiosa, non ha compreso che l’impresa esisteva solo per volontà d’altri e non propria, e ora che la spada di Damocle comincia a farsi sempre più opprimente e sempre più sicuro il futuro abbattersi sulla testa delle arti, non restano che due strade: continuare a illudersi o prendere coscienza.

La seconda ipotesi prevede una seconda fase: prendere atto di non essere più così importanti come crediamo di essere. Anzi occorre proprio abbracciare la propria irrilevanza e riformulare le funzioni e i presupposti. Tutto questo prevede un atto violento di disillusione, un doloroso percorso in cui molti potrebbero non farcela, ma un cammino necessario se si vuole affrontare non solo il futuro, ma il presente. Cosa farà la comunità teatrale? Sceglierà di rifugiarsi come Enrico IV nella finzione protettiva ma avvilente di non esser altro che inganno, o avrà la forza di affrontare la realtà e immaginarne una nuova? Il gelido inverno avrà la forza di mutarsi in radiosa estate?

L’ultima parola: l’ibrida creatura della Compagnia Barletti/Waas

Strana creatura teatrale quella evocata dalla Compagnia Barletti/Waas sul palco (e platea) del Teatro Astra di Torino. Non è un mostro mitologico – tipo il Minotauro per intendersi – nato da illecite congiunzioni; non è un dio bifronte e, forse, non è nemmeno una coppia di gemelli siamesi. Non è un freak show. È uno strano effetto di rispecchiamento, come nella serie Fringe, dove i personaggi si guardano da due universi paralleli in cui le cose sono non proprio identiche e nemmeno agli stessi posti. Ci sono minime, ma significative differenze, con il potere di mutare radicalmente i percorsi di vita. L’ultima parola della Compagnia Barletti/Waas regala questa sensazione.

Due testi in partitura: L’ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett e Finché il giorno non vi separi di Peter Handke. Due spazi scenici differenti ospitano le due parti di un dialogo mai avvenuto ma possibile nell’infinita serie di universi paralleli: il palco per il testo di Beckett e la gradinata per il monologo di Handke. Il pubblico è sul palco come in un mondo alla rovescia.

Werner Wass accoglie gli spettatori seduto su una semplice sedia, Indossa un rigido vestito sporcato di gesso rappreso e, con la nobiltà di un re, mangia una banana. Il frutto è l’unico oggetto di scena ed è significativo, perché l’azione, come in Tenet di Nolan, anticipa l’evento. Sì, avete capito bene: la vicenda di Krapp viene raccontata successivamente e gli occhi e le mani racconteranno di quella banana già mangiata, sbucciata e buttata appena siamo entrati in scena.

L’ultimo nastro di Krapp è detto, semplicemente, senza enfasi. Non uso il verbo recitato perché non si finge un bel niente e non ci si prova neanche a farci credere che quell’uomo seduto è Krapp. L’attore dice il testo scritto da Beckett con tutte le didascalie comprese le pause. Il motivo lo scopriremo più avanti. Il corpo di Werner Waas ci mostra dei barlumi di Krapp, della sua fisionomia, dei suoi gesti ripetitivi e insensati, delle sue espressioni vacue e asettiche, efficaci come quelle di un clown, ma subito se ne distacca proseguendo nel suo dire.

Si giunge così al finale di partita. L’attore recita l’ultima didascalia: «sipario», esce di scena e le tele che ingabbiavano il palco cadono a terra mostrandoci la gradinata in cui è comodamente seduta Lea Barletti ed è situata la postazione del musicista Luca Canciello. Siamo dall’altra parte dello specchio in questo mondo di Alice. Ci troviamo di fronte a quella donna sconosciuta di cui ci ha raccontato Krapp nel suo ultimo nastro, quella su si è steso sulla barca nel canneto dopo averle confessato che di non aver più niente da dirsi.

Eppure la donna sconosciuta ha tanto di cui parlare. E quello che vuole dire a tutti i costi non è soltanto la sua versione dei fatti. Sarebbe troppo semplicistico e sarebbe ridurre la partita a nient’altro che una ripicca, una lite tra ex amanti. Tra la donna e Krapp vi è una distanza incolmabile generata dalla distanza delle rispettive visioni del mondo.

Facciamo un solo esempio: le pause e il silenzio. Per Krapp sono calcolate, studiate per fare effetto, per farci ridere, per farci intendere senza ombra di dubbio che tutto quello cui stiamo assistendo è senza scopo alcuno. E il silenzio è solo il preludio a un’altra frase, è l’anticamera del verbo, non vale da solo. La donna sconosciuta invece ama il silenzio di per sé, non vuole colorarlo d’attesa, se lo gode così com’è. Quando lo descrive ci ricorda John Cage quando affermava che la pausa nella musica tonale è solo un ponte e un legame tra una nota e l’altra, non è il silenzio. E poi il silenzio non esiste, è solo l’assenza del nostro blaterare. Appare quando l’io tace e quello di Krapp non tace mai: non solo parla con se stesso, ma si ascolta parlare in un loop eterno.

Una seconda differenza è il dialogo con l’improvvisazione musicale. La parola deve trovare il varco tra i suoni, deve scoprire un piano di coesistenza con la musica. Se prima Krapp è stato un dittatore assoluto, signore del tempo come Crono, la donna sconosciuta danza tra il suono e il silenzio senza un piano prestabilito. Ciò che avviene non è sempre uguale a se stesso, prevedibile e ripetibile, ma è eternamente cangiante. E questo coesistere con l’improvvisazione musicale evoca sulla scena un’altra pièce di Beckett, Words and Music, un radiodramma musicato da Morton Feldman in cui sono proprio parole e musica a contendersi lo spazio.

La donna sconosciuta è legata a Krapp, così come Krapp è avvinto a lei. Non possono lasciarsi. Lui la evoca, lei parla con il suo fantasma, con il manichino dei suoi vestiti abbandonato in scena sulla sedia. Uno non vive senza l’altra. Ordine e caos, improvvisazione e riproducibilità, in perpetuo dialogo. Forse è questa la chiave di questa strana creatura scenica: come nelle dispute filosofiche tibetane, tesi e antitesi hanno la stessa consistenza del fumo. Bianco e nero sono uno l’eco dell’altro e il loro dialogo consiste nel vicendevole trascolorare.

Teatro Astra, Torino | 22 maggio 2025

regia: Compagnia Barletti/Waas

con Lea Barletti, Werner Waas

musiche originali eseguite dal vivo: Luca Canciello

scene e costumi: Ivan Bazak

aiuto regia: Paolo Costantini

produzione: Compagnia Barletti/Waas, TPE (Teatro Piemonte Europa), Teatro della Tosse, Florian Metateatro, TD-Berlin

con il sostegno di: Goethe Institut Culture Moves Europe / CSS Teatro stabile di innovazione del FVG / Itz Berlin e.V.