NEI MEANDRI DELLA MENTE: WALZER PER UN MENTALISTA

Intorno al 1290 circa Rodolfo il Glabro, da non confondere con l’omonimo autore delle Cronache dell’anno Mille, pubblicò un interessante e curioso libro titolato Historia de Nemine. In quest’opera l’autore racconta la storia di Nemo, ossia Nessuno, personaggio a cui era possibile ciò che agli altri era negato. Rodolfo infatti con un semplice gioco di parole e dando nuovo senso ad alcuni versetti biblici quali Nemo propheta in patria o Nemo deum vidit, rendeva il suo protagonista capace di ciò che era ritenuto impossibile.

In Walzer per un mentalista, spettacolo prodotto dal Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e andato in scena al Rossetti di Trieste, il regista Marco Lorenzi, compie un’operazione simile a quella antica di Rodolfo il Glabro. Siamo nel 1919 in un manicomio di Trieste dove un paziente è ricoverato dopo aver perso la memoria. Tutti lo chiamano Nemo (interpretato dal sorprendente mentalista Vanni De Luca). Nel suo percorso di recupero e con l’aiuto della professoressa Martha Bernard (Romina Colbasso), Nemo scopre di avere facoltà negate a molti, prodigiose capacità mnemoniche e di analisi che lo portano davanti al prestigioso pubblico nel congresso di psicologia. Il suo riscatto è però ostacolato da Edi (Andrea Germani), il suo compagno di stanza, pronto a rovinare ogni suo entusiasmo geloso di una guarigione a lui negata. Il finale è sorprendente e ci conduce nei meandri oscuri e affascinanti della mente, dove ciò che ci appare reale e solido, molto spesso è frutto solo delle nostre illusioni.

Walzer per un mentalista è un interessante esperimento di innesto e ibridazione di generi teatrali. Marco Lorenzi ha raccolto la sfida proposta dal direttore del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia Franco Però di creare uno spettacolo che oltre ai numeri di un mentalista straordinario come Vanni De Luca (capace di recitare la Divina Commedia a partire da qualsiasi verso scelto dal pubblico, mentre contemporaneamente risolve un cubo di Rubik e compone scrivendo al contrario un quadrato magico generato da un numero proposto dagli spettatori), potesse portare una storia importante e un linguaggio teatrale più complesso.

Gli elementi messi in campo sono dunque plurimi: da una parte come detto i numeri del mentalista, inseriti in una storia ambientata all’inizio del Ventesimo Secolo (scritta da Davide Calabresi e Fabio Vignarelli), un periodo chiave della storia quello agli albori della conoscenza moderna della mente umana a partire dagli studi psicanalitici di Freud, anni in cui sulle scene di tutta Europa spopolavano spettacoli in cui “malati di mente” o “fenomeno da baraccone” si esibivano nelle più svariate imprese. Un caso eclatante fu quello di Madelein G, la danzatrice in sogno, che nel 1904 a partire da Monaco di Baviera stupì l’intero continente con le sue capacità coreutiche quasi soprannaturali indotte da uno stato ipnotico provocato dal dottor Magnin. Cosi simili sono tutt’altro che rari nel periodo dove scienza, soprannaturale e arte ambiti tutt’altro che impermeabili e spesso mescolati a furberie commerciali non disgiunte da una certa violenza producevano dei fenomeni che influenzarono grandemente le nascenti avanguardie artistiche.

Ma se ci si fosse limitati a dare una suggestiva ambientazione per collocare dei numeri a effetto l’operazione sarebbe si sarebbe limitata a un semplice restyling. Il vero salto di qualità sta nell’aver posto delle domande stringenti rivolte al pubblico: noi siamo la nostra memoria? Qual è la sostanza della realtà? Ciò che ci sembra e ci pare è veramente reale o aveva ragione Shakespeare che la vita è fatta dalla stessa sostanza dei sogni?

I tre elementi succitati sono poi sostenuti da una buona sapienza scenica volta a ottenere un efficiente e significativo melange non solo di generi ma di linguaggi: luci, scene, proiezioni, suono, l’arte dell’attore e quella del mentalista, tutto concorre a un abile montaggio delle attrazioni che conduce il pubblico alla scoperta di nuove possibilità ponendosi domande su se stesso e il tutto senza rinunciare alla fascinazione e alla meraviglia generata della rappresentazione.

Walzer per un mentalista propone anche un affascinante percorso di ricerca: quello di un incrocio fruttuoso tra un teatro di ricerca congiunto a tradizionali forme di intrattenimento, che evita al primo un ripiegarsi su un intellettualismo stantio e distanziante, e all’altro di scadere in vuoto e vanesio passatempo dopolavoristico. Inoltre, fenomeno da non sottovalutare, la riuscita di un tale esperimento porta a esperire nuove forme di audience development, con la creazione di generi che uniscono riflessioni e domande alla meraviglia e alla spettacolarità. Non è per forza detto che il teatro di qualità debba escludere il divertimento.

LO STATO DELLE COSE: INTERVISTA A COLLETTIVO DYNAMIS

La nostra indagine su Lo Stato delle cose prosegue incontrando il collettivo romano Dynamis. Lo Stato delle cose è ciclo di interviste attraverso cui sondare i pensieri e le proposte della giovane generazione teatrale e coreutica su alcuni temi che riteniamo fondamentali: creazione scenica, produzione, distribuzione, funzioni della scena e il suo rapporto con il reale.

Dynamis è un collettivo dedito a un teatro performativo e partecipativo volto a indagare le possibilità di creazione collettiva e a una ricerca di interazioni sociali al di là degli schemi consueti. Per Dynamis il teatro è un laboratorio sociale che si sviluppa non solo attraverso l’atto performativo, il teatro è un luogo aperto all’incontro e in cui tutto è possibile e quindi sperimentabile. Tra i lavori più significativi ricordiamo Y, M2, Amour, ID.

D: Qual è per te la peculiarità della creazione scenica? E cosa necessita per essere efficace?

La creazione scenica è un atto creativo, qualcosa che si genera in ragione di una domanda a cui non so rispondere e che produce nuove domande. La scena è lo spazio espressivo della domanda e della genesi di nuove questioni che riverberano della potenza di una collettività presente, in ascolto e osservazione. Il teatro è luogo di conoscenza, dove attraverso l’osservazione scopriamo mondi vicini o distanti, cioè apprendiamo, evolviamo il nostro sapere. E il piacere più profondo per l’uomo resta da secoli la conoscenza, per questo il patto tra teatro e pubblico, nonostante le crisi, continua a durare. Ma il teatro è anche il rapporto misterioso tra qualcuno che grida con potenza espressiva qualcosa a qualcun altro, è la relazione umana e politica più profonda. Una creazione scenica deve perciò sempre tener conto di questa relazione, al grado che interessa: deve tener conto del pubblico.

D: Oggi gli strumenti produttivi nel teatro e nella danza si sono molto evoluti rispetto solo a un paio di decenni fa, – aumento delle residenze creative, bandi specifici messi a disposizione da fondazioni bancarie, festival, istituzioni -, eppure tale evoluzione sembra essere insufficiente rispetto alle esigenze effettive e deboli nei confronti di un contesto europeo più agile ed efficiente. Cosa sarebbe possibile fare per migliorare la situazione esistente?

La nostra esperienza di artisti si è sviluppata in un’epoca già piuttosto caratterizzata dalla crisi e dagli effetti speculativi che ha prodotto, non solo a teatro e non solo in termini di scarse disponibilità economiche, ma con una trasformazione nell’approccio progettuale. Abbiamo sviluppato un sistema di autosufficienza non dettato solo dalle nostre personali scelte politiche. Diciamo che tra le alternative possibili l’indipendenza è quella che sentiamo più vicina. Il nostro panorama produttivo si muove perciò sulle nostre capacità e si sedimenta con le realtà con cui è possibile strutturare una progettualità capace di mediare tra contesto e urgenza. Incontri con curatori o direttori artistici con cui si condivide e si mette al centro l’esperienza artistica, nelle diverse competenze, al servizio di un’ideazione condivisa. È un approccio pratico, che ha molti limiti, ma che costruisce prospetticamente reti collaborative concrete, mentre sfugge all’impellenza del prodotto in fabbrica. Siamo cresciuti con il sospetto nei confronti dell’istituzione, vissuta come dominante e in parte votata all’iperproduttività e dovremmo iniziare ad interrogarci su come recuperare un terreno di confronto, ma puntando a fortificare l’esperienza dal basso: attraverso la formazione, la circuitazione, l’intervento nelle scuole e l’educazione alla collettività e alla progettualità, il teatro può essere riconosciuto come oggetto d’attenzione pubblica. Allora potrà esserci tutto l’interesse collettivo a prendersi cura della sua esistenza. Se non conosco non mi interessa, se non mi interessa non lotto e il teatro è strumento di lotta.

D: La distribuzione di un lavoro sembra essere nel nostro paese il punto debole di tutta la filiera creativa. Spesso i circuiti esistenti sono impermeabili tra loro, i festival per quanto tentino di agevolare la visione di nuovi artisti non hanno la forza economica di creare un vero canale distributivo, mancano reti, network e strumenti veramente solidi per interfacciarsi con il mercato internazionale, il dialogo tra gli indipendenti e i teatri stabili è decisamente scarso, e prevalgono i metodi fai da te. Quali interventi, azioni o professionalità sarebbero necessari per creare efficienti canali di distribuzione?

Come per l’aspetto produttivo l’aspetto distributivo dovrebbe coincidere con l’idea di costruire e fortificare comunità e progettualità. La distribuzione di un prodotto spinge a pensare a logiche di consumo e tende ad evolvere il discorso da un punto di vista commerciale. Diverso è porsi il problema dell’indispensabilità del teatro e della stimolazione della richiesta. Come fare a produrre desiderio di cultura è una sfida alta che aiuta a superare il solo inseguimento di un prodotto. Dovremmo riavvicinare le questioni, decentralizzando il teatro affinché davvero sia a portata, sotto il naso di tutti. La risposta che conosciamo noi è, di nuovo, stare in mezzo alle cose, costruire progettualità dal basso, tenere conto della potenza vitale dei ragazzi e delle ragazze fin troppo soffocati e infantilizzati, vivere i quartieri, ascoltare l’immensa comunità del pubblico di cui troppo spesso ci dimentichiamo. Insomma coltivare esperienze in cui il teatro possa fare una piccola significativa differenza, con la lenta prospettiva di renderlo indispensabile a tutti.

D: La società contemporanea si caratterizza sempre più in un inestricabile viluppo tra reale e virtuale, tanto che è sempre più difficile distinguere tra online e offline. In questo contesto quali sono oggi, secondo la tua opinione, le funzioni della creazione scenica che si caratterizza come un evento da viversi in maniera analogica, dal vivo, nel momento del suo compiersi, in un istante difficilmente condivisibile attraverso i nuovi media, e dove l’esperienza si certifica come unica e irripetibile ad ogni replica?

Ciò che avviene sulla scena non può essere immune dal pubblico presente, altrimenti sarebbe cinema. Ci aiuta quindi pensare al pubblico come a persone specifiche e non ad un target concettuale: persone, spesso più intelligenti e attente di noi. Se si guarda in quest’ottica il teatro è il luogo di una comunità mista che si riunisce per approfondire la sua conoscenza. Non c’è bisogno di molto altro. La creazione scenica è soggetta ad una relazione costante con il reale perciò si modifica in base alle trasformazioni del mondo. L’interazione con le tecniche specifiche di ogni epoca fa parte della relazione con la contemporaneità, ma parliamo di strumenti, in potenza esplosivi e amplificatori della forza del teatro, l’essenza resta di una potenza assoluta: qualcuno che osserva il mondo, riflette e costruisce un’idea che assume senso perché raccontata ad altri. Il teatro è il luogo della città, una sintesi della comunità riunita per osservare, riflettere, conoscere, e questa esigenza non cambierà mai. Possiamo dimenticarla per poco e per poco essere tentati o distratti da nuove forme, ma ciò che produce piacere reale e profondo continuerà a chiamarci. La responsabilità che abbiamo è far percepire questo piacere nel migliore dei modi, ripartendo proprio da chi in un teatro non ci entrerebbe mai. Dobbiamo riconoscerci la responsabilità di aver istituito un teatro mausoleo, autocelebrativo, un ambiente elitario ed escludente e dobbiamo rimediare ai nostri errori. Nei grandi negozi dei centri commerciali si è attratti da musiche e profumi rassicuranti, pianificati per sottrarti alla scelta di non entrare e non cedere al consumo. Il teatro ha la possibilità di chiedere alle persone se e perché vogliono fare le cose, è uno strumento che produce consapevolezza. Partendo dalla diffusione di questa consapevolezza, e accollandoci la responsabilità e l’impegno che comporta un pubblico vivo, possiamo tornare ai teatri stracolmi.

D: Con la proliferazione dei piani di realtà, spesso virtuali e artificiali grazie ai nuovi media, e dopo essere entrati in un’epoca che potremmo definire della post-verità, sembra definitivamente tramontata l’idea di imitazione della natura, così come la classica opposizione tra arte (come artificio e rappresentazione) e vita (la realtà intesa come naturale). Nonostante questo sembra che la scena contemporanea non abbia per nulla abbandonato l’idea di dare conto e interrogarsi sulla realtà in cui siamo immersi. Qual è il rapporto possibile con il reale? E quali sono secondo te gli strumenti efficaci per confrontarsi con esso?

La relazione con il reale resta il presupposto di ogni atto creativo, che in fondo significa scoprire qualcosa che prima non esisteva ma che certo non si autogenera, è sempre frutto e conseguenza di eventi e studi che lo hanno preceduto. Ma il rapporto con il reale è anche misterioso, come ci ha insegnato Aristotele illuminandoci sul potere del racconto e parlando di verosimile e meraviglioso. La vita è ciò che nutre l’arte. Un’arte dimentica della kalokagathia, cioè dell’unione del buono e del bello, è un’arte che ha dimenticato l’etica della forma per esaurirsi nell’estetica. Ciò che smette di essere connesso alla vita, ai suoi costumi, alle sue imperfezioni, rischia di diventare incomprensibile. Il nostro approccio parte da questo rapporto, quello tra arte e vita: l’unico terreno su cui è davvero possibile attivare un processo creativo.

LO STATO DELLE COSE: INTERVISTA A MATTEO NEGRIN

Per la settima intervista per Lo stato delle cose torniamo a Torino per incontrare Matteo Negrin, direttore della Fondazione Piemonte dal Vivo. Con questo ciclo di interviste vogliamo sondare i pensieri e le proposte della giovane generazione teatrale e coreutica su alcuni temi che riteniamo fondamentali: creazione scenica, produzione, distribuzione, funzioni della scena e il suo rapporto con il reale.

Matteo Negrin è da gennaio 2017 direttore della Fondazione Piemonte dal Vivo, ente che si occupa del circuito regionale e della gestione della Lavanderia a Vapore, centro regionale per la danza e luogo di residenza creativa.

D: Qual è per te la peculiarità della creazione scenica? E cosa necessita per essere efficace?

R: La creazione scenica ha il compito di indicare un punto di vista attraverso il quale sia possibile cogliere il senso dell’Essere attraverso il gesto performativo. Ritengo che per essere efficace debba in un certo senso assolvere all’etica del gioco. Un gioco ben strutturato è quello che da un lato definisce in maniera chiara le proprie regole, i rispettivi ruoli e le modalità di accesso al proprio svolgimento; dall’altro lato, definisce compiutamente l’orizzonte di significato dell’azione che attraverso il gioco stesso si esplicita attraverso la partecipazione ordinata e compiuta dei soggetti che vi prendono parte a qualsiasi titolo, compresi gli spettatori. Come osservava Hans-Georg Gadamer in Verità e Metodo, non c’è nulla di più serio del gioco – in questo senso basti osservare i giochi propri dell’infanzia – e non c’è atteggiamento peggiore nei confronti del gioco che prenderlo per scherzo. Di contro, adottando questo punto di vista possiamo intravedere quali siano gli inciampi in cui può incappare una creazione scenica poco efficace: a partire dall’adozione di regole equivoche fino alla partecipazione incongrua da parte di qualche partecipante. La creazione scenica, quando si implica nell’estetica del gioco, richiede in questo senso una assunzione di responsabilità da parte di tutti gli attori che decidano di prendervi parte: autori, registi, performer, operatori, pubblico e critica. Ho affrontato questo tema in un lavoro del 2010 intitolato Glocal Sound – Piano Works: il lavoro ebbe una certa eco nazionale e internazionale ma – come spesso accade in ambito artistico – per motivazioni del tutto diverse da quelle che mi aspettavo.

D: Oggi gli strumenti produttivi nel teatro e nella danza si sono molto evoluti rispetto solo a un paio di decenni fa, – aumento delle residenze creative, bandi specifici messi a disposizione da fondazioni bancarie, festival, istituzioni -, eppure tale evoluzione sembra essere insufficiente rispetto alle esigenze effettive e deboli nei confronti di un contesto europeo più agile ed efficiente. Cosa sarebbe possibile fare per migliorare la situazione esistente?

R: Se osserviamo la filiera creativa in questo momento in Italia, non possiamo non notare zone di sovrapposizione e zone d’ombra. Le pertinenze dei Teatri Nazionali e dei TRIC potrebbero essere meglio delineate, i Festival rivendicano di veder legittimato il proprio ruolo produttivo, le Residenze Artistiche stanno cercando di qualificare meglio il proprio segmento di azione, i Circuiti multidisciplinari lavorano sul pubblico agendo in un contesto in cui l’offerta talvolta supera la domanda. Ritengo che il nuovo Codice dello Spettacolo contenga alcuni dispositivi che andranno efficacemente a ridefinire in maniera organica questo scenario, sebbene la sfida più importante a mio parere rimanga ad oggi l’ampliamento dei pubblici della cultura. In questo senso, sono convinto che non sia l’aumento dell’offerta culturale la chiave di volta, ma l’allestimento di dispositivi innovativi per l’inclusione di ulteriori comunità alla fruizione culturale, un compito che non spetta ad un solo segmento della filiera ma a tutti i soggetti che ne sono implicati.

D: La distribuzione di un lavoro sembra essere nel nostro paese il punto debole di tutta la filiera creativa. Spesso i circuiti esistenti sono impermeabili tra loro, i festival per quanto tentino di agevolare la visione di nuovi artisti non hanno la forza economica di creare un vero canale distributivo, mancano reti, network e strumenti veramente solidi per interfacciarsi con il mercato internazionale, il dialogo tra gli indipendenti e i teatri stabili è decisamente scarso, e prevalgono i metodi fai da te. Quali interventi, azioni o professionalità sarebbero necessari per creare efficienti canali di distribuzione?

R: In questo momento la filiera ha bisogno di ripensarsi in maniera meno lineare e più ecosistemica, soprattutto da parte di chi assume punti di vista innovativi dal punto di vista creativo. Non è immaginabile a mio parere che alcune creazioni del contemporaneo possano continuare a leggere il proprio percorso ideativo, produttivo e distributivo ricalcandolo su quello del teatro classico, sul quale è basata la filiera tradizionale adottata nel nostro Paese. Ripensarsi in maniera ecosistemica significa costruire le condizioni per la promozione e per la distribuzione già in fase ideativa e non a valle della creazione, ribaltandole a quel punto su soggetti terzi, in primis i circuiti. Faccio un esempio: una larghissima parte delle creazioni della danza contemporanea adottano formati adatti ai festival, ma che difficilmente possono accedere ai circuiti tradizionali della prosa. A partire da queste considerazioni, nell’area del NordOvest stiamo lavorando a nuove piattaforme per la distribuzione delle creazioni del contemporaneo in tempi e luoghi ulteriori alle sale tradizionali, a partire dalla rete museale in cui immaginiamo un felice incontro dei pubblici del contemporaneo. Questo lavoro implica competenze non solo artistiche, ma anche progettuali e amministrative perché si tratta di andare a superare norme, procedure e attitudini proprie di un approccio settoriale che è tipico del nostro Paese, e lo stiamo attuando con risorse messe a disposizione dalle Fondazioni di Origine Bancaria e dal programma Creative Europe. In un’ottica di medio periodo, confidiamo di poter strutturare più circuiti paralleli a quello dei teatri tradizionali per poter offrire agli artisti le condizioni più felici per la distribuzione del loro lavoro.

D: La società contemporanea si caratterizza sempre più in un inestricabile viluppo tra reale e virtuale, tanto che è sempre più difficile distinguere tra online e offline. In questo contesto quali sono oggi, secondo la tua opinione, le funzioni della creazione scenica che si caratterizza come un evento da viversi in maniera analogica, dal vivo, nel momento del suo compiersi, in un istante difficilmente condivisibile attraverso i nuovi media, e dove l’esperienza si certifica come unica e irripetibile ad ogni replica?

R: Penso che se l’atteggiamento del comparto è quello della difesa, o meglio dell’arrocco sulle posizioni dell’offline, la partita è irrimediabilmente destinata alla sconfitta. A distanza di anni dalla rivoluzione digitale, dobbiamo prendere atto che non esiste una realtà offline e una online, ma un essere al mondo dell’uomo digitale che è organicamente uno, in cui i due aspetti convivono indissolubilmente e si implicano l’un l’altro. Pensiamo ai musei più innovativi come il Museo Van Gogh di Amsterdam, che offrono al visitatore uno strumento digitale all’ingresso: l’esperienza dell’attraversamento è organicamente fisica e digitale, in un ecosistema in cui analogico e virtuale concorrono felicemente ad un’esperienza che è allo stesso tempo estetica, etica e cognitiva.

D: Con la proliferazione dei piani di realtà, spesso virtuali e artificiali grazie ai nuovi media, e dopo essere entrati in un’epoca che potremmo definire della post-verità, sembra definitivamente tramontata l’idea di imitazione della natura, così come la classica opposizione tra arte (come artificio e rappresentazione) e vita (la realtà intesa come naturale). Nonostante questo sembra che la scena contemporanea non abbia per nulla abbandonato l’idea di dare conto e interrogarsi sulla realtà in cui siamo immersi. Qual è il rapporto possibile con il reale? E quali sono secondo te gli strumenti efficaci per confrontarsi con esso?

R: Anche in questo caso bisogna interrogarsi su cosa sia reale, o meglio di che natura sia la realtà in cui siamo immersi. Una fake news è un fatto, e per le conseguenze che implica nell’orientamento delle comunità fisiche e non solo digitali è senza ombra di dubbio un dato del reale. La scena contemporanea ha già iniziato ad interrogarsi su questo, in un orizzonte in cui l’analogico e il digitale costituiscono due aspetti della realtà con cui abbiamo a che fare. La filosofia occidentale ha definito nei secoli quali siano i cardini del pensiero, dell’etica e dell’estetica dell’analogico; ciò che mi sembra più urgente oggi è definire un’etica del digitale, senza la quale il gioco di cui parlavo all’inizio non ha regole certe per essere giocato con soddisfazione.

Sulla necessità dell’ascolto: Antigone di Massimiliano Civica

Antigone, ultima fatica registica di Massimiliano Civica, si presenta al pubblico come l’antico dio Proteo così come appare a Menelao nell’Odissea: un insidioso coacervo di immagini che solo se tenuto ben saldo a terra, e dopo aver resistito a tutte le trasformazioni e metamorfosi, dirà la verità. Apparentemente semplice nel suo manifestarsi eppure piena di molte possibili chiavi di lettura.

La prima ci è consegnata dal regista stesso nella parole da lui scritte nel programma di sala: Creonte e Antigone sono più simili di quel che si pensa, “condividono la stessa natura, che è poi la loro colpa”. Entrambi sono rigidi nelle loro posizioni, non ascoltano la voce dell’altro e questa inflessibilità tracotante li spinge allo schianto.

Massimiliano Civica ci invita e ci consiglia inoltre a collocare il capolavoro sofocleo nel suo tempo, in quell’Atene del V secolo fulgida di splendore ma anche luogo di accesi dibattiti politici, filosofici e religiosi. Seguendo il suggerimento vediamo che l’antagonismo irrisolvibile tra Creonte, reggitore di Tebe che vieta la sepoltura di Polinice in quanto nemico della città, e Antigone, sorella del defunto, decisa a dare solenni esequie al fratello, nasconde un conflitto ben più profondo tra l’etica degli dei olimpici e quella degli antichi dei. I primi sono luminosi, estranei alla morte, anzi insofferenti alla sua presenza. Gli olimpici sono dei il cui principio informatore è il maschile. Gli antichi, i titani ctoni, sono divinità della terra, figli di Gaia che senza conoscere maschio genera Urano. Essi sono discendenti e custodi del principio femminile. Le antiche divinità difendono l’immutabile ordine naturale contro cui nulla si può opporre. Non è un caso che le posizioni in campo siano proprio tenute da Creonte, il legislatore, contro Antigone, la donna che oppone le leggi perenni del sangue.

Incontriamo la stessa contesa nell’Orestea: contro il delitto di Oreste si ergono le Erinni, divinità femminili, figlie della Notte. È Atena a risolvere il conflitto tramite una riconciliazione con le Furie alla fine trasformatesi in Eumenidi.

Antigone dice più e più volte di essere votata ai morti, di aver lavato i corpi del padre e della madre, e infine per aver seguito le leggi della pietà curandosi delle spoglie mortali del fratello, viene ingiustamente punita. La vita viene generata della terra e torna alla morte nel suo grembo. Il ciclo dell’esistenza si chiude tra le sue braccia. Ma la figlia di Edipo, il quale ignaro è pur un violatore delle stesse leggi da lei difese, ha violato la legge che voleva punire l’aggressore della città. Eppure il popolo simpatizza con i suoi sentimenti mugugnando contro Creonte. A chi si deve obbedire? Alle leggi degli uomini? O a quelle della natura inviolabile? Chi ha colpa se pur v’è una colpa? E poi sottilmente nascosto l’ultimo interrogativo: il femminile e il maschile devono soggiacere uno all’altro o possono convivere in accordo?

Sofocle e così Massimiliano Civica sembrano suggerire quella pacificazione apparsa al termine dell’Orestea: il riavvicinamento tra la legge antica e quella nuova. Creonte e Antigone sono portatori e vittime di due mentalità inconciliabili, sorde e ottuse alla fluidità e per questo subiranno entrambi il dolore e la perdita, ma oltre il loro orizzonte è possibile l’ascolto reciproco.

Questa rilettura di Antigone offre anche altri spunti di riflessione. Un secondo contesto appare da scene e costumi. Fin dall’entrata in sala si scorge sulla destra in proscenio il manichino del defunto Polinice. Sembra vestito dell’uniforme della Repubblica di Salò. All’entrata di Creonte e dell’Araldo li vediamo indossare uniformi partigiane, con il fazzoletto rosso delle Brigate Garibaldi. Si palesa dunque un’altra opposizione, ancor oggi inconciliabile di un movimento di resistenza che si stenta a chiamare guerra civile. Lo scontro fratricida tra Eteocle e Polinice si trasforma in pagina dolorosa di storia patria ancora divisiva, ferita tutt’altro che sanata, la quale si proietta sul nostro presente. Il non capirsi e non voler ascoltare le posizioni altrui diventa interrogazione politica al nostro presente attraverso il nostro passato. È ora di cominciare ad ascoltarsi prima che la tragedia si compia.

Ultima riflessione: l’interrogazione non resta sulla scena ma viene porta e posta al pubblico. Gli attori si rivolgono direttamente alla platea come testimone e come agorà. L’occhio che guarda deve essere responsabile. Viene direttamente interpellato a decidere, a riflettere, a scongiurare l’abisso. Si instaura inevitabilmente un dialogo, volenti o nolenti, sui fatti in questione. Non si può far finta di niente. Come afferma chiaramente Fenoglio ne Il partigiano Johnny, si deve scegliere da che parte stare ma, e qui forse vi è qualcosa in più, si deve anche andare alla ricerca di un superamento dell’impasse.

Massimiliano Civica ci conduce dunque dentro a un universo di senso che apre e solleva questioni critiche oggi come allora. Attraverso una messinscena che si avvale di grandi attori, da Oscar de Summa nella parte di Creonte, Monica Piseddu è Antigone e il Corifeo Marcello Sambati, e tramite un minimalismo che sottrae il corpo e riduce il movimento ai minimi termini, riafferma il ruolo originario del teatro come luogo in cui si dibattono e risolvono le crisi che attraversano e affliggono la comunità. Un teatro politico nel senso di coinvolgimento della polis in un comune dibattito. Nell’attuale desolazione in cui versa il confronto politico, in un momento in cui le posizioni si incancreniscono in pre-giudizi e pre-concetti, il richiamo all’ascolto è oggi più necessario che mai. E in questo offrirsi come strumento di comprensione e conciliazione il teatro forse ritrova e riscopre una funzione necessaria.

Visto al Teatro Astra di Torino il 14 dicembre 2019