La bellezza salverà il mondo! Questa concisa, cristallina, e fin troppo ottimista sentenza di Dostoevskij, contenuta ne L’Idiota, viene spesso citata in questi nostri tempi turbolenti a significare le capacità curative e salvifiche (tutte da dimostrare) dell’arte; e come spesso accade quando si estrapola una frase dal suo contesto, se ne muta il senso e il contenuto.
Dostoevskij la vela con un sottile tulle di ambiguità, come i greci, velando disvela. In primo luogo il principe Myškin non la proferisce direttamente, è bensì Ippolit ad attribuirgliela, come se fosse un sentito dire, chiedendo di confermare e quindi spiegare il suo pensiero. Myškin, e quindi Dostoevskij, nel rispondere aumenta il mistero incominciando a descrivere un dipinto, Il Cristo morto nella tomba di Hans Holbein il giovane del 1521, visto dal principe a Basilea.
Il quadro ha dimensioni bizzarre, ma non per questo meno naturalistiche. Misura 30 cm x 200cm, ossia le dimensioni reali di un corpo disteso nel sepolcro. Lo spazio verticale è angusto privo di aria e di cielo quasi che la cornice sia il coperchio di una bara. Il corpo è disteso morto, come su un tavolo di autopsia, la bocca aperta, la pelle giallo-grigia, mentre le estremità, nei luoghi delle ferite dei chiodi, mostrano un avanzato stato di decomposizione. La morte di Cristo è reale e la sua resurrezione è di là da venire. Vi è solo un corpo morto. Nessuna trasfigurazione. Non vi è nemmeno il dolore dell’umano come nel Cristo morto di Mantegna. Qui Gesù è solo e indubitabilmente corpo morto, lo ripetiamo. E per rendere l’assoluta fisicità e inequivocabilità della morte, Holbein figlio prese a modello un annegato e questo aumenta il senso del macabro. Myškin dice senza mezzi termini che questo dipinto può far vacillare una persona nella fede.
Anche Caravaggio nel 1604 seguì questa strada pericolosa nel dipingere La morte della Vergine prendendo a modello il corpo di una prostituta annegata nel Tevere. La tela, per la sua crudezza naturalistica in cui non compariva nessun afflato mistico, da cui emergeva piuttosto tutta la sudicia indegnità della morte in quel ventre enfiato e tondo come un tamburo, nei lineamenti sofferenti, nelle caviglie nude e gonfi i piedi, fu rifiutato sdegnosamente dai committenti, e solo l’intervento di Rubens, che convinse il Duca di Mantova ad acquisirlo per la sua collezione, lo salvò dalla distruzione. Dov’è dunque la bellezza che salverà il mondo se l’arte è in grado di far vacillare nella fede non solo in Dio, ma nel mondo?
Myškin intende per nulla la bellezza estetica, ma si riferisce a qualcosa di profondo e misterioso che promana non solo dall’arte. Per il principe Myškin la bellezza non risiede nell’immagine, ma all’atto cui l’icona allude, nel sacrificio fatto con fiducia e amore, nel dono di sé per l’altrui salvezza. La bellezza è dunque un atteggiamento morale ed etico legato all’agire, non pertiene quindi alla contemplazione. E questo diventa premessa necessaria a un pensiero rispetto all’ultima opera di Antonio Latella.
Riccardo III
Il regista di Castellamare nel presentare Riccardo III ha deciso, contrariamente alla tradizione e alla storia, di presentarci il duca di Gloucester come un uomo bello, con un fisico snello, scattante, per niente deforme o gobbo, non di rozzo conio ma splendidamente cesellato dalla natura. Il suo agire rimane però identico: crudele, infido, sanguinario. Eppure Shakespeare fa dire a Riccardo di non essere fatto: «per corteggiare un amoroso specchio», di essere quello che è, un uomo che non si nasconde: «deciso a mostrarsi malvagio». Riccardo non finge, non si maschera, irride anzi l’altrui morale, quel fiducioso aspettarsi il rispetto di un codice assente in natura. E allora perché questa maschera di bellezza a travestire il gobbo della casa di York?
Forse la risposta risiede nell’ambiguo e diabolico ruolo giocato dalla bellezza nel mondo occidentalmente globalizzato. Oggi tutto è bello. Persino uno scovolino da cesso vien costruito bellino, piacevole, grazioso, poco importa sia funzionale o funzionante. La bellezza è diffusa, pervasiva, convincente, ma anche crudelmente assoggettante. Esser belli è un imperativo, a costo di perder la salute o riempirsi di protesi come un cyborg. E tocca essere piacenti non solo nell’aspetto, ma in ogni attimo della nostra vita da produrre sui social per essere ammirata dall’altrui invidia. La bellezza efferata ci ammalia, ci ammala nel fisico e nell’animo, persino se siam pronti a scagliar sul suo corpo meraviglioso le nostre più violente maledizioni.
Ed eccoci quindi alla vera natura di Riccardo, duca di Gloucester, che nel corteggiare e vincere la Regina Anna sulla tomba del marito morto per sua mano, prova immenso piacere. A vincere è l’amoralità del bello: «Lei con Dio, la sua coscienza e queste difese contro di me, e io con nulla per sostenere la mia preghiera se non il demonio, proprio lui, e i miei sguardi di menzogna; eppure vincerla: tutto il mondo contro nulla!».
In un epoca in cui la bellezza si stava ritraendo velocemente dal mondo dell’arte – pensiamo a Van Gogh, in cui nulla è bello ma è vertiginosamente dipinto nel crudo abominio dell’essere senza scampo alcuno -, Dostoevskij, per voce di Myškin, afferma senza mezzi termini che l’unica bellezza che ci è rimasta risiede nella qualità morale dell’azione artistica, nella sua capacità di cambiare il mondo in meglio, pur nella coscienza di sapersi sconfitta, come avverrà per il principe. Perdere la partita è l’unico modo per far apparire il bello, e questo pensiero resta ancor oggi rivoluzionario in un mondo in cui si diffonde sempre più il darwinismo economico capitalista. Essere dei perdenti è lo stigma di questi anni.
Rinunciare alla bellezza confortante, all’essere vincenti sempre e a tutti i costi, a rapinare ciò che vogliamo, significare ricostruire e restituire quel farmaco, veleno e medicina, che è l’antica radice dell’arte. E significa soprattutto distinguerla da qualsiasi altra attività del capitalismo rapace e rapinoso. Ecco perché la sentenza di Parma è importante, perché restituisce non solo giustizia a chi ha subito violenza, ma ci impedisce di commettere il solito distinguo tra l’opera e l’artista. Se l’azione è inquinata, il frutto sarà di necessità avvelenato.
Ma attenzione: la sconfitta di Riccardo non porta nessuna redenzione: a sostituirla è un altro potere altrettanto malefico e grazioso. Come diceva Fischer è più facile che giunga la fine del mondo che la fine del capitalismo. Non resta altro al regista che sparare in testa ai suoi personaggi. Farla finita in maniera violenta in quel giardino di rose immacolate. Tutti morti. Nessuno vince e nessuno viene salvato. Non vi è dunque bellezza che possa salvare il mondo? È forse questo il nostro destino?
La follia di Enrico IV
Passiamo a Enrico IV, altro re sulle scene, pirandelliano e nostrano questa volta, per la regia di Giorgia Cerruti e Piccola Compagnia della Magnolia nella stagione del Teatro Astra. Un re folle, ingabbiato nel suo ruolo, incapace di fuggire la maschera indossata per incidente, durante un carnevale. Enrico diventa imperatore del Sacro Romano Impero non per nascita ma per caso, vi rimane per atto di volontà e per la condiscendenza dei suoi prossimi, e quando vuole uscire dal vortice illusorio e consolatorio della rappresentazione, il delitto lo costringe e rifugiarsi nuovamente nella finzione per sfuggire alla giustizia.
Quando si assiste a Enrico IV bisogna esser consci che non si narra una storia, si parla di teatro, e ancor prima si parla dell’essere. Per convincersene basterebbe riascoltare Carmelo Bene alla Sapienza quando, tenendo una lezione, ricordava come il teatro di rappresentazione si basi sull’abbandonarsi fiducioso del pubblico alla credenza che quello in scena sia veramente Amleto, mentre l’attore a sua volta fa finta di credere di esserlo e che gli altri lo credano per poterlo impersonare. In questo abisso di credenze illusorie, affinché la rappresentazione sia, bisogna ingannarsi ed ingannare pur sapendo che la realtà sta altrove.
Rinaldo viene frodato e complice nel nutrire la magia illusoria di Armida non solo nell’ammirare l’immagine riflessa nel magico specchio, ma nell’amore di ciò che si riflette nell’occhio della maga. Occorre uno sguardo terzo per sfuggire, l’occhio di chi non partecipa al gioco delle parti. Sembra banale, ma per riconoscere la finzione bisogna solo considerarla per quello che è: un velo dipinto da squarciare per affrontare ciò che appare dietro il disegno, sempre non vi sia un ennesimo fondale a ingannarci. Sfuggire alla rappresentazione è stato cruccio di gran parte del miglior teatro dell’ormai vituperato Ventesimo secolo.
Oggi però ci siamo abbandonati senza riserve alla rappresentazione. E non solo a teatro. Nell’era digitale dove tutto è immagine e niente è vero se non nelle proprie illusorie convinzioni, la parabola dell’Enrico IV pirandelliano ci costringe a prendere coscienza dell’impossibilità di fuga? Che i nostri tentativi di fuga non potranno essere macchiati da altro che il delitto? Oppure che è necessario l’atto di violenza proprio per prendere coscienza dell’illusorietà della rappresentazione?
Senza pretendere di fornire risposte, proviamo a prendiamo a esempio il caso dello stato dell’arte teatrale in Italia. Negli ultimi decenni il mondo della scena per accidente si è fatto convincere della necessità dell’impresa culturale. Il Teatro inteso come comunità teatrale tutta, si è autoingannato nella credenza che dietro la parola impresa, parola feroce e per nulla innocua, abitasse il proprio futuro radioso e non lo stesso destino nefasto che ha colpito al cuore sanità e istruzione. Preso dalla finzione che questo fosse il migliore dei mondi possibili, non si è avveduto dei rischi dietro gli algoritmi quantitativi che minavano alla base l’idea stessa della ricerca rischiosa, non ha compreso che l’impresa esisteva solo per volontà d’altri e non propria, e ora che la spada di Damocle comincia a farsi sempre più opprimente e sempre più sicuro il futuro abbattersi sulla testa delle arti, non restano che due strade: continuare a illudersi o prendere coscienza.
La seconda ipotesi prevede una seconda fase: prendere atto di non essere più così importanti come crediamo di essere. Anzi occorre proprio abbracciare la propria irrilevanza e riformulare le funzioni e i presupposti. Tutto questo prevede un atto violento di disillusione, un doloroso percorso in cui molti potrebbero non farcela, ma un cammino necessario se si vuole affrontare non solo il futuro, ma il presente. Cosa farà la comunità teatrale? Sceglierà di rifugiarsi come Enrico IV nella finzione protettiva ma avvilente di non esser altro che inganno, o avrà la forza di affrontare la realtà e immaginarne una nuova? Il gelido inverno avrà la forza di mutarsi in radiosa estate?
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