MALVAGIO: Compagnia Bassa Manovalanza

Un esercizio frequente, non necessariamente limitato all’età adolescenziale, è quella pratica del paradosso che gioca con la mimesi, col mettersi-nei-panni-di. Una domanda sul piano dell’assurdo, non dell’improbabilità: lei, se si trovasse di fronte Adolf Hitler, e sapesse che diventerà quell’Adolf Hitler, che farebbe? Lo fermerebbe?

Malvagio della Compagnia Bassa Manovalanza crea nella piccola oscurità del Teatro delle Moline di Bologna uno spazio liminale perfettamente conforme alle regole di tutti i limbi dell’immaginario, luogo plausibile nel quale il tempo si dilata fino a rallentarsi insopportabilmente, mentre l’esterno si afferma in una terribile e terrorizzante separazione. Luogo chiuso, crudelmente pari al suo intorno. La degradazione è lenta e faticosa, inevitabile.

Malvagio fa del tema il suo titolo: in una riunione straordinaria che si prolunga fra i mugugni e le rimostranze generali ben più di quanto preventivato, una preside, una docente di italiano, quello di scienze, un rappresentante dei genitori e il bidello si consultano sulle sorti di un ragazzo particolarmente problematico. Provvedimento semplice o misure straordinarie? L’unanimità è impossibile, specie in mancanza di fatti incontrovertibili. Specie se sul banco d’accusa c’è un empiricamente indimostrabile. Un’infezione, una macchia scura che appesta e guasta tutto ciò che vi entra a contatto, nascosta nei panni di un quattordicenne. L’aula scolastica diventa aula di tribunale: produrre un giudizio, uno e definitivo, è la cosa giusta da fare.

I Bassa Manovalanza, attivi dal 2013 in territorio emiliano, trovano la loro forza nel ritmo, nella sinergia di gruppo e nella lucidità data dall’essere presenti, organicamente, all’opera. Rappresentanti del sapere e garanti dello stesso, la schiera dei custodi chiama in causa René Girard: “conflitto” è parola che contiene già al suo interno una radice sociativa, non si tratta di separazione per differenza, ma desiderio di omologazione. Conflitto è conformismo, dobbiamo sapere cosa desiderare. Come poter valutare, in alternativa, se e quanto sia possibile raddrizzare un albero che già nasce storto?

Se già nel pubblico meno smaliziato l’eternità della disputa fra nature e nurture inizia a farsi largo, forte quasi quanto gli interrogativi a sfondo pedagogico, va pur detto che questa è sola questione di contenitore. Nei secchi botta e risposta, nei caratteri che emergono con tutta la calma rugginosa che il limbo scolastico mette gentilmente a disposizione, la Compagnia Bassa Manovalanza (per la regia di Michele Segreto), spennella i dubbi, le nevrosi e il vissuto intrecciato alle ansie istituzionali di una élite che si riconosce tale solo al declivio del percorso, latrice consapevole anche di un buon grado di stereotipo culturale. Senza banalità. La “maschera” è una e coerentemente uguale per tutti: il gioco allo smascheramento di luoghi comuni e di finti buonismi è il gioco strutturale del particolare che sale all’universale senza criticità retorica generalista. Gli spettri sono altri.

La malvagità è concetto ma la violenza è esercizio pratico: e se pensiero e azione non possono coesistere in nessun caso, il passaggio alle vie di fatto è proprio ciò che rimane fuori dalla drammaturgia, a tratti più simile a una sceneggiatura. La porta antipanico sul retro che si spalanca verso un chiarore giallino, tendente al verde, e in ultimo rosso scarlatto, non lascia che si perda questa dimensione. Il pregiudizio uccide. Invece il giudizio ultimo è salvezza e progresso, evoluzione anche linguistica: punizione per motivazione, trattamento per provvedimento.

In questo gioco del totalitarismo, i Bassa Manovalanza si macchiano di poche e comunque ben pianificate colpe (la testa dello spettacolo che telefona e un po’ taglia la coda, i leziosi, non sgradevoli ma neanche necessari intermezzi musicali) ma, per fortuna, non impartiscono lezioni. Nessuna lezione, fuori, quando il problema è dentro.

di Maria D’Ugo