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RAFFICHE di Motus o sull’ambiguità dell’essere

Raffiche si svolge in un salottino di un hotel. Nel testo o nella realtà? In entrambe. La condizione di partenza è già ambigua. Siamo e non siamo nella rappresentazione. Siamo pubblico ma anche ostaggi e testimoni oculari. Le terroriste che ci accolgono sono anche gentilissime maschere di sala che perfino si scusano per il disagio. C’è forza e arrendevolezza, violenza e gentilezza. Mescolate, miscelate, indistinguibili. Un cadavere di donna è invece platealmente e mollemente adagiato sui divanetti, nell’atmosfera calda e anonima di un luogo di passaggio come un salotto d’albergo.

E la vicenda si snoda in continui oscillamenti pendolari, slittamenti di posizione, sfocature: il poliziotto diventa terrorista e poi, per uscirne, ridiventa poliziotto; le donne in scena sono personaggi maschili (ma lo sono poi davvero?); l’ambiguità erotica è in ogni dove; le idee vengono prese e lasciate, impugnate e svendute con negligente nonchalance; i terroristi violenti vengono uccisi come agnelli indifesi sull’altare del sacrificio. Tutto scivola in continuazione verso altri luoghi senza mantenere mai nessuna posizione.

Jean, il protagonista superbamente interpretato da Silvia Calderoni, è il fulcro e l’emblema di questa proteica metamorfosi continua: il leader che diventa vittima, uomo che si traveste da donna per essere scambiato per l’ostaggio ucciso, e quindi trasformarsi da carnefice in vittima, come in effetti accade. Ma non è solo trasformazione, la parola esatta sarebbe tradimento. Esso viene invocato ed evocato a ogni passo. Tradimento di sé, delle proprie idee, del proprio ruolo. Vi è una sensuale e ambigua voluttà in questo tradire e tradirsi come non esistesse null’altro per l’umano agire.

In Raffiche di Motus, come già nel testo-modello di Jean Genet Splendid’s, tutto si oppone a se stesso, è in lotta con se stesso, e in fondo alla strada la morte, che sembra mettere un punto fermo ma non fa che scatenare ulteriori domande.

Ma non vi è solo il testo. C’è soprattutto la scena nella sua potenza di immagine in movimento. L’azione è costantemente colma di un eccesso di energia, i corpi si muovono con una velocità insolita in questo spazio angusto. Fremono, si agitano e, per osmosi, contagiano il pubblico che è invece costretto al fondo della sala senza via di fuga. Tutto diventa claustrofobico, ansiogeno e senza bisogno di una sola parola, solo immagine e azione. È il trionfo del linguaggio del teatro.

E il pubblico stesso non è semplice osservatore distaccato e abulico. È testimone oculare, è ostaggio, è giuria, è la comunità che assiste alle vicende di una parte di sé. È in scena e fuor di scena, ambiguo a sua volta, personaggio suo malgrado e il suo sguardo è azione scenica, non un posarsi stanco su qualcosa che non lo riguarda.

In Raffiche siamo nel mondo della rappresentazione, siamo nella finzione è vero, ma nello stesso tempo siamo immersi in un processo, perché siamo parte integrante di quanto si svolge. Ci trasformiamo insieme allo spettacolo, assumiamo una funzione nostro malgrado. E questa è una strada interessante, intrapresa già nel passato, ma senza convinzione, perdendo molte occasioni di sviluppare un percorso liminale, sul confine delle cose. Si parla tanto di coinvolgimento del pubblico, lo si rende partecipe in ogni modo, ma raramente si percorre questa strada. Anche Milo Rau adotta questo procedimento, così come le She She Pop prossimamente al Festival delle Colline Torinesi. Se proprio non si può abbandonare la rappresentazione, se comunque la necessità di una storia è in qualche modo nel nostro patrimonio genetico, questa modalità di intervento è decisamente interessante.