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Carrozzerie | n.o.t .

Resistenze Artistiche: incontro con Carrozzerie | n.o.t

Per il settimo appuntamento di Resistenze Artistiche ci spostiamo nella capitale per incontrare Francesco Montagna e Maura Teofili di Carrozzerie | n.o.t .

Piccolo miracolo frutto di saggia (auto)gestione e spazio a vocazione multidisciplinare o, meglio, votato a superare le divisioni dei generi, Carrozzerie | n.o.t si situa nei pressi di Ponte Testaccio e ha saputo negli anni intessere uno stretto rapporto con il proprio pubblico ma anche con gli artisti che in quel luogo si sentono a casa.

Il ciclo di interviste dal titolo Resistenze artistiche, lo ricordiamo, si prefigge l’obbiettivo di delineare, almeno parzialmente, quanto avvenuto nei due anni di pandemia in luoghi artistici situati nelle periferie delle grandi città o nelle piccole cittadine di provincia. Questi sono spazi di azione artistica in cui il rapporto con il territorio e la comunità è stretto e imprescindibile. Tale relazione nel biennio pandemico è stata più volte interrotta in maniera brusca, improvvisa e, per lo meno la prima volta, impensata. Tutti si sono trovati impreparati a quanto è successo in questo periodo e le incertezze sull’entità degli aiuti o nelle normative istituzionali di accesso e conduzione delle attività non hanno certo giovato a una serena laboriosità creativa. Nonostante il continuo richiamo a una normalità riconquistata, ciò che stiamo tutti vivendo, artisti, operatori e pubblico è quanto più distante dalla prassi pre-covid. È giusto quindi porsi una serie di questioni in cui, partendo dall’esperienza passata, provare ad affrontare e immaginare un futuro

Come si sopravvive al distanziamento e alle chiusure? Cosa è rimasto al netto di ciò che si è perduto? Quali strategie si sono attuate per poter tenere vivo il rapporto e la comunicazione con i propri fruitori? Come è stato possibile creare delle opere in queste condizioni? Come lo Stato e la politica hanno inciso, se lo hanno fatto, sulle chance di sopravvivenza? Quali esperienze si sono tratte da quest’esperienza? Queste sono le domande che abbiamo posto ad alcuni artisti ed operatori dedicati a svolgere la propria attività sul confine dell’impero, non al suo centro, al servizio di un pubblico distante dai grandi luoghi di cultura e per questo bisognoso perché abbandonato.





Carrozzerie | n.o.t . Interno

Potete raccontarci brevemente come è stato abitato lo spazio (o attività artistica) che conducete in questi ultimi due anni a seguito del susseguirsi di lockdown, zone rosse e distanziamenti?

Durante il primo lockdown siamo rimasti praticamente fermi, come in letargo, rifiutando quasi completamente la conversione delle attività sulle piattaforme virtuali. Abbiamo fatto pochissimo, scegliendo con grande attenzione cosa proporre in una fase tanto delicata (due i progetti realizzati Geografia Privata e Martiri Metropolitani – https://www.carrozzerienot.com/notsoopen -), ma soprattutto abbiamo atteso, osservato, sfruttato questo tempo lento per riprendere a ragionare e rimettere a fuoco la nostra principale responsabilità come spazio culturale; quella di esserci, di fare tutto il possibile per offrire momenti di incontro e scambio reali alle persone. Abbiamo capito, dopo un primo momento di smarrimento (condiviso da ogni persona sulla faccia della Terra) che era nostra responsabilità fare quello che si poteva fare nel modo più concreto possibile, anche se in forma minima: se potevamo abitare lo spazio in massimo tre sarebbe valsa comunque la pena abitarlo in tre. Abbiamo provato a vivere in presenza ogni attimo possibile.

Sia dopo la prima che dopo la seconda chiusura (forse ancora più traumatica per le attività culturali che stavano cercando di riprendere un discorso) non appena è stato consentito, abbiamo quindi cercato di tornare a rendere vivo e pieno lo spazio di Carrozzerie | n.o.t con tutto quello che si poteva svolgere in presenza secondo le normative vigenti: prove, allestimenti, spazi residenziali, etc.

Abbiamo dovuto attendere molto di più per far ripartire in presenza le attività di formazione professionali e non professionali, che – assieme a quelle artistiche – sono per noi il cuore dell’attività, ma abbiamo cercato di ricostruire con grande attenzione e con scelte non sempre facili il momento della ripresa, consapevoli della grande necessità di relazione che si è sviluppata nel frattempo nelle persone per essere pronti a riceverla e stimolarla con proposte in ascolto e sensibili.

Verso quali direzioni si è puntata la vostra ricerca e attività a seguito di questo lungo periodo pandemico che non accenna a scomparire dal nostro orizzonte?

Abbiamo cercato di sfruttare questo ritmo inimmaginabile per approfondire i nostri ragionamenti curatoriali e per mettere a fuoco la dimensione più profonda della funzione di Carrozzerie | n.o.t rispetto alla città e all’ambiente in cui agisce. Abbiamo provato a prendere tempo e rimodulare alcune idee. Si ha sempre l’impressione di voler far entrare un elefante in una cinquecento ma abbiamo cercato di mettere a fuoco cosa era fondamentale per noi e per le persone a cui vogliamo rivolgere le nostre proposte (ovvero quasi tutte o almeno sempre una in più di ieri) per poi fare quasi tutto come prima. Cadenze regolari, spazi di immaginazione, momenti di pura astrazione guadagnati con grande pazienza.

Voler trasmettere il valore e le potenzialità delle pratiche artistiche e del teatro come stimolo di relazione e di ragionamento sul mondo a più persone possibili, far sentire a tutti che questi linguaggi sono rivolti anche a loro e sono per loro delle possibilità espressive uniche per reimmettersi nel mondo e guardarlo con occhi nuovi, offrire una possibilità di accesso al ragionamento e alla bellezza nella profonda convinzione di quanto questo possa significare per ciascuno…

Le istituzioni come sono intervenute nell’aiutare la vostra attività in questo stato di anormalità? Non parlo solo di fondi elargiti, anche se ovviamente le economie sono una parte fondamentale, ma anche di vicinanza, comprensione, soluzioni e compromessi che abbiano in qualche modo aiutato a passare la nottata.

La nostra struttura non ha mai percepito finanziamenti pubblici prima della pandemia; abbiamo sempre lavorato in totale autonomia facendo derivare dall’attività tutte le possibilità di sostegno agli artisti e svolgimento di nuove proposte laboratoriali o di spettacolo. Alla luce delle chiusure imposte, invece, nella totale impossibilità di far fronte alle spese di gestione e all’affitto dello spazio ci siamo avvalsi delle fondamentali opportunità di sostegno che sono state proposte dalle diverse Istituzioni

Abbiamo dedicato molta attenzione al rinvenimento delle risorse per poter traghettare Carrozzerie | n.o.t come spazio fisico e progettuale attraverso questa situazione e abbiamo partecipato a tutte le iniziative di aiuto economico corrispondenti alla nostra attività risultando idonei ai contributi messi a disposizione del Ministero della Cultura con l’Extra FUS, del Comune di Roma con il Bando Programmi e da alcune iniziative della Regione Lazio per le associazioni culturali. Questi fondi – erogati a fronte dell’emergenza e quindi con criteri del tutto specifici – ci hanno permesso di rimanere aperti e di provare a rilanciare le nostre attività e di dare continuità alla proposta con iniziative calate rispetto alla normativa vigente.

Per rispondere alla seconda parte della domanda dobbiamo ammettere che – come singola realtà – non abbiamo né abbiamo avuto contatti diretti con nessuna di queste istituzioni; tuttavia diverse organizzazioni di categoria si sono fortemente battute per rappresentare situazioni specifiche di piccole realtà come la nostra presso di loro e gli strumenti messi in atto ci sono sembrati il risultato di un livello di ascolto importante.

Il nostro dialogo più diretto rimane quello con altre realtà culturali del territorio (come TdR, Romaeuropa Festival, ATCL) che con la disponibilità ad immaginare e realizzare assieme attività e forme di affiancamento alle compagnie emergenti hanno permesso in parte di mantenere attivo il pensiero di Carrozzerie | n.o.t e di mettere in pratica molto del sostegno agli artisti e alle nuove progettualità sceniche che altrimenti non avremmo potuto veder accadere in questo difficile biennio.

Ora che possiamo ripartire con le attività regolari vogliamo fortemente riprendere la linea di autosostentamento e di relazione fra le attività di Carrozzerie per tornare ad esprimere quanto possiamo in connessione con la presenza e la partecipazione delle persone che frequentano, animano e in sostanza sono Carrozzerie | n.o.t


Carrozzerie | n.o.t . Foyer

Quali sono le strategie messe in atto al fine di mantenere un legame con il vostro pubblico?

Durante i periodi di lockdown prima e chiusura poi, il dialogo è rimasto attivo, nel modo più diretto che si possa immaginare: siamo stati sommersi di telefonate, mail, confronti su zoom. L’affetto e la partecipazione delle persone ci ha sorpreso per sensibilità e vicinanza. Abbiamo fatto tesoro di questo slancio, privilegiato l’ascolto e raccolto l’occasione per essere ascoltati. Abbiamo provato ad ammettere le nostre paure, a ricordarci grazie alle voci di artisti e persone comuni quanto fossero immerse in quelle degli altri, senza farci schiacciare da sensazioni orrende come la perdita di senso. Abbiamo provato a mantenere alta la promessa di bellezza e di incontro che sempre cerchiamo di mantenere con le persone che frequentano Carrozzerie e ad essere felici per quel che poco che potevamo fare e lo siamo stati, con onestà.

Quali sono le vostre aspettative per il futuro anche a seguito della pubblicazione del nuovo decreto per il triennio 2022-2024 dove non si contemplano più stati di eccezionalità legate alla pandemia?

Il presente è l’unica cosa che ci riguarda.

Se gli vuoi anche solo un po’ di bene diventa futuro da solo.

Posto che il decreto è già uscito e quindi determinerà nel bene e nel male la vita della scena italiana per i prossimi anni, secondo la vostra opinione, cosa non si è fatto, o non si è potuto fare, in questi due anni per mettere le basi per un futuro diverso per il teatro italiano?

Noi non presentiamo domanda al Ministero in nessuna sezione.

È molto difficile mantenere un’attività culturale autosufficiente, pone dei limiti, ma consente anche di tentare di mantenere il ragionamento quanto più libero possibile dalle logiche fissate dai parametri del decreto.

Sarebbe stato bello se – anche a fronte del grande ascolto dimostrato in pandemia – le nuove disposizioni avessero dimostrato di voler riconsiderare il sistema (super)produttivo che ha schiacciato, vessato e umiliato negli ultimi anni molte formazioni artistiche teatrali. Riconsiderare il tempo della produzione artistica e la tutela delle opere già realizzate, ci sembra davvero fondamentale per non vanificare energie creative e discorso artistico. Creare e ricreare e ricreare come se ci fosse una fonte infinita da cui attingere, come se la terra per dare frutti non dovesse mai riposare. La creazione è un tempo lento a volte improvviso, ma certamente non costante. La grande occasione persa in questo tempo sospeso è stata proprio quella di non trovare il modo per dare spazio al pensiero artistico, al momento della creazione tornando a privilegiare solo il dato produttivo e numerico, la visione del teatro come mercato su cui mettere un prodotto e ottimizzarlo, spremerlo e prosciugarlo. Quasi sempre troppo rapidamente.

Non possiamo chiedere a nessuno di essere un albero che fa frutti ogni anno. Forse, non dovremmo chiederlo neanche all’albero.

Anna Albertarelli

Resistenze Artistiche: intervista a Anna Albertarelli

Quinto appuntamento per Resistenze Artistiche. Questa settimana siamo a Bologna per incontrare Anna Albertarelli, un’artista di grande sensibilità e un’eccellente pedagoga. Negli anni ’90 comincia come danzatrice e performer la poliedricità dei suoi interesse la porta a esplorare aspetti sociali e antropologici del vissuto umano attraverso azioni performative/ laboratori. Le sue azioni si svolgono prevalentemente nei progetti Corpo Poetico, ricerca per altri movimenti nel campo Danza, Teatro, Disabilità, Integrazione, e Inside<>Outside corpo reale-corpo virtuale, percorso dedicato agli adolescenti.

Il ciclo di interviste dal titolo Resistenze artistiche, lo ricordiamo, si prefigge l’obbiettivo di delineare, almeno parzialmente, quanto avvenuto nei due anni di pandemia in luoghi artistici situati nelle periferie delle grandi città o nelle piccole cittadine di provincia. Questi sono spazi di azione artistica in cui il rapporto con il territorio e la comunità è stretto e imprescindibile. Tale relazione nel biennio pandemico è stata più volte interrotta in maniera brusca, improvvisa e, per lo meno la prima volta, impensata. Tutti si sono trovati impreparati a quanto è successo in questo periodo e le incertezze sull’entità degli aiuti o nelle normative istituzionali di accesso e conduzione delle attività non hanno certo giovato a una serena laboriosità creativa. Nonostante il continuo richiamo a una normalità riconquistata, ciò che stiamo tutti vivendo, artisti, operatori e pubblico è quanto più distante dalla prassi pre-covid. È giusto quindi porsi una serie di questioni in cui, partendo dall’esperienza passata, provare ad affrontare e immaginare un futuro

Come si sopravvive al distanziamento e alle chiusure? Cosa è rimasto al netto di ciò che si è perduto? Quali strategie si sono attuate per poter tenere vivo il rapporto e la comunicazione con i propri fruitori? Come è stato possibile creare delle opere in queste condizioni? Come lo Stato e la politica hanno inciso, se lo hanno fatto, sulle chance di sopravvivenza? Quali esperienze si sono tratte da quest’esperienza? Queste sono le domande che abbiamo posto ad alcuni artisti ed operatori dedicati a svolgere la propria attività sul confine dell’impero, non al suo centro, al servizio di un pubblico distante dai grandi luoghi di cultura e per questo bisognoso perché abbandonato.

Corpo Poetico Incursioni Urbane

Puoi raccontarci brevemente come è stato abitato lo spazio (o attività artistica) che conduci in questi ultimi due anni a seguito del susseguirsi di lockdown, zone rosse e distanziamenti?

La mia attività si svolge prevalentemente nelle scuole e o contesti socio educativi, per cui molti progetti specialmente nel primo lockdown si sono dovuti fermare. La modalità su zoom specialmente per i laboratori/progetti con gli adolescenti non erano di aiuto, perché i ragazze/e già sazi e alienati da 8 ore di pc giustamente non mostravano interesse. Con i progetti con la disabilità molti centri diurni o associazioni a cui faccio riferimento non potevano svolgere attività. Risultato: nel caso degli adolescenti aumento degli stati depressivi e di ansia nonché demotivazione verso l’istituzione scuola. Per quanto riguarda le persone fragili con disabiltà totale: isolamento. Da parte mia ovviamente un netto abbassamento delle risorse economiche poiché erano tutti contratti a progetto. Mi piace ricordare sempre che questo è un mestiere e non un passatempo o hobby o volontariato.

Verso quali direzioni si è puntata la tua ricerca e attività a seguito di questo lungo periodo pandemico che non accenna a scomparire dal nostro orizzonte?

Per quanto riguarda i progetti con adolescenti alla luce dei bisogni e necessità che mi dimostravano ho deciso di svolgere attività solo outdoor, e anche con neve, pioggia, vento, ci siamo sempre equipaggiati per lavorare all’aria aperta. Ho chiesto loro di raccontarsi e ne è uscita una trilogia di podcast in collaborazione con Nuvola Vandini e Radio Alta Frequenza chiamate DARE VOCE adolescenza a distanza, praticamente delle cartoline WhatsApp realizzate sempre durante camminate meditative in solitaria. Progetto totalmente autofinanziato e prodotto dal basso. L’urgenza e il malessere dei ragazzi che conoscevo bene era tale per cui non ho potuto non mettermi in ascolto per fare in modo che istituzioni o mondo adulto capissero cosa stavano passando. Non potevo aspettare IL BANDO poiché l’urgenza era li, in quel particolare spazio tempo.

Con il Collettivo Artistico Integrato Vi-Kap abbiamo realizzato una campagna social di sensibilizzazione contro il tema dell’ Handifobia. Sicuramente l’utilizzo pressante dei dispositivi tecnologici e dei social ha modificato il mio modo di fare ricerca nel bene e nel male, ibridandosi con l’aspetto umano e poetico.

Progetto Inside<>Outside di Anna Albertarelli

Le istituzioni come sono intervenute nell’aiutare la vostra attività in questo stato di anormalità? Non parlo solo di fondi elargiti, anche se ovviamente le economie sono una parte fondamentale, ma anche di vicinanza, comprensione, soluzioni e compromessi che abbiano in qualche modo aiutato a passare la nottata.

Gli unici aiuti che ho ricevuto sono stati quelli di Sport e Salute poiché insegno in scuole professionalizzanti internazionali per danzatori e performer. Queste scuole sono affiliate a enti sportivi. Avevo in programma molti progetti Europei Corpo Europeo di Solidarietà con Associazione Creativi 108 con cui collaboro per il Corpo Poetico e dovevano partire nel 2020. Abbiamo dovuto posticipare tutto di un anno. Per fortuna nelle scuole elementari si potevano realizzare progetti outdoor, per cui, a intermittenza, a seconda dei lockdown sono riuscita a lavorare.

Quali sono le tue aspettative per il futuro anche a seguito della pubblicazione del nuovo decreto per il triennio 2022-2024 dove non si contemplano più stati di eccezionalità legate alla pandemia?

Come ho già descritto prima, da anni mi occupo di lavorare in contesti sociali e di comunità. Questo mi permette di stare a contatto con le persone e di lavorare in prima linea. So che sempre più vengono richiesti interventi per supportare un malessere generazionale e/o sociale, oppure vengono richieste metodologie educative innovative. Cerco di mettere dei semini per poter cambiare le forme pensiero della gente. Vivo il mio essere artista come un missione umanitaria.

Posto che il decreto è già uscito e quindi determinerà nel bene e nel male la vita della scena italiana per i prossimi anni, secondo la tua opinione, cosa non si è fatto, o non si è potuto fare, in questi due anni per mettere le basi per un futuro diverso per il teatro italiano?

Spero vivamente che istituzioni e chi di dovere si rendano conto che questi mutamenti dei paradigmi esistenziali non possono non toccare di conseguenza l’evoluzione e rimessa in gioco dell’arte. La cultura non è mai svincolata dalla società e viceversa. Non saprei come, troppe cose da mettere insieme politica, economia, etica, evoluzione, scienza, diritti umani.

Per chi fosse interessato ad approfondire le metodologie didattiche/ artistiche e di ricerca al servizio della comunità di Anna Albertarelli può consultare il sito

www.annaalbertarelli.it

Resistenze Artistiche

RESISTENZE ARTISTICHE: INTERVISTA A SUSANNA MANNELLI

Per il quarto (e natalizio) appuntamento con Resistenze Artistiche andiamo al confine dell’impero, sull’isola dell’isola, a Carloforte in Sardegna per incontrare Susanna Mannelli che, insieme a Riziero Moretti, dirige l’Associazione Botti du Shcoggiu attiva non solo nella creazione di spettacoli, ma nel dirigere un piccolo festival, il Marballu’s Fest,e nell’attività di formazione ed educazione al teatro.

Il ciclo di interviste dal titolo Resistenze artistiche si prefigge l’obbiettivo di delineare, almeno parzialmente, quanto avvenuto nei due anni di pandemia in luoghi artistici situati nelle periferie delle grandi città o nelle piccole cittadine di provincia. Questi sono spazi di azione artistica in cui il rapporto con il territorio e la comunità è stretto e imprescindibile. Tale relazione nel biennio pandemico è stata più volte interrotta in maniera brusca, improvvisa e, per lo meno la prima volta, impensata. Tutti si sono trovati impreparati a quanto è successo in questo periodo e le incertezze sull’entità degli aiuti o nelle normative istituzionali di accesso e conduzione delle attività non hanno certo giovato a una serena laboriosità creativa. Nonostante il continuo richiamo a una normalità riconquistata, ciò che stiamo tutti vivendo, artisti, operatori e pubblico è quanto più distante dalla prassi pre-covid. È giusto quindi porsi una serie di questioni in cui, partendo dall’esperienza passata, provare ad affrontare e immaginare un futuro

Come si sopravvive al distanziamento e alle chiusure? Cosa è rimasto al netto di ciò che si è perduto? Quali strategie si sono attuate per poter tenere vivo il rapporto e la comunicazione con i propri fruitori? Come è stato possibile creare delle opere in queste condizioni? Come lo Stato e la politica hanno inciso, se lo hanno fatto, sulle chance di sopravvivenza? Quali esperienze si sono tratte da quest’esperienza? Queste sono le domande che abbiamo posto ad alcuni artisti ed operatori dedicati a svolgere la propria attività sul confine dell’impero, non al suo centro, al servizio di un pubblico distante dai grandi luoghi di cultura e per questo bisognoso perché abbandonato.

Puoi raccontarci brevemente come è stato abitato lo spazio (o attività artistica) che conduci in questi ultimi due anni a seguito del susseguirsi di lockdown, zone rosse e distanziamenti?

Dopo un primo periodo di stordimento, in cui un po’ tutti “nuotavamo a vista”, verso l’estate del 2020 era prevalente un pensiero dinamico: “Questa pandemia sarebbe stata la goccia che finalmente avrebbe fatto crollare un sistema che ormai era arrivato alla sua fine (sia nello specifico del contesto teatrale che di quello politico – economico in generale) e quindi la visione del “mai nulla sarà come prima”, ci faceva sentire l’urgenza di far crescere l’impegno creativo per un rinnovamento totale. Abbiamo portato avanti l’attività in luoghi aperti con progetti che mettessero in evidenza tale bisogno. Cassandra Venti venti è un testo che ho scritto e messo in scena stimolata da questa esigenza di ricapitolazione. Quando le restrizioni si sono fatte più opprimenti, le incongruenze amministrative palesi e la paura aveva creato nella comunità relazioni basate sul sospetto, abbiamo strategicamente scelto “l’illegalità” quella che poi è stata definita disobbedienza civile. Per cercare di dare continuità a quella scintilla creativa di rinnovamento, ci siamo assunti la responsabilità di proseguire con la nostra programmazione artistica per tutti, senza alcuna discriminazione. Abbiamo rischiato, ma la risposta da parte della comunità è stata favorevole. Anche in questo caso sentivamo di potercela fare. Gli ultimi avvenimenti, il fortificarsi del pensiero unico e il reiterato lavaggio delle menti già impaurite da parte del Gotha governativo ci ha fatto vacillare, ma non fermare. È inverno, i luoghi all’aperto non sono utilizzabili, ma abbiamo trovato comunque degli spazi alternativi, abbiamo trovato nuove collaborazioni, e questo dopo un po’ di anni che non programmavamo più la stagione invernale. Ancora non sappiamo a cosa andremo incontro ma siamo decisi a proseguire.

In tutto questo è importante ricordare che i ristori, le contribuzioni che il ministro dei beni e delle attività culturali Franceschini ha stanziato, proprio per poter tener fronte alle mancate entrate per le limitazioni delle attività, ci hanno aiutato a resistere.

Verso quali direzioni si è puntata la tua ricerca e attività a seguito di questo lungo periodo pandemico che non accenna a scomparire dal nostro orizzonte?

Come ho già accennato, le problematicità portate da questa pessima gestione della pandemia, sono entrate come tematiche fondamentali nelle nuove produzioni e soprattutto nella progettazione dei laboratori per l’infanzia. In questi ultimi la proposta si è fondata sulla ricerca del pensiero tondo, per stimolare nei ragazzi una visione delle cose da più punti di vista, uno sguardo che si muove per poter cogliere l’intero.

Le istituzioni come sono intervenute nell’aiutare la vostra attività in questo stato di anormalità? Non parlo solo di fondi elargiti, anche se ovviamente le economie sono una parte fondamentale, ma anche di vicinanza, comprensione, soluzioni e compromessi che abbiano in qualche modo aiutato a passare la nottata.

Con le istituzioni locali abbiamo da subito cercato una relazione costruttiva e di dialogo che è sempre stata accolta con favore. In ogni occasione abbiamo trovato il modo di palesare le nostre difficoltà e quando è stato possibile siamo stati aiutati e sostenuti. Non è mai stato mandato un controllo come, ahimè, in altri comuni è stato fatto pesantemente. La loro fiducia nel nostro senso di responsabilità ci ha sempre permesso di realizzare i nostri progetti.

Quali sono le strategie messe in atto al fine di mantenere un legame con il tuo pubblico?

Le strategie non sono mai cambiate. La cura con cui scegliamo e realizziamo i vari progetti, la trasparenza del nostro operato e l’accoglienza con la quale invitiamo il pubblico alle nostre manifestazioni.

Quali sono le tue aspettative per il futuro anche a seguito della pubblicazione del nuovo decreto per il triennio 2022-2024 dove non si contemplano più stati di eccezionalità legate alla pandemia?

Noi come associazione non facciamo parte del FUS e non abbiamo contribuzione ministeriale. Non mi è chiara la visione di quel che sarà, ma come sappiamo ogni ombra ha la sua luce, luce che noi ci impegneremo a seguire.

Posto che il decreto è già uscito e quindi determinerà nel bene e nel male la vita della scena italiana per i prossimi anni, secondo la tua opinione, cosa non si è fatto, o non si è potuto fare, in questi due anni per mettere le basi per un futuro diverso per il teatro italiano?

Purtroppo questo è il vero punto dolente di questo lungo periodo. Si è caratterizzato come un tempo di divisioni e contrapposizioni. ed è venuta a mancare quasi completamente, fatta eccezioni di qualche piccolissima realtà, la capacità di incontrarsi e fortificarsi su istanze comuni. Quelle aspettative che sentivo possibili all’inizio, per ora non si sono realizzate, anzi forse si è evidenziato un ulteriore chiusura di ogni realtà in se stessa. I grandi teatri continuano ad accentrare su di sé i fondi e le attenzioni; i piccoli, sempre più piccoli, sono ancora più invisibili e per niente promossi. Credo che l’aspetto più agghiacciante di tutta questa storia, sia proprio la determinazione con cui si vogliono annichilire le diversità e la pluralità, di conseguenza la cultura. Il lessico si restringe, e quando mancano le parole per argomentare i propri pensieri, pigramente ci lasciamo guidare da quelli altrui, senza convinzione. Questo dal punto di vista del “mondo grande”. Nel microcosmo la visione è più positiva. È grande la coscienza del “giogo” che ci frena. È grande la coscienza del “gioco” che ci chiama, completamente nuovo, tutto da scoprire per rinnovare la nostra vita creativa.