Cross Festival: a Verbania il teatro racconta e costruisce comunità

A Verbania sulle sponde piemontesi del Lago Maggiore si sta svolgendo in questi giorni il Cross Festival (fino al 30 giugno) dedicato alle Performing Arts intese nel più largo significato del termine. Diretto da Antonella Cirigliano è alla sua ottava edizione e si dedica principalmente all’emersione e al sostegno del talento giovane, con il premio Cross Award il quale offre agli artisti selezionati sia un sostegno alla produzione, sia un ciclo di residenze creative attraverso il bando

www.crossproject.it/cross-award-bando-2019

L’intenzione del premio è quindi duplice: da una parte appunto fornire un aiuto concreto alla creazione di artisti emergenti, dall’altra, tramite le residenze creative, cercare di innervarsi il più possibile nel tessuto cittadino di Verbania, compito quest’ultimo non certo facile in quanto il territorio del Lago Maggiore è stato a lungo disertato dal teatro e dalla danza contemporaneo/a

La costruzione recente del Teatro Maggiore, edificio bellissimo situato sulla riva del lago ma a dir poco sproporzionato rispetto al territorio che lo ospita, ha in un certo qual modo stimolato se non proprio riattivato delle progettualità legate al performativo, ma molto resta ancora da fare. Bisogna ricreare i rapporti tra la cittadinanza e i linguaggi performativi, indagare i bisogni di una comunità e cercare di rispondervi con strumenti adeguati in modo che l’arte non sia qualcosa di calato dall’alto ma una risposta a un’esigenza reale. È necessario ricostruire una comunità senza la quale non si fa semplicemente teatro.

Da questo punto di vista diventa interessante l’azione promossa da Cross Festival proprioattraverso le residenze artistiche con cui si attiva un rapporto e si instaura un dialogo con gli abitanti. Di particolare rilievo il progetto di Andrea Gallo Rosso Moving Closer con anziani e richiedenti asilo, attraverso il quale si superano i confini culturali e corporei mediante il movimento, percorso già sviluppato con successo a Torino. Ho(me)_project del trio Giselda Ranieri, Anna Serlenga e Rabii Brahim, sviluppatosi in un intero condominio del quartiere Sassonia di Verbania e prospiciente la Piazza del Mercato. Questo progetto ha focalizzato la sua attenzione sul concetto di casa non inteso come abitazione coma come luogo simbolico, intimo, in cui essere propriamente se stessi. Attraverso un’indagine effettuata con gli abitanti si è scoperta una mappa di desideri, ricordi, immagini tra passato e futuro, dialoghi tra vecchie e nuove generazioni che forniscono un umano e commovente ritratto della vita sociale del piccolo quartiere.

La facciata del caseggiato è divenuta palcoscenico di un racconto, costruito dal contrappunto tra un video che racconta gli incontri negli appartamenti e le immagini danzate da artisti e residenti sui balconi; i quali a intervalli si illuminano mostrando al pubblico il Genius loci o l’anima della casa. Affascinante la dinamica imprevista che si è venuta a creare attraverso le interazioni con gli eventi casuali apparsi sulle facciate delle case contigue al condominio. Da questa restituzione si è profilato un progetto che meriterebbe una ulteriore produzione che possa sviluppare una performance più completa. Di particolare interesse è l’indagine non diretta verso particolari categorie di popolazione (over ‘60, richiedenti asilo, studenti) ma prende come oggetto una intera piccola comunità formata da vecchi e giovani, verbanesi e non, da cui emerge un’immagine delle relazioni che le persone instaurano tra loro e in rapporto al territorio che abitano.

A questi processi creativi attuati nel territorio Cross Festival affianca una programmazione più tradizionale con spettacoli che spaziano dal panorama nazionale all’internazionale. Da segnalare Silver Knife del collettivo coreografico sudcoreano Goblin party già visto durante Interplay in cui tratta la condizione della donna nel paese asiatico tra tradizione e modernità. Black velvet di Shamel Pitts, accorata, sensuale e appassionata riflessione danzata sui rapporti con il femminile a partire dal colore nero. Shamel Pitts, insieme a Mirelle Martins, unisce la spontanea vitalità del gaga a trame coreografiche più severe che si interfacciano con un disegno luci composto su un evocativo videomapping.

Cross Festival è una giovane manifestazione che ha ancora molta strada da fare per radicarsi sul proprio difficile territorio di appartenenza, evitando di creare bisogni indotti, ma andando incontro a quelli che spontanei possono sorgere nel rapporto con la propria comunità. In questo possiamo constatare che sono stati fatti passi da gigante e fanno ben sperare per un futuro potenziamento del progetto. Instaurare un rapporto con la propria realtà è sempre difficile ma lo è ancor di più laddove per lungo tempo esso è stato trascurato se non negletto. Il lavoro di Antonella Cirigliano è dunque arduo benché ben avviato, vista la cura con cui si cerca di dare ascolto alle esigenze delle propria comunità di appartenenza. Solo da questa attenzione si può trovare l’elemento o gli ingredienti tramite cui distinguersi sempre più nettamente all’interno del ricco panorama festivaliero nazionale.

www.crossproject.it/cross-festival-2019

SPECIALE INTERPLAY: Tecnologia filosofica, Resodancer Company, Andrea Gallo Rosso, Giselda Ranieri

Si chiude Interplay con un’ultima serata che ha visto in scena quattro lavori che per stile e concezione della danza sono molto distanti: dalle quasi mistiche riflessioni sul silenzio di Tecnologia Filosofica, al formalismo della Resodancer Company con la coreografia dell’israeliana Shy Pratt, dalla semplicità e leggerezza di Andrea Gallo Rosso alla nevrotica e divertente instabilità di Giselda Ranieri prodotta da Aldes.

Boule de neige di Tecnologia Filosofica è una meditazione sul silenzio, sulla danza come movimento separata da una componente sonora. Il suono è per lo più evocato da un video proiettato sulla grande tela che cade dall’alto e taglia ortogonale il piano della scena: pioggia e neve che cadono, la nebbia che oscura un sole lontano, le onde del mare che spazzano la battigia.

I due danzatori si incontrano o si fronteggiano ai lati della scena. I movimenti fluidi, a volte sincroni, talvolta a rincorrersi come onde del mare, fino a trovarsi seduti a terra opposti e speculari in posa meditativa.

Boule de neige di Tecnologia Filosofica è un lavoro intenso e delicato, teso a riscoprire il valore del silenzio come luogo per gettare uno sguardo lucido sulla realtà e su se stessi. Al lavoro forse mancano dei gradini di intensità restando sempre in qualche modo ancorato a una stessa temperatura. Diversi gradienti di intensità darebbero uno spessore maggiore a un lavoro che possiede profondità di pensiero.

Moving Closer di Andrea Gallo Rosso, coreografia composta con danzatori professioni e non, di cui alcuni immigrati di seconda generazione. Un incontro tra persone tramite la danza e il movimento forse troppo semplice, quasi dato a priori, senza conflitti. Da un coreografo come Andrea Gallo Rosso ci si può aspettare qualcosa di più complesso e strutturato, ma forse il lavoro è ancora in fase di raffinazione.

Nacreous di Resodancer Company è una coreografia di Shy Pratt, per anni alla Batsheva Dance Company diretta da Ohad Naharin, che trova nella composizione e nello sviluppo della forma la sua cifra. Perfezione tecnica in un intreccio continuo di movimento quasi in un contrappunto severo e virtuosistico.

Un faro in controluce illumina un danzatore che in assolo danza la sua frase di movimento che si allaccia, passando il testimone, a quello che segue in un catena che li vede poi assieme sulla scena a dar il via a una sorta di coro polifonico a quattro voci.

L’intensità emotiva si innalza e diventa ardente e commovente nel duo che prelude al finale. Una coppia che fraseggia con movenze che parlano d’amore, di fisicità e di contrasti fino a che uno dei due sparisce trascinato repentino fuori dalla scena lasciando l’altra nella solitudine del palcoscenico. Un finale che evoca la fragilità dell’esistenza che scompare nel faro di controluce dell’inizio.

T.I.N.A. Di Giselda Ranieri, titolo che evoca in acronimo una frase della Tatcher There is no alternative. Come si sfugge al vaniloquio? Come si fronteggiano i continui stimoli e la marea delle scelte possibili? Nevrotici in questo perpetuo presente ricco di mille alternative sempre a nostra disposizione ci troviamo a non capire chi siamo e cosa vorremmo essere.

T.I.N.A. Di Giselda Ranieri è un quadro ironico e divertente che ritrae l’infinita ricchezza che le meraviglie della tecnica ci mette a disposizione e snaturandoci, percuotono e scorticano la nostra personalità che vaga senza meta alla ricerca di un’ancora che con il suo peso ci ormeggi in un porto qualsiasi, lontano dalla tempesta degli stimoli.

Giselda Ranieri appare in una danza di movimenti convulsi, con la testa in un televisore: testa tagliata come nella scatola magica di un illusionista. Alla danza convulsa si unisce uno sproloquio senza senso, fatto di interruzioni, sincopi, frasi mozzate, ripensamenti, balbettii.

Quello di Giselda Ranieri è un dialogo interiore tra le nostre multiple personalità, nessuna delle quali dominante e completa. Siamo frammenti di voci che non sanno parlare e nemmeno decidere un destino, aquiloni nella tempesta ogni tanto percossi da un fulmine che più che ravvivarci ci paralizza. Avremmo tanto tutti bisogno del silenzio evocato da Boule de neige all’inizio della serata.

Uno spettacolo, quello di Giselda Ranieri, armato di disincantata ironia, buona interpretazione sia coreutica, – in un movimento convulso, isterico, sincopato -, sia recitativa. – nel dare colore e spessore a un monologo fatto di frammenti incomprensibile -, che però, a lungo andare, si arena nel ribadire costantemente lo stesso concetto perdendo la freschezza iniziale.

Si chiude così l’edizione 2018 di Interplay guidato da Natalia Casorati, direttrice artistica di grande intuito, che presenta ogni anno alla platea torinese i sentieri emergenti della nuova danza e giovani coreografi interessanti e promettenti.

ph:@sandro mabellini