Archivio mensile:Dicembre 2020

Yin e yang

YIN E YANG: L’INSOSTENIBILE MUTEVOLEZZA DELL’ESSERE

In cinese i caratteri per Yin e Yang indicano una montagna con a fianco la luna o il sole a determinare il versante assolato o ombroso del monte. Nella rappresentazione ideografica dei due principi motori del Tao vi è implicita la transizione degli astri, un movimento dinamico non il permanere statico. Lao Tze, patriarca del taoismo, recita nel Tao Te Ching (Il libro della via e della virtù): la Via veramente Via non è una Via costante.

Yin e Yang si alternano, non si oppongono: quando uno ascende, l’altro all’opposto decresce. Nell’I-Ching (Libro dei Mutamenti), la linea intera (Yang) e la linea spezzata (Yin) generano dapprima gli otto trigrammi (gli elementi) e in seguito i sessantaquattro esagrammi, vessilli grafici degli stati mutevoli dell’essere, sempre transeunte. L’essere che si pone davanti ai nostri occhi non è dunque un monolite fatto di opposizioni manichee, ma è un caleidoscopio in perenne creazione di stati mutevoli. Il mondo si manifesta in infinite varianti generate dall’alternanza dei due principi in cui niente permane ma sempre si trasforma.

L’Occidente al tramonto, lontano ormai da quell’alba greca in cui la metamorfosi era fondamento della creazione e della meraviglia, si fossilizza sempre più nell’opposizione intransigente. O piace o non piace, o funziona o non funziona. Nessuna possibilità nel mezzo.

Evoluzione dei caratteri Yin e Yang nei secoli

In questo momento così fragile, complesso e problematico, le opposizioni non sfumano ma diventano granitiche. Qualsiasi idea o progetto si attui immediatamente genera partigiani e oppositori. Non si ha la pazienza di attendere, di comprendere, di osservare. Ci si scaglia o si difende a spada tratta. Non si ha nemmeno la compassione di comprendere la difficoltà di qualsiasi agire.

Questo avviene per i vari progetti di delivery teatrali e simili (Kepler-452, Spazio Franco, Teatro dei venti) così come il progetto Zona Rossa del Teatro Bellini di Napoli. Quest’ultimo poi è stato gravato dall’etichetta “Grande Fratello teatrale” banalizzando le intenzioni sottese a un atto che prova a essere di resistenza, coinvolgimento, creazione nonostante le difficoltà.

Sei artisti (non li chiamo attori perché le personalità coinvolte sono difficilmente inscrivibili in una sola categoria) Alfredo Angelici, Federica Carruba Toscano, PierGiuseppe di Tanno, Licia Lanera, Pier Lorenzo Pisano, Matilde Vigna, si chiuderanno in teatro senza sapere quando ne usciranno. In questa volontaria clausura faranno quello che sanno fare: proveranno a creare, ma senza l’assillo del risultato. E questo lo faranno davanti alle telecamere, esponendosi nel momento più fragile e solitamente più protetto. Potrebbe essere un fallimento, così come un momento meraviglioso ed eccitante di creazione. Non importa il risultato. Importa farlo nonostante tutto. Importa provare a comunicare la difficoltà e la meraviglia che accompagna qualsiasi atto creativo.

Alla fine del processo, potremo stare a disquisire di estetica, tecnica, funzionalità, etc. Oggi, nelle condizioni in cui siamo, possiamo solo sostenere chi ha deciso di impegnarsi in questo come in altri progetti. Proviamo per una volta a essere occhi che osservano senza giudizio, proviamo a esercitare la compassione verso le tensioni o aspirazioni altrui.

Questo non è un invito a lasciar perdere il senso critico. Anzi. Esercitiamolo con benevolenza e intento costruttivo. Esponiamo piuttosto punti di vista che possano essere utili e questo senza porsi come tanti Gesù nel tempio. Siamo solleciti nel proporre possibili variazioni e cambi di rotta laddove si presume esista una questione problematica, ma senza l’arroganza di chi pensa di avere la verità in tasca.

Il teatro, e le arti sceniche tutte, necessitano dell’apporto di ognuno per superare un momento che vedrà molti cambiamenti e non tutti positivi. Le difficoltà per il settore non finiranno insieme all’emergenza sanitaria, così come non sono cominciate con essa. Bisogna trovare insieme non una o due soluzioni, ma molte varianti perché l’evoluzione non procede per linea retta ma è un albero con infinite fronde.

Matteo Negrin

CHI HA PAURA DEL DIGITALE?

di Matteo Negrin – Direttore Fondazione Piemonte dal Vivo

In un periodo di straordinaria eccezionalità, in cui alla maggior parte dei luoghi deputati alla cultura è stata prescritta una chiusura forzata e senza appello, sempre più artisti e operatori dello spettacolo stanno tentando di convertire la propria offerta in modo da renderla fruibile attraverso i canali digitali: tentativi a volte riusciti, a volte meno, che molto spesso pagano il prezzo di un ritardo sull’agenda digitale che nel Paese affligge quasi tutti i settori, e non solamente il mondo della cultura e dello spettacolo dal vivo. Al di là della riuscita dei prodotti, la preoccupazione di una parte non indifferente di questo mondo è che la corsa verso il digitale, resasi necessaria dalle limitazioni imposte dall’emergenza sanitaria, sia niente di più che un palliativo, un surrogato dell’esperienza che avviene in presenza nei teatri e nelle sale da concerto. Nondimeno, il ricorso all’output digitale secondo molti potrebbe ingenerare l’equivoco che alcune esperienze collettive possano essere sostituite definitivamente dalla fruizione privata attraverso il loro surrogato digitale, come parrebbe accadere per le relazioni interpersonali, a partire dalle amicizie, messe a repentaglio dal loro omologo sulle piattaforme dei social network.

È allora doveroso porsi la domanda se l’esperienza e la pratica collettiva dello spettacolo dal vivo, a partire dal teatro che ha una storia lunga ventisei secoli, possa essere veramente messa in discussione dai nuovi media, se sia la prima volta che ciò accade, e se il digitale costituisca per artisti e pubblico una minaccia o al contrario l’opportunità di sperimentare nuovi approcci che potranno integrare in qualche modo l’offerta tradizionale in un tempo post-pandemico.

Quanto ai precedenti storici, pare assodato che il setting del teatro tradizionale non sia stato soppiantato dall’invenzione del cinema, e quest’ultimo non abbia ceduto il passo alla TV in quanto elettrodomestico di massa, sopravvivendo in quanto arte perfino alle piattaforme digitali di contenuti on demand, accessibili dai dispositivi di ultima generazione che ognuno di noi oggi porta in tasca.

Ricapitolando a ritroso la relazione che intercorre tra le arti performative e i nuovi media, possiamo immaginare il momento in cui la radio di Guglielmo Marconi rese possibile trasmettere la musica che fino a quel momento poteva essere ascoltata solo nelle sale da concerto e nei teatri d’opera. Inevitabilmente la fruizione domestica di un concerto che stava avvenendo a centinaia di chilometri era altra cosa rispetto a partecipare in presenza allo stesso evento. Tuttavia, di lì a poco l’industria musicale si rese conto che la riproducibilità tecnica del fatto musicale poteva permettere un accesso più ampio a quel tipo di esperienza, senza dover per forza presentare un prodotto come surrogato dell’altro.

In termini assoluti, rispetto all’intera storia dell’umanità è solo da un tempo relativamente recente che ci è dato di poter ascoltare musica anche in assenza del suo esecutore, e fondamentalmente dall’avvento della radio e dei dischi in vinile. Verrebbe da pensare che la diffusione di massa di questi ultimi potesse in una certa misura mettere a repentaglio la fruizione collettiva della musica, offrendo a ciascuno l’opportunità di un ascolto privato e a basso costo. Al contrario, l’esplosione di questi consumi ha visto avanzare di pari passo le rappresentazioni dal vivo, fino ad arrivare ai concerti di massa dell’epoca del rock, veri e propri riti collettivi in cui il valore della partecipazione è stata talvolta ulteriore al valore intrinseco della rappresentazione artistica.

Alla fine del secolo scorso nessuno più si poneva il problema se la riproduzione del fatto musicale fosse o meno un surrogato della sua rappresentazione dal vivo, sebbene il supporto fisico ne avesse pesantemente condizionato l’estetica. A pensarci bene, non è cosa di poco conto che la durata di un brano o di un’opera completa per molta parte della produzione musicale del secondo ‘900 sia stata condizionata dalla capienza di un disco: i concept album degli anni ’70 dovevano addirittura prevedere il fatto di dover girare il vinile sul giradischi, e la composizione musicale si adeguava senza se e senza ma al limite fisico del supporto che l’avrebbe contenuta.

Analogamente, l’irruzione odierna del medium digitale nel mondo delle arti performative sta ponendo al mondo della produzione artistica il dilemma della misura in cui il mezzo può condizionare il contenuto artistico nella sua forma e nella sua estetica. In sostanza: il teatro online è ancora teatro o è un suo indegno surrogato?

È inutile girarci intorno, il contenitore – o medium – condiziona il suo contenuto, e il procedimento più infruttuoso che possiamo tentare è quello di cercare una perfetta risoluzione di un contenuto artistico nato in un contesto specifico in una dimensione altra. Vale ciò che vale per il linguaggio: ogni lingua è una visione del mondo, e chiunque abbia fatto il liceo sa che una versione letterale non è mai sufficiente a garantire la migliore resa del senso ultimo del testo da tradurre. In questo senso, il peggior utilizzo del digitale che può fare lo spettacolo dal vivo è intraprendere la strada di una traduzione letterale. Questo perché l’universo digitale, prima ancora di assolvere alla sua funzione di medium, è una dimensione con storia e geografia peculiari, indubbiamente dotata di linguaggio e regole proprie.

Matteo Negrin
Matteo Negrin

Viene il dubbio che il mondo dello spettacolo stia ponendo all’universo digitale le domande sbagliate. Se ci chiediamo se il teatro online sia ancora teatro, la risposta non può che essere deludente. Sarebbe forse più fruttuoso che artisti e operatori del settore interrogassero l’universo digitale su quanto i suoi codici possano essere adeguati a supportare, veicolare e promuovere il valore dei loro contenuti. In questo caso le risposte possono essere più stimolanti. Ciò che in questo momento è urgente indagare è se il mondo digitale possa in qualche misura garantire un’esperienza autentica di valori universali e collettivi. Tutto è medium, dall’attore al musicista, dalla fotografia alla pellicola del cinema, dalla parola detta a quella scritta. La sfida del momento, in una agorà digitale in cui facilmente si perde la vista dell’orizzonte, è sopra tutto ribadire il primato del contenuto che lo spettacolo in quanto espressione artistica reca in sé.

Purtroppo negli ultimi decenni è capitato troppo spesso di assistere alla musica dal vivo – in specie quella di matrice eurocolta – come se fossimo davanti ad uno stereo, fatto salvo il momento dell’applauso finale, che il bon ton borghese non nega più a nessuno. Analogamente, quante volte ci è capitato di vedere a teatro rappresentazioni né belle né brutte? Non ricordo l’ultima volta che ho sentito fischiare qualcuno in una sala teatrale. Quando il mondo dello spettacolo dal vivo reclama il suo valore come imprescindibile per la sopravvivenza culturale del nostro Paese, non ha altra strada che recuperare il contenuto intimo del teatro, quello che ci spinge ad interrogarci sul senso dell’essere al mondo e se sia preferibile la vita anziché la morte, prima ancora della sua vocazione ad essere rito collettivo. Se poi vuole rivendicare la partecipazione collettiva come peculiarità propria, deve forse ritornare ad esporsi al dibattito pubblico, alla critica, al fischio, financo alla pernacchia.

Ironia della sorte, l’universo digitale – a partire dalla sua dimensione social – vive grazie e soprattutto di questo tipo di partecipazione: in un batter d’occhio si sollevano applausi in forma di pollici levati, per poi diventare urla e fischi, il tutto in una Babele fatta di cibo, offerte commerciali e ammiccamenti sessuali. In poche parole, un teatro di Venezia del XVII secolo.

Viene dunque da chiedersi se il teatro e lo spettacolo dal vivo in genere, che qualcuno vuole preservare dalle Sirene del digitale, sia quello degli artisti e del pubblico o piuttosto quello degli impresari tradizionali e dei direttori artistici alla vecchia maniera. L’universo digitale rileva una scarsa considerazione dell’autorità costituita e una sfrontata tendenza all’orizzontalità delle relazioni: nella maggior parte dei casi le rendite di posizione guadagnate nel mondo analogico hanno scarso valore in quello digitale, e fortunatamente questo vale anche per il contrario. L’unica certezza è che l’arte riesce da sempre ad utilizzare ogni strumento a disposizione per illuminare una radura di vero, di giusto e di bello. Per fare questo si serve degli artisti, ed è a loro che – ancora una volta – dobbiamo rivolgerci, siano essi su un palco o sullo schermo del nostro smartphone.

fantascienza

CIAO DARWIN! SCENARI EVOLUTIVI E FANTASCIENZA TEATRALE

:”Renato svegliati! Serve un qualche cazzo di futuro!”

Boris 3

Futuro è oggi una tra le parole più utilizzate da chi si occupa di arti dal vivo. Il presente è assente, una sorta di bolla temporale in cui tutto sembra sospeso; il passato sembra archiviato e incapace di fornire risposte alle ansie di chi oggi è impedito all’azione. Resta il futuro, anche se nessuno sa bene cosa riservi e cosa possa portare con sé.

Al futuro è strettamente legata la parola evoluzione. Se non è chiaro a nessuno quale sarà lo scenario in cui ci troveremo ad agire a pandemia finita, tutti sono d’accordo su un imperativo categorico: evolversi. Pare evidente che nel pensiero di tutti, conscio o meno che sia, si consideri l’anno pandemico come un crocevia fondamentale che segna uno spartiacque tra prima e dopo il virus. Il teatro, la danza, la performance non potranno più essere quello che erano prima, e non potendo esserlo bisogna gioco forza si evolvano.

Immaginare l’evoluzione è il cruccio primario della fantascienza. Non è un caso. È un genere fortemente politico e potremmo dire che ogni autore, al di là della trama, forgi prima di tutto un mondo futuro, una società, entro cui ambientare utopie e distopie. Pensiamo a Orwell, al Mondo nuovo di Huxley, o ai paesaggi Cyberpunk di Gibson. Questi futuri in realtà descrivono un presente e i pericoli da fronteggiare nell’oggi. Tre scenari fantascientifici mi si sono affacciati alla mente pensando a tanto ragionar di avvenire teatrale.

Il primo appartiene all’universo di James S. A. Corey, stella binaria formata da Daniel James Abraham e Ty Corey Franck, i creatori della serie The Expanse. Il campo d’azione del capitano Holden e del suo equipaggio è un sistema solare in cui l’umanità si è espansa fino alle lontane lune di Urano. Due sono le superpotenze, Terra e Marte, che controllano, sotto un gioco pesante, tutti gli insediamenti della Fascia di asteroidi e nelle varie lune di Giove e Saturno. Gli abitanti della Fascia sono i veri eredi dello spazio profondo, quelli nati in assenza di gravità, senza i piedi ben piantati in terra ma, benché possessori di materie prime preziosissime, sono dipendenti di Terra e Marte per aria, acqua e cibo. La situazione sembra in stallo. Nessuno è veramente in grado di spostare l’ago della bilancia del potere finché non appare la Protomolecola, un organismo alieno simile a un virus, in grado di mutare completamente qualsiasi essere vivente o inanimato cui venga in contatto, violando e forzando qualsiasi legge della fisica.

La protomolecola, di cui tutti vogliono impossessarsi, apre autonomamente mille portali verso sistemi solari sconosciuti. L’equilibrio salta. Nessuno degli attori in gioco è più rilevante. Di fronte alla possibilità di espandersi in mille e più mondi abitabili a nessuno interessa più dei vecchi dissidi. Alleanze impossibili sostituiscono rancori incancreniti. Tutti guardano al futuro spalancato all’apertura dei portali. A nessuno sembra importare che la protomolecola sia un’arma e che abbia annientato la possente civiltà capace di tutte queste meraviglie. In ogni libro della saga il destino degli alieni scomparsi nel nulla rimane in sottofondo, un rumore bianco appena accennato ma fastidioso. Inquietante è l’ostinazione a non dare alcuna risposta alla questione. L’umanità ha abbracciato un futuro che in passato ha annientato un’intera civiltà multiplanetaria e nessuno, ma proprio nessuno, a parte Holden e i suoi compagni di viaggio della Rocinante, sembra voler usare cautela nel maneggiare una tecnologia di cui non si sa praticamente nulla. E dire che gli eventi minacciosi si moltiplicano.

Anche nel mondo teatrale oggi, – inspiegabilmente, aggiungerei, – l’umanità performante ha abbracciato senza riserve la tecnologia digitale senza domandarsi quali siano i pro e i contro. I costi, per esempio, non sembrano portare alle già stremate economie della scena alcun sollievo ma semmai aggravi. Il teatro, lo ricordo, già a partire dal Diciannovesimo secolo, non ha diminuito le spese con l’avanzare tecnologico ma le ha aumentate.

Altre domande si affacciano all’orizzonte senza che nasca nel contempo l’intenzione non dico di rispondervi ma ameno di dibatterle: e il corpo vivo e politico? E la libertà dello spettatore in presenza di spaziare con lo sguardo? E l’allontanamento, come in altre sfere del capitalismo, del prodotto e del suo relativo impatto sul consumatore dall’artigiano che lo forgia? Ma vogliamo veramente essere solo consumatori di cultura? Come si ripartiscono i proventi? E la difesa della proprietà intellettuale dell’opera all’interno di un Far West spesso senza leggi? Non sarebbe il caso di discutere questi aspetti prima di buttarsi a corpo morto nell’esplorazione di un mezzo, come la Protomolecola, gravido di grande prospettive ma anche di pericoli mortali?

Il secondo scenario è di Dan Simmons e appartiene alla saga di Hyperion. Anche in questo caso tre sono gli attori in gioco. Gli umani dell’Egemonia dei mondi, ricchi, raffinati, annoiati e ipercivili, abitatori di centinaia di pianeti in cui lo stile di vita è pressapoco il medesimo derivato dalla terra collassata su se stessa per un errore. Seconda forza sono le IA del Tecnonucleo, liberatesi dal controllo umano e fuggite non si sa dove ma in simbiosi con l’Egemonia. Le IA hanno i loro scopi reconditi ma forniscono agli umani due tecnologie fondamentali: la Sfera Dati, ossia il nostro internet ma esponenzialmente più sviluppato, e i Teleporter, tramite cui il viaggiare tra i mondi è questione di secondi e non di anni. Ultimi: gli Ouster, umani modificati per sopravvivere alle sfide dello spazio profondo: viaggiatori perenni in sciami di navi che sfidano l’immaginazione: fattorie-comete, navi-asteroidi, sfere di contenimento. Gli Ouster hanno rifiutato il controllo delle IA e della Sfera Dati. Hanno scelto la libertà della creazione e l’indipendenza dell’esploratore. Odiati e temuti, saranno loro a vincere la guerra scatenata dal Tecnonucleo, mentre a rischiare l’estinzione sono proprio gli umani dell’Egemonia che hanno barattato la comodità con il controllo.

Dan Simmons scrive la sua quadrilogia all’inizio degli anni ’90, anni in cui la fiducia in Internet come luogo della libertà e delle pari opportunità non era messa in discussione da nessuno, se non appunto dagli scrittori di fantascienza (ricordo che il cyberpunk degli anni ’80 vedeva nella rete un luogo di pericoli e dipendenze spaventose, es. il Neuromante di Gibson).

Ma il succo non è il pessimismo riguardo il mondo di silicio, quanto il fatto di presentare l’evoluzione non come un’autostrada a senso unico ma come un albero ricco di rami in cui non esiste un’unica possibilità ma un intero universo di mondi alternativi. Gli Ouster sono una sfida all’immaginazione. Eppure oggi sembra che non esista alternativa al digitale. Il pensiero sul futuro del teatro e della danza sembra racchiuso, come il gatto di Schödringer, nella binaria alternativa: digitale sì, digitale no. Si può per esempio far convivere il gatto vivo e il gatto morto nello stesso universo. Potremmo discuterne, no?

Il terzo scenario appartiene alla trilogia marziana di Kim Stanley Robinson. Cento astronauti scienziati vengono mandati su Marte per colonizzare il pianeta rosso. Le varie agenzie spaziali terrestri controllate dalle multinazionali sembrano avere un unico piano: sfruttare il pianeta come fosse un’immensa miniera e utilizzarlo per smaltire le eccedenze umane di una Terra sovrappopolata. I Primi Cento giungono sul pianeta e cominciano ad abitarlo, ma anche ad amare il suo duro e freddo ecosistema. Si generano tra gli scienziati diverse teorie per terraformare Marte e salvaguardare in qualche modo la sua diversità, obbiettivi questi per niente previsti nel rapace e piratesco progetto originario. Intanto le pressioni delle multinazionali si fanno sempre più forti, le quali vedono sempre meno di buon occhio l’azione anarchica che stanno attuando i Primi Cento. Il tempo passa e i dibattiti tra i Primi Cento e molti dei nuovi immigrati e i primi nati marziani prendono strade impreviste, finché tutte queste forze politiche innovative raggiungono l’indipendenza marziana.

Lo scrittore scienziato Kim Stanley Robinson ci racconta non di un’utopia ma di molte utopie che nascono a contatto con il nuovo mondo. Un dibattito accesissimo che a volte sfocia nella rivolta e nella battaglia, ma è sempre presente. Un ecosistema di pensieri per allontanare un intero mondo dal controllo di un altro, non un solo sol dell’avvenire ma una galassia colma di stelle. É il dibattito, lo scontro delle idee che disegna una strada non battuta, imprevista e insperata.

Oggi quello che manca nel mondo teatrale è il dibattito. Non si discute, non si litiga, non si riflette insieme. Si presentano le idee con timidezza, bandita è la prassi della pubblica discussione. Sui social si creano solo o Echo chambers in cui tutti si danno ragione o si passa all’attacco violento senza costrutto. Le idee proliferano solo a contatto con convincimenti opposti, con oppositori e avversari (in senso buono, non fraintendetemi) come in una partita a scacchi.

Tre scenari e tre suggestioni per riflettere e, speriamo, scambiarsi delle idee per inventare insieme molti futuri. Tre suggestioni per non cadere in una quarta: quella di The Running man, il film di culto anni’80 con Arnold Swarzenegger: uomini costretti a dar spettacolo correndo e combattendo in un gioco inventato da altri, uno sciocco reality il cui unico scopo è divertire un pubblico anestetizzato dalla propaganda avido solamente di emozioni forti.

Chiara e Francesco

LA RIVOLUZIONE DI CHIARA E FRANCESCO

Tra il 1206 e il 1208, nel Medioevo il tempo si misura a pressapoco, Francesco, figlio di Pietro di Bernardone, nella piazza di Assisi in quella che potremmo, forse con qualche forzatura, chiamare una performance, si spoglia pubblicamente delle vesti e degli averi e sposa Madonna Povertà. Quale gesto potrebbe sembrare più irrilevante in pieno Medioevo del divenir poveri? Eppure Francesco, figlio di un ricco mercante, fino a quel momento gaudente scialacquatore di beni, nello scegliere di essere povero, indigente, di essere “minore”, compie una delle più grandi rivoluzioni del suo tempo costringendo il potere ecclesiastico a ripensarsi.

Passano pochi anni ed ecco che il gesto di Francesco viene seguito da una giovane diciottenne, figlia di famiglia nobile tra le più agiate della città. Chiara è bella, ricca, intelligente e istruita e sceglie di essere povera convinta dall’esempio di Francesco. Due dei più ricchi rampolli di una società dominante e privilegiata, elementi di spicco di una “gioventù educata a competere e a primeggiare” compie una scelta di minorità, e tale scelta, lungi dall’essere irrilevante, diventa mina pronta a far esplodere un sistema tanto solido e assodato da sembrare insostituibile.

La povertà di Chiara e Francesco è scandalosa perché preferita, abbracciata, desiderata. Frate Bernardo, uno dei primi discepoli anche lui ricco fattosi povero, risponde così a un fiorentino che gli domandava perché pur essendo poveri rifiutassero il denaro offerto in elemosina: “È vero che siamo poveri, ma per noi la povertà non è un peso, come per gli altri indigenti, poiché ci siamo fatti poveri per nostra libera scelta”.

Perché parlo di Chiara e Francesco? Forse perché in questo torno di tempo niente spaventa di più il mondo delle arti dal vivo che lo spauracchio dell’irrilevanza e dell’invisibilità. Costretti alla lontananza dalle scene l’intero mondo dello spettacolo vive un presente di incertezza e di fragilità e scorge, come una via di uscita all’imposta assenza, una presenza virtuale e digitale che però ne mette in crisi i fondamenti. Tutto sembra spingere verso questo ben tracciato sentiero, pare inevitabile approdare su internet, se no che si fa? Si sparisce?

Ecco che di fronte a questo urgente interrogativo l’azione dei due santi d’Assisi può forse suggerire un’alternativa, essere un stimolo per pensare in maniera radicale e riscoprire, sotto la polvere delle consuetudini, il nitore dell’origine. Sia chiaro che non si intende minimamente demonizzare il digitale, né criticare chi spinto da necessità compie qualsivoglia scelta. L’invito è ad avviare una riflessione che sia veramente radicale, per inventare insieme un futuro sostenibile e meno oppresso dagli orpelli e i gravami del presente.

Torniamo dunque ai santi di Assisi. L’atto di spoliazione compiuto in pubblico da Francesco, così come il rito del taglio dei capelli compiuto da Chiara, meno pubblico ma non privato, è azione che incarna un pensiero volto a recuperare la lettera del pensiero evangelico. Quella della povertà è la scelta del recupero dell’origine, laddove risiede il fondamento. Un’origine non offuscata dal pensiero teologico, dal verbo intellettuale, ma l’alba dove le parole sono semplici e i gesti più che i ragionamenti si stagliano sulla scena. L’agire di Chiara e Francesco è verso la semplicità e verso i semplici. Non agiscono né parlano per gli intellettuali, per i colti o i privilegiati, ma per i malati, i poveri, i lebbrosi, i contadini. Ecco perché il poverello d’Assisi privilegia l’azione e la lingua volgare.

Francesco però non confida tanto nel verbo quanto nella parola incarnata nell’azione. Agisce in pubblico e i suoi atti sono di una tale forza e semplicità da spingere il suo mondo verso un mutamento. Se pensiamo alle storie di Francesco, quelle più note, riguardano gesti più che parole: il presepe di Greccio, la predica agli uccelli, la già citata spoliazione. Questo ha fatto pensare a Francesco come a uno dei primi performer della storia. Pensiamo all’episodio dei porci durante il primo incontro con Innocenzo III. Il papa è infastidito dal quel fraticello lacero e sporco che chiede venga approvata la sua comunità e lo invita, per sbeffeggiarlo, ad abbracciare i porci. Francesco, come avrebbe fatto il soldato Sveik, ubbidisce alla lettera e non solo abbraccia gli animali, predica loro il Vangelo. Poi torna dal papa sporco di sterco per abbracciarlo. Solo allora, e dopo l’intervento del cardinale Colonna, Innocenzo accetta di ricambiare il gesto di Francesco. L’azione è il motore del pensiero, il gesto come exemplum che spinge chi osserva a una nuova azione per imitatio. Il gesto del corpo che muta il contesto, il valore politico del corpo in presenza che deve recuperare la sua potenza d’azione. Forse oggi, prendendo esempio da Francesco, dovremmo interrogarci del perché i gesti hanno perso molto del loro vigore e capacità di sconvolgere gli animi. Per quanto minoritari il teatro, la danza e la performance sono ancora luoghi della possibilità in cui l’azione può diventare magica, nel senso di un’azione efficace a distanza. E tale azione è politica, perché presente, viva, corporea, e appunto minoritaria, inattuale, antica.

Francesco, e più tardi Chiara, accompagna la sua rivoluzione “gestuale e performativa” con una severa revisione lessicale. Enzo Fortunato scrive: “negli scritti di Francesco, dopo il termine Dio, la parola più adoperata è fratello”. Ogni termine che si riferisca a un rapporto gerarchico viene abolito dal lessico francescano: non Abbazia ma convento, luogo del venire insieme, non superiore ma custode o guardiano, Essere minore è un mettersi al di sotto per servire o al limite porsi alla pari, sullo stesso livello. Cambiare la parole spinge a trasformare il pensiero e l’ordine del mondo. Pensiamo al teatro di oggi, a quante parole vengono mutuate da pensieri che non hanno nulla a che vedere con gli scopi, i fini, le radici dell’arte. Audience engagement, governance, mission statement sono tutti termini derivati dal pensiero economico. Il teatro non ingaggia il pubblico, lo incontra, e il pubblico è forse più spettatore, da spectator (parola da cui derivano specchio, aspetto e rispetto!) quindi osservatore, contemplatore ma anche intenditore e conoscitore. Oggi invece lo si vuole obbiettivo, ingaggiato come un nemico, numero per incrementare statistiche, successi e finanziamenti. Forse dovremmo tutti ripensare alle parole che usiamo, recuperarne di antiche e laddove esse non rispondono ai tempi, inventarne di nuove, ma non prenderle in prestito.

Nel capitolo IX della Regola non bollata, Francesco scrive una frase che oggi come allora appare di una radicalità adamantina: “la necessità non ha legge”. È questa una decisa affermazione di libertà contro ogni dogmatismo legante, contro ogni imposizione che non tenga conto delle reali circostanze. Scrive Chiara Frugoni: “i frati non volevano contare su alcun aiuto o rapporto formalizzato, che potesse diventare dipendenza, né dalla società né dalla Chiesa”. La parola chiave che incatena l’azione culturale oggi è proprio: dipendenza. Da bandi, regolamenti, scadenze, rendicontazioni, leggi, norme, marketing e comunicazione, dai social, tutto tranne la necessità, sepolta da mille doveri. Si sta dimenticando la necessità dell’agire, quella che dà impulso alla creazione. Si fa perché si deve, non perché è necessario a tutti i costi. Il teatro, oggi così spaurito di fronte allo spettro dell’insignificanza, è inefficace da ben prima del covid, e lo è perché ha dimenticato la spinta della necessità.

L’agire di Chiara e Francesco era rivoluzionario anche per altri due motivi: era azione fuori dalle chiese e verso il mondo, ed era attività “pro communi utilitate”. La predicazione del Vangelo non avveniva per Francesco nei luoghi deputati ma laddove c’era urgenza e bisogno. Lo spazio di azione di Francesco è il mondo, non la chiesa. Persino Chiara, più legata nell’essere donna ai vincoli sociali della sua epoca, conquista per la prima volta nella storia un agire esterno al monastero per le sue monache. Chiara e Francesco si aprono al mondo, lo incontrano laddove c’è bisogno, agiscono per un bene comune con la società cui appartengono e abitano. In questa tensione verso un altrove e per utilità forse si potrebbe individuare una possibilità per il teatro oggi, soprattutto per le piccole realtà, veri e propri presidi culturali nei quartieri e nelle province. Un agire in seno alla comunità per la comunità. In questi giorni vediamo alcuni esempi di un tale agire proprio nell’assenza e nella costrizione. Pensiamo al Teatro Caverna di Bergamo dove si donano poesie e pacchi alimentari a chi ne ha bisogno, o al portare racconti nelle case come molti artisti stanno facendo a partire dai Kepler-452.

Il teatro verso un incontro con il mondo e pro communi utilitade, non spettacolo di intrattenimento. Utilità, necessità, apertura, incontro con l’altro persino la povertà, sono parole che Francesco e Chiara hanno in qualche modo in comune con il teatro ma quest’ultimo da tempo se ne è dimenticato. Le scelte radicali di Chiara e Francesco possono in qualche modo spingerci a ricercare una radicalità che recuperi il senso del fare teatro, rifuggendo le facili soluzioni e le imposizioni del sistema senza paura dell’irrilevanza. Si può seguire il flusso della maggioranza certo, e non vi è nulla di male. Si può anche però inventare nuove strade, ampliare le mappe del possibile, e si può farlo recuperando l’origine, il senso del fare e la necessità.