Il Seme della Tempesta: la Trilogia del Teatro Valdoca

Per tre giorni, dal 16 al 18 maggio, la scena del Teatro Arena del Sole di Bologna è diventata la casa che ha accolto l’ultima grande produzione corale del Teatro Valdoca, Il Seme della Tempesta. Senza temere di indulgere a un eccesso di lirismo, forse ci si può anche attardare a pensare che tutta la pioggia, anomala, impetuosa e infinita, che sta bagnando la penisola, per questo seme sarà nuovo nutrimento, preludio di una buona fioritura.

Difficile restituire, di ciò a cui si è assistito, una narrazione che soddisfi i palati degli affamati dello spettacolo come momento disgiunto dalla densità pastosa dell’avvenimento presente, in cui la ricerca di senso sovrasta l’impatto, il colpo interno suscitato dalla visione in sé. Poiché è in questa stessa morbidezza squassata dalle maree di un respiro che batte e colpisce che Cesare Ronconi e Mariangela Gualtieri hanno apparecchiato un teatro divenuto casa per il canto, humus per il rito, e che continua a dilatarsi e perdurare in un attimo vivo anche a tre anni di distanza dal debutto, nel 2017.

Il Seme della Tempesta è dono: del silenzio e del grido, del vuoto e della pienezza. È la preghiera per una parola che possa accogliere il rigore, la determinata fragilità, l’eccesso pieno di delicatezza dei corpi dei dodici attori e dei ventitré ragazzi del coro (selezionati nel corso di laboratori promossi dal DAMSLab e del Centro La Soffitta) che ne sono il veicolo, testimoni e profeti a un tempo non soltanto della voce di una generazione, ma della possibile traccia di un sentire.

Il Seme della Tempesta guarda e si rivolge soprattutto – come con pacificata lucidità indica la stessa Mariangela Gualtieri nel libretto di autoproduzione del Teatro Valdoca consegnato agli spettatori a inizio spettacolo, quasi un libretto liturgico, preludio alla visione e aiuto alla comprensione – all’inquietudine di chi sempre nella storia ha avuto vent’anni, non per diritto d’anagrafe, e ha portato il suo slancio generoso, impavido, furioso o tenero, necessario.

Il Seme della Tempesta si articola in tre momenti: in un concerto e in un passaggio, in un saluto e in un’intima confidenza, e infine in una cangiante corsa circolare, nel grido e nella vicinanza solida della collettività.

La platea è sempre vuota. Teli bianchi coprono le poltrone del primo e del secondo settore, e quest’ultimo ospita un sedile rialzato su una pedana (il luogo dell’Angelo dalle ali nere) e un sistema di videocamera e videoproiezione. Volti sgorgano dai volti su due pannelli posti simmetricamente sul fondale del palcoscenico, si susseguono morbidamente uno dopo l’altro, mentre una figura danza in equilibrio precario su scarpe irreali. Percussioni eseguite dal vivo rarefanno l’aria, introducendo e invitando, poco a poco, lo spettatore ad abbandonarsi al transito infinito delle voci, per prima quella della stessa Gualtieri, l’Antenata, l’addio di un tempo forse destinato a non tornare più, e di corpi, quelli di una quarantina di ragazzi in abiti scuri, coi visi segnati, che si stagliano sul fondale rosso irrorati da una luce di tonalità bluastra o scendono nella platea in schiere, in gruppi, uno dietro l’altro sulle direttrici dei corridoi.

Il culmine sembra proprio in questa terza parte, quella dei Giuramenti – dove nessun vero impegno viene pronunciato, poiché è nell’agire la presenza e la verità, l’adesione completa al vivere in un tempo presente –, negli attimi in cui la circolarità della corsa degli attori si apre nella danza o nelle delicate acrobazie circensi, nella limpidezza del coro, negli accorati appelli lanciati di volta in volta da personaggi che sono archetipi, voci impossibili da rinchiudere nelle monolitiche maglie dell’“io” e che proprio dalla e nella collettività traggono forza e materiale per inverarsi e diventare le parole di tutti.

Non c’è alcun dubbio sul fatto che la parola della poesia diventi in teatro un tracciato di verità per i corpi: questa colpisce per la sua esattezza, per il suo radicarsi nell’universale. Sorprende il rigore coreografico, fisico e vocale (rispettivamente a cura di Lucia Palladino e di Elena Griggio), la precisione nel radicarsi in un tempo insieme presente ed eterno. Il rito esiste, e viene vissuto con devoto rigore. C’è verità profondissima in questo Seme da cui la Tempesta della domanda, della paura che supera la paura, del coraggio del rifiuto e del bisogno sgorgano continui e vengono ribaditi in un proliferare di precipitati che respingono qualsiasi inessenzialità e vanità nel loro apparire sulla scena. Come la coralità sorprende, quell’afflato unico che conferisce all’intero spettacolo, dal movimento delle scene, dei canti, delle gradazioni luminose, una grazia e una delicatezza che sembrano vivificare nell’azione le parole lanciate dall’Antenata nella seconda parte, dal centro del teatro, candidamente in posizione rialzata rispetto alla scena: ogni forma porta in sé scritta, segnata / la strategia d’amore che conduce il desiderio suo, la storia sua dentro tutta la storia. / […] ciò che tu sai amare rimane. Non sarà strappato da te. / Ciò che tu sai amare è la tua eredità. Il resto è scoria.

Difficile, come si diceva, restituire di ciò a cui si è assistito una narrazione che non tradisca questo dono che dall’interno di un teatro viene consegnato, quest’intima adesione all’arte del vivere, dell’osservare, dell’interrogarsi con coraggio partecipando del sé e dell’altro, di tutto quello sconfinato amore che arde e chiede di non rinchiudersi nella rassegnazione di una calma apparente. Difficile perché in questo Il Seme della Tempesta Cesare Ronconi e Mariangela Gualtieri si sono avvicinati allo spettacolo con l’onestà di un teatro che non intende in alcun modo dimenticarsi del rito e di una ricerca vissuta attivamente per tre mesi fianco a fianco dei loro allievi: onestà che diventa sulla scena una potenza che non mente. Difficile perché da questo seme finisce per nascere un silenzio che di uno spettacolo racconta la poesia con tre parole: un teatro abitato.

Maria D’Ugo

Ph: @Maurizio Bertoni

Re:search landscapes of practices

Sabato e domenica (27/28 maggio 2017) si è svolto presso le Lavanderie a vapore il convegno Re:search landscapes of practices dove artisti, provenienti soprattutto dalla danza, hanno aperto al pubblico le loro ricerche, disponibili al dialogo e al confronto. Questo è l’incipit, la cornice potremmo dire, di uno degli articoli più difficili che ho scritto.

Ho pensato veramente a lungo su cosa scrivere e in che maniera. Parlare di ricerca artistica non è facile per tanti motivi. In primo luogo perché difficile da praticare in maniera seria e continuativa, secondo perché pochissimi sono gli spazi che danno luce alla ricerca, e infine perché è un termine abusato e frainteso come pochi altri.

Da una parte è necessaria la delicatezza. Un momento di ricerca condivisa non mostra esiti certi, definitivi, completamente formati. Apre uno spiraglio su un processo lungo mesi, un pertugio da cui appare un frammento fragile di lavoro in corso. D’altro cant,o non avendo ancora gli esiti, si può valutare solo una metodologia che non essendo assodata, ma ancora in fieri, ha margini di perfezionamento e miglioramento.

Il rischio è dunque quello di fare l’elefante nel negozio di cristalli. Fatta questa necessaria premessa si può dire senza tema di far danni che ci vuole coraggio a mostrare i propri lavori, confrontare le pratiche a questo livello di maturazione. E possiamo dire con altrettanta sicurezza che al coraggio si unisce una certa urgente necessità. Il confronto tra artisti e pubblico su materiali, tecniche, ma soprattutto funzioni e più necessario che mai, quindi ben vengano le occasioni costruite per favorire tale scambio.

Ho seguito con favore ed entusiasmo questo evento, anche se purtroppo solo nella giornata di domenica, perché sono assolutamente convinto della necessità di riflettere oltre che di agire, e se si può riflettere facendo, questo è ancora più virtuosamente necessario. Ho dunque osservato con estrema attenzione le condivisioni operate da Lucia Palladino, Francesco Collavino e Claudia Adragna su cui vorrei soffermarmi un momento.

Lucia Palladino in una luce blu Yves Klein si avvolge la testa e gli occhi in una bava di filo. Una donna giunge e tagliato il filo ne prende l’estremità in bocca e risucchiandolo crea un rapporto con chi da questo filo è avvolto. Tutto è molto concentrato, senza voler rappresentare nulla, solo l’azione a cui chi osserva può dare il significato che vuole. Poi la seconda donna comincia a creare una mappa di fili nello spazio, linee direttrici, gradienti che attraversano la neutralità creando percorsi e confini in cui viene coinvolto anche il pubblico, mentre sulla parete compaiono parole.

Alla fine di questa piccola performance, Lucia Palladino da lettura di un piccolo scritto che mette luce sulle parole chiave che hanno marcato il suo lavoro. Tra quelle nominate l’attenzione, e la cura necessaria per prestare attenzione, è parola che mi è molto cara e mi ha tocca molto. E sono d’accordo con Lucia: l’attitudine e la volontà di prestare attenzione comporta una certa dose di santità. Attraverso l’attenzione si dona spazio a cose e persone, si concede loro aria e luce, le si lascia libere di esistere in molti modi possibili. È dall’attenzione verso il mondo e le cose che sorgono i Readymade di Duchamp, oggetti negletti, senza attrazione, relegati nella funzione, eppur oggetti d’arte se lasciati esistere al di là delle definizioni. Così come grazie a 4’33” di John Cage i suoni negletti del quotidiano, quelli che ci circondano in ogni momento, sono assunti a mezzo compositivo proprio dall’attenzione donata dal frame temporale.

Francesco Collavino si concentra sul concetto di catastrofe “intesa come evento deviante di un processo di traduzione”, e mostra come opera attraverso i linguaggi. Iniziando da una rappresentazione del luogo attraverso oggetti di uso quotidiano, fa ricavare dal pubblico una partitura scritta visiva che viene interpretata da una danzatrice e musicata da un compositore sull’istante. Ognuno interpreta il segnale e lo reinterpreta marcando uno scarto dall’originale. Si parte da un dato reale verso uno immaginario passando da errore di traduzione in errore di traduzione.

Infine Claudia Adragna, impacchettata nel pluriball si muove quasi sempre a terra, quasi fosse mossa dal vento, quasi sacchetto di plastica in una landa desolata. La ricerca parte dall’oggetto di imballaggio, su come serva a proteggere ma anche a imprigionare, come difenda il valore (più vale la cosa più viene imballata), ma come esso nasconda alla vista e imprigioni l’oggetto che vuole proteggere. Il progetto si chiama How Much? E intende indagare “la relazione tra utile, inutile e vendibile”.

Mi soffermo su questi tre progetti per trarre alcune conclusioni parziali. Tutti e tre gli artisti hanno condiviso con grande generosità, apertura e umiltà i loro processi di ricerca. Hanno parlato dei materiali, delle tecniche, delle intenzioni. Pochissimo si è parlato delle funzioni. Perché fare? O meglio: perché fare arte del vivo oggi? E con quelle specifiche modalità? Non è una domanda oziosa e vacua, nel perché si trova e si nasconde il valore, la necessità, il fondamento dell’agire artistico. Oggi più che mai dopo che il Novecento ha esplorato l’esplorabile, i confini sono stati abbattuti e illuminati nei recessi più oscuri e tutto è stato fatto. Il problema non è tanto la novità, quanto la coscienza dell’agire e il processo di messa in pratica di un pensiero che diventa prassi filosofica. È quindi fondamentale riflettere sulle funzioni dell’agire per definire il processo, per affinare le modalità. Porre la domanda scuote la certezza, ci fa mettere in marcia verso un altrove non ancora chiaro e delineato. La domanda concede umiltà nell’agire e spinge alla ricerca.

Vi è anche chi non pone domande ma da già le risposte. È il caso Dario La Stella e Valentina Salinas, che intendono la performance come una specie di dimostrazione, come espediente per dimostrare delle teorie che non vengono discusse dall’agire. La performance è questo quindi facciamo così. Direi che in questo modo di agire c’è una sorta di scellerato dilettantismo che fraintende completamente l’azione artistica. Una grave superficialità dettata da una certa arroganza. Se si conoscono già le risposte non vi è nessuna necessità di incontrare il prossimo, nell’eseguire un’azione in pubblico dove l’incertezza del risultato, la non ripetibilità dell’esperimento, definisce lo scarto dall’agire e ricercare scientifico. Se Cage avesse pensato per un solo istante che le sue partiture fossero ripetibili o Duchamp che fosse facile scegliere un readymade, avrebbero gettato i loro progetti al vento.

Caso diverso ancora il caso di Margherita Landi. La sua ricerca sulla sincronicità mi ha lasciato perplesso per i metodi e le premesse, e che in fondo si risolve nella scoperta dell’acqua calda. La possibilità per danzatori o attori di percepire il movimento anche dietro di loro è noto a chi la scena la frequenta e non stupisce. Da decenni esiste specifico training per certe cose, training che io stesso ho fatto da studente più di vent’anni fa. Avviare un progetto parascientifico per affermare ciò che già si sa non so fino a quanto sia necessario.

E qui si arriva a due punti dolenti della ricerca: da una parte la mancanza di conoscenza conduce a quello che in questi giorni è noto come il fenomeno della reinvenzione. Si ritorna senza saperlo su ciò che è già noto, tornano stilemi e forme che hanno già avuto vita, semplicemente perché non si conoscono esiti già avvenuti nel corso della storia dell’arte anche recente. Dall’altra quella che Simmel chiamava la tragedia della cultura, ossia un proliferare canceroso di campi del sapere e di oggetti culturali che portano la ricerca a ricercare cose inutili.

In Re:search dunque si sono incontrati processi virtuosi e meno virtuosi, ma si sono incontrati, hanno generato pensiero e dialogo, e questo è un fenomeno senz’altro positivo e necessario. Spero che ci siano altre occasioni, spero che Erika Di Crescenzo e Carlotta Scialdo portino avanti il progetto e ne affinino le modalità affinché gli incontri siano sempre più pregnanti ed efficaci. Ce n’è assoluto bisogno. Il dialogo tra artisti e pubblico deve trovare dei possibili tavoli di discussione, perché mai come oggi vi è confusione su cosa siano le Live Arts, su quale sia la loro funzione che la politica dirotta sempre più sull’enterteiment a servizio di un turismo culturale.