Democracy in America secondo Romeo Castellucci

In origine era un trattato socio-politico del 1835, frutto di un lungo soggiorno nella patria del blues, scritto da Alexandre de Tocqueville. Affascinato dal sistema della democrazia rappresentativa repubblicana, l’autore francese indagò in due volumi come il movimento democratico statunitense influenzasse la vita politica del paese, e che tipo di influsso la democrazia esercitasse sulla società civile. Quello che appare lampante e profetico del saggio, è l’aver centrato un meccanismo subdolo e sottile – non ancora estirpato, guarito, curato: la democrazia tende a degenerare in un “dispotismo addolcito“.
Questo spettacolo non è politico“, dice Romeo Castellucci. Il quale sembra però, con la sua messinscena, affermare, affermare continuamente qualcosa che sfugge. Non vorrebbe essere politico quindi, ma parrebbe esserlo. Come l’attuale mondo politico esso è contraddittorio, confuso, ridondante (di simboli). Tanti, tantissimi sono gli input che l’attraversano. Dalle guerre contemporanee di conquista, con l’elenco di paesi insanguinati da recenti e devastanti carneficine, alla sfilza di battaglie ed emendamenti portanti nella storia statunitense; passando per la crudele vicenda di due contadini puritani.
Lo spettatore è così bombardato da messaggi ambigui, e punzecchiato da dualismi accentuati; ad esempio, quello che contrappone la presunta purezza dei nativi popoli pellerossa alla bianca società schiavista e maschilista – che affonda le sue radici in un’Europa dissoluta e coloniale. I buoni contro i cattivi? Due indiani d’America, poco prima del finale, dialogando tentano di imparare l’inglese, la lingua dei loro sterminatori, in una scena che sembra uscita da un corso per stranieri della Wall Street English.
Molte le trovate scenotecniche (bracci meccanici che si muovono in aria come fantasmi), i momenti di danza (che sembrano richiamare, a turno, i riti vodoo, il can-can, le cerimonie dionisiache). Molte le chicche stilistiche, non proprio nuove, una su tutte l’immancabile nudità e la vernice, quando rossa, quando nera, con cui l’attrice protagonista si spalma il corpo. Come spesso accade nei lavori di Castellucci, l’intellettualità regna padrona, anche se mascherata da tribalismo e immagini che esaltano i movimenti delle interpreti e delle ballerine. Ci si sforza di capire, di pensare in modo intelligente e compiuto. Considerando che il teatro è potente quando è viscerale, è spontaneo chiedersi dove porti questo peculiare sentiero registico e drammaturgico. Forse in nessun luogo, in nessuna foresta vergine da scoprire.
Articolo di Tessa Granato
Foto: Guido Mencari

 

Rito di passaggio con De Summa. La Cerimonia

Prima della decomposizione, della trasformazione in altro – non è dato sapere cosa -, bisogna vivere. Ci saranno incendi, terremoti, distruzione. Ma la morte arriverà solo in un secondo momento. Bisogna saperci fare, apprendere tecniche per riuscire a vivere ciò che ci sarà prima. C’è chi nasce imparato e chi ha bisogno di istruzioni; e chi si rifiuta, si arrende, non vuole fare più niente. Basta. Niente. Non andare più a scuola, non mangiare, non vedere più le amiche. Sarà davvero, solo, un problema generazionale? O universale?
Per Oscar De Summa (autore e regista della pièce) il cerchio è largo, molto largo, poi sempre più piccolo, fino a restringersi intorno all’adolescente Edi (Marina Occhionero) e i genitori (Vanessa Korn e Marco Manfredi). Ognuno infognato in una voragine diversa. Lo zio (De Summa) disegna il cerchio, la bolla, la spezza quando vuole, ne entra ed esce quando vuole. Gli occhi sono tutti puntati su di lei, la piccola, la più giovane, la promessa. Marchiata da un’indifferenza verso il tutto, un disagio sorridente e invasivo, Edi sembra aspirare alla liberazione da una prigionia senza nome, senza volto. Malessere che spesso, lo vediamo ogni giorno, prende la forma di disturbi alimentari, perversioni, cleptomania, violenza. Lei è l’orlo dove si affaccia una madre che oscilla tra l’amore inesauribile per la figlia e l’istinto di resettare. Lo stesso di Medea. In mezzo ai due poli, un tessuto di sentimenti sgargianti e sbiaditi. Sull’orlo si affaccia anche il padre, individuo distratto, pianta appassita in cerca di concime e profumi, di una pala con cui scavare a fondo. La sua scoperta della carne che ha sempre, segretamente desiderato, scatena la rottura delle acque.
Siamo lontani da vere nevrosi, ossessioni, disagi familiari torbidi e maniacali.  Lo scatto che fa emergere a pieno l’inquietudine necessaria a una Cerimonia di annientamento e rinascita, avviene in modo decisivo con i cambi musicali. Trip-hop, grunge, pop, drum&bass, sfumati uno dentro l’altro, funzionano da reattori emotivi per tramutare il litigio quotidiano in una cappa tra l’onirico e l’incubo. Ma non solo. Il testo si irradia, a maglie larghe, in momenti di immagini liriche e spietate, stati d’animo in carne e ossa, volatili. Se ogni interprete, a suo modo, riesce a far vibrare il proprio vissuto, Oscar De Summa in particolare, nel ruolo apparentemente marginale dello zio, interviene facendo risuonare tracce e scie di sé come solchi sgombri e imbrattati, un incalzare di momenti di oblio e memoria per riuscire a dare un senso a questo, tutto questo. Il respirare, mangiare, amare, odiare, sparare, muovere gli arti senza apparente dignità. E se il richiamo al mito che i nomi suggeriscono (Edi sta per Edipo), non è casuale, lui in questa ottica è Tiresia, l’indovino, tramutato in donna e poi nuovamente in uomo, esperto di reincarnazioni qui con qualche sfumatura italoamericana nella voce,
, poi fonte limpida, ancora, per rubare un po’ di forze con cui tenersi in vita.
Può succedere, a volte, di trovare una creazione drammaturgica che scuota, su pareti semplicemente bianche e un appoggio di legno dove avviene la Cerimonia di fine millennio – come ripete continuamente Edi. Siamo a fine millennio, ma questo lo abbiamo deciso noi uomini, la natura non batte ciglio, non inizia niente di nuovo allo scadere della mezzanotte. L’apatia continuerà a chiamarsi tale. La depressione anche. La separazione pure. Il rito di passaggio, per De Summa, aiuta ad accettare questo gioco pericoloso, a fregarsene delle sue regole, e iniziare a giocare. Pur con il sangue che macchia i sedili di una macchina, pur con un corpo e un’anima e una mente che non si riesce ad accettare. Sul palco egli sa sicuramente giocare dannatamente bene, tra un’ironia sottile e appuntita, e crateri di senso. E sembra porre una domanda: rivedere il concetto di famiglia, di individuo, di lavoro, di società si può, è possibile? Il modello attualmente in funzione sembra essere sempre più scassato, bisognoso di essere aggiustato. E non si sa come aggiustarlo. Opere come queste non fanno finta che tutto vada bene.
C’è tempo ancora fino al 9 aprile, al Fabbrichino di Prato, c’è tempo per prendere parte a La Cerimonia, farsene accarezzare.

Recensione di Tessa Granato