Archivi tag: Dorcy Rugamba

PER CHI SUONA LA CAMPANA?

Istantanee dalla Biennale di Venezia

Primo scatto

Il padiglione bianco e squadrato dell’Austria appare quasi nascosto da un grosso autotreno dipinto. Solo superando il Brasile, verso l’Egitto e la Polonia si vede la campana sollevata al centro del portico monumentale. 

E sotto la fila. Come un serpente al sole si snoda disciplinata in attesa. Sono più di cento le persone e sono passati solo 6 minuti dall’apertura dei cancelli dei Giardini. Inquadro la campana e la fila, il bianco edificio alle spalle e mi chiedo: per chi suona questa campana? E giusto un secondo dopo: tutta questa gente in coda è qui per vedere un’opera d’arte o per fare un’esperienza instagrammabile? E l’artista voleva questo? Intanto mi dirigo verso il padiglione polacco deserto e stupefatto di spazio.

Secondo scatto

Dai cancelli al teatro è un lungo cammino. Quasi tutti preferiscono le golf car, ma a me piace camminare. Godere della vista che si apre sul bacino dell’Arsenale quando il sole comincia a tramontare, in quel tempo che D’Annunzio chiamava “l’ora di Tiziano”. Quel cielo azzurro scuro luminoso mi ricorda più Cima da Conegliano o Giorgione. Se c’è qualche nuvola rosata, il cielo diventa un soffitto rosa Tiepolo. Sotto l’immensa gru, gruppetti di addetti ai lavori chiacchierano, si salutano. I grassi gabbiani studiano il momento propizio per rubar loro la cena. La festa è per loro?

Terzo scatto

Isola di San Giorgio. Negli splendidi giardini della Fondazione Cini deviare dal percorso stabilito. Perdersi e godersi la sera. Passo a fianco alle sale dove Carolyn Carlson teneva le prove della sua Accademia. Immancabile il rimprovero dell’addetto alla sicurezza, ma ne valeva la pena. Le gradinate dell’anfiteatro sono divise da piccole siepi di bosso. Si sente il fresco della sera, mentre di lontano si stagliano i cipressi che impediscono allo sguardo di guardare lontano in laguna. Inizia lo spettacolo. Inizia Cries di Stergioglu e Ktistakis. Il lamento di Ecuba si sovrappone a quello degli esuli in fuga dalla Dittatura dei colonnelli e a quello di chi, oggi, scappa dalle numerose guerre e miserie. Non sono grida strazianti. Sono quasi confortevoli, comprensibili. Consolano. Possono persino piacere. Il grido vero, il canto del capro, rompe le orecchie, non ha armonia, né melodia. Si applaude un grido? E poi sul vaporetto a conversare come sempre. Le luci di San Marco abbagliano e attirano l’occhio come le sirene di Ulisse. 

Quarto scatto

Un ritratto di dodici persone. In bianco e nero. Una famiglia ruandese, ben vestita come per una festa o una ricorrenza. Alcuni visi sono sorridenti, altri orgogliosi, altri imbarazzati. Una foto di famiglia come tante. Il bianco e nero comincia ad assumere sfumature pastello tenui prima del colore pieno. Il racconto di Dorcy Rugamba ha il potere di farli tornare al mondo. Come i morti di Ulisse, sentono la vita e si rianimano. Per un’ora e mezza li sentiamo ridere, arrabbiarsi, deprimersi, perdonare, piangere. In un lampo sono stati sradicati dalla vita come le erbe sul ciglio della strada. E ora gradualmente tornano nell’ombra. Un mazzo di fiori è il viatico per il ritorno all’Ade. Quante altre foto in bianco e nero servirebbero oggi per raccontare le vite degli scomparsi? Il loro numero incalcolabile ci anestetizza? 

Quinto scatto

Come in alcune cartoline di una volta questa foto contiene immagini multiple. Un’anziana signora con le sue piantine siede al centro del giardino nel chiostro. Ha un grembiule con una grossa margherita dipinta e un capello bianco a larghe falde. Un’altra accenna passi di danza classica. 

Quattro donne occupano un salottino. Uno specchio veneziano con cornice dorata è il pezzo forte del mobilio. Il caffè è stato preparato e spande il suo aroma. Copre a malapena l’odore di disinfettante che pervade gli ambienti. 

Un uomo anziano ci mostra i suoi disegni. Sembrano le copertine psichedeliche dei dischi di Jimi Hendrix o degli Yes. Sono vedute di Venezia. 

Un giovane angelo in maglietta e pantaloni bianchi si aggira in una sala illuminata da luci aranciate, di un altro tempo. Una lunga tavola dove i volti di giovani e vecchi richiamano il soggetto sacro di un’ultima cena. Una signora manda baci durante gli applausi. 

I protagonisti pensavano di fare teatro? Il pubblico ha assistito a uno spettacolo? Ha importanza?

Sesto scatto

Gatto vivo. Gatto morto. Ancora lui. Il gatto di Schrodinger perennemente chiuso nella sua scatola, vittima di un racconto ormai frusto. Ancora una volta usato per spiegare. Bianche stringhe vibrano nella proiezione. Tutto è così letterale. Scontato. Nessuna evocazione, nessuna emozione. Solo parole e rumore. Per fortuna abbiamo i tappi per le orecchie. 

Settimo scatto

Quindici ragazzə, qualche sedia, un cuscino, tre borsette. È poco? Serve altro? I corpi si muovono, parlano insieme alle parole. In napoletano. Una lingua viva e una lingua filosofica. Tra loro il mondo. E c’è chi sbuffa perché non capisce. Ogni personaggio è uno e trino. Non esiste quasi mai al singolare. Il corpo/voce è plurimo, non ha sesso né genere. Quindici ragazzə con qualche esperienza e molto talento. 

Ora è meglio interrompere. Basta snocciolare immagini come grani di un rosario. Di lontano suona una campana o è solo suggestione? 

Enrico Pastore

CHE MAI CERCHI ATTRAVERSO LA TENEBRA DELL’ADE?

Davide Iodice e Dorcy Rugamba alla Biennale Teatro 2026

Davide Iodice, regista napoletano, nel catalogo della Biennale Teatro 2026 cita un frammento misterico greco della fine del V sec. a. C. I frammenti descrivono il viaggio dell’iniziato che, giunto al di là del fiume che scorre dal lago di Mnemosyne, si imbatte nei custodi assisi all’entrata del regno dei morti. Questi prima di lasciar passare il vivo visitatore, pongono una domanda a cui, tuttora, non si può evitare di rispondere quando si volge il pensiero ai defunti: che stai cercando attraverso la tenebra dell’Ade? Guarigione? Trasformazione? Oblio?

Nella prima settimana, il lutto e la memoria sono stati i sottili fili conduttori che hanno attraversato il programma proposto dal direttore Willem Dafoe. E se il teatro, fin dalle origini, è stato il luogo delle ombre, dove l’umanità si è confrontata con la propria finitezza, con la memoria della propria storia e con la natura della violenza, quali spettri si sono aggirati sui palchi di questa Biennale? E se la domanda è sempre la stessa, in che modo è stata posta agli spettatori? 

Mario Banushi, il giovane Leone d’Argento di cui ho parlato in altra sede ( teatroteatro.it ), si è immerso nelle acque dense del dolore e della perdita nella sua trilogia Romance familiare. Lo ha fatto con la forza del rito e del corpo, rinunciando alle parole. Una sposa esce da una finestra, il corpo nudo di una donna anziana viene cosparso di farina, l’odore forte di uovo fritto. Cose semplici che colpiscono perché condivise, non chiuse in se stesse. Il linguaggio di Banushi ha molto in comune con quello di Angelica Liddell, nel suo attingere al folklore e al sacro per trovare il vocabolario del dolore. Banushi è assolutamente meno violento, più sottilmente delicato, con un vocabolario lirico in chiave minore, seppur non meno incisivo. E per quanto i paragoni e le somiglianze siano sempre in arte un’illusione, Banushi ricorda anche Peeping Tom nella capacità di scandagliare i legami familiari e far scaturire lo straordinario dall’ordinario – e penso soprattutto alla Family Trilogy

Se Banushi ha bisogno di utilizzare un caleidoscopio d’immagini per raccontare i suoi lutti, diversamente Dorcy Rugamba ne ha bisogno solo una. Il regista e attore africano ha affrontato il lutto generato dalla scomparsa di tutta la sua famiglia durante il genocidio ruandese nel più semplice dei modi. In Hewa Rwanda, Letter to the Absent, una semplice foto di famiglia campeggia sul fondo del palco. La foto è in bianco e nero e mostra dodici persone sorridenti o imbarazzate, ben vestite come in una ricorrenza festiva. Quando Dorcy Rugamba e il musicista Majnun iniziano a raccontare la loro storia, dalla foto emergono i colori. Queste persone, sterminate in un lampo allo scatenarsi della pulizia etnica Tutsi, tornano a vivere grazie alla parola. Rugamba le racconta nella loro umanità, con i loro difetti, gli amori e i dissidi. Le parole li strappano all’anonimato connesso alle enormità del numero delle vittime, riconsegnando loro nome e cognome. Rugamba, come Ulisse nell’Ade, nutre questi spettri silenziosi con il sangue della vita. 

Non c’è la dissezione dei meccanismi del genocidio come in Hate radio di Milo Rau, e nemmeno si indulge al racconto emotivo e letterale come in Hotel Rwanda di Terry George. Quella che ascoltiamo è la storia dei sogni di un padre che ha cercato di insegnare la danza nonostante cupe nubi si affollassero all’orizzonte, del dolore di una madre che non riesce ad accettare la conversione all’Islam del figlio, e del rimorso di chi è sopravvissuto per non aver saputo amare meglio e di più chi gli è stato portato via. Alla fine del racconto la foto torna in bianco e nero, i morti tornano nel loro regno, forse pacificati, forse angustiati per aver lasciato troppo presto questa vita. E a noi cosa resta se non la commozione e la capacità di ricordare? Questo è ciò a cui ciascuno è chiamato a rispondere. 

Anche Davide Iodice affronta il tema del ricordo in Promemoria, lavoro che ha avuto bisogno di lunghi mesi di preparazione con gli anziani della R.S.A. San Giobbe di Venezia. I ricordi non sono più quelli di chi sopravvive, ma di chi è giunto all’ultima età della vita, ricordi che sfuggono, che si fanno a volte più tenui, altri più forti. Quello che poteva essere e quello che è stato si confondono, e si ritrova la libertà di essere senza aspettative. Alle soglie dell’Ade non c’è davvero più spazio per i sogni? Oppure si può inventare la vita fino all’ultimo respiro? 

Il pubblico compie un viaggio in differenti stadi e stati del ricordare. Nella casa di riposo si incontrano diverse realtà: nella palestrina per la fisioterapia si incontra Sylvie che trasuda desiderio di danzare nonostante i limiti imposti dal suo corpo; nella sala di pittura Giorgio ci fa vedere i suoi dipinti pieni di colore. In un’altra stanza delle signore ci accolgono per un tè. Una di loro, per una vita stenodattilografa per le Generali, ci fa morire di invidia parlandoci del suo ufficio con le finestre affacciate su Piazza San Marco. C’è spazio per l’improvvisazione grazie alla domanda stupita di uno spettatore o per il divagare di chi ricorda. Si deraglia e si rientra nel flusso. Ogni passo nella grande struttura di ricovero aggiunge dettagli a queste vite che non chiedono di essere straordinarie, ma semplicemente di essere. Iodice non cerca abbagliare con la meraviglia, ma toccare con il consueto e il condiviso. E questo fino all’ultima stanza, illuminata dalla flebile luce delle candele, dove un angelo pasoliniano balla tra gli anziani in sedia a rotelle. Il viaggio si chiude con la poesia di una danza con i palloni che vengono lanciati dagli anziani tra di loro, agli operatori, al pubblico, e ci ricorda il medesimo destino che ci accomuna: esser vittime del tempo che passa. 

Iodice è un maestro della semplicità. Sa far esplodere le emozioni con pochissimi elementi. Per quanto niente di straordinario si sia visto o sentito, ci si trova con il groppo in gola, incapaci di parlare senza far notare agli altri la voce rotta. Grande artista chi sa far questo con niente: questo zero è frutto di raffinazione. Ne basta un pulviscolo per essere travolti. 

È questa la risposta alla domanda posta dai custodi alla soglia dell’Ade? Si desidera essere parte del fiume, goccia tra le gocce, finalmente riaccolti nel flusso?

Enrico Pastore

Mario Banushi Ragada | visto a Venezia Ca’ Malcanton, 11 giugno 2026   Mario Banushi Goodbye, Lindita | Teatro Alle Tese 9 giugno 2026

Dorcy Rugamba Hewa Rwanda, Letter to the Absent | visto a Venezia, Teatro Alle Tese, 10 giugno 2026

Davide Iodice Promemoria | visto a Venezia presso la R.S.A. San Giobbe, 11 giugno 2026