MASSIMILIANO CIVICA: Un quaderno per l’inverno

MASSIMILIANO CIVICA: Un quaderno per l’inverno

Nessun buio preventivo. Tutto “alla luce del sole”, o circa. Speciale allusività del gioco linguistico: quella accesa sul palco è una luce fredda, artificiale. Immobile, non subirà nessuna variazione nel corso dello spettacolo. Resterà luce statica, un rimbalzo sulle pareti di quelle stanze che rimangono avvolte dal buio, in inverno.

Luca Zacchini e Alberto Astorri (volti già noti, l’uno membro della compagnia pistoiese gli OMINI, l’altro istrionico bluesman del duo Astorri/Tintinelli) si guadagnano quasi a tradimento l’attenzione della sala, sorpresa ancora in chiara e piena luce. Un professore di letteratura torna a casa, dietro alla porta ad aspettarlo c’è un ladro. Non ho intenzione di fare niente: curioso enunciato per un ladro armato di coltello. Che fortuna, allora è il mio momento d’oro: ossuta replica di un letterato armato di lucido disincanto. In apparenza non c’è movente dietro l’irruzione: non c’entrano soldi, né il computer, né c’entra nulla di ciò che fisicamente immaginiamo contenere una piccola tiepida cucina, scenografia del vuoto che si aggancia al tavolo bianco e alle sedie rosse – soli elementi essenziali di una scenografia che non è altro che l’attore – sulle quali di lì a poco Nino e il Professore si accomoderanno; e neanche è un tentativo di omicidio, per quanto una minaccia di morte, quella la si sente aleggiare, comunque. Quel quadernetto è mio. Al che Nino: le hai scritte tu quelle poesie? Sono belle.

Un quaderno per l’inverno, premio Ubu per la miglior drammaturgia originale ad Armando Pirozzi, deposita la spettacolarità in camerino e ci lascia di fronte a un palcoscenico che rifiuta il “più” in favore della nuda semplicità di un incrocio fintamente fortuito, col poveraccio a bussare alla porta dello studioso: relazione che prova a raccontare se stessa a se stessa con la perseveranza e la ferma volontà di credere cui solo l’esperienza surreale di eventi lontani dalla quotidianità di routine può portare. Con parole, visto che non se ne può fare a meno. Tanto più quando sono una condanna, come lo scrivere poesie. Ma le poesie non si buttano mai.

E per me, Professore? La scriveresti una poesia per me?

Un quaderno per l’inverno è un incontro magistrale per essenzialità, che corre per tre atti e otto anni. Dramma che procede per sottrazione ed eliminazione di elementi, come spesso si accenna parlando delle messe in scena affidate a Civica: l’assenza di cambi luce e di cesure nette fra le scene, al massimo suggerite dalla viva voce degli attori, raccontano un sorreggersi con onestà sullo scheletro vivo di un teatro fatto di attori e parole, senza per questo scomodarsi a chiamare in causa il caro fantasma del teatro povero, né rischiando, parallelamente, l’arroganza del simbolo. Fa sua, piuttosto, la semplicità della parola che produce eco e si propaga nel vuoto.

Qualsiasi vocazione alla scrittura è del resto una precisa necessità di uscita. Si modifica il tempo scavando il solco di un dialogo in assenza; è in fondo dialogo privilegiato con la morte. È soprattutto affrontando questo livello che la drammaturgia di Pirozzi per voce di Zacchini-Astorri si mantiene ironicamente distaccata, agrodolce, e troppo sottile per rischiare il patetismo. Con ritmo in diminuendo si arriva invece a qualcos’altro. Come nella scena centrale, nel piccolo gesto di tagliare un’arancia dopo l’altra: alla bellezza fatta di strazio, al riconoscersi, in un’azione, compagni.

Bisognerebbe dar ragione al regista nel dire che, piuttosto, il tentativo di questa semplicità è quello di tornare al rituale. Ma è anche vero che è lo stesso Civica a divertirsi molto a sfatare qualsiasi possibile ingenuità sovra-interpretativa, mettendo in crisi sia critico (qui nei panni di Massimo Marino) che pubblico. Per il resto, agli affezionati del lirismo-aggiunto, restano la pioggia e la neve che ticchettano sul soffitto del Teatro Biagi D’Antona, tappeto sonoro e riempire il vuoto dell’inverno. Bellino.

Di Maria D’Ugo

foto@ MLaura Antonelli