SALOME di Richard Strauss: lo scandalo innescato per un successo voluto

Lo scorso giovedì avrei sperato di vedere al Teatro Regio la Salome di Richard Strauss con la regia di Robert Carsen, uno dei migliori registi d’opera viventi, purtroppo dopo l’incidente durante la Turandot e con gli accertamenti di sicurezza ancora in atto, mi sono dovuto accontentare di una versione semiscenica in programma fino al 25 febbraio prossimo.

Non essendo un musicologo, e sottrattami la parte più specificamente teatrale dell’opera, ho riflettuto a lungo su cosa avrei potuto scrivere su questa Salome (in prima italiana proprio al Regio di Torino nel 1906 diretta da Toscanini). Poi mi sono imbattuto in un aneddoto raccontato dallo stesso Strauss e ho capito che si sarebbe potuta compiere una riflessione rispetto all’atteggiamento di molti artisti e operatori sulla questione del rapporto tra arte e mercato.

Richard Strauss racconta che il Kaiser Guglielmo II disse a proposito della sua opera: “Mi spiace che Strauss abbia composto questa Salome, lui peraltro mi piace molto, ma così si farà un danno terribile”. A chiosa di questa frase, con una smargiassata che contiene molta verità, il compositore disse: “Con questo danno potei costruirmi la villa a Garmisch”.

Quando Richard Strauss decise di scrivere un’opera tratta dalla Salome di Oscar Wilde (alla fine fu un traduzione che iniziò la tradizione della literaturopera, cioè semplici traduzioni e non riscritture), sapeva che questo soggetto avrebbe provocato uno scandalo. Nel testo c’erano tutti gli elementi: l’infatuazione incestuosa di Erode verso la figliastra della moglie/cognata Erodiade, il bacio necrofilo di Salome, l’erotismo insito in un racconto biblico, la femminilità seducente, provocante e perversa di una giovane donna che per prima si propone come attrice della seduzione stessa e, ovviamente, il testo di un autore scandaloso come Oscar Wilde.

Richard Strauss sapeva quello che stava facendo, anzi cercò coscientemente uno scandalo che avrebbe amplificato il successo. Come Gericault al tempo de La zattera della Medusa, nel scegliere il soggetto del suo dipinto musicale, Strauss in un certo qual modo manipolava il suo pubblico, lo sollecitava a prendere partito, sapeva di scuotere la critica e l’opinione degli addetti ai lavori e che tutto questo bailamme si sarebbe tradotto in un clamoroso successo.

Ciò non toglie che ci si trovi davanti a un capolavoro che per quel tempo era la punta d’avanguardia nel linguaggio operistico musicale. Bisogna attendere il Pierrot Lunaire di Schönberg e Stravinskij per raggiungere vette più ardite. Nel 1905 quando la Salome debuttò a Dresda, niente poteva dirsi più avantgarde.

Richard Strauss conosceva dunque il mercato e il pubblico e il suo era un rischio calcolato, lo scandalo provocato con intenzione. Quando l’opera fu proibita a Vienna, alla prima a Graz erano presenti i maggiori compositori dell’epoca: oltre al già citato Schönberg, Mahler, che si batté per lui, Berg, Zemlinsky e il nostro Puccini.

Nel Doktor Faustus di Thomas Mann Adrian Leverkühn, il compositore che per giungere a vette inaspettate vendette l’anima al diavolo, dirà dopo l’immaginaria sua partecipazione alla prima di Salome a Dresda. “mai avanguardismo e sicurezza di successo si sono uniti in maggiore confidenza”.

Certo oggi i temi trattati nella Salome non sono poi così sconcertanti, nemmeno il fatto che Oscar Wilde fosse stato omosessuale ci scuote o ci provoca, figurarsi una danza dei sette veli quando oggi sulle scene in molti lavori di veli non ce ne sono proprio, ma all’epoca tutti questi elementi, soprattutto una visione della donna così intraprendente e perversa (e molte delle opere di Strauss hanno come protagonisti le donne trattate in maniera non convenzionale: Arianna a Nasso, Dafne, Elettra, Elena egizia, etc.), erano una sorta di bomba H. Richard Strauss la lanciò sapendo cosa avrebbe provocato, lo fece anzi per amplificare il suo successo e aumentare la sua reputazione.

Oggi quello che scuoterebbe il mondo della cultura teatrale potrebbe essere proprio questo occhieggiare e rendersi conniventi con il mercato. Se l’arte contemporanea, vedi personaggi come Cattelan, Serrano, Hirst o Koons, operano proprio con gli stessi stratagemmi di Strauss, sebbene più raffinati, nel campo delle live arts c’è una sorta di snobismo al contrario quando si parla di mercato come se si dovesse anche noi vendere l’anima al diavolo.

Eppure nessuno si sente per niente compromesso quando chiede e ottiene sovvenzioni dal potere politico e dal potere bancario. La vera provocazione oggi è quindi parlare di mercato, concepire un’opera che pensa al mercato e ne manipola le reazioni (eppure Five easy pieces di Milo Rau agisce anche in questo senso).

Concepire opere, non dico capolavori, che sono innovazione e che nello stesso tempo possano incontrare o scontrare i desideri di un’audience sempre più disincantato e disaffezionato rispetto al teatro o alla danza, forse potrebbe aiutare a riguadagnare il terreno perso. Certo per ottenere un cambio di pensiero in questo paese si necessiterebbero vere e proprie rivoluzioni che riformino la filiera produttiva e distributiva, cosa ben al di là da venire. Così si resta tutti quanti con il pregiudizio che strizzare l’occhio al mercato o essere capaci di manipolarlo sia un atto di irrevocabile compromissione con il nemico giurato.

Come dice Huellebecq oggi non vi è niente di meno rivoluzionario dell’opera d’arte. Non siamo più negli anni Sessanta o Settanta e in quella temperie culturale, dove cultura era sinonimo di opposizione al capitalismo e ai suoi strumenti. E ci si dimentica per di più che il più grande provocatore e estremo avanguardista del secondo dopoguerra è stato quel tal Carmelo Bene che riusciva a smuovere le folle e ad attirare milioni di spettatori al Maurizio Costanzo Show parlando di altissimo teatro.

Forse dovremmo prendere più esempio da Richard Strauss e da questa sua Salome, e tornare a dialogare, interrogare e scuotere il pubblico in maniera sapiente, tornare a parlare del mondo e delle sue contraddizioni in maniera incisiva abbandonando certo snobismo da ricerca pura che oggi lascia un po’ il tempo che trova.