INTERVISTA A DANIEL HELLMANN: il corpo desiderante tra mercato e politica

Ho conosciuto Daniel Hellmann in Svizzera qualche anno fa al Performa Festival. Ho partecipato al suo Full Service, performance in cui lo spettatore contratta con il performer il soddisfacimento di un desiderio a pagamento. Abbiamo parlato a lungo in quei giorni e ho riscontrato immediatamente la grande profondità di pensiero di un artista decisamente fuori dalle righe. Da allora seguo attentamente l’evoluzione del suo lavoro che pone sempre domande scottanti e urgenti al pubblico che vi partecipa. In questa intervista abbiamo parlato di alcune sue opere e dei temi che le attraversano per presentarlo al pubblico italiano che per la prima volta vede un suo lavoro all’interno della programmazione di Kilowatt Festival.

Enrico Pastore: Traumboy parla della tua esperienza come di un gigolò. Perché ti sei sentito in dovere di trasformare la tua esperienza in una performance? Perché pensi che sia essenziale riflettere insieme al pubblico sul tema del desiderio e della sua soddisfazione?

Daniel Hellmann: Traumboy va molto al di là della mia esperienza. È un lavoro che mette in discussione le nostre nozioni di desiderio, di istituzione, di autenticità, di performance. Ho collaborato con diversi lavoratori del sesso per questo progetto, le cui prospettive ed esperienze mi hanno aiutato a costruire la forma e il contenuto di questo spettacolo. Il lavoro sessuale, specialmente quello maschile, mette in discussione molte delle norme che portiamo avanti, sulla sessualità, sul denaro, sui rapporti di potere. Invito il pubblico a tuffarsi in questo universo e a interrogarsi sui pregiudizi che abbiamo ereditato.

Enrico Pastore: Sia Traumboy che Full Service, la performance che precede e anticipa questo tuo lavoro, affrontano il tema del desiderio e del mercato. Questa disamina sull’economia del desiderio non avviene in maniera astratta ma attraverso l’esperienza viva nel e sul corpo del performer ma in due modalità differenti: in Full Service pubblico e performer si affrontano direttamente, vis a vis, dovendo pagare per soddisfare un proprio desiderio; in Traumboy in modalità più tradizionalmente teatrale, mediante un racconto. Perché hai deciso di proporre al pubblico due esperienze performative così diverse e in un certo modo antitetiche sullo stesso argomento?

Daniel Hellmann: Entrambe le opere sono complementari. E per entrambe le performance, mi dedico pienamente per creare una certa esperienza al pubblico / ai partecipanti. Full Service è nato come esperimento, come formato aperto, quasi come una pratica di ricerca, e poi ha guadagnato una vita propria. Full Service è molto più vicino al lavoro effettivo di una sex worker, mentre Traumboy usa il contesto e la cornice del teatro per raccontare una storia. La drammaturgia di Traumboy segue l’incontro tra una prostituta/o e il suo cliente. La goffaggine iniziale, la conoscenza, sedurre e creare desiderio, una sorta di climax e poi è finita. E entrambi, il teatro e il servizio sessuale a pagamento, esistono in questa ambiguità dove tutto è totalmente falso e autentico allo stesso tempo. Il membro del pubblico che paga per un biglietto è infatti molto simile al cliente che paga per il sesso. C’è un insieme di aspettative e di regole che aiutano entrambi a dimenticare l’artificiosità della situazione.

Enrico Pastore: La sessualità possiede una dimensione teatrale? In che modo può divenire materiale per la scena contemporanea?

Daniel Hellmann: Una prestazione di una prostituta/o è immediata, fisica, emotiva. E’ una danza tra realtà e finzione, tra desiderio e fredda professionalità. Uno spettacolo per un singolo spettatore. Sono affascinato da questa qualità di lavoro sessuale e penso che sia molto interessante per la scena e come pratica artistica.

Enrico Pastore: Il cibo legato al desiderio e alla sessualità, ma anche congiunto alla violenza, alla morte e ancora al mercato sono i temi di altre due tue performance: Requiem for a piece of meat and Soya the cow. In che modo si differenzia il tuo pensiero nelle due performance?

Daniel Hellmann: Per me, il concetto di consenso è fondamentale. Nessuno ha il diritto di disporre del corpo o della sessualità di qualcun altro senza il loro consenso. Soprattutto quando si tratta dei gruppi di persone più emarginati: lavoratori del sesso, migranti, persone di colore, LGBT* e anche animali. Durante la mia ricerca su Requiem for a piece of meat, sono rimasto scioccato per apprendere quanto sia crudele, violento e contraddittorio il nostro sistema alimentare. La quantità di violenza e di abusi che gli animali devono subire solo per il nostro piacere culinario è spaventosa. Il movimento di liberazione degli animali è, a mio parere, il più grande movimento per i diritti civili del XXI secolo. E voglio sottolineare, attraverso il mio lavoro, le intersezioni di questi diversi sistemi oppressivi. Spero davvero che il mondo dell’arte contemporanea inizi ad essere alleato in questa battaglia, come è stato storicamente nel movimento di emancipazione femminista o antirazzista.

Enrico Pastore: Tu poni nei tuoi lavori delle questioni scottanti al pubblico senza un tuo giudizio ma attraverso la tua esperienza. Il tuo vissuto pone domande, scatena riflessioni e provoca inevitabili giudizi. Possiamo dire che in qualche modo il tuo è un corpo politico e le tue performance hanno un chiaro intento politico?

Daniel Hellmann: Sì, spero di sì. Sono un cantante lirico esperto, e nel campo della musica classica, ho sentito che non riuscivo a raccontare le mie storie, a parlare di questioni che mi stavano a cuore. Ora, in campo contemporaneo, ho il privilegio e la responsabilità di far emergere argomenti che hanno carattere di urgenza. Vedo la mia arte come una forma molto privilegiata di attivismo e sono felice di mettere il mio corpo là fuori per confrontarsi su queste domande.

Enrico Pastore: Qual è, a tuo modo di vedere, la funzione dell’arte performativa nel nostro contemporaneo?

Daniel Hellmann: Per me le istituzioni artistiche sono in crisi. Vogliamo avere un impatto sulle nostre società e sulla sfera politica, ma tale impatto rimane molto limitato. Allora, che cosa possiamo fare? Vedo le arti performative un po’ come un laboratorio, dove possiamo discutere e inventare nuove forme, nuovi modi di pensare, nuovi modi di relazionarci gli uni con gli altri. E speriamo di poter ispirare gli altri e il nostro pubblico, in modo che ci sia più libertà, più gioia e più giustizia nel mondo. Sono un idealista, lo so, ma non ho altra scelta.

TRAUMBOY di Daniel Hellmann

Ho conosciuto Daniell Hellmann due anni fa durante il Performa Festival in Canton Ticino nella vicina Svizzera. E nel conoscerlo mi colpì immediatamente l’acuta intelligenza, l’amabilità della sua persona, il rigore con cui affrontava il suo lavoro. Lui presentava una piccola e strana performance Full service. In una cabina Daniel incontrava il pubblico, uno spettatore per volta, contrattava il prezzo e soddisfaceva qualsiasi desiderio gli venisse richiesto. In quella cabina Daniel si trasformava in una macchina desiderante e desiderata. Diventava merce al fine di liberare i desideri. Un gioco pericoloso, un dispositivo feroce.

In quei giorni ho avuto modo di chiacchierare molto con lui, ci siamo scambiati punti di vista, ci siamo confrontati a lungo. Quello che mi affascinava nella personalità di Daniel era l’estrema purezza con cui si assumeva il compito di essere oggetto di desiderio. Incontrava il desiderio altrui, quale esso fosse, con estrema apertura, senza filtri, accogliendolo dentro di sé, su di sé, abbracciandolo. Come una sorta di Cristo portava su di sé i desideri e i peccati del mondo. Per soldi. Questo forse potrebbe far sussultare qualcuno ma, in fondo, perché? Non siamo tutti pronti a pagare per disgregare i nostri desideri? Non siamo consumatori coatti, pronti a desiderare ciò che ci viene imposto di desiderare? E la perversione di questo sistema non sta proprio nel poter assumere ed eseercitare, pagando, il potere sull’altro e sulla cosa desiderata? Daniel mettendosi al servizio completo del pubblico pagante scatenava una furiosa ridda di domande.

Parlo di Full Service perché quella performance è il campo base da cui Daniel Hellmann è partito per costruire questo nuovo spettacolo: Traumboy, il ragazzo dei sogni. Daniel è diventato un prostituto di professione. Ha deciso di indagare sulla sua persona il mondo del desiderio a pagamento, desiderio prettamente sessuale, ma non solo. Nella prostituzione vi sono mille desideri nascosti che si attivano nella sfera sessuale o cercano di trovare sfogo nella sfera sessuale. Solitudine, compassione, compagnia, potere, comprensione, sottomissione, violenza, crudeltà, persino l’amore.

E Daniel Hellmann tutto questo l’ha sperimentato sulla propria pelle di performer e da queste esperienze ne costruisce uno spettacolo in cui i suoi racconti di prostituzione disegnano il mondo da lui esperito. Non c’è scarto tra realtà e finzione. Ciò che lui ha vissuto diventa scena. Si stacca da sé, diventa oggetto di riflessione. Non c’è rappresentazione, né interpretazione. È metamorfosi di un vissuto in una sorta di prassi filosofica. Il pubblico sa che ciò che viene raccontato è realtà. Si trovano veramente di fronte a un uomo che si dedica alla prostituzione. Solo questo fatto li mette di fronte ai propri pregiudizi e desideri più nascosti. Il giudizio che emettono dentro di sé, lo emettono per primi contro se stessi. Daniel non ha paura di confrontarsi con l’agorà perché è l’agorà stessa a dover temere il confronto con il ragazzo dei sogni. Egli incarna ciò che c’è in loro. Se non piace, se disgusta, se attira, se attrae è nel cuore di chi guarda non di chi si mostra. Tutto il dramma non si svolge sulla scena ma nel cuore del pubblico. Questa è la potenza dell’azione scenica di Daniel Hellmann. Ed è un atto estremamente coraggioso ma anche necessario.

Questa performance che andrà in scena il 6 ottobre al FIT di Lugano merita di essere vista, di essere esperita. Dobbiamo metterci a confronto con i nostri desideri più nascosti se vogliamo capire qualcosa di più di noi stessi, se non vogliamo come degli struzzi affondare la testa nella sabbia e subire il mondo e la vita. Daniel Hellmann ci mette in condizione di gettare uno sguardo limpido e sincero dentro il nostro cuore di tenebra. Lui non fa altro che mettersi a disposizione. Ascolta le nostre richieste, prende i nostri soldi, e soddisfa i nostri desideri. Se c’è qualcosa di giusto o di sbagliato in questo è più nella nostra anima che nella sua.