LO STATO DELLE COSE: INTERVISTA A COLLETTIVO DYNAMIS

La nostra indagine su Lo Stato delle cose prosegue incontrando il collettivo romano Dynamis. Lo Stato delle cose è ciclo di interviste attraverso cui sondare i pensieri e le proposte della giovane generazione teatrale e coreutica su alcuni temi che riteniamo fondamentali: creazione scenica, produzione, distribuzione, funzioni della scena e il suo rapporto con il reale.

Dynamis è un collettivo dedito a un teatro performativo e partecipativo volto a indagare le possibilità di creazione collettiva e a una ricerca di interazioni sociali al di là degli schemi consueti. Per Dynamis il teatro è un laboratorio sociale che si sviluppa non solo attraverso l’atto performativo, il teatro è un luogo aperto all’incontro e in cui tutto è possibile e quindi sperimentabile. Tra i lavori più significativi ricordiamo Y, M2, Amour, ID.

D: Qual è per te la peculiarità della creazione scenica? E cosa necessita per essere efficace?

La creazione scenica è un atto creativo, qualcosa che si genera in ragione di una domanda a cui non so rispondere e che produce nuove domande. La scena è lo spazio espressivo della domanda e della genesi di nuove questioni che riverberano della potenza di una collettività presente, in ascolto e osservazione. Il teatro è luogo di conoscenza, dove attraverso l’osservazione scopriamo mondi vicini o distanti, cioè apprendiamo, evolviamo il nostro sapere. E il piacere più profondo per l’uomo resta da secoli la conoscenza, per questo il patto tra teatro e pubblico, nonostante le crisi, continua a durare. Ma il teatro è anche il rapporto misterioso tra qualcuno che grida con potenza espressiva qualcosa a qualcun altro, è la relazione umana e politica più profonda. Una creazione scenica deve perciò sempre tener conto di questa relazione, al grado che interessa: deve tener conto del pubblico.

D: Oggi gli strumenti produttivi nel teatro e nella danza si sono molto evoluti rispetto solo a un paio di decenni fa, – aumento delle residenze creative, bandi specifici messi a disposizione da fondazioni bancarie, festival, istituzioni -, eppure tale evoluzione sembra essere insufficiente rispetto alle esigenze effettive e deboli nei confronti di un contesto europeo più agile ed efficiente. Cosa sarebbe possibile fare per migliorare la situazione esistente?

La nostra esperienza di artisti si è sviluppata in un’epoca già piuttosto caratterizzata dalla crisi e dagli effetti speculativi che ha prodotto, non solo a teatro e non solo in termini di scarse disponibilità economiche, ma con una trasformazione nell’approccio progettuale. Abbiamo sviluppato un sistema di autosufficienza non dettato solo dalle nostre personali scelte politiche. Diciamo che tra le alternative possibili l’indipendenza è quella che sentiamo più vicina. Il nostro panorama produttivo si muove perciò sulle nostre capacità e si sedimenta con le realtà con cui è possibile strutturare una progettualità capace di mediare tra contesto e urgenza. Incontri con curatori o direttori artistici con cui si condivide e si mette al centro l’esperienza artistica, nelle diverse competenze, al servizio di un’ideazione condivisa. È un approccio pratico, che ha molti limiti, ma che costruisce prospetticamente reti collaborative concrete, mentre sfugge all’impellenza del prodotto in fabbrica. Siamo cresciuti con il sospetto nei confronti dell’istituzione, vissuta come dominante e in parte votata all’iperproduttività e dovremmo iniziare ad interrogarci su come recuperare un terreno di confronto, ma puntando a fortificare l’esperienza dal basso: attraverso la formazione, la circuitazione, l’intervento nelle scuole e l’educazione alla collettività e alla progettualità, il teatro può essere riconosciuto come oggetto d’attenzione pubblica. Allora potrà esserci tutto l’interesse collettivo a prendersi cura della sua esistenza. Se non conosco non mi interessa, se non mi interessa non lotto e il teatro è strumento di lotta.

D: La distribuzione di un lavoro sembra essere nel nostro paese il punto debole di tutta la filiera creativa. Spesso i circuiti esistenti sono impermeabili tra loro, i festival per quanto tentino di agevolare la visione di nuovi artisti non hanno la forza economica di creare un vero canale distributivo, mancano reti, network e strumenti veramente solidi per interfacciarsi con il mercato internazionale, il dialogo tra gli indipendenti e i teatri stabili è decisamente scarso, e prevalgono i metodi fai da te. Quali interventi, azioni o professionalità sarebbero necessari per creare efficienti canali di distribuzione?

Come per l’aspetto produttivo l’aspetto distributivo dovrebbe coincidere con l’idea di costruire e fortificare comunità e progettualità. La distribuzione di un prodotto spinge a pensare a logiche di consumo e tende ad evolvere il discorso da un punto di vista commerciale. Diverso è porsi il problema dell’indispensabilità del teatro e della stimolazione della richiesta. Come fare a produrre desiderio di cultura è una sfida alta che aiuta a superare il solo inseguimento di un prodotto. Dovremmo riavvicinare le questioni, decentralizzando il teatro affinché davvero sia a portata, sotto il naso di tutti. La risposta che conosciamo noi è, di nuovo, stare in mezzo alle cose, costruire progettualità dal basso, tenere conto della potenza vitale dei ragazzi e delle ragazze fin troppo soffocati e infantilizzati, vivere i quartieri, ascoltare l’immensa comunità del pubblico di cui troppo spesso ci dimentichiamo. Insomma coltivare esperienze in cui il teatro possa fare una piccola significativa differenza, con la lenta prospettiva di renderlo indispensabile a tutti.

D: La società contemporanea si caratterizza sempre più in un inestricabile viluppo tra reale e virtuale, tanto che è sempre più difficile distinguere tra online e offline. In questo contesto quali sono oggi, secondo la tua opinione, le funzioni della creazione scenica che si caratterizza come un evento da viversi in maniera analogica, dal vivo, nel momento del suo compiersi, in un istante difficilmente condivisibile attraverso i nuovi media, e dove l’esperienza si certifica come unica e irripetibile ad ogni replica?

Ciò che avviene sulla scena non può essere immune dal pubblico presente, altrimenti sarebbe cinema. Ci aiuta quindi pensare al pubblico come a persone specifiche e non ad un target concettuale: persone, spesso più intelligenti e attente di noi. Se si guarda in quest’ottica il teatro è il luogo di una comunità mista che si riunisce per approfondire la sua conoscenza. Non c’è bisogno di molto altro. La creazione scenica è soggetta ad una relazione costante con il reale perciò si modifica in base alle trasformazioni del mondo. L’interazione con le tecniche specifiche di ogni epoca fa parte della relazione con la contemporaneità, ma parliamo di strumenti, in potenza esplosivi e amplificatori della forza del teatro, l’essenza resta di una potenza assoluta: qualcuno che osserva il mondo, riflette e costruisce un’idea che assume senso perché raccontata ad altri. Il teatro è il luogo della città, una sintesi della comunità riunita per osservare, riflettere, conoscere, e questa esigenza non cambierà mai. Possiamo dimenticarla per poco e per poco essere tentati o distratti da nuove forme, ma ciò che produce piacere reale e profondo continuerà a chiamarci. La responsabilità che abbiamo è far percepire questo piacere nel migliore dei modi, ripartendo proprio da chi in un teatro non ci entrerebbe mai. Dobbiamo riconoscerci la responsabilità di aver istituito un teatro mausoleo, autocelebrativo, un ambiente elitario ed escludente e dobbiamo rimediare ai nostri errori. Nei grandi negozi dei centri commerciali si è attratti da musiche e profumi rassicuranti, pianificati per sottrarti alla scelta di non entrare e non cedere al consumo. Il teatro ha la possibilità di chiedere alle persone se e perché vogliono fare le cose, è uno strumento che produce consapevolezza. Partendo dalla diffusione di questa consapevolezza, e accollandoci la responsabilità e l’impegno che comporta un pubblico vivo, possiamo tornare ai teatri stracolmi.

D: Con la proliferazione dei piani di realtà, spesso virtuali e artificiali grazie ai nuovi media, e dopo essere entrati in un’epoca che potremmo definire della post-verità, sembra definitivamente tramontata l’idea di imitazione della natura, così come la classica opposizione tra arte (come artificio e rappresentazione) e vita (la realtà intesa come naturale). Nonostante questo sembra che la scena contemporanea non abbia per nulla abbandonato l’idea di dare conto e interrogarsi sulla realtà in cui siamo immersi. Qual è il rapporto possibile con il reale? E quali sono secondo te gli strumenti efficaci per confrontarsi con esso?

La relazione con il reale resta il presupposto di ogni atto creativo, che in fondo significa scoprire qualcosa che prima non esisteva ma che certo non si autogenera, è sempre frutto e conseguenza di eventi e studi che lo hanno preceduto. Ma il rapporto con il reale è anche misterioso, come ci ha insegnato Aristotele illuminandoci sul potere del racconto e parlando di verosimile e meraviglioso. La vita è ciò che nutre l’arte. Un’arte dimentica della kalokagathia, cioè dell’unione del buono e del bello, è un’arte che ha dimenticato l’etica della forma per esaurirsi nell’estetica. Ciò che smette di essere connesso alla vita, ai suoi costumi, alle sue imperfezioni, rischia di diventare incomprensibile. Il nostro approccio parte da questo rapporto, quello tra arte e vita: l’unico terreno su cui è davvero possibile attivare un processo creativo.

PICCOLI CRUDELI GIOCHI SPAZIALI: M2 di Dynamis

Dynamis, collettivo artistico romano, concentra la propria attività su quel labile confine tra teatro e performance, ma è sul margine della frontiera che le cose succedono, laddove tutto è ibrido e permeabile. M2 è un esempio di questa loro ricerca e per la natura partecipativa del suo manifestarsi sulla scena è accostabile ad analoghi esperimenti quali Questo lavoro sull’arancia di Marco Chenevier o a P Project e I cure di Ivo Dimchev.

M2 è andato in scena in questi giorni (31 gen.-2 feb.) in uno dei luoghi cardine della ricerca scenica nella capitale, le Carrozzerie N.o.t, guidate da Maura Teofili e Francesco Montagna, che a Trastevere svolgono un’intensa attività di alto profilo non solo con la stagione proposta, ma soprattutto nel sostegno alla produzione e nella formazione, inserendosi nel tessuto sociale del quartiere non come corpo alieno ma come luogo di necessità vitali.

Come possiamo descrivere M2? Mejerchol’d diceva che in teatro tutto parte dal suolo e i Dynamis sembra che lo abbiano preso in parola avendo costruito un intero evento teatrale su una semplice domanda: cosa si può fare in un metro quadrato di spazio? La banale questione pratica sembra in sé inoffensiva. Pare un problema per architetti, arredatori, ingegneri Ikea pronti a progettare mobili componibili per abitare angusti monolocali. Niente lascia sospettare che la domanda nasconda insidie velenose e quanto mai urgenti e attuali.

Poco prima che inizi lo spettacolo i Dynamis cercano tra il pubblico del foyer sette volontari che prendano parte alla performance. Una volta costituito. il piccolo gruppo viene condotto sulla scena e istruito sulla natura dell’esperimento dal tutor/performer Francesco Turbanti. Poche semplici regole: non si deve recitare ma semplicemente essere se stessi nel risolvere i problemi; utilizzare gli oggetti contenuti negli zaini di diverso colore quando vengono richiesti dalla voce fuori campo; seguire le indicazioni. Sembra tutto molto rassicurante e facilmente eseguibile.

Il pubblico entra in sala e ha inizio l’esperimento guidato dal tutor e dalla voce fuori campo (del regista Andrea De Magistris). La performance si sviluppa come un gioco collaborativo: i sette volontari devono risolvere dei compiti che via via diventano sempre più complicati e rivelano la vera natura della questione. Come ci ricorda la voce: non vi è luogo più pericoloso della scena teatrale.

La zolla d’erba di un metro quadrato è circondata da acque profonde, è un ambiente ricco e confortevole. Uno alla volta i volontari devono occupare questo territorio che si fa via via più angusto. Con l’aumentare della popolazione si complicano le dinamiche di coabitazione. Sorgono la religione e la politica con le loro conseguenze; esercizio del potere, collaborazione, convivenza, discriminazione, esclusione, ecologia.

Il metro quadro si pone tra due diverse comunità: quella delle cavie che si affannano per rivolvere i compiti assegnatigli, e quella degli spettatori che comodi osservano quanto accade in quel piccolo quadrato di spazio. In un solo caso le due popolazioni possono scambiarsi di ruolo. Si può provare sulla propria pelle cosa vuol dire abitare quel luogo saturo di persone e sempre meno confortevole man mano che la performance procede.

Come nello spettacolo di Woland ne Il Maestro e Margherita di Bulgakov i numeri di magia diventano trappole che ingabbiano lo spettatore e rivelano la natura di una società, così in M2 le varie prove, all’apparenza divertenti giochetti, palesano le faglie oscure che attraversano il nostro presente. Il tutor nel frattempo assume ruoli sempre più ambigui: assistente dell’implacabile voce fuori campo si dimostra essere non tanto un alleato delle cavie, quanto una sorta di Azazello provocatore, un distributore di false informazione, un torturatore, un sorridente lestofante.

L’esperimento performativo dei Dynamis non possiede certo il rigore di uno studio sociologico o antropologico. È teatro pur nel significato ampio del termine che oggi assume la parola. Si pongono questioni, si suggeriscono delle problematiche ma soprattutto non si sostengono tesi né si danno soluzioni. Si evoca una crisi di fronte e insieme alla comunità/pubblico. Il luogo teatrale diventa osservatorio del reale tramite l’esercizio del meccanismo performativo. È esperienza e partecipazione di una comunità mediante il mezzo della rappresentazione.

M2di Dynamis è un dispositivo di teatro partecipativo che possiede il grande pregio di affrontare temi spinosi e delicati con grande leggerezza e ironia. Se oggi quest’ultima si trova sempre più depotenziata, non arma corrosiva ma disinnesco di ogni criticità, nel caso di Dynamis essa è invece ingrediente fondamentale senza il quale l’esperimento performativo si ridurrebbe o a volgare e inutilmente crudele esercizio di potere, oppure a freddo meccanismo pseudo scientifico. La truffaldina leggerezza invece riesce a sollevare il velo evocando contesti ben più foschi di quelli che si osservano su quella zolla d’erba al centro della scena.

M2di Dynamis, è performance molto coinvolgente e che solleva interrogativi pressanti e necessari, con un linguaggio fresco che riesce a parlare al pubblico che riunisce intorno a sé. Certo il meccanismo non è perfetto, qualche aggiustamento sarebbe forse necessario (per esempio quando il tutor evidenzia infrazioni alle regole da parte dei volontari che in realtà non avvengono, così come l’esercizio di piccole crudeltà simulate che generano a loro volta simulazioni da parte dei partecipanti, momenti in cui si giunge a quel recitare che invece si voleva evitare), Sono piccole regolazioni da apportare al meccanismo perché risulti pienamente funzionante ed efficace, un congegno scenico peraltro che dimostra una laboriosa, accurata e sincera ricerca. La partecipazione del pubblico infatti oggi è molto invocata e abusata. Diventa spesso pretesto. Nel caso di Dynamis si sente la necessità della sua presenza che trasforma la scena, in maniera leggera ma intelligente, in una piccola agorà dove la comunità si trova ad affrontare le crisi che la attraversano.

Ph: @Elisa D’ippolito