GUIDO CATALANO: OGNI VOLTA CHE MI BACI MUORE UN NAZISTA ed. Rizzoli

Ogni volta che esce un nuovo libro di Guido Catalano c’è un attesa densa, piena di energia statica compressa e trattenuta che deve in qualche modo scaricarsi. Come prima di una battaglia, si schierano gli eserciti dei sostenitori e dei detrattori, si fanno le file ai botteghini dei teatri, si vola in libreria a acquistare o prenotare la nuova creatura. Tutti sono pronti ai blocchi di partenza come per una lunga maratona. Guido ha in sé questa peculiarità: o lo si ama o lo si detesta. Ora si sta formando anche una terza categoria: quelli che lo imitano.

Quello che scuote così tanto le fazioni è l’apparente semplicità della sua poesia. È diretta e colpisce come una freccia di Artemis e quando ti colpisce subito ti schieri: che schifo! Che figata! Ma questo è il gioco semplice, quello che tutti possono giocare. Nell’apparente comprensibilità del labirinto ci si illude che non ci sia alcun Minotauro. Ci si aggira per i lunghi corridoi poetici con il sorriso sulle labbra, distesi, incuranti del pericolo. E si perde ciò che è lì nella sua abbagliante evidenza: oculos habent et non vident.

Come un novello Tiepolo, Guido Catalano dipinge tutto in piena luce. Ogni cosa è lì pienamente esposta quasi senza ombra, luminosa e evidente, ma niente è più accecante della luce. Succede come quando si cerca tanto una cosa, si rovista in ogni cassetto, si ribaltano gli armadi e poi l’oggetto tanto cercato, guarda caso, era lì davanti a noi proprio dove l’avevamo messo ma fino a quel momento non siamo stati capaci di vederlo.

Dipingere in piena luce usando la poesia d’amore, l’ironia, la battuta. E uno finisce che si lascia cullare dalla leggerezza di questi amori felici e tristi come se si sfogliasse un album di dipinti di Fragonard con quei paesaggi silvani, le donnine felici sulle altalene, gli uomini sorridenti nella boscaglia a osservare il femminile che si dispiega. Ma è proprio la potenza della luce che abbaglia l’occhio e impedisce di vedere ciò che incombe dietro: l’orrendo suono delle tarme che rodono e sgretolano senza sosta questi paesaggi luminosi come i Langolieri di Stephen King. Ed è allora, quando si avverte quel suono incessante e fragoroso, si scopre con quanta forza la poesia si opponga a questo inesorabile vento di tempesta. La parola amore è come un talismano che scaccia la morte come l’incanto patronus di Harry Potter scacciava i Dissennatori.

Nella poesia Come se piovesse, la nessunissima intenzione di smettere di scrivere poesie d’amore nonostante la mala gente, nonostante la bruttezza, nonostante il porco mondo, questo diventare a sua volta temporale e giocare ai fulmini, è l’opporsi al gioco delle tarme che non hanno nessunissima intenzione di smettere di rosicchiare la vita che scorre.

Ne I bambini non lo sanno e non lo devono sapere l’inganno della morte si batte con l’inganno della parola: io non muoio rinasco. E ogni poesia, anche quelle tristi di fine rapporto, come le definisce Guido, sono questa volontà di rinascita, di sfuggire all’ineluttabile attraverso l’amore.

Ma l’amore di cui si parla è un caleidoscopio, è il gioco di Afrodite, quell’uccellino con la testa rotante legato alla ruota della necessità. Non ha niente a che vedere con le sdolcinerie da baci Perugina, è un atto eroico di opposizione all’inevitabile. Si sa che alla fine della partita questo gioco non si può vincere ma nell’opporsi di questo amore al suono incessante delle tarme del tempo vi è tutta la dignità del giocatore che accetta la partita, è qual “far luce a ciò che inferno non è e dargli spazio”, la ricetta di Calvino per opporsi all’inferno dei viventi.

Guido Catalano ha anche capito il segreto del giocattolo di Afrodite dea dell’amore: il gioco è necessario, non si può sfuggire come non si sfugge a Sorella Morte, ma il gioco va affrontato con leggerezza e follia. È precisamente questo che gli epigoni e i detrattori non hanno capito. La leggerezza apparente della poesia di Guido, è la lieve follia che scuote gli animi e li prepara all’ebbrezza della battaglia. Non è fine a se stessa, non è faciloneria per ammaliare il pubblico, è la divina follia di chi è conscio di quale sia la posta in gioco.

Ogni volta che mi baci muore un nazista, è già nel titolo una sorta di manifesto: un opporsi all’inferno dei viventi ed è in questa forte e stoica opposizione che ho sempre trovato la grandezza di Guido Catalano e che in questo libro raccoglie la produzione degli ultimi anni. Più di cento poesie. Dialoghi, ritratti, quadri di vita, bollettini. Come nel padiglione degli specchi evocato in una poesia, le mille immagini riflesse di Amore che lotta con Thanatos, la furia della battaglia nascosta dall’immagine illusoria, dal velo della leggerezza che è tanto sottil che il trapassar dentro è leggiero.