INTERVISTA A DANIEL HELLMANN: il corpo desiderante tra mercato e politica

Ho conosciuto Daniel Hellmann in Svizzera qualche anno fa al Performa Festival. Ho partecipato al suo Full Service, performance in cui lo spettatore contratta con il performer il soddisfacimento di un desiderio a pagamento. Abbiamo parlato a lungo in quei giorni e ho riscontrato immediatamente la grande profondità di pensiero di un artista decisamente fuori dalle righe. Da allora seguo attentamente l’evoluzione del suo lavoro che pone sempre domande scottanti e urgenti al pubblico che vi partecipa. In questa intervista abbiamo parlato di alcune sue opere e dei temi che le attraversano per presentarlo al pubblico italiano che per la prima volta vede un suo lavoro all’interno della programmazione di Kilowatt Festival.

Enrico Pastore: Traumboy parla della tua esperienza come di un gigolò. Perché ti sei sentito in dovere di trasformare la tua esperienza in una performance? Perché pensi che sia essenziale riflettere insieme al pubblico sul tema del desiderio e della sua soddisfazione?

Daniel Hellmann: Traumboy va molto al di là della mia esperienza. È un lavoro che mette in discussione le nostre nozioni di desiderio, di istituzione, di autenticità, di performance. Ho collaborato con diversi lavoratori del sesso per questo progetto, le cui prospettive ed esperienze mi hanno aiutato a costruire la forma e il contenuto di questo spettacolo. Il lavoro sessuale, specialmente quello maschile, mette in discussione molte delle norme che portiamo avanti, sulla sessualità, sul denaro, sui rapporti di potere. Invito il pubblico a tuffarsi in questo universo e a interrogarsi sui pregiudizi che abbiamo ereditato.

Enrico Pastore: Sia Traumboy che Full Service, la performance che precede e anticipa questo tuo lavoro, affrontano il tema del desiderio e del mercato. Questa disamina sull’economia del desiderio non avviene in maniera astratta ma attraverso l’esperienza viva nel e sul corpo del performer ma in due modalità differenti: in Full Service pubblico e performer si affrontano direttamente, vis a vis, dovendo pagare per soddisfare un proprio desiderio; in Traumboy in modalità più tradizionalmente teatrale, mediante un racconto. Perché hai deciso di proporre al pubblico due esperienze performative così diverse e in un certo modo antitetiche sullo stesso argomento?

Daniel Hellmann: Entrambe le opere sono complementari. E per entrambe le performance, mi dedico pienamente per creare una certa esperienza al pubblico / ai partecipanti. Full Service è nato come esperimento, come formato aperto, quasi come una pratica di ricerca, e poi ha guadagnato una vita propria. Full Service è molto più vicino al lavoro effettivo di una sex worker, mentre Traumboy usa il contesto e la cornice del teatro per raccontare una storia. La drammaturgia di Traumboy segue l’incontro tra una prostituta/o e il suo cliente. La goffaggine iniziale, la conoscenza, sedurre e creare desiderio, una sorta di climax e poi è finita. E entrambi, il teatro e il servizio sessuale a pagamento, esistono in questa ambiguità dove tutto è totalmente falso e autentico allo stesso tempo. Il membro del pubblico che paga per un biglietto è infatti molto simile al cliente che paga per il sesso. C’è un insieme di aspettative e di regole che aiutano entrambi a dimenticare l’artificiosità della situazione.

Enrico Pastore: La sessualità possiede una dimensione teatrale? In che modo può divenire materiale per la scena contemporanea?

Daniel Hellmann: Una prestazione di una prostituta/o è immediata, fisica, emotiva. E’ una danza tra realtà e finzione, tra desiderio e fredda professionalità. Uno spettacolo per un singolo spettatore. Sono affascinato da questa qualità di lavoro sessuale e penso che sia molto interessante per la scena e come pratica artistica.

Enrico Pastore: Il cibo legato al desiderio e alla sessualità, ma anche congiunto alla violenza, alla morte e ancora al mercato sono i temi di altre due tue performance: Requiem for a piece of meat and Soya the cow. In che modo si differenzia il tuo pensiero nelle due performance?

Daniel Hellmann: Per me, il concetto di consenso è fondamentale. Nessuno ha il diritto di disporre del corpo o della sessualità di qualcun altro senza il loro consenso. Soprattutto quando si tratta dei gruppi di persone più emarginati: lavoratori del sesso, migranti, persone di colore, LGBT* e anche animali. Durante la mia ricerca su Requiem for a piece of meat, sono rimasto scioccato per apprendere quanto sia crudele, violento e contraddittorio il nostro sistema alimentare. La quantità di violenza e di abusi che gli animali devono subire solo per il nostro piacere culinario è spaventosa. Il movimento di liberazione degli animali è, a mio parere, il più grande movimento per i diritti civili del XXI secolo. E voglio sottolineare, attraverso il mio lavoro, le intersezioni di questi diversi sistemi oppressivi. Spero davvero che il mondo dell’arte contemporanea inizi ad essere alleato in questa battaglia, come è stato storicamente nel movimento di emancipazione femminista o antirazzista.

Enrico Pastore: Tu poni nei tuoi lavori delle questioni scottanti al pubblico senza un tuo giudizio ma attraverso la tua esperienza. Il tuo vissuto pone domande, scatena riflessioni e provoca inevitabili giudizi. Possiamo dire che in qualche modo il tuo è un corpo politico e le tue performance hanno un chiaro intento politico?

Daniel Hellmann: Sì, spero di sì. Sono un cantante lirico esperto, e nel campo della musica classica, ho sentito che non riuscivo a raccontare le mie storie, a parlare di questioni che mi stavano a cuore. Ora, in campo contemporaneo, ho il privilegio e la responsabilità di far emergere argomenti che hanno carattere di urgenza. Vedo la mia arte come una forma molto privilegiata di attivismo e sono felice di mettere il mio corpo là fuori per confrontarsi su queste domande.

Enrico Pastore: Qual è, a tuo modo di vedere, la funzione dell’arte performativa nel nostro contemporaneo?

Daniel Hellmann: Per me le istituzioni artistiche sono in crisi. Vogliamo avere un impatto sulle nostre società e sulla sfera politica, ma tale impatto rimane molto limitato. Allora, che cosa possiamo fare? Vedo le arti performative un po’ come un laboratorio, dove possiamo discutere e inventare nuove forme, nuovi modi di pensare, nuovi modi di relazionarci gli uni con gli altri. E speriamo di poter ispirare gli altri e il nostro pubblico, in modo che ci sia più libertà, più gioia e più giustizia nel mondo. Sono un idealista, lo so, ma non ho altra scelta.

IOANNIS MANDAFOUNIS: Sing the positions

A volte si incontrano dei lavori che sono semplicemente quello che appaiono. Non c’è nulla da capire, nessun significato recondito da dover decifrare o interpretare. Solo la gioia di compiere quegli atti in quel momento davanti a un pubblico. È il caso di Sing the positions di Ioannis Mandafounis visto al Performa Festival.

Ioannis Mandafounis è un coreografo con un solido passato da interprete (membro della Forsythe Company dal 2005 al 2009, oltre che partecipazioni importanti con il Nederlands Dans Theatre e altre prestigiose formazioni) che dal 2004 crea i suoi lavori riscuotendo successo di pubblico e critica in tutta Europa (nel 2015 è stato premiato con lo Swiss Dance Awards). In Italia ha fatto qualche apparizione negli spazi di Ariella Vidach a Milano e a Roma Europa Festival con Apersona.

Sing the positions è un gioco sonoro e danzato in cui i due danzatori, lo stesso Ioannis Mandafounis affiancato da Manon Parent, non vogliono altro che suonare, danzare e cantare di fronte al proprio pubblico.

Una tavola apparecchiata con strumenti musicali tradizionali, tastiere, flautini, fischietti, un violino, insieme a pedaliere, loop station, distorsori e quant’altro. E ovviamente i due danzatori che accolgono il pubblico. Dal primo istante fino alla conclusione si assiste alla danza sonora dei corpi, al loro movimento nello spazio e al loro farsi strumento musicale.

Il ritmo della danza diventa struttura sonora: i fischi, i sibili e gli ansimi generati dallo sforzo fisico, perfino il respiro insufflato uno nel corpo dell’altro, il battere delle mani sui corpi, tutto genera suono, tutto diventa concerto e danza.

Non si ha paura di affrontare nulla dello spettro sonoro, dal silenzio al rumore puro, dall’armonia di un canto d’opera alla disarmonia di un urlo sgraziato. Tutto è materiale, tutto risuona e tutto danza.

Sing the positions di Ioannis Mandafounis è un atto ludico di gioiosa creazione. Come dicevano gli Area: giocare col mondo facendolo a pezzi. Non c’è nessuna regola, tutto diventa possibile e viene condiviso generosamente con il pubblico che assiste e a volte trascinato partecipa anche solo battendo le mani accompagnando il ritmo.

A volte, come dicevo all’inizio, non c’è nulla da capire, non c’è nulla da dire eppure tutto diventa magicamente poetico. In qualche modo quello a cui si assiste è un rinnovarsi della danza di Siva che crea e distrugge i mondi. Niente altro. Come bambini si prova gioia solo nel tentativo di fare, senza cercare un risultato, senza volere per forza voler giungere a una forma o sottendere un pensiero. Solo suono, movimento, canto.

Sing the positions di Ioannis Mandafounis è un puro atto artistico che non vuol dire o comunicare niente altro che questa gioia di fare davanti a un pubblico. E in questo non voler dire nulla, ho trovato molto più entusiasmo, – nel senso proprio dell’etimo ossia nell’essere pieni di un dio che ci trascende e ci scuote -, che in decine di altri lavori pieni di concetto.

A volte nel balbettio insignificante di un gioco di bambini vi è molta più ricchezza che in un trattato di filosofia. Certo non è che cose del genere non si siano già viste, ma importa? In fondo quella temperie da sperimentazione pure da anni ’60 e ’70 conserva ancora una certa freschezza quando non è pedante riproposizione di modelli e stilemi, ma semplice gaiezza di provare un’esperienza.

Sing the positions ha questo merito: di far esperire al pubblico un gioco serissimo volto alla creazione senza direzione. Un momento senza regole, non perché non le possieda ma perché tutte le trascende forzandole a obbedire solo all’imperativo di manifestare un processo caleidoscopico di forme che appaiono e dopo un attimo solo scompaiono. A volte basta solo questo. A volte non c’è niente altro da dire.

PERFORMA FESTIVAL: visioni transgeneri oltre confine

Ho conosciuto il Performa Festival nel 2015 quasi per caso, attraverso un post di Facebook di un’amica coreografa che era stata invitata a parteciparvi. Mi sono incuriosito e ho richiesto l’accredito. Subito mi ha risposto il direttore Filippo Armati che mi ospitò in casa sua per tutti i cinque giorni della durata del festival.

In quella mia prima partecipazione ho potuto gustare la qualità principale di questo piccolo ma tenace evento in terra ticinese: la volontà di creare relazioni attraverso la pratica performativa. Grazie a un’atmosfera amichevole e confortevole tra gli artisti e operatori presenti si matura una conoscenza che spesso sfocia in amicizia durevole.

Questa è una qualità fondamentale in un momento storico in cui, benché si sappia tutto di tutti grazie a una vita esposta quotidianamente sui social, difficilmente vi sono luoghi di reale incontro e discussione. Per qualche giorno al Performa Festival si può vivere in una piccola comunità composta da artisti e pubblico che condividono non solo l’atto performativo.

Anche quest’anno ho avuto il piacere di passare un week end intenso (dal 13 al 15 aprile) ad Arbedo nei sobborghi di Bellinzona per partecipare a questa nuova edizione del Performa Festival e constatare con gioia che, pur passando gli anni, quell’atmosfera di incontro fecondo non si è sfocata né annacquata.

Ho incominciato immergendomi in un’atmosfera amichevole e creativa visitando l’Atelier Attila dove era ospitata la WunderKammer di Ledwina Costantini. Grossi funghi, bambole affacciate ad un balcone quasi a osservare i timidi passi di un visitatore spaesato e affascinato, maschere da Opera di Pechino, soldatini all’assalto di un treno, fitti grattacieli di cartone, e piccoli oggetti di scena, tazzine, sabbie, sassolini colorati, fotografie, rossetti, gabbiette di bambù. In sottofondo una voce con le parole di Agota Kristof. Ci si può perdere delle ore in questa WunderKammer per scoprire nuovi percorsi e nuovi punti di vista. Tutti questi oggetti raccontano la più che ventennale attività di Ledwina, artista eccentrica e inattuale.

Da questa camera delle meraviglie, evocativa e inquietante, sono passato ai mondi visuali e tecnologici di Roberto Mucchiut. Katarsi è un’istallazione video-sonora interattiva. Il movimento dello spettatore, intercettato da raggi infrarossi, crea brecce e fratture nell’imponente muro di pallini grigi posto di fronte a lui. Quanto più il movimento è ampio e incisivo maggiori sono le voragini che si aprono nel muro e più concreta è la possibilità di abbatterlo per spingersi al di là e scoprire suoni di un mondo celato.

Ring invece è un’istallazione video in cui le immagini sovrimpresse del paesaggio ripreso dai finestrini della metro circolare di Berlino. Le immagini si sfuggono, si rincorrono, si mescolano e seppur appartenenti a un medesimo percorso in sensi inversi, sovrapposti inventano un città immaginaria, inesistente seppur possibile.

Alle visioni transmediali di Roberto Mucchiut segue Opά della giovane Compagnia Daniel Blake di Losanna, vincitrice del secondo premio al concorso Premio Schweiz 2017, l’equivalente del nostro Premio Scenario.

Il duo formato da Melanie Martin e Jean-Daniel Piguet racconta il mito di Elena di Troia, la donna più bella del mondo incapace di sfuggire all’immagine che il mondo e la storia ha di lei. E dietro la maschera di Elena, regina di Sparta, si celano i volti di tutte le donne prigioniere dell’immagine che le racchiude contro la loro volontà.

Una ballerina si eleva sulle punte ed esegue figure classiche di danza. Vi è qualcosa di perverso nascosto in questo piccolo carillon vivant. Tutto il fascino della ballerina in prova che ha incantato Degas non è altro che l’emblema della gabbia: le regole ferree, il dolore nascosto dietro un sorriso onnipresente, la fatica massacrante nascosta in un gesto pieno di grazia.

Da quest’immagine si dipana il mito di Elena o, per meglio dire, le diverse versioni del mito di Elena: la donna rapita, l’amante consenziente, il simulacro-fantasma sdoppiato tra Egitto e Troia. Quale versione è quella preferita da Elena? L’amante consenziente perduta d’amore, si capisce, e per un’istante festeggiamo con lei un ricco matrimonio greco, ma Elena è un mito, non esiste e quando la maschera si dissipa resta la donna, ogni donna nascosta in esso, piena di paura, di fragilità, che lotta per liberarsi dell’immagine che proietta intorno a sé.

Quello della Compagnia Daniel Blake è uno spettacolo intelligente, sempre in bilico tra ironia e seriosità, tra luce e ombra, bitonale per natura.

Interessante anche l’opera prima di un’altra giovane artista di origini greche Eleni Marangakis che porta al Performa Festival il suo Onironauta per quattro spettatori.

Si viene portati in una stanza dove una giovane donna di nome Alice è riversa a terra forse svenuta, forse semplicemente addormentata dopo un festino balordo. Una bottiglia di vodka, pacchetti di patatine, un cellulare che suona. Alice si risveglia e ci accompagna nel suo mondo di apparenti meraviglie, tra party, disco, rave, shopping e social. Tutto è frenetico, tutto appare scintillante eppure nasconde dentro lo specchio un mondo truce, colmo di solitudine, di figure che sfuggono a se stesse per non pensare a se stesse.

In questa stanza colma di piccole luci, di voci che vengono da un presente appena passato per nascondere un passato remoto traumatico e delittuoso, si scopre tutti insieme quanto è profonda la tana del Bianconiglio. La giovane Eleni Marangakis è una performer piena di feconde potenzialità, che affronta una performance emotivamente intensa nonostante qualche difetto di drammaturgia. La piccola stanza creata all’interno dello spazio Social 93 è suggestiva, colma di sorprese visive e uditive, tra danza e teatro, e dove forse l’unico difetto è stato quello di non affrontare il pubblico in un dialogo diretto, ma lasciarlo nascosto nel buio, voyeur nascosto dietro una quarta parte sottilissima ma rigida.

Un’opera prima toccante e rabbiosa che lascia sperare in futuri progressi e sviluppi.

Altra atmosfera per la performance di Francesca Sproccati e Vanessa Orelli dal titolo Emotional Display, creata in due versioni speculari tra la Svizzera e Panama. In video compaiono piccole puntine su uno sfondo bianco su cui poco a poco si annodano fili di diverso colore che creano percorsi possibili e sempre diversi. Dal vivo corpi colorati, senza volto, come bruchi si muovono nello spazio d’azione. Il pubblico si aggira in questo paesaggio attraverso stazioni sonore in cui tramite cuffie si può sperimentare un diverso accompagnamento uditivo per ciò che si svolge in azione e in immagine.

Molti i codici artistici ospitati in questa nuova edizione del Performa Festival, fedele a una concezione delle Live Arts transgeneri, ibride generazioni di multipli linguaggi. Una proposta coraggiosa in un contesto culturale chiuso e difficile come la Svizzera Italiana. Il pubblico che ha partecipato è stato caloroso e interessato benché poco numeroso. Si potrebbero tentare strade alternative per avviare delle politiche di public engagement che possano bypassare l’indifferenza se non l’ostilità di un territorio culturalmente arido.

Questo, lo sappiamo bene non è un problema sono del Performa Festival. Numerosissime sono le realtà italiane, grandi e piccole, che si dibattono con il problema dell’assenza e della latitanza di un pubblico. Le ragioni di questa distanza sono innumerevoli e estremamente complesse, potremmo dibatterne per ore senza riuscire a enumerarne tutte le cause e senza trovare una soluzione. In questa sede mi limito a segnalarne la comunanza al di là del confine.

Sono sicuro che Filippo Armati saprà trovare il modo per affiancare a una programmazione interessante e di valore delle azioni che smuovano una comunità irrigidita e lontana. Performa Festival è una realtà che sviluppa un fecondo dialogo tra le arti e gli artisti che trovano negli spazi di Arbedo un luogo salutare e caloroso dove incontrarsi e scambiare pratiche e pensieri. Un comunità che anno per anno si rinnova e si ricostruisce tra la corona di montagne che circonda Bellinzona, la città dei castelli.

TRAUMBOY di Daniel Hellmann

Ho conosciuto Daniell Hellmann due anni fa durante il Performa Festival in Canton Ticino nella vicina Svizzera. E nel conoscerlo mi colpì immediatamente l’acuta intelligenza, l’amabilità della sua persona, il rigore con cui affrontava il suo lavoro. Lui presentava una piccola e strana performance Full service. In una cabina Daniel incontrava il pubblico, uno spettatore per volta, contrattava il prezzo e soddisfaceva qualsiasi desiderio gli venisse richiesto. In quella cabina Daniel si trasformava in una macchina desiderante e desiderata. Diventava merce al fine di liberare i desideri. Un gioco pericoloso, un dispositivo feroce.

In quei giorni ho avuto modo di chiacchierare molto con lui, ci siamo scambiati punti di vista, ci siamo confrontati a lungo. Quello che mi affascinava nella personalità di Daniel era l’estrema purezza con cui si assumeva il compito di essere oggetto di desiderio. Incontrava il desiderio altrui, quale esso fosse, con estrema apertura, senza filtri, accogliendolo dentro di sé, su di sé, abbracciandolo. Come una sorta di Cristo portava su di sé i desideri e i peccati del mondo. Per soldi. Questo forse potrebbe far sussultare qualcuno ma, in fondo, perché? Non siamo tutti pronti a pagare per disgregare i nostri desideri? Non siamo consumatori coatti, pronti a desiderare ciò che ci viene imposto di desiderare? E la perversione di questo sistema non sta proprio nel poter assumere ed eseercitare, pagando, il potere sull’altro e sulla cosa desiderata? Daniel mettendosi al servizio completo del pubblico pagante scatenava una furiosa ridda di domande.

Parlo di Full Service perché quella performance è il campo base da cui Daniel Hellmann è partito per costruire questo nuovo spettacolo: Traumboy, il ragazzo dei sogni. Daniel è diventato un prostituto di professione. Ha deciso di indagare sulla sua persona il mondo del desiderio a pagamento, desiderio prettamente sessuale, ma non solo. Nella prostituzione vi sono mille desideri nascosti che si attivano nella sfera sessuale o cercano di trovare sfogo nella sfera sessuale. Solitudine, compassione, compagnia, potere, comprensione, sottomissione, violenza, crudeltà, persino l’amore.

E Daniel Hellmann tutto questo l’ha sperimentato sulla propria pelle di performer e da queste esperienze ne costruisce uno spettacolo in cui i suoi racconti di prostituzione disegnano il mondo da lui esperito. Non c’è scarto tra realtà e finzione. Ciò che lui ha vissuto diventa scena. Si stacca da sé, diventa oggetto di riflessione. Non c’è rappresentazione, né interpretazione. È metamorfosi di un vissuto in una sorta di prassi filosofica. Il pubblico sa che ciò che viene raccontato è realtà. Si trovano veramente di fronte a un uomo che si dedica alla prostituzione. Solo questo fatto li mette di fronte ai propri pregiudizi e desideri più nascosti. Il giudizio che emettono dentro di sé, lo emettono per primi contro se stessi. Daniel non ha paura di confrontarsi con l’agorà perché è l’agorà stessa a dover temere il confronto con il ragazzo dei sogni. Egli incarna ciò che c’è in loro. Se non piace, se disgusta, se attira, se attrae è nel cuore di chi guarda non di chi si mostra. Tutto il dramma non si svolge sulla scena ma nel cuore del pubblico. Questa è la potenza dell’azione scenica di Daniel Hellmann. Ed è un atto estremamente coraggioso ma anche necessario.

Questa performance che andrà in scena il 6 ottobre al FIT di Lugano merita di essere vista, di essere esperita. Dobbiamo metterci a confronto con i nostri desideri più nascosti se vogliamo capire qualcosa di più di noi stessi, se non vogliamo come degli struzzi affondare la testa nella sabbia e subire il mondo e la vita. Daniel Hellmann ci mette in condizione di gettare uno sguardo limpido e sincero dentro il nostro cuore di tenebra. Lui non fa altro che mettersi a disposizione. Ascolta le nostre richieste, prende i nostri soldi, e soddisfa i nostri desideri. Se c’è qualcosa di giusto o di sbagliato in questo è più nella nostra anima che nella sua.

SPERIMENTAZIONI D’AUTORE: SI APRE IL PERFORMA FESTIVAL

Nell’ottobre del 2014 ho partecipato al Perfoma Festival diretto da Filippo Armati. Performa è un festival che agisce e propone interessanti progetti di sperimentazione nel campo delle Live Arts nel vicino Cantone Ticino tra Lugano, Bellinzona, Locarno e Ascona. È stata un’esperienza forte e indimenticabile, perché Performa è un festival che non solo propone un programma degno di attenzione, ma anche perché permette, a chi vi partecipa, di vivere a stretto contatto con gli artisti e i loro processi creativi. Le occasioni in cui condividere momenti non solo performativi tra pubblico e artisti non sono estemporanee ma costituiscono proprio la natura e l’ossatura del festival. Filippo Armati mi ha ospitato a casa sua nei pressi di Bellinzona, insieme alle performer svizzere Nina Williman e Paulina Alamparte. E durante la permanenza al festival non solo sono riuscito a percepire e comprendere la grande passione che anima Filippo nel voler radicare in un territorio difficile una proposta inconsueta di vivere e creare, ma anche la sua grande umanità e volontà di creare connessioni tra gli artisti e il pubblico che poi frequenta le performance. Così che da giornalista, sono stato ospite, amico, perfino performer, perché sono stato coinvolto proprio nella performance di Nina Williman, e si è sviluppata non solo la mia conoscenza di artisti innovativi che mi erano sconosciuti, ma anche amicizie, relazioni, affetti. Questo è ciò che dovrebbe essere un festival. Non una vetrina, non una passerella fatta di tappeti rossi e pubblici plaudenti, ma un luogo di scambio, di vita, di relazione tra una comunità e gli artisti che danno voce a ciò che attraversa e inquieta quella stessa comunità.

Proprio alla luce di questa mia esperienza consiglio i miei lettori a farsi un bel weekend nella vicina Svizzera e vivere un festival che può offrire molto in molti ambiti. E consiglio la partecipazione a Performa anche per un’altra ragione non meno importante: la Svizzera è un nostro vicino, un paese che ai più è noto solo per il cioccolato e le banche, oppure per essere un paese ricco e felice. Niente di più sbagliato. La Svizzera è un paese complesso, attraversato da molte problematiche e contraddizioni, ma è anche un paese molto vivace dal punto di vista culturale, e non solo perché ha molti soldi. La Svizzera ha avviato politiche culturali che andrebbero prese ad esempio, dove i giovani artisti hanno per lo meno la possibilità di giocarsi le proprie carte, usufruendo di una certa visibilità. Poi starà a loro, alle loro qualità, al loro talento, ma per lo meno possono provarsi e incontrare il pubblico. Il Cantone Ticino è a noi vicino, un paio d’ore di macchina, e vale la pena di farsi prendere dalla curiosità, varcare il confine e conoscere una realtà così vicina, anche linguisticamente, seppur molto diversa.

Performa Festival inizia domani 31 marzo e si protrarrà fino al 3 aprile vi invito dunque a visionare il programma completo del festival sul sito http://www.performa-festival.ch/ e non mi resta che augurarvi buona visione!

Intervista al direttore artistico Filippo Armati

EP: Filippo presentaci il festival di quest’anno.

FA: Il festival quest’anno presenterà performance provenienti dai più svariati ambiti e linguaggi artistici, sia arti performative sia arti visive, ma anche performance musicali, sperimentazioni video. Quest’anno abbiamo avviato una collaborazione con il CISA (Conservatorio Internazionale di Scienze Audiovisive) di Lugano, e infine avviato una collaborazione con Radio Gwen, una radio online che tratta principalmente di cultura legata alla musica, privilegiando quei prodotti che normalmente non passano sui canali ufficiali. Possiamo quindi dire che Performa Festival privilegia la creatività che si sviluppa su diversi livelli.

EP: C’è un tema conduttore che attraversa la programmazione, un filo rosso che si dipana in questa cornucopia di offerte performative?

FA: Non credo molto all’idea di connettere i lavori presentati in una sorta di tema o argomento, perché penso che a volte questo possa distorcere più che dare ordine a una manifestazione. È un atteggiamento più da curatore che si occupa di arti visive. Io non cerco di connettere lavori o artisti verso un tema comune, piuttosto tento di offrire il più vasto ventaglio possibile di diversità.

All’interno della programmazione c’è però un progetto, Tanzfaktor, che è una piattaforma di pezzi brevi di danza creati da giovani coreografi e che promuove la cooperazione tra diversi festival sparsi su tutto il territorio nazionale svizzero. Lo scopo di questo circuito è quello di promuovere la circuitazione dei giovani artisti anche al di fuori delle proprie aree linguistiche. Sono stati selezionati dieci progetti su novantadue presentati, e cinque di questi saranno ospitati all’interno di Performa quest’anno.

EP: La scorsa edizione sono stato tuo ospite e ho seguito tutto il festival e ho potuto constatare il tuo sforzo di radicare un progetto culturale ambizioso che cerca di portare artisti dediti alla sperimentazione nel campo delle performance arts in un territorio molto chiuso e difficile. Quest’anno hai cambiato periodo passando dal principio dell’autunno all’inizio della primavera. Pensi che questo possa aiutare a incrementare l’affluenza, l’affezione del pubblico alla tua manifestazione?

FA: Quello di cui mi sto rendendo conto è che il fatto che Performa Festival esiste è importante al di là dei numeri e dell’affluenza di pubblico. Sento che nei sei anni di esistenza del festival si è comunque radicata una consapevolezza nel territorio dell’esistenza di uno spazio creativo come Performa. La gente ne parla, prende il programma, discute il programma, anche se poi magari non riescono a venire o vengono solo una volta. Questo dimostra che c’è comunque un interesse, c’è una pertinenza, e c’è una volontà del pubblico di confrontarsi con quello che noi proponiamo.

EP: Cosa consiglieresti al pubblico che volesse partecipare a Performa? E c’è un progetto cui sei particolarmente fiero di presentare?

FA: Innanzitutto consiglierei al pubblico di fare il pass abbonamento e partecipare al festival nella sua interezza per viverne non solo la proposta artistica ma anche l’atmosfera. Per quanto riguarda i progetti quest’anno presentiamo una prima un progetto di cui siamo coproduttori. É il progetto di Katia Vaghi, un’artista ticinese, che vive e lavora tra Londra e Berlino, che presenta Jukebox: danze su misura, una sorta di Jukebox in danza interattivo con il pubblico, nel senso che il pubblico potrà su una lista proposta dall’autrice potrà scegliere una combinazione di elementi che lei riprodurrà in scena. Trovo questa opzione veramente interessante e ho fortemente voluto questo progetto.

I’LL BE YOUR MIRROR di Francesca Cola

” Videmus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad faciem; nunc cognosco ex parte, tunc autem cognoscam sicut et cognitus sum “.

S. Paolo 1° lettera ai Corinzi 13, 12

“Per vedere chiaramente la nostra immagine, dobbiamo solamente pulire lo specchio”.

Detto Zen

La questione è urgente. Pressante. Le arti performative sono costrette ad un approccio diretto alla realtà? L’azione politica deve essere strettamente intrecciata all’azione artistica affinché la società/pubblico le riconosca un valore? Oppure è ancora possibile una manifestazione della creatività più intima, che abbia per oggetto i meandri più o meno oscuri dell’animo umano? E ancora: la bellezza è un valore superato? Una bella immagine è depotenziata dalla diffusione dell’estetico? Oppure ciò che è bello può avere ancora una funzione rivelatrice della natura della realtà?
Non di questo parla lo spettacolo di Francesca Cola, ma queste sono le domande che ha sollevato nel pubblico e tra gli addetti ai lavori.
Due donne. Opposte sulla diagonale del palco. Uguali e diverse. Sensualmente vestite come damine anni ’50, con una chitarra in mano. Questo il punto di partenza. Due corpi identici, vestiti con gli orpelli della civiltà, a cominciare un gioco di riflessi, sfasature e sfocature, differenze e ripetizioni in un processo di progressiva spogliazione dei corpi attraverso la metamorfosi delle immagini sempre o quasi sempre duplici. Alla fine, nella luce, due corpi nudi, quasi identici, che sfiorandosi appena, per un momento, diventano uno, e dopo quel breve attimo, intenso e struggente, quasi un sogno, si allontanano per sempre nell’oscurità. Un viaggio. Mistico e alchemico. Dove le immagini dispiegano la loro potenza evocativa. Apparizioni. Dove l’intimo diventa mitico, dove l’esperienza personale da cui l’artista attinge le immagini diventa in qualche modo universale.
Il processo a cui si assiste ricorda lo sforzo di Menelao che lotta con Proteo per ottenere che il dio dica la verità. Menelao affronta le metamorfosi, avendo il coraggio di afferrare il dio, costringendolo a terra per ottenere infine la verità su sé stesso. Lo specchio che rifrange le immagini contiene un mondo dentro di sé, ciò che riflette è il risultato di ciò che è riflesso. Ma è anche pericolo. Laddove il perdersi nelle immagini diventa perdita di se. Cadere nel mondo oltre lo specchio.
La qualità del lavoro è altissima. Ogni immagine è curata, la musica è potente alleata di ogni apparizione. Certo c’è qualche punto farraginoso, qualche imperfezione sempre presente in una prima assoluta, ma questo lavoro prodotto dal Performa Festival, è assolutamente da vedere e merita un destino roseo.
Certo è un lavoro che si pone in maniera scomoda per il modo in cui tratta l’approccio con ciò che è reale. Molti oggi intendono avantgard solo ciò che la affronta in maniera diretta e i problemi che essa pone. Arte come azione politica, come intervento diretto sul reale. Theatre documentaire, theatre du reél, ritorno all’agit-prop. Sembra che lavorare di cesello, in maniera laterale, su immagini evocate dalla realtà, non proprio direttamente attinenti alla contingenza politico/sociologica, trasformare ciò che è in un’icona mitica e mitizzante sia da considerarsi vecchio, superato, qualcosa di legato al mondo classico di concepire l’arte performativa. Certo la realtà di oggi,in questo momento in cui la civiltà occidentale si sfalda e niente ancora appare pronto a sostituirla, in questo momento tutto sembra spingerci a prendere posizione e partito. A scendere in piazza. Ma esiste solo quest’approccio? O è ancora possibile, perfino utile, una riflessione più distaccata, un pensiero artistico più concentrato grazie al potere evocativo dell’immagine/quadro? La Grande Bellezza può essere un atto di rivolta politica? Certo per anni si è cercato di uscire dalla rappresentazione, ma ci si è circondati di rovine, dopo aver profuso sforzi inutili, logorandosi e senza trovare alternativa. Ora è il momento di ricostruire. Ma come?
Io non so rispondere a questo. Come artista e come critico sono portato a credere che sì, oggi, ci sia bisogno di un approccio più diretto, più violento con la realtà, perché la realtà stessa ci aggredisce con immagini e situazioni di una violenza senza precedenti nella loro naturale e comune ricorrenza. Ma credo anche che ci sia bisogno di un necessario distacco, di una riflessione che allontani l’immediato/oggi su uno sfondo di ricorrenze mitiche, come a dire che ciò che accade oggi, è già accaduto in passato e sempre ritornerà. Un’ allontanamento dell’oggi, attraverso un’immagine/supporto, proiettata su uno sfondo, su un velo sottile là dove il trapassar dentro è leggiero. Un po’ come un cielo stellato: informe, eppure pieno di forme che raccontano l’eterna lotte delle forze che agitano l’universo.
I’ll be your mirror. La verità sta nel titolo: sarò il tuo specchio. La scena è specchio, doppio a sua volta. Riflette non proietta. Ciò che vedo all’interno sta a me. Mi dona la libertà di vedere. In questo c’è già un’azione politica: la libertà di vedere o non vedere alcunché. Forse non esiste azione politica più diretta di questa.

IVO DIMCHEV – P PROJECT

Pochi semplici passi. Cinque candidi piccoli quadri. Ma attenzione Ivo Dimchev non si occupa di ciò che viene disegnato all’interno, a lui interessa costruire una robusta cornice capace di contenere qualsiasi cosa possa apparire. Non siamo nel campo dell’autoralità né in quello dell’estetica. Quello che si manifesta è un piano di consistenza dove ci sono tutte le condizioni affinché alcuni accadimenti possano manifestarsi. Il come e il cosa, non sono nella premessa.
Due computer, una tastiera e un Ipad. Nient’altro.
L’inizio è volutamente fuorviante. Un uomo in tacchi a spillo vestito solo di un’esile tanga bianco e di un trasparente velo color mandarino. Parrucca e rossetto. Si siede alla tastiera. Ringrazia Dio per essere qui riuniti (come a voler insinuare che vi sia, in tutto quello che seguirà, un pizzico di ritualità) e infine da inizio agli avvenimenti. Con garbo grazioso, leggero spinge noi tutti a scivolare sul piano inclinato che lui a preparato per noi.
Vengono invitate due persone del pubblico a salire sul palco, sedersi di fronte ai computer e scrivere due poesie. “Don’t worry”, rassicura sornione “I’m not looking for a professional poets”. All’ovvia riluttanza a divenir partecipi, come incentivo, offre una piccola ricompensa – 20 franchi – Ancora un po’ di incertezza, poi la girandola parte. Un piccolo amo, un’esca, e la pesca può cominciare.
Un paio di giri in questo modo, giusto per prendere confidenza, poi si incomincia, sempre con leggerezza, quasi a voler dire: “tranquilli non c’è problema, niente di male vi può accadere”, si comincia ad alzare la posta. Chi di voi vuole salire sul pubblico e improvvisare, per cinque minuti, una piccola danza? :”Don’t worry, I’m not looking for a professional dancer?”
La posta si alza ancora, ma come al texas hold’em, il bluff si scopre solo alla fine.
Chi di voi vuole salire sul palco e baciarsi per cinque minuti, mentre io canto le poesie?
Tutto molto semplice. I poeti scrivono, i due si baciano mentre Ivo Dimchev canta sciocche canzonette. Niente è stato detto sul contenuto. Sul come baciarsi o cosa scrivere. Tutto è lecito. Ovviamente aumentata la difficoltà, aumenta anche la ricompensa: 80 franchi per un bacio.
Ma non siamo ancora giunti al culmine. Chi è ora disposto, mentre i poeti scrivono e Ivo Dimchev canta, a simulare, nudi, un atto sessuale? Duecentocinquanta franchi a testa per chi si offre. La riluttanza aumenta. Alcuni sono tentati, altri imbarazzati, alcuni perfino un po’ scandalizzati. Ivo in tutto questo è imperturbabile. Lui non va avanti finché qualcosa non accade. Lui non è l’autore, è il costruttore della cornice. Cerca solo, con un pizzico di artigiana abilità, di oliare il motore quanto basta per farlo funzionare. Alla fine, i volontari si trovano. In un nano secondo sono nudi e distesi sul materasso, pronti ad ardite posizioni da Kamasutra. Il loro compito, badate, era solamente simulare un atto d’amore. Dietro le parole interi mondi si aprono. Dal romantico sfiorarsi al porno violento. La scelta di ciò che appare e di quali forze evocare è in mano al pubblico. Un intero universo di valori prende corpo, attraverso la simulazione di una semplice azione. Ecco finalmente siamo giunti all’apice. L’atto è consumato, gli amanti vengono pagati.
Ora non resta che concludere, serenamente. Ultimo step.
Due persone del pubblico devono salire sul palco e scrivere due recensioni: la più brutta e la più bella possibile. Ovviamente: gratis. Qui si fa più in fretta a trovare i volontari. I partiti si sono formati già da tempo. Entrambe vengono lette. Gli estremi si manifestano, la cornice agli eventi è completa. Tutto ciò che poteva apparire esiste tra questi due estremi, e ciò che appare è del pubblico non è dell’autore, che non c’è. Forse esiste solo un deus ex machina in tanga e tacchi a spillo. Il contenuto, squallido o meraviglioso che sia, è determinato dalle scelte del pubblico. I compiti che vengono suggeriti sono semplici, ma dietro la semplicità si nasconde il pericolo della scelta.
Anche il compito di una critica risulta inutile. Qualsiasi cosa si possa dire su questa performance è già stato evocato tra gli estremi. Tutto è come se fosse già stato detto. Quello che si può forse dire, è che in una certa forma, con questa piéce, si è raggiunto un grado zero di autoralità, un zero che non è un nulla, ma la possibilità di un tutto. E se ciò che si concretizza in questo tutto non piace? Non resta che dire mea culpa. Ciò che appare è in noi. Se l’immagine che si rifrange nello specchio risulta orribile, la colpa non è dello specchio. Teatron è solo il luogo da cui si guarda. Nulla è specificato, come nei compiti di Ivo.

DRIVE IN di Gruppo Strasse

Un viaggio. In macchina. Nessuna narrazione, solo il viaggio e il paesaggio. La cornice è sufficientemente ampia per contenere ogni avvenimento, previsto e imprevisto. La città o, meglio, il paesaggio urbano, è la scena. Lo spettatore, unico, ha la possibilità di redimere il suo sguardo dall’indifferenza che grava sulla sua quotidiana osservazione della scena. Gli avvenimenti, le immagini si susseguono: statiche e e dinamiche ma cosa è voluto? Non importa, la domanda è oziosa: tutto rientra nella cornice purché lo sguardo sia pronto a coglierlo, osservarlo. Lo sguardo è il vero protagonista. L’osservatore modifica la realtà e ne è modificato. L’intreccio è avvincente:delicati interventi, frammenti d’azione che attivano il paesaggio, piccoli tocchi che costringono lo sguardo a osservare tutto, anche l’imprevisto che grazie alla cornice è come nobilitato: la signora che esce col cane con quello strano foulard in testa l’avrei osservata lo stesso? E il ragazzo che corre? La roulotte posteggiata male? Qualcosa è avvenuto durante il percorso: il paesaggio urbano è mutato, o forse sono i nostri occhi? Entrambi forse.
Questo giovane collettivo milanese, il Gruppo Strasse, composto da Francesca De Isabella e Sara Leghissa, ha ideato una piéce decisamente intelligente, un intervento urbano radicale seppur delicato, pieno di grazia, non dimentico delle regole di una severa composizione (la partitura di tempi e incontri è molto serrata, inoltre la colonna sonora alternata a silenzi evocativi arricchisce la visione).
Sono sempre stato un po’ scettico sulle operazioni performative per uno spettatore per lo più site specific, ma in questo caso devo ricredermi in quanto l’azione di allargare la scena a tutta una città, la proposizione di un viaggio di esplorazione del consueto così insolitamente esperito rende le scelte operate assolutamente giustificate. Lo spettatore non è forzato, non è passivo, è semplicemente condotto per mano a una scoperta della realtà: a lui la scelta se approfittarne, vedere o non vedere, fare o meno il proprio montaggio delle immagini raccolte da questa stana camera car.

L’intervista che segue è avvenuta venerdì 3 ottobre 2014 a Locarno durante il Performa Festival (Per brevità si è scelto di abbreviar i nomi alle sole iniziali)

EP: Qual’è stata la vostra intenzione nel concepire una performance come Drive in?
SL: L’intenzione era quella di fare un video. Abbiamo montato una videocamera sull’auto e abbiamo cominciato a girare per le strade facendo delle azioni fuori dalla macchina e usando la vettura come strumento per inquadrare. Il passaggio successivo è stato togliere la camera e mettere uno spettatore continuando quindi a usare la macchina come una camera car però avendo anche la relazione con lo spettatore. Drive in quindi è una sorta di sintesi tra il linguaggio cinematografico e quello del teatro, con un rapporto quindi tra chi guarda e chi agisce. Drive in è diventato quindi un viaggio in macchina dentro la città della durata di circa mezz’ora. C’è un autista, uno spettatore, una macchina che inquadra ed è in movimento, che da un ritmo al lavoro, che usa le luci e le musiche per modificare la temperatura del lavoro e poi delle azioni che avvengono al di fuori della macchina agite da performer che lavorano con noi, azioni che si svolgono in maniera molto sottile, che ogni tanto appaiono e fanno delle piccole azioni.
FDI: Le cose che succedono, gli avvenimenti sono situazioni che abbiamo incontrato durante la lavorazione, oppure sono azioni legate al quotidiano. Niente di eclatante quindi. Niente che vada a sconvolgere il paesaggio urbano. A Losone (paese della Svizzera italiana nei pressi di Ascona dove durante il Performa Festival è avvenuta la performance ndr.) in verità le cose sono state un po’ diverse perché abbiamo inserito anche delle azioni che si discostano dalla quotidianità in maniera un po’ più marcata del solito. Questo forse è dovuto al fatto che a Losone abbiamo lavorato in un contesto praticamente vuoto, nel senso che quando iniziavamo la performance non c’era già più gente per strada, a parte i primi giri dove magari incontravamo qualcuno che portava a passeggio il cane. Abbiamo lavorato su contesto vuoto contrariamente ai paesaggi urbani cittadini dove gli interventi si mischiano di più con quanto avviene nelle strade.

EP: Drive in possiamo quindi dire che è un tentativo di commistione di linguaggio tra cinema e teatro?
FDI: Sì esatto. E questo rispecchia la nostra formazione nel senso che Sara viene dal teatro e ha lavorato con la Compagnia Valdoca, mentre io ho studiato cinema. Di fatto Drive In per lo spettatore è come se stesse girando un film, dietro una macchina da presa. La macchina diventa una sorta di regia mobile. C’è il suono, il movimento, le luci. Una commistione tra le due arti, una ricerca di un linguaggio che metta insieme queste due arti.

EP: La strada, la città si può dire che sia il vostro teatro?
SL: Il tutto nasce dalla necessità di mettere e metterci in relazione, di agire delle cose con delle persone. Queste azioni diventano un prodotto artistico ma il nostro bisogno nasce da un intento anche politico, di voler trovare un modo per incontrare le persone, metterci in relazione, in comunicazione. Questo nasce per strada, non nasce dentro un teatro, dentro alla scatola del cinema. La città quindi è uno strumento di incontro. Non assume una valenza di potenza architettonica o paesaggistica, anche se ovviamente, entra nel lavoro in maniera molto forte. La città, o il paesaggio urbano, non è il punto di partenza ma, lavorando in strada, è solo il luogo in cui accadono le cose.
FDI: Si parte dal bisogno di restare in un luogo che attraversiamo quotidianamente. Il nostro è il tentativo di costruire uno sguardo diverso da quello che abbiamo tutti i giorni, un po’ indifferente, magari a causa della fretta. Questo modo di lavorare per strada ci permette anche di essere molto vicini e attinenti a quello che veramente accade nella realtà e che non si modifica con il nostro passaggio.

EP: C’è una commistione tra evento casuale e evento previsto? C’è possibilità di interazione tra le due categorie di eventi?
SL: Sì certo. Noi siamo molto aperte da questo punto di vista. Gli eventi casuali entrano e modificano molto spesso il lavoro.
EP: Ne modificano anche la durata?
SL: Dentro a un meccanismo in cui gli eventi e le azioni si ripetono con una cadenza prestabilita c’è sempre una mediazione tra quello incontri e non è previsto e quello che hai deciso che deve essere. Tutto deve rientrare un po’ in quella griglia, però dentro a questa decisione c’è un’apertura che rende possibile l’ingresso di ciò che accade casualmente.
FDI: Molte delle azioni che decidiamo di fare durante il lavoro nascono molto spesso da un incontro casuale durante i sopralluoghi. Dall’esperienza casuale che facciamo nella conoscenza dello spazio in cui andremo a lavorare, Per esempio qui a Losone, entrando in una stradina, abbiamo incontrato un anziano che saliva con una bicicletta molto, molto lentamente e questa ci è parsa subito un’immagine molto forte che è entrata a far parte del lavoro. Quest’incontro ci ha aperto a una possibilità di lavorare su quell’immagine.

EP: Avete uno spazio a Milano dove lavorare?
SL: No. Attualmente no. Anche se ogni tanto siamo ospitati dal Macao, lo spazio per le arti occupato, che non è proprio una residenza teatrale. È più un luogo dove magari facciamo dei laboratori o usiamo quando lavoriamo al chiuso, ma per lo più lavoriamo in strada.
FDI: Sì siamo ospitati da Macao che però, bisogna dirlo, non è un teatro ma un luogo continuamente attraversato da chi lo vive. È una sorta di via di mezzo tra la strada e un luogo chiuso. È un ambiente vivo, in movimento. Non è uno spazio chiuso come un cinema o un teatro.