Il padiglione bianco e squadrato dell’Austria appare quasi nascosto da un grosso autotreno dipinto. Solo superando il Brasile, verso l’Egitto e la Polonia si vede la campana sollevata al centro del portico monumentale.
E sotto la fila. Come un serpente al sole si snoda disciplinata in attesa. Sono più di cento le persone e sono passati solo 6 minuti dall’apertura dei cancelli dei Giardini. Inquadro la campana e la fila, il bianco edificio alle spalle e mi chiedo: per chi suona questa campana? E giusto un secondo dopo: tutta questa gente in coda è qui per vedere un’opera d’arte o per fare un’esperienza instagrammabile? E l’artista voleva questo? Intanto mi dirigo verso il padiglione polacco deserto e stupefatto di spazio.
Secondo scatto
Dai cancelli al teatro è un lungo cammino. Quasi tutti preferiscono le golf car, ma a me piace camminare. Godere della vista che si apre sul bacino dell’Arsenale quando il sole comincia a tramontare, in quel tempo che D’Annunzio chiamava “l’ora di Tiziano”. Quel cielo azzurro scuro luminoso mi ricorda più Cima da Conegliano o Giorgione. Se c’è qualche nuvola rosata, il cielo diventa un soffitto rosa Tiepolo. Sotto l’immensa gru, gruppetti di addetti ai lavori chiacchierano, si salutano. I grassi gabbiani studiano il momento propizio per rubar loro la cena. La festa è per loro?
Terzo scatto
Isola di San Giorgio. Negli splendidi giardini della Fondazione Cini deviare dal percorso stabilito. Perdersi e godersi la sera. Passo a fianco alle sale dove Carolyn Carlson teneva le prove della sua Accademia. Immancabile il rimprovero dell’addetto alla sicurezza, ma ne valeva la pena. Le gradinate dell’anfiteatro sono divise da piccole siepi di bosso. Si sente il fresco della sera, mentre di lontano si stagliano i cipressi che impediscono allo sguardo di guardare lontano in laguna. Inizia lo spettacolo. Inizia Cries di Stergioglu e Ktistakis. Il lamento di Ecuba si sovrappone a quello degli esuli in fuga dalla Dittatura dei colonnelli e a quello di chi, oggi, scappa dalle numerose guerre e miserie. Non sono grida strazianti. Sono quasi confortevoli, comprensibili. Consolano. Possono persino piacere. Il grido vero, il canto del capro, rompe le orecchie, non ha armonia, né melodia. Si applaude un grido? E poi sul vaporetto a conversare come sempre. Le luci di San Marco abbagliano e attirano l’occhio come le sirene di Ulisse.
Quarto scatto
Un ritratto di dodici persone. In bianco e nero. Una famiglia ruandese, ben vestita come per una festa o una ricorrenza. Alcuni visi sono sorridenti, altri orgogliosi, altri imbarazzati. Una foto di famiglia come tante. Il bianco e nero comincia ad assumere sfumature pastello tenui prima del colore pieno. Il racconto di Dorcy Rugamba ha il potere di farli tornare al mondo. Come i morti di Ulisse, sentono la vita e si rianimano. Per un’ora e mezza li sentiamo ridere, arrabbiarsi, deprimersi, perdonare, piangere. In un lampo sono stati sradicati dalla vita come le erbe sul ciglio della strada. E ora gradualmente tornano nell’ombra. Un mazzo di fiori è il viatico per il ritorno all’Ade. Quante altre foto in bianco e nero servirebbero oggi per raccontare le vite degli scomparsi? Il loro numero incalcolabile ci anestetizza?
Quinto scatto
Come in alcune cartoline di una volta questa foto contiene immagini multiple. Un’anziana signora con le sue piantine siede al centro del giardino nel chiostro. Ha un grembiule con una grossa margherita dipinta e un capello bianco a larghe falde. Un’altra accenna passi di danza classica.
Quattro donne occupano un salottino. Uno specchio veneziano con cornice dorata è il pezzo forte del mobilio. Il caffè è stato preparato e spande il suo aroma. Copre a malapena l’odore di disinfettante che pervade gli ambienti.
Un uomo anziano ci mostra i suoi disegni. Sembrano le copertine psichedeliche dei dischi di Jimi Hendrix o degli Yes. Sono vedute di Venezia.
Un giovane angelo in maglietta e pantaloni bianchi si aggira in una sala illuminata da luci aranciate, di un altro tempo. Una lunga tavola dove i volti di giovani e vecchi richiamano il soggetto sacro di un’ultima cena. Una signora manda baci durante gli applausi.
I protagonisti pensavano di fare teatro? Il pubblico ha assistito a uno spettacolo? Ha importanza?
Sesto scatto
Gatto vivo. Gatto morto. Ancora lui. Il gatto di Schrodinger perennemente chiuso nella sua scatola, vittima di un racconto ormai frusto. Ancora una volta usato per spiegare. Bianche stringhe vibrano nella proiezione. Tutto è così letterale. Scontato. Nessuna evocazione, nessuna emozione. Solo parole e rumore. Per fortuna abbiamo i tappi per le orecchie.
Settimo scatto
Quindici ragazzə, qualche sedia, un cuscino, tre borsette. È poco? Serve altro? I corpi si muovono, parlano insieme alle parole. In napoletano. Una lingua viva e una lingua filosofica. Tra loro il mondo. E c’è chi sbuffa perché non capisce. Ogni personaggio è uno e trino. Non esiste quasi mai al singolare. Il corpo/voce è plurimo, non ha sesso né genere. Quindici ragazzə con qualche esperienza e molto talento.
Ora è meglio interrompere. Basta snocciolare immagini come grani di un rosario. Di lontano suona una campana o è solo suggestione?
Davide Iodice e Dorcy Rugamba alla Biennale Teatro 2026
Davide Iodice, regista napoletano, nel catalogo della Biennale Teatro 2026 cita un frammento misterico greco della fine del V sec. a. C. I frammenti descrivono il viaggio dell’iniziato che, giunto al di là del fiume che scorre dal lago di Mnemosyne, si imbatte nei custodi assisi all’entrata del regno dei morti. Questi prima di lasciar passare il vivo visitatore, pongono una domanda a cui, tuttora, non si può evitare di rispondere quando si volge il pensiero ai defunti: che stai cercando attraverso la tenebra dell’Ade? Guarigione? Trasformazione? Oblio?
Nella prima settimana, il lutto e la memoria sono stati i sottili fili conduttori che hanno attraversato il programma proposto dal direttore Willem Dafoe. E se il teatro, fin dalle origini, è stato il luogo delle ombre, dove l’umanità si è confrontata con la propria finitezza, con la memoria della propria storia e con la natura della violenza, quali spettri si sono aggirati sui palchi di questa Biennale? E se la domanda è sempre la stessa, in che modo è stata posta agli spettatori?
Mario Banushi, il giovane Leone d’Argento di cui ho parlato in altra sede ( teatroteatro.it ), si è immerso nelle acque dense del dolore e della perdita nella sua trilogia Romance familiare. Lo ha fatto con la forza del rito e del corpo, rinunciando alle parole. Una sposa esce da una finestra, il corpo nudo di una donna anziana viene cosparso di farina, l’odore forte di uovo fritto. Cose semplici che colpiscono perché condivise, non chiuse in se stesse. Il linguaggio di Banushi ha molto in comune con quello di Angelica Liddell, nel suo attingere al folklore e al sacro per trovare il vocabolario del dolore. Banushi è assolutamente meno violento, più sottilmente delicato, con un vocabolario lirico in chiave minore, seppur non meno incisivo. E per quanto i paragoni e le somiglianze siano sempre in arte un’illusione, Banushi ricorda anche Peeping Tom nella capacità di scandagliare i legami familiari e far scaturire lo straordinario dall’ordinario – e penso soprattutto alla Family Trilogy.
Se Banushi ha bisogno di utilizzare un caleidoscopio d’immagini per raccontare i suoi lutti, diversamente Dorcy Rugamba ne ha bisogno solo una. Il regista e attore africano ha affrontato il lutto generato dalla scomparsa di tutta la sua famiglia durante il genocidio ruandese nel più semplice dei modi. In Hewa Rwanda, Letter to the Absent, una semplice foto di famiglia campeggia sul fondo del palco. La foto è in bianco e nero e mostra dodici persone sorridenti o imbarazzate, ben vestite come in una ricorrenza festiva. Quando Dorcy Rugamba e il musicista Majnun iniziano a raccontare la loro storia, dalla foto emergono i colori. Queste persone, sterminate in un lampo allo scatenarsi della pulizia etnica Tutsi, tornano a vivere grazie alla parola. Rugamba le racconta nella loro umanità, con i loro difetti, gli amori e i dissidi. Le parole li strappano all’anonimato connesso alle enormità del numero delle vittime, riconsegnando loro nome e cognome. Rugamba, come Ulisse nell’Ade, nutre questi spettri silenziosi con il sangue della vita.
Non c’è la dissezione dei meccanismi del genocidio come in Hate radio di Milo Rau, e nemmeno si indulge al racconto emotivo e letterale come in Hotel Rwanda di Terry George. Quella che ascoltiamo è la storia dei sogni di un padre che ha cercato di insegnare la danza nonostante cupe nubi si affollassero all’orizzonte, del dolore di una madre che non riesce ad accettare la conversione all’Islam del figlio, e del rimorso di chi è sopravvissuto per non aver saputo amare meglio e di più chi gli è stato portato via. Alla fine del racconto la foto torna in bianco e nero, i morti tornano nel loro regno, forse pacificati, forse angustiati per aver lasciato troppo presto questa vita. E a noi cosa resta se non la commozione e la capacità di ricordare? Questo è ciò a cui ciascuno è chiamato a rispondere.
Anche Davide Iodice affronta il tema del ricordo in Promemoria, lavoro che ha avuto bisogno di lunghi mesi di preparazione con gli anziani della R.S.A. San Giobbe di Venezia. I ricordi non sono più quelli di chi sopravvive, ma di chi è giunto all’ultima età della vita, ricordi che sfuggono, che si fanno a volte più tenui, altri più forti. Quello che poteva essere e quello che è stato si confondono, e si ritrova la libertà di essere senza aspettative. Alle soglie dell’Ade non c’è davvero più spazio per i sogni? Oppure si può inventare la vita fino all’ultimo respiro?
Il pubblico compie un viaggio in differenti stadi e stati del ricordare. Nella casa di riposo si incontrano diverse realtà: nella palestrina per la fisioterapia si incontra Sylvie che trasuda desiderio di danzare nonostante i limiti imposti dal suo corpo; nella sala di pittura Giorgio ci fa vedere i suoi dipinti pieni di colore. In un’altra stanza delle signore ci accolgono per un tè. Una di loro, per una vita stenodattilografa per le Generali, ci fa morire di invidia parlandoci del suo ufficio con le finestre affacciate su Piazza San Marco. C’è spazio per l’improvvisazione grazie alla domanda stupita di uno spettatore o per il divagare di chi ricorda. Si deraglia e si rientra nel flusso. Ogni passo nella grande struttura di ricovero aggiunge dettagli a queste vite che non chiedono di essere straordinarie, ma semplicemente di essere. Iodice non cerca abbagliare con la meraviglia, ma toccare con il consueto e il condiviso. E questo fino all’ultima stanza, illuminata dalla flebile luce delle candele, dove un angelo pasoliniano balla tra gli anziani in sedia a rotelle. Il viaggio si chiude con la poesia di una danza con i palloni che vengono lanciati dagli anziani tra di loro, agli operatori, al pubblico, e ci ricorda il medesimo destino che ci accomuna: esser vittime del tempo che passa.
Iodice è un maestro della semplicità. Sa far esplodere le emozioni con pochissimi elementi. Per quanto niente di straordinario si sia visto o sentito, ci si trova con il groppo in gola, incapaci di parlare senza far notare agli altri la voce rotta. Grande artista chi sa far questo con niente: questo zero è frutto di raffinazione. Ne basta un pulviscolo per essere travolti.
È questa la risposta alla domanda posta dai custodi alla soglia dell’Ade? Si desidera essere parte del fiume, goccia tra le gocce, finalmente riaccolti nel flusso?
Enrico Pastore
Mario Banushi Ragada | visto a Venezia Ca’ Malcanton, 11 giugno 2026 Mario Banushi Goodbye, Lindita | Teatro Alle Tese 9 giugno 2026
Dorcy Rugamba Hewa Rwanda, Letter to the Absent | visto a Venezia, Teatro Alle Tese, 10 giugno 2026
Davide Iodice Promemoria | visto a Venezia presso la R.S.A. San Giobbe, 11 giugno 2026
Il corpo danzante, il corpo scenico è sempre, volente o nolente, corpo politico. Esposto allo sguardo in una componente extraquotidiana, diversa, aliena, straniera, si pone come differenza rispetto al canone del consueto. Anche quando utilizza gestualità riconoscibili è il contesto di separazione a inondarlo di una luce tagliente, rendendolo oggetto di interrogazione per l’occhio che osserva. Le declinazioni del pensiero artistico e politico degli artisti vengono trasformate e sublimate dal processo creativo della scena, e giungono, senza mediazione, allo spettatore che deve tradurre quei geroglifici corporei in una domanda cui spetta solo a lui rispondere. Le intenzioni quindi prendono il largo, si espandono, si trasformano, vengono fraintese, indignano e sconvolgono, oppure rasserenano e riempiono il cuore di gioia. L’opera, secondo John Cage, è una lettera a uno sconosciuto il cui linguaggio è però criptico, opaco. Non è un linguaggio da capire con la logica, ma con le viscere, e non c’è una giusta interpretazione, non esiste una chiave che apre le porte della comprensione, ma solo e semplicemente la molteplice e contraddittoria verità del proprio viaggio interiore. È così che si crea quel discorso critico in continuo movimento di cui parla Cristina Caprioli.
Ciò è tanto più vero di fronte a Tangent, opera di Shiro Takatani, eseguito in scena dalla performer Miyu Hosoi. Takatani, uno dei fondatori del gruppo Dumb Type di Kyoto, collettivo che riunisce diversi artisti impegnati nella ricerca di una nuova multimedialità, presenta questo lavoro da solista i cui prodromi risalgono al 2015. Tangent indaga i punti di contatto tra visibile e invisibile, tra corpo, oggetto e spirito. Nucleo primo di ispirazione è 12, l’ultimo disco di Ryūichi Sakamoto, amico e collaboratore in molti progetti di Takatani. Le dodici tracce sono il testamento sonoro del grande musicista, composte negli ultimi mesi della sua tremenda malattia. I suoni dilatati si susseguono sorgendo uno dalla dissoluzione dell’altro, come in certi lavori di Morton Feldman, in un sottilissimo punto di tangenza tra una scomparsa e un’insorgenza quando le armoniche si sono dilatate a dismisura nello spazio.
Le immagini che vediamo sul palco, accompagnate da alcune tracce di 12, sono danza in senso molto ampio, una coreografia come “composizione complessiva degli elementi”, per usare le parole del coreografo giapponese. Sul piano inclinato del palco, in quel paesaggio brullo, lunare, cosparso di piccoli sassi bianchi e neri, di un lungo tavolo, una sedia e una scala, si svolge una danza di luci e ombre, una danza di oggetti, proiettati sullo sfondo, ingranditi, duplicati. I chicchi di riso che cadono sul tavolo, i sassi raccolti e ricollocati. E da questi movimenti nascono interi universi, costellazioni, soli e pianeti. La cintura di Orione campeggia in una galassia di luce sempre più luminosa. E mentre sorgono sciami di stelle, la luce scorre su questa pallida luna, le ombre si allungano, le asperità si fanno più evidenti, fino a scomparire allo zenit, per riapparire nuovamente. Un giorno cosmico in cui trascorrono intere ere. Fino al giungere del buio. Scintille disegnano buchi neri, code di comete, esplosioni di supernove. E dalle profondità del cosmo ecco apparire il nostro mondo, i paesaggi dall’alto, le nostre fragili case, il modo ondoso delle maree e alla mente sovviene la terzina paradisiaca di Dante: «O insensata cura de’ mortali,/ quanto son difettivi sillogismi, / quel che ti fanno in basso batter l’ali».
Quella di Tangent è una danza minima, che invita alla contemplazione sul rapporto tra umanità e natura, un rapporto diretto ma anche mediato da immagini e dispositivi. Takatani dichiara di voler mettere in discussione la rappresentazione della natura e per farlo mette in relazione armonica i dispositivi meccanici, la performer, le luci, i suoni. Tutto danza sulla scena, una danza serena, esteticamente perfetta, che pone domande a una mente distesa, serena e distaccata.
Diversa e opposta è l’energia evocata dal colombiano Rafael Palacios e dalla sua compagnia Sankofa Danzafro in Behind the South: dances for Manuel. Qui a essere evocate sono le forze telluriche e ancestrali delle radici africane, gli antenati e gli Orisha, le divinità della religione Yoruba. Palacios si ispira al romanzo dello scomparso Manuel Zapata OlivellaChampò, el gran putas, sulla diaspora africana nel continente americano. Palacios fin dal 1997, quando ha fondato Sankofa Danzafro ha cercato di recuperare le radici africane delle comunità nere di Colombia per ricostruire la storia volutamente cancellata dalla dominazione spagnola. La sua danza è fortemente politica e volta a ricostruire una narrazione degli oppressi, un’opera di decolonizzazione della storia tesa a rimuovere ogni esotismo, figlio di quel pensiero orientalista pronto ad addomesticare l’alterità delle culture non occidentali.
Il processo di decolonizzazione è intimamente legato alla volontà di erodere e contrastare il capitalismo neoliberista che, per esercitare le sue prerogative di sfruttamento oppressivo, necessita di separare, ridurre, silenziare. Per questo il coreografo colombiano oppone la parola africana Ubuntu, che definisce una persona solo grazie al suo rapporto con l’altro. Per la cultura africana l’uomo non è un ‘isola, ma un arcipelago di interconnessioni. Palacios dichiara: «danziamo per essere ascoltati, non per essere visti». La danza è quindi atto politico, è riscoperta delle radici per una riformulazione di un futuro che superi l’anacronistico pensiero razziale, un futuro senza confini e senza razze. Un pensiero tangente con quello di Takatani che afferma: «Sogno che la mia nazionalità scompaia, sogno che la mia razza scompaia».
I ritmi spasmodici delle percussioni, i corpi lanciati in movimenti convulsi traenti energia dalla terra, le maschere e i costumi provenienti da un mondo antico, tutto ci parla di un tempo in cui l’uomo era unito alla natura e agli dei. È questa dimensione di interrelazione che Palacios vuole recuperare in un mondo dominato da un sistema economico che ci vuole separati, isolati, inermi e soli.
Questo spirito gioioso, panico e ribelle si colloca all’opposto da quello che anima Still Life del norvegese Alan Lucien Øyen in cui si sente struggente la distanza tra uomo e natura, tra la contemporaneità e le proprie radici. Still Life si potrebbe tradurre con natura morta. Øyen, attraverso la stupenda interpretazione di Mirai Moriyama e Daniel Proietto, canta il disperato bisogno di comprensione, il dolore della separazione, la perdita di contatto tra sé e la natura. Si sente costantemente il sentore della fine, di un pensiero occidentale che ha perso la sua identità e non trova soluzioni per il futuro. E questo sentimento di separazione, di spaesamento è struggente grazie alla danza di Moriyama e Proietto che traggono forza ed espressività dalla tradizione della danza Butoh, in cui il danzatore deve sentirsi come un morto tra i vivi. Tale è la forza espressiva di questi due corpi danzanti che ogni altro elemento diviene superfluo e addirittura dannoso. Il ripetuto apparire del coro appare addirittura dannoso perché ci distoglie dalla comunione empatica con i corpi dei due danzatori, e questo avviene soprattutto quando viene inserita la parola, dura, assertiva, logica. Per voler troppo dire si finisce per confondere un discorso che era già chiaro con il semplice gesto. Nonostante questo si è assistito a momenti di danza toccante, impeccabile, commovente.
Deadlock di Cristina Caprioli ci trasporta infine in una differente condizione dell’umano, ancora più eterea. In uno spazio coreografico abitato da grandi schermi curvilinei che il pubblico è invitato a esplorare, appare l’interprete Louise Dahl. La danza del suo corpo androgino è replicata dalle proiezioni video sugli schermi e se il corpo vivo nello spazio si confronta con la gravità, il suo doppio digitale si muove come galleggiando nello spazio virtuale, senza peso, immateriale, addirittura spettrale. La coreografia, per quanto identica, assume due forme diversissime il cui dialogo è garantito dall’occhio dello spettatore. Reale e virtuale si confrontano senza astio o conflitto, convivono e coesistono nello stesso spazio prefigurando futuri possibili.
Questa diciottesima edizione di Biennale Danza ci ha proposto quindi molti motivi di riflessioni riguardo al corpo in un periodo in cui questo diventa sempre più un organismo politico. Fluidità di genere, espressione di identità e di appartenenza, luogo di rivendicazione e di rivolta. Tramite il corpo la società e l’arte provano a immaginare un’umanità futura lontana dai dualismi e dalle oppressioni e questo in un momento in cui la storia sembra far riemergere conflitti e dottrine politiche che si pensavano ormai sopite e sepolte. Proprio in questo momento buio dove sembra impossibile il sorgere di una nuova luce che l’arte, e la danza in particolare, rivendicano la loro capacità di immaginare futuri possibili. E questo alimenta la speranza in un’umanità diversa, più accogliente,magari unita al di là delle lingue, delle culture e delle nazioni.
Per la ventitreesima intervista de Lo Stato delle cose incontriamo Simone Derai di Anagoor.Lo stato delle cose è, lo ricordiamo, un’indagine volta a comprendere il pensiero di artisti e operatori, sia della danza che del teatro, su alcuni aspetti fondamentali della ricerca scenica. Questa riflessione e ricerca partita lo scorso dicembre crediamo sia ancor più necessaria in questo momento di grave emergenza per prepararsi al momento in cui questa sarà finita e dovremo tutti insieme ricostruire.
Simone Derai insieme a Paola Dallan fondano Anagoor nel 2000 a Castelfranco Veneto. Da allora il gruppo si è rivelato come uno dei più interessanti nel panorama della ricerca artistica. Numerosi i premi e riconoscimenti ultimo dei quali il Leone d’argento alla Biennale di Venezia. Tra i numerosi lavori ricordiamo: Tempesta (2009), L.I. Lingua Imperii (2012), Il palazzo di Atlante (2013), Virgilio brucia (2014), Socrate il sopravvisuto/ come le foglie (2017), Orestea (2018),
D: Qual è per te la peculiarità della creazione scenica? E cosa necessita per essere efficace?
Mi fai una domanda alla quale non so rispondere. Io non ho una formazione teatrale accademica. Ho perfezionato la mia educazione teatrale attraverso laboratori per attori e creatori della scena mentre studiavo Storia dell’Architettura e mentre lavoravo già in teatro come attore e assistente regista e scenografo. L’idea, spuria, che mi sono costruito della creazione scenica è frutto di mille informazioni, ed è sempre instabile. Ho la sensazione ogni volta di dovermi inventare o quanto meno cercare un modo di fare teatro in mancanza di una conoscenza precisa. Da questo punto di vista è una battaglia difficile da vincere e la forma ricercata deve essere, comunque, costantemente verificata. Ed è un procedere più artigianale, quasi sartoriale che altro. L’efficacia si misura in base alla corrispondenza tra forma e necessità del progetto. Senza questa corrispondenza di necessità non esistono né efficacia né utilità.
Anagoor Orestea ph. @Andrea Macchia
D: Oggi gli strumenti produttivi nel teatro e nella danza si sono molto evoluti rispetto solo a un paio di decenni fa, – aumento delle residenze creative, bandi specifici messi a disposizione da fondazioni bancarie, festival, istituzioni -, eppure tale evoluzione sembra essere insufficiente rispetto alle esigenze effettive e deboli nei confronti di un contesto europeo più agile ed efficiente. Cosa sarebbe possibile fare per migliorare la situazione esistente?
Anagoor è un’esperienza di teatro indipendente perfettamente corrispondente allo scenario che disegni. Siamo cresciuti esattamente nell’ultimo ventennio: originariamente c’era stato un impulso straordinario di vitalità della scena italiana supportato da una serie di programmi di sostegno per le nuove creazioni. Quell’impulso si è spento, complice la scure (o forse dovremmo dire l’occasione) della crisi. La mancanza di risorse, senza le quali è impossibile pianificare alcunché, ma anche soprattutto una mancanza totale di lungimiranza hanno falcidiato come una mietitrice una pletora di importanti esperienze che stavano crescendo e che possedevano la freschezza, la forza ma anche la fragilità di quanto stava sorgendo. Dopodiché è stato impossibile immaginare reti o un procedere diverso da quello dell’ “ognuno per sé” alla ricerca del bando, della residenza, del virtuosismo e della resistenza. Ricordo che Anagoor non riceve contributi pubblici né ministeriali, né regionali o locali e mantiene con le sue stesse forze uno spazio, La Conigliera, senza il quale non sarebbe possibile il 90% della sua propulsione creativa e della sua capacità (inusuale nel panorama italiano delle giovani compagnie) di mantenere vivo un repertorio. Centrale Fies, da cui la compagnia è seguita per gli aspetti amministrativi e organizzativi dal 2010, non ha costantemente prodotto i lavori di Anagoor, quindi il rapporto con il Festival non si è tradotto in un’egida produttiva continua e de facto, ma è indubbio che essere accostati da una struttura che per lungimiranza costitutiva guardava in avanti ci ha consentito di pianificare una crescita organica, farci le spalle forti, imparare essendo guidati. Molte sono le forme produttive sperimentate da Anagoor negli anni: coproduzioni di festival, produzioni di teatri stabili, produzioni private, forme miste di sostegno. Ogni volta il castello di partecipazioni è stato ricostruito dalle fondamenta con uno sforzo immane. Tuttavia nel tempo questo ci ha consentito di mantenere una riconosciuta indipendenza. Il tentativo inedito di intrecciare l’esperienza con Centrale Fies e la partecipazione di teatri pubblici italiani e stranieri confluito nella creazione di Orestea è un grande risultato di cui andiamo particolarmente fieri: è certo un esperimento che ha incontrato anche qualche difficoltà e sicuramente perfettibile, ma che è stato possibile proprio grazie alle forze messe in campo dall’indipendenza della compagnia. La relazione stabilita da un paio di anni con il Theater an der Ruhr in Germania ci ha consentito di essere testimoni di un sistema nettamente diverso. La situazione in Italia ha certi pregi, se vogliamo essere romantici, se vogliamo parlare di libertà e di sconfinamento, di fuga dalla fissità degli schemi, di creatività per la sopravvivenza, ma non c’è creazione possibile senza stabilità e senza tutela del lavoratore. E il sistema italiano è carente proprio da questo punto di vista. La prima cosa da fare sarebbe per l’appunto consentire alle esperienze qualitativamente consolidate di poter difendere i propri lavoratori. Tornando alla nostra situazione specifica Anagoor ha sede in Veneto, una regione che solo l’anno scorso si è dotata di una legge in materia di spettacolo, prima totalmente assente e ora non ancora in funzione per la mancanza di un regolamento attuativo. E la legge ministeriale sembra disegnata apposta per impedire alle formazioni come Anagoor di fare domanda, essenzialmente per questioni numeriche, a cui va aggiunta l’ostinata volontà della compagnia di non falsificare detti numeri. Questo ci impedisce ogni forma di appello al contributo pubblico. Quanto ai giovani, vedo un rinnovato fermento, soprattutto attorno a certi percorsi accademici, ultimo strenuo baluardo, frontiera resistente e insieme (spero di non sbagliarmi) rischiosa riserva.
Anagoor Orestea Schiavi Ph@ Giulio Favotto
D: La distribuzione di un lavoro sembra essere nel nostro paese il punto debole di tutta la filiera creativa. Spesso i circuiti esistenti sono impermeabili tra loro, i festival per quanto tentino di agevolare la visione di nuovi artisti non hanno la forza economica di creare un vero canale distributivo, mancano reti, network e strumenti veramente solidi per interfacciarsi con il mercato internazionale, il dialogo tra gli indipendenti e i teatri stabili è decisamente scarso, e prevalgono i metodi fai da te. Quali interventi, azioni o professionalità sarebbero necessari per creare efficienti canali di distribuzione?
Uscire dal feudalesimo sarebbe già un passo importante per l’intero Paese. Abbiamo sperimentato sulla nostra pelle atteggiamenti non neutrali, l’essere considerati di questa o di quella scuderia, il sospetto e persino l’inimicizia. Un campanilismo e un protezionismo esasperati trattengono il sistema culturale del Paese, e forse il sistema Paese stesso, in una palude che soffoca quanto di buono la varietà del sottobosco produce. Spesso questo protezionismo è addirittura spinto a tali vertici di parossismo che si converte in paradosso: nel nostro caso abbiamo una relazione maggiore con i circuiti teatrali delle Marche, della Puglia e della Toscana che con il Veneto. In quindici anni ArteVen ha programmato Anagoor solo tre volte, di cui due a Castelfranco e mai a Treviso, capoluogo della provincia in cui risiediamo. Socrate il sopravvissuto debuttato a Torino nel 2016 giungerà a Castelfranco solo il mese prossimo (13 e 14 febbraio 2020) nonostante il cast di allievi attori provenienti dal liceo cittadino. A fronte di queste anomalie, il coraggio e l’intraprendenza di molte direzioni artistiche hanno permesso, grazie al sapiente supporto di Michele Mele che affianca me e Marco Menegoni nella curatela del progetto, di immaginare strategie intelligenti di presentazione del lavoro della compagnia al pubblico: percorsi particolari di presentazione di buona parte del repertorio, alternanza degli spettacoli di grosse dimensioni e di quelli di dimensioni più agili, incontri con il pubblico e con i ragazzi, laboratori, collaborazioni con le scuole e le università. Questo è il caso di relazioni feconde con il Piccolo, con il Metastasio, con l’Amat a Pesaro, con Teatro Gioco Vita di Piacenza, con il Teatro Astra di Vicenza, con il Festival Cento Scale a Potenza, con Centorizzonti ad Asolo. Parlo per aver osservato la nostra esperienza personale. Ma, ecco, quello che servirebbe è, dunque, una politica di lungimiranza, più luminosa, più rivolta al futuro, meno medievale, meno sulla difensiva. Serve che direzioni dei teatri e circuiti riconoscano il nuovo e lo facciano circuitare con progetti di scontro e non di avvicinamento e conoscenza e poi continuando e continuando e continuando. Serve che abbandoniamo l’idea di controllare il giudizio del pubblico. Serve che abbandoniamo l’arroganza del credere cosa siano o non siano in grado di recepire i nostri concittadini, l’arroganza di sapere cosa sia giusto o non giusto per loro, e fare proposte, fare proposte, fare proposte. Serve che si stimolino i bambini ad uscire dalla protezione in cui vivono e non si trattino i ragazzi come mandrie di bestie bolse quando sono affamati di esperire nuovi linguaggi. Serve sovvertire il rapporto tra teatro e università: aprirlo. Serve tanta più danza e canto. Non solo musica da ascolto, ma proprio pratica del canto corale polifonico. Serve che i cittadini si uniscano in coro a cantare, enormi cori cittadini. Serve che abbandoniamo l’abitudine delle sale utilizzate in modo convenzionale, serve che il teatro (edificio) si spalanchi e smetta di chiudersi in una forma: il teatro è l’arte più aperta di tutte, quella più elastica, ad essa non possono corrispondere strutture architettoniche e organizzative eccessivamente rigide. Le programmazioni dovrebbero mescolare le carte, sorprendere i cittadini, farsi festa e soprattutto farsi attendere, essere straordinarie. Per vincere lo spettacolificio serve paradossalmente più pratica laboratoriale teatrale e meno teatro. Il teatro deve giungere atteso e contemporaneamente inaspettato o non è.
D: La società contemporanea si caratterizza sempre più in un inestricabile viluppo tra reale e virtuale, tanto che è sempre più difficile distinguere tra online e offline. In questo contesto quali sono oggi, secondo la tua opinione, le funzioni della creazione scenica che si caratterizza come un evento da viversi in maniera analogica, dal vivo, nel momento del suo compiersi, in un istante difficilmente condivisibile attraverso i nuovi media, e dove l’esperienza si certifica come unica e irripetibile ad ogni replica?
Esattamente quello che stavo dicendo. La natura di evento è irrinunciabile per il teatro come arte pena lo spegnimento della sua stessa apparizione. Per questo deve restare instabile, effimero, raro, mutevole, inafferrabile, prezioso.
D: Con la proliferazione dei piani di realtà, spesso virtuali e artificiali grazie ai nuovi media, e dopo essere entrati in un’epoca che potremmo definire della post-verità, sembra definitivamente tramontata l’idea di imitazione della natura, così come la classica opposizione tra arte (come artificio e rappresentazione) e vita (la realtà intesa come naturale). Nonostante questo sembra che la scena contemporanea non abbia per nulla abbandonato l’idea di dare conto e interrogarsi sulla realtà in cui siamo immersi. Qual è il rapporto possibile con il reale? E quali sono secondo te gli strumenti efficaci per confrontarsi con esso?
Il teatro è il regno della menzogna che svela la verità del reale e anche le sue illusioni, le nostre miopie. E continua a mescolare mimesis e vita ingannandoci e fregandosene delle categorie. Da millenni scoperchia i falsi annunci di verità. Il teatro quando è tale e non sottostà alle mode continua ad essere spazio di allenamento, di affinamento dello sguardo e dell’ascolto, di pietà ed empatia. Qui impariamo a ribaltare le retoriche, a provare quello che provano gli altri, a rivedere il nostro concetto di giudizio che è sviluppo della nostra capacità critica, a reimmaginare le forme, inventarle.
Per
la diciassettesima intervista incontriamo Valeria
Raimondi ed Enrico Castellani,
fondatori di Babilonia Teatri.
Ricordiamo
che Lo
stato delle cose
è un’indagine volta a conoscere il pensiero di artisti e operatori
su alcuni temi fondamentali quali: condizioni basilari per la
creazione, produzione, distribuzione, rapporto con il reale e
funzioni della scena.
Di
base nel veronese Babilonia
Teatri,
vincitori di due Premi Ubu e di un Leone d’Argento, rappresenta una
delle formazioni di ricerca più interessanti e dirompenti nell’unire
una drammaturgia tagliente con forti sfumature politiche con un
teatro per lo più istallativo. Tra i lavori più importanti
ricordiamo Made
in Italy
(vincitore Premio Scenario 2007), Jesus,
Pedigree, Paradiso, Calcinculo
e Padre
Nostro.
D: Qual è
per te la peculiarità della creazione scenica? E cosa necessita per
essere efficace?
Credo che la
peculiarità della creazione scenica, come ogni forma d’arte, sia la
tabula rasa di partenza che ad ogni spettacolo abbiamo davanti a noi,
le infinite possibilità che ci impongono di dover continuamente
scegliere, decidere, declinare. Ogni spettacolo deve trovare la sua
forma scenica in grado di veicolare i contenuti e le emozioni che
stanno a monte delle creazione. La creazione per essere efficace non
deve mai dimenticare quale sia stato il grumo emotivo e di pensiero
da cui si è partiti. Ogni volta che la creazione si incaglia, che il
lavoro sembra perdere forza e senso è necessario alzare lo sguardo e
fare un passo indietro. E’ necessario recuperare e non dimenticare il
perché di partenza.
Babilonia teatri Pedigree
D: Oggi
gli strumenti produttivi nel teatro e nella danza si sono molto
evoluti rispetto solo a un paio di decenni fa, – aumento delle
residenze creative, bandi specifici messi a disposizione da
fondazioni bancarie, festival, istituzioni -, eppure tale evoluzione
sembra essere insufficiente rispetto alle esigenze effettive e deboli
nei confronti di un contesto europeo più agile ed efficiente. Cosa
sarebbe possibile fare per migliorare la situazione esistente?
Credo che
ogni compagnia ed ogni artista abbia necessità diverse, oggi forse
più di ieri. Il passo da compiere sarebbe mettersi maggiormente in
ascolto, provare a non ragionare e a non procedere secondo logiche
standard più o meno consolidate, ma aprirsi ed adeguarsi ad esigenze
creative e produttive non sempre omogenee e lineari. Esigenze che non
sempre sono in grado di restare coerenti a se stesse, che non sono
univoche, che reclamano la possibilità di contraddirsi, di cambiare
strada lungo il tragitto, di uscire da binari che sono maggiormente
certi e maggiormente in grado di rispondere a valutazioni di tipo
numerico eteroimposte, ma che finiscono per non rispondere alle
esigenze della creazione. Tutto questo in parte sta già accadendo,
ma credo sia necessario il coraggio di andare fino in fondo. Credo
sia necessario, a volte, rinunciare ad alcune certezze, in nome delle
quali il percorso creativo deve piegarsi ai dettami dei numeri, per
poter seguire un percorso creativo libero; o quantomeno non compiere
le proprie scelte artistiche per rispondere a parametri dati, ma
affidarsi a chi è in grado di far rientrare un percorso artistico
personale nella nomenclatura esistente.
D: La
distribuzione di un lavoro sembra essere nel nostro paese il punto
debole di tutta la filiera creativa. Spesso i circuiti esistenti sono
impermeabili tra loro, i festival per quanto tentino di agevolare la
visione di nuovi artisti non hanno la forza economica di creare un
vero canale distributivo, mancano reti, network e strumenti veramente
solidi per interfacciarsi con il mercato internazionale, il dialogo
tra gli indipendenti e i teatri stabili è decisamente scarso, e
prevalgono i metodi fai da te. Quali interventi, azioni o
professionalità sarebbero necessari per creare efficienti canali di
distribuzione?
E’ vero che
spesso i diversi circuiti diventano dei cerchi concentrici che non si
toccano mai. E’ vero anche che alcune aperture sono sempre più
presenti. Altrettanto vero è che il teatro italiano è molto poco
conosciuto fuori dal nostro paese. Credo che le azioni da compire
sarebbero molteplici, sia a livello istituzionale, che da parte dei
teatri, dei festival e delle compagnie. Non penso sia individuabile
un responsabile unico. La mia opinione è che ognuno deve
individuare le sue priorità e sulla base di queste decidere il tipo
di lavoro che vuole svolgere da un punto di vista distributivo.
Babilonia Teatri Jesus
D: La
società contemporanea si caratterizza sempre più in un
inestricabile viluppo tra reale e virtuale, tanto che è sempre più
difficile distinguere tra online
e offline.
In questo contesto quali sono oggi, secondo la tua opinione, le
funzioni della creazione scenica che si caratterizza come un evento
da viversi in maniera analogica, dal vivo, nel momento del suo
compiersi, in un istante difficilmente condivisibile attraverso i
nuovi media, e dove l’esperienza si certifica come unica e
irripetibile ad ogni replica?
Credo che il
qui ed ora del teatro sia oggi come un tempo una dimensione dotata di
una vera e propria unicità. Il teatro è una comunità. E’ un luogo
di incontro e di scambio. Un luogo dove alcuni corpi si incontrano,
si annusano, si sfiorano e si toccano, sul palcoscenico e in platea.
Il teatro è un luogo dove la fruizione dello spettacolo è
condizionata dal nostro corpo, dalle condizioni psico fisiche di cui
godiamo durante la visione. Anche i corpi attorno al nostro, le loro
reazioni e il loro umore, finiscono per essere parte dello
spettacolo. Credo che oggi non siano molti i luoghi in cui comunità
di questo tipo si creano e si sciolgono, per poi magari tornare ad
incontrarsi. Il teatro oggi può essere ancora un luogo di incontro e
di scambio. Di confronto e di dialettica.
La creazione
scenica per noi è sempre stata occasione per confrontarsi e
occuparsi del reale, per esserne specchio. Crediamo che il teatro
possa ancora essere lente di ingrandimento e di scandaglio di quello
che ci circonda e che spesso ci scivola addosso per assuefazione,
noia, distrazione disinteresse. Il teatro è in grado di condensare,
di coagulare senso e parole, di rendere evidente e se possibile
dirompente la materia e le notizie che nel quotidiano ci attraversano
senza lasciare traccia. Credo che il teatro non debba abdicare a
questo compito. Lo ha sempre svolto e fino quando esisterà resterà
una sua prerogativa.
D: Con la
proliferazione dei piani di realtà, spesso virtuali e artificiali
grazie ai nuovi media, e dopo essere entrati in un’epoca che potremmo
definire della post-verità, sembra definitivamente tramontata l’idea
di imitazione della natura, così come la classica opposizione tra
arte (come artificio e rappresentazione) e vita (la realtà intesa
come naturale). Nonostante questo sembra che la scena contemporanea
non abbia per nulla abbandonato l’idea di dare conto e interrogarsi
sulla realtà in cui siamo immersi. Qual è il rapporto possibile con
il reale? E quali sono secondo te gli strumenti efficaci per
confrontarsi con esso?
Credo che oggi il teatro abbia più
mezzi che mai per confrontarsi col reale. Il teatro non è più luogo
di esclusiva rappresentazione. I piani di intersezione tra verità e
finzione, tra autobiografico e letterario, tra reale e virtuale
dialogano spesso sul palco declinati secondo le diverse sensibilità.
E’ un tempo in cui i linguaggi si contaminano, si sporcano, cercano
relazioni inesplorate per approdare continuamente a scoperte e
sconfitte. Il teatro oggi è un luogo in cui il reale irrompe in
infinite forme. Ogni artista cerca la sua mediazione, la sua lingua,
la sua via per portare il reale sul palco. Quello che vediamo non è
mai il reale, altrimenti ci troveremmo davanti ad un’opera di tipo
installativo. Molto spesso ciò a cui assistiamo è un factotum del
reale, una sua riproduzione che, nei modi più svariati, ha il
compito di rendere teatrale ciò che, seconda l’idea tradizionale di
rappresentazione, teatrale non è.
Il teatro da sempre è specchio del suo
tempo e siamo convinti debba continuare ad esserlo, le forme da
utilizzare perché questa funzione sia svolta in modo efficace, vanno
ricercate di continuo.
Il reale è davanti ai nostri occhi
ogni istante, ma spesso fatichiamo a vederlo, a decifrarlo, a
relazionarci con esso e ad immaginarne il futuro. Il teatro può
venirci in aiuto attraverso la sua funzione di lente d’ingrandimento,
la sua funzione maieutica, la sua capacità di accostare i pezzi. Non
credo che il teatro abbia né la capacità né la funzione di creare
un quadro unitario di ciò che ci circonda, ma di certo può
sollevare dei veli, risvegliare dei fuochi e instillare dei dubbi.
Per la quindicesima intervista per Lo stato delle cose incontriamo Liv Ferracchiati. Anche con lui affrontiamo le questioni che concernono creazione scenica, produzione, distribuzione, rapporto con il reale e funzioni della scena. Il viaggio che ci siamo proposti all’inizio di questo ciclo di interviste era scoprire la ricchezza di pensiero degli artisti che oggi lavorano e creano in un contesto estremamente complesso, e volevamo anche provare a ragionare con loro alla ricerca di soluzioni possibili.
Liv Ferracchiati ha fondato la Compagnia The Baby Walk, e i suoi lavori hanno riscontrato negli ultimi anni un grande consenso, tanto che sono stati ospitati dai principali teatri e festival nazionali. Vincitore del Premio Scenario 2017 ha portato sulle scene la Trilogia dell’identità di cui fanno parte Peter Pan guarda sotto le gonne, Stabat Mater e Un eschimese in Amazzonia. Il suo ultimo lavoro è Commedia con schianto. Struttura di un fallimento tragico. In preparazione una versione di Platonov eLa morte a Venezia
Qual
è per te la peculiarità della creazione scenica? E cosa necessita
per essere efficace?
Per
me non esiste una peculiarità della creazione scenica. Il teatro è
un’arte impura e questa è la sua potenza e la sua libertà.
Quando
però inizi un processo creativo, lo fai sapendo che il tuo lavoro si
completerà, oltre grazie al filtro degli interpreti, in relazione
allo spettatore. Devi sapere in quali spazi andrai, perché lo spazio
cambia la prossimità con il pubblico, con uno spettatore che è lì
in quel momento e che, oggi,
ha in più la via di fuga del cellulare. Non si lotta più solo per
l’attenzione, contro la noia (non sempre voluta), si lotta contro
la dipendenza dalla tecnologia, contro la velocità. Per il resto, la
diatriba è una questione di gusto. Un contrasto di sensibilità o un
incontro elettivo tra l’evento scenico e il teatro interiore di
ognuno.
Si
potrebbe parlare di efficacia e per essere efficace la creazione
scenica dev’essere organica, deve quindi contenere un utilizzo di
spazio, luce, suono, voce, corpo e di altri mezzi rivolti alla
percezione, in modo che il pubblico possa fare da specchio
riflettente e rimandare un’energia sul palco. Una peculiarità
della creazione scenica consiste nel suo essere un gioco tra palco e
sala, come una partita di tennis, dove però vince il palleggio.
Insomma,
è la forma a far fluire il linguaggio dell’opera ed è il lavoro
sulla previsione della percezione a determinarne l’efficacia.
Bisogna
sentire il ritmo della scena, il tempo della luce e lo spazio che
occupa il suono.
Una
luce che va via un secondo prima anziché un secondo dopo può
determinare la cattiva riuscita di una scena, un volume troppo alto o
troppo basso mancare un effetto, una frase detta meccanicamente
perché magari l’attore è agitato può far saltare il testo,
eppure queste cose succedono, perché il teatro è un’arte in
azione: è uno spettacolo dal vivo, come si sa. Anche per questo è
un’arte impura. Guardo con qualche diffidenza alle discussioni su
cosa sia o non sia “teatro”, perché, seppure utili a uno scambio
di idee, in sostanza, le sento velleitarie.
Non
mi piacciono nemmeno tanto i commenti dopo uno spettacolo, positivi o
negativi, di solito dopo gli spettacoli degli altri scappo, dopo i
miei esco due ore dopo. Perché come spettatore ho fatto parte di un
processo e non posso parlare di quel che ho visto come se ne fossi
estraneo, anche se non mi è piaciuto. Sono stato lì e con la mia
energia ho concorso a renderlo più bello o più brutto. Da autore
rispetto quel momento negli altri e non li voglio costringere al
commento-bon ton.
Insomma,
la storia si ripete di continuo: c’è sempre una linea più
accademica che si scontra contro una linea più rivoluzionaria, si
discute, poi passa del tempo, ci si abitua e siamo di nuovo da capo.
Teatro
può essere tutto, dipende dall’intuizione che hai e da quanto sei
abile a tradurla.
La
peculiarità della scena, o dell’arte in senso più ampio, è
essere aderenti al proprio sentire, non aver paura di non piacere,
anzi, allarmarsi quando si piace a troppi.
Liv Ferracchiati
Oggi
gli
strumenti produttivi nel teatro e nella danza si sono molto evoluti
rispetto solo a un paio di decenni fa, – aumento delle residenze
creative, bandi specifici messi a disposizione da fondazioni
bancarie, festival, istituzioni -, eppure tale evoluzione sembra
essere insufficiente rispetto alle esigenze effettive e deboli nei
confronti di un contesto europeo più agile ed efficiente. Cosa
sarebbe possibile fare per migliorare la situazione esistente?
Credo
che proprio questa frammentazione dispersiva di proposte costituisca
un problema. Spesso ci si trova di fronte a molte realtà che magari
hanno un budget troppo modesto da offrire a una compagnia o a un
artista, del tutto insufficiente a coprire l’operato delle persone
coinvolte nel progetto. Come se il teatro non fosse un lavoro. Non è
un lavoro comune, credo, ma è un lavoro che ha bisogno di essere
retribuito adeguatamente, come ogni altro. Se offro un’opportunità
di studio per un progetto sto offrendo un lavoro, quindi devo avere
risorse adeguate per paga, vitto, alloggio, rimborsi, ecc. ecc.
Insomma, bisogna tenere ben presente che lo studio, la progettazione,
la creatività scenica sono lavoro e come tale, vanno retribuiti,
sempre. Spesso, i teatranti sono i primi a rinunciare a questo
principio. Se, per esempio, qualcuno offre una possibilità non
retribuita bisognerebbe avere il coraggio di dire di no e di far
saltare il progetto, per cercare realtà più virtuose.
Fare
questo può significare tagliarsi fuori da questa sorta di mercato?
Già,
ma lavorare gratis non equivale a tagliarsi fuori comunque? Non
significa accettare che un mestiere complesso sia trattato alla
stregua di un passatempo?
Esistono
realtà virtuose, però. Nel mio piccolo ho avuto la fortuna di
incontrarne e vorrei citare, ad esempio, il mio rapporto con il
Teatro Stabile dell’Umbria che mi ha dato la possibilità, non solo
di scegliere liberamente i miei progetti, ma anche di svilupparli
secondo le mie modalità di lavoro. Quello che insomma dovrebbe fare
ogni produzione che si confronta con un artista, ognuno diverso dagli
altri e con esigenze diverse dagli altri.
Esistono
poi rassegne importanti, come la Biennale Teatro, diretta Antonio
Latella, che non ha esitato a dare visibilità ad artisti e compagnie
di nicchia, come ad esempio la mia The Baby Walk. Insomma, io
sono stato fortunato, ma questo significa che delle opportunità
valide esistono.
La
distribuzione di un lavoro sembra essere nel nostro paese il punto
debole di tutta la filiera creativa. Spesso i circuiti esistenti sono
impermeabili tra loro, i festival per quanto tentino di agevolare la
visione di nuovi artisti non hanno la forza economica di creare un
vero canale distributivo, mancano reti, network e strumenti veramente
solidi per interfacciarsi con il mercato internazionale, il dialogo
tra gli indipendenti e i teatri stabili è decisamente scarso, e
prevalgono i metodi fai da te. Quali interventi, azioni o
professionalità sarebbero necessari per creare efficienti canali di
distribuzione?
Vorrei
chiederti di più su “i metodi fai da te”, mi interesserebbe
approfondire.
Che
dire?
Bisognerebbe
andare al Ministero della Cultura a porre queste domande.
O
bisognerebbe distruggere le logiche di potere, certo, ma come si
potrebbe fare? Peraltro, in quanti altri ambiti della vita nazionale
sarebbe necessario farlo? Potrebbe servire mettere alla direzione dei
teatri di produzione, pubblici e privati, persone esperte e
appassionate, capaci di leggere la scena contemporanea, mentre spesso
le nomine sono dettate da convenienze politiche o di altro genere.
Anche questa è una consuetudine di tanti altri settori, però.
Francamente, non credo di poter trovare risposte congrue e risolutive
alla tua domanda, il mio mestiere non è la Politica.
Potrei
semmai individuare qualche altro ostacolo a un buon funzionamento
dell’organizzazione teatrale. Per esempio, se la distribuzione è
di fatto un problema serio, endemico al sistema teatrale italiano, la
lunga tenitura di una produzione in un teatro è un problema ancor
più ingombrante. Così, una volta superata la difficoltà di mettere
insieme il budget necessario per una produzione fino ad alzata di
sipario, è noto che, anche facendo il tutto esaurito ogni giorno,
l’incasso del teatro mai arriverebbe a coprire il foglio paga della
compagnia durante le recite, perché sul costo del lavoro di
maestranze e artisti, a fronte di paghe nette, in media, appena
sufficienti, incidono i pesanti oneri aziendali. Oltre al foglio
paga, restano sempre da coprire le spese di esercizio. D’altra
parte, c’è il sistema degli abbonamenti, che tiene in piedi le
sale teatrali ma obbliga a offrire sempre più titoli in cartellone,
con teniture sempre più brevi, e questo costituisce un concreto
ostacolo alla permanenza di un solo spettacolo in scena.
Ecco
due aspetti del nostro sistema teatrale che, da anni, hanno ridotto
la Prosa a una presenza intermittente di proposte, troppo spesso,
disparate tra loro e hanno contribuito a un rapporto più freddo e
disimpegnato con il pubblico teatrale. Una situazione che pone gravi
limiti alla crescita del lavoro degli interpreti, nonché alla
formazione di nuove leve, sia di artisti, sia di tecnici. Insomma, da
autore e regista, so che gli spettacoli dovrebbero restare in scena a
lungo e senza interruzioni, perché solo le teniture fanno crescere
gli spettacoli.
Utopia?
Sì,
forse, nel nostro Paese, carico di questioni sociali irrisolte,
afflitto da una burocrazia ingombrante e compromessa, gravato da
disfunzioni economiche e finanziarie, potrebbe sembrare un’utopia,
ma in in un mondo normale sarebbe una pratica consolidata.
Liv Ferracchiati
La
società contemporanea si caratterizza sempre più in un
inestricabile viluppo tra reale e virtuale, tanto che è sempre più
difficile distinguere tra online
e offline.
In questo contesto quali sono oggi,
secondo la tua opinione, le funzioni della creazione scenica che si
caratterizza come un evento da viversi in maniera analogica, dal
vivo, nel momento del suo compiersi, in un istante difficilmente
condivisibile attraverso i nuovi media, e dove l’esperienza si
certifica come unica e irripetibile ad ogni replica?
La
scena è più lenta del sistema di immagini veloci che, come si dice,
“scrolliamo” sul cellulare o che passiamo in rassegna aprendo il
computer.
In
più, il teatro richiede uno sforzo di volontà: staccare gli occhi
da uno schermo e uscire.
Sento
che siamo sempre più dipendenti da qualcosa che ci ipnotizza e ci
toglie la possibilità di pensare, forse di muoverci. Il teatro,
allora, deve contrapporsi a questo, usando qualsiasi linguaggio, non
importa se con l’imitazione del vero o con l’artificio più
grottesco. Credo sia importante che le idee tornino ad essere il
nucleo centrale della creazione.
Ecco:
utilizzare la scena per rimettere al centro di ogni lavoro le idee.
Non
ho in mente un teatro a tesi o conferme a canoni accademici, parlo
proprio di idee nella loro forma più libera. Bisogna tornare a
chiedersi con forza: di cosa voglio parlare? Cosa per me è urgente
dire adesso?
Spesso
si prende in giro la parola “urgenza”, forse perché abusata, per
me invece è una parola necessaria.
Il
nostro lavoro non si può fare senza un motore, lasciandosi attrarre
dall’esserci o lasciandosi andare alla routine, bisogna che siamo
mossi da qualcosa.
Un’idea
mi sembra sufficiente, purché sia forte.
Del
resto, la stessa spinta serve a chiunque per vivere e conosco tante
persone, impegnate in ambiti diversi, che mettono molta passione nel
loro lavoro e sono mosse da idee.
Con
la proliferazione dei piani di realtà, spesso virtuali e artificiali
grazie ai nuovi media, e dopo essere entrati in un’epoca che
potremmo definire della post-verità, sembra definitivamente
tramontata l’idea di imitazione della natura, così come la
classica opposizione tra arte (come artificio e rappresentazione) e
vita (la realtà intesa come naturale). Nonostante questo sembra che
la scena contemporanea non abbia per nulla abbandonato l’idea di
dare conto e interrogarsi sulla realtà in cui siamo immersi. Qual è
il rapporto possibile con il reale? E quali sono secondo te gli
strumenti efficaci per confrontarsi con esso?
Credo
sia impossibile prescindere dal reale, quello che ci accade intorno
influisce su ciò che sentiamo, ci forma, ci rende più o meno
sensibili, più o meno intelligenti.
Anche
una forma astratta, un racconto surreale saranno determinati dal
rapporto con ciò che è considerato reale, se non altro per il gioco
del paragone.
Per
me, il lavoro creativo è prima di tutto un’indagine su chi è
l’essere umano, una ricerca che mi serve a comprendere le mie
azioni e quelle di chi mi sta intorno.
Gli
strumenti efficaci per confrontarsi con esso, come ho detto nella
prima risposta, possono cambiare di volta in volta. Vorrei chiudere
così il cerchio della riflessione che tu hai stimolato: il
linguaggio può cambiare continuamente, al centro bisogna riportare
l’idea.
Quarta
intervista ai protagonisti della giovane scena italiana. Questa
settimana chiacchieriamo con Giovanni Ortoleva
a cui abbiamo posto le cinque
domande su temi importanti quali creazione, produzione,
distribuzione, funzioni della scena e rapporto con il reale.
Ricordiamo che lo scopo di questi incontri è di raccogliere le idee
e i pensieri di chi oggi è protagonista della ricerca scenica e
cogliere dalle risposte alcune linee guida sugli strumenti necessari
per un vero rinnovamento nonché le possibili coordinate verso la
scoperta di nuovi paradigmi e funzioni per il teatro inteso nel suo
senso più ampio del termine.
Giovanni
Ortoleva è
drammaturgo e regista. Il suo ultimo lavoro Saul
è andato in scena alla Biennale di Venezia nel 2018. Tra i suoi
lavori ricordiamo anche Oh, little
man.
D: Qual è
per te la peculiarità della creazione scenica? E cosa necessita per
essere efficace?
Difficilmente, per me, può essere efficace una
creazione scenica che non ha un motivo ben preciso per nascere ed
essere proposta al pubblico del suo tempo. Non mi riferisco
all’urgenza, concetto
vago come le stelle dell’Orsa: quel che dico è che non può darsi
uno spettacolo di teatro che non si ponga in
dialogo col pubblico che lo vede, quindi
anche coi tempi in cui
avviene. Il teatro non permette la musealizzazione. Non può
permettersi la decontestualizzazione. Se Peter Brook esagerava
dicendo che uno spettacolo dura massimo tre anni, credo comunque non
sbagliasse di molto. Molto semplicemente: il teatro è l’arte della
ripetizione, ma sempre in dialogo col presente. Con ciò che accade
sulla scena così come con ciò che accade in platea, in piccionaia,
per strada, nel paese. Non è vero che il teatro è politico
di per sé, è una menzogna. Deve esserlo,
non lo è di per sé. Con questo, tra l’altro, non intendo dire che
uno spettacolo deve parlare esattamente di ciò che sta avvenendo
fuori dalla sala in cui avviene; un classico o una riscrittura può
parlare al contemporaneo e del contemporaneo quanto e più di uno
spettacolo sul contemporaneo.
D: Oggi
gli strumenti produttivi nel teatro e nella danza si sono molto
evoluti rispetto solo a un paio di decenni fa, – aumento delle
residenze creative, bandi specifici messi a disposizione da
fondazioni bancarie, festival, istituzioni -, eppure tale evoluzione
sembra essere insufficiente rispetto alle esigenze effettive e deboli
nei confronti di un contesto europeo più agile ed efficiente. Cosa
sarebbe possibile fare per migliorare la situazione esistente?
Si
dovrebbero creare dei percorsi che permettano al soggetto vincitore
di un bando, una residenza o altro di portare
a termine un lavoro. Sappiamo tutti che una
residenza di dieci giorni non può essere sufficiente a realizzare
uno spettacolo completo, e la richiesta (non infrequente) di farlo mi
lascia perplesso. Bisogna parlarsi molto chiaro, tra operatori e
artisti, credo si debba smettere di accettare residenze volte a
produrre “studi” che poi si parcheggiano in attesa di altre
residenze; bisogna soprattutto creare dei canali solidi tra centri di
residenze, festival e altre strutture, che mettano gli artisti che
scelgono questi percorsi realmente in condizione di lavorare, di
iniziare un percorso sapendo che non si concluderà a metà strada.
Poco importa se questo comporta il sostenere meno progetti,
l’importante è sostenerli fino in fondo. Ho parlato solo di tempo e
non di economie, ma il discorso è traslabile (il tempo è denaro).
Ciò detto non conosco la situazione di un paio di decenni fa, perché
all’epoca ero all’asilo, quindi non so dire molto di più.
D: La
distribuzione di un lavoro sembra essere nel nostro paese il punto
debole di tutta la filiera creativa. Spesso i circuiti esistenti sono
impermeabili tra loro, i festival per quanto tentino di agevolare la
visione di nuovi artisti non hanno la forza economica di creare un
vero canale distributivo, mancano reti, network e strumenti veramente
solidi per interfacciarsi con il mercato internazionale, il dialogo
tra gli indipendenti e i teatri stabili è decisamente scarso, e
prevalgono i metodi fai da te. Quali interventi, azioni o
professionalità sarebbero necessari per creare efficienti canali di
distribuzione?
Vorrei avere
una risposta. So solo che mi addolora vedere grandi produzioni
spegnersi dopo venti date, e che venti date su un paio di piazze sia
considerato un buon risultato. Uno spettacolo inizia a vivere, a
essere quello che dovrebbe, dopo un certo numero di repliche, e
questo lo sa chiunque lavori nel settore. Ma ripeto, non ho una
risposta. Credo che in ogni caso dovrebbe esserci in primo luogo un
interesse degli operatori italiani ai titoli esteri, capita troppo
poco di avere nomi internazionali sui palcoscenici italiani, e faccio
una considerazione a margine su quel che riguarda
“l’internazionalità”: all’estero è normale trovare
spettacoli con sovratitoli, il che fa avvicinare alla produzione di
un determinato paese un pubblico anche di altri paesi. Sono stato a
Berlino andando a teatro ogni sera, e non parlo una parola di
tedesco. In Italia ho visto l’uso di sovratitoli solo al Piccolo di
Milano (per La tragedia del vendicatore)
e alla Pergola di Firenze (per Mary said what
she said, ma i sottotitoli là erano per il
pubblico italiano). Non lo capisco. Abbiamo un turismo, anche
culturale, che cresce in modo incontrollabile e continuiamo a tenere
il teatro fuori da queste logiche. Se è purismo, per me è una
stupidaggine.
D: La
società contemporanea si caratterizza sempre più in un
inestricabile viluppo tra reale e virtuale, tanto che è sempre più
difficile distinguere tra online
e offline.
In questo contesto quali sono oggi, secondo la tua opinione, le
funzioni della creazione scenica che si caratterizza come un evento
da viversi in maniera analogica, dal vivo, nel momento del suo
compiersi, in un istante difficilmente condivisibile attraverso i
nuovi media, e dove l’esperienza si certifica come unica e
irripetibile ad ogni replica?
Il teatro
non è liquido. E’ un evento totalizzante, che richiede
partecipazione e porta (potenzialmente) altrove. Non è una serie che
puoi guardare sul cellulare nei buchi di tempo, e non deve aspirare
ad esserlo. Se c’è qualcosa di contemporaneo a cui guardare per
capire dove portare il teatro per me sono i concerti, che rimangono
eventi collettivi e immersivi. Cambiano le forme dello spettacolo ma
non cambia il concetto. Qual è la funzione? Muovere il pubblico.
Quando vedo il pubblico che arriva in platea penso sempre che ci si
siede per essere alzati, che la richiesta che viene posta al palco è
sempre “rendimi lo stare seduto impossibile”. Per le
risate, l’inquietudine o la voglia di ballare, è lo stesso. Come le
montagne russe ma con altri strumenti. Chi fa teatro
oggi
ha una grande responsabilità
e sono felice di farlo proprio in questi tempi.
D: Con la
proliferazione dei piani di realtà, spesso virtuali e artificiali
grazie ai nuovi media, e dopo essere entrati in un’epoca che potremmo
definire della post-verità, sembra definitivamente tramontata l’idea
di imitazione della natura, così come la classica opposizione tra
arte (come artificio e rappresentazione) e vita (la realtà intesa
come naturale). Nonostante questo sembra che la scena contemporanea
non abbia per nulla abbandonato l’idea di dare conto e interrogarsi
sulla realtà in cui siamo immersi. Qual è il rapporto possibile con
il reale? E quali sono secondo te gli strumenti efficaci per
confrontarsi con esso?
Esiste altro
referente del lavoro di un artista che non sia il reale? Provocazione
a parte, mi sembra che i modi di rivolgere lo specchio alla natura
rimangano molto eterogenei nel nostro panorama, con un crescente
ingresso del dato reale “grezzo” nelle creazioni di taglio
più sperimentale e innovativo. Non mi riferisco tanto al teatro
documentario, che direi non essere più una novità, ma a lavori come
First Love di
Marco D’Agostin, che
prende un dato reale ma ci lavora in modo personalissimo. Continuo a
non pensare che portare sul palco una registrazione della realtà
(come può essere un video o una trascrizione) sia la forma più
innovativa di rivolgere lo specchio alla natura, ma da spettatore
spero sempre di essere contraddetto nei miei pre-giudizi. Non so
neanche se posso parlare di un “mio” modo di rivolgerlo. In
questo momento sto lavorando sui classici (sempre chiedendomi quali
sono i classici oggi), sulla loro capacità di parlarci del presente,
ma il mio primo lavoro ad esempio era una drammaturgia originale
sulle crisi cicliche del capitalismo. Credo più semplicemente di
avere scelto un tema che considero centrale in questo momento a
livello planetario (ovvero il fallimento e la paura di esso) e di
starlo attaccando da tutti i fronti.
Il Saul di Giovanni Ortoleva ci mette a confronto con un conflitto. Non uno combattuto sui campi di battaglia, per quanto sullo sfondo narrativo questi compaiono in lontananza. Quella che si combatte è una guerra tra generazioni, sola “igiene del mondo”. Il vecchio re Saul, benedetto da Dio fino a diventare primo re di Israele, prima si infatua del giovane David, suonatore di cetra, poi geloso del suo successo contro Golia, diventa il suo più acerrimo nemico.
Oggi Saul
è re del rock oscurato da David, astro nascente, destinato a
adombrare la sua stella. La reazione è la medesima: incapace di
scendere a patti con il tempo che passa, contro il fallimento che
segue qualsiasi successo, Saul
contrasta il nuovo che avanza inabile a sottomettersi al cambio di
passo della grazia divina ora posata su novella fronda.
Terzo in
questa dicotomia: Gionata, figlio di Saul, figlio negletto, impedito
a sorgere dalla figura del padre ingombrante, non libero come David
di scegliersi un destino, perché ingabbiato da un destino. Gionata
che invano cerca un dialogo col padre, e lo trova con questo fratello
aggiunto a forza, ma è infine obbligato a combatterlo dai doveri
filiali. Gionata e David, due giovani a rappresentare le due opposte
balze della lotta generazionale: la pianta oscurata e soffocata e il
virgulto che cresce benedetto dalla luce.
Il
Saul di Giovanni
Ortoleva, la cui drammaturgia è opera a
quattro mani con Riccardo Favaro,
è confronto letterario con i modelli: da una parte il testo biblico,
dall’altra il Saul
di André Gide. Anche
tra queste due figure una terza si insinua, più o meno conscia. È
Finale di partita
di Beckett che in
tutta la prima parte risuona costante: Saul infisso in una poltrona,
da cui come Oblomov si alzerà a metà dell’opera, è inabile a far
niente da sé e volutamente cieco al mondo (non vuole sapere niente
di ciò che succede fuori dalla sua camera d’albergo) a far la parte
di Hamm. Clov invece è scisso in un doppio: Gionata è il suo
servitore e il suo occhio, obbligato a guardar fuori dalla finestra,
David, in altra stanza come Clov nella sua cucina, pronto a giungere
a ogni chiamata di Saul. Anche il destino di questo novello Clov è
bifronte: Gionata non riuscirà a liberarsi, David uscirà dall’ombra
molesta del re. Anche Finale di partita
è lotta generazionale: i vecchi nell’immondizia, Hamm cieco e
immobile sulla poltrona, Clov zoppo e indeciso se fuggire o no.
Beckett lascia aperta la questione, Giovanni
Ortoleva e Riccardo
Favaro mostrano entrambe le possibilità: il
successo di David, l’inabissarsi di Gionata.
Altro
risuonare beckettiano è la coazione a ripetere. I dialoghi, gli
eventi, le azioni. Tutto è ciclico ritorno dell’eguale ma sempre più
affrettato. Variante: una velocità di fuga in spirale accelerata.
In scena la
regia si dipana in opposizioni spaziali: Saul e Gionata, Saul e
David, infine Gionata e David. Gli elementi scenici sono essenziali:
una poltrona circondata da ciarpame in accumulo, un lungo tavolo
sullo sfondo al centro, una pedana per David.
Indovinata
la scelta dei ritmi e dei toni narrativi. La narrazione procede per
accelerazioni e rallentamenti che si susseguono e intrecciano, così
come dramma e commedia alternano commozione e dissacrazione. Il mito
dell’eterna battaglia, dei Crono che ingoiano i propri figli ma
vengono da questi sconfitti è visto con cinica ironia: i padri
perderanno di sicuro e quanto più tardi se ne renderanno conto tanto
più clamorosa e ridicola sarà la loro caduta.
Questo Saul di Giovanni Ortoleva è, volente o nolente, anche opera politica in un paese come il nostro governato da vecchi, in cui la generazione di mezzo, come Gionata, è stata incapace di scrollarsi di dosso il padre. Sta ora ai giovani, a coloro che vengono per ultimi, spodestarli. E lo faranno sicuramente.
Filippo
Tommaso Marinetti nel
Primo Manifesto Futurista del 1909 recitava:
“I più anziani fra noi, hanno trent’anni: ci rimane dunque
almeno un decennio, per compier l’opera nostra. Quando avremo
quarant’anni, altri uomini più giovani e più validi di noi, ci
gettino pure nel cestino, come manoscritti inutili“. Oggi
i trentenni sono arrivati alla ribalta. Speriamo che ci gettino nel
pattume, che sappiano vincere Crono e spodestarlo. Se non viene loro
dato spazio se lo prendano, ne va del loro e nostro futuro affinché
anch’essi non cadano: “fatalmente esausti, diminuiti e calpesti”.
Pergine
Festival: il teatro come luogo di incontro e confronto
I festival
come gli spettacoli sono creature che necessitano di pazienza, grande
lavoro, dedizione, ma soprattutto di una visione. Quale scenario si
vuole allestire affinché il teatro nel suo senso più ampio possa
fiorire? Per chi lo si appresta? Per quale tipo di pubblico? Come si
innesta questa creatura estranea nel territorio in cui viene
ospitata? Pergine Festival,
in Trentino nella bella Valsugana,
manifestazione giunta alla sua 44esima edizione con la direzione di
Carla Esperanza Tomassini,
è un evento in grado di rispondere in maniera particolarmente
affascinante a tutte queste domande.
Pergine
Festival cerca innanzitutto di creare un
contesto in cui, attorno alle performance proposte, la comunità
possa incontrarsi, vivere la cittadina, scoprirsi parte di una
collettività animata da afflati e urgenze sia comuni quanto
divergenti e nel confronto crescere. Il pubblico a cui ci si rivolge
è quindi prima di tutto comune, popolare, non composto di addetti ai
lavori e questo senza cedere a populismi culturali. Si cerca di
incontrare uno spettatore inteso nel più ampio spettro possibile
anche se l’obbiettivo primario sono le giovani generazioni. Recupera
l’etimo della parola, costruisce una festa, un momento fuori
dall’ordinario scorrere della vita quotidiana, portando l’eccezione,
l’inconsueto, l’imprevisto nel borgo montano in cui si svolge. Un
periodo dirompente a smuovere il pensiero e l’azione, per
incontrarsi e discutere, per rompere l’abitudine e portare la
comunità verso luoghi impensati.
Quello che
colpisce a primo acchito non è tanto l’ottima affluenza, così rara
oggigiorno dove l’evento performativo è spesso appannaggio di una
sempre più ristretta riserva indiana, quanto la grande presenza di
giovani. Tale pronta e costante risposta delle nuove generazioni è
significativa di un incontro fecondo, di un lavoro intelligente,
accorto nell’intercettare bisogni e desideri, nel saper sollecitare
la curiosità.
La
programmazione alterna performance partecipative a spettacoli dove
viene prevista la possibilità di una visione più tradizionale
benché frutto di ricerche ardite nei nuovi linguaggi teatrali. Nelle
sale di Palazzo Crivelli,
nel centro di Pergine,
si è potuto assistere a After/Dopo
di Effetto Larsen,
gruppo operativo intento da anni nel sviluppare percorsi
partecipativi e site specific.
In sette stanze del palazzo il pubblico ha potuto riflettere sul tema
della propria dipartita. Una sorta di meditazione sulla morte in
sette passi. All’entrata ci viene consegnato un sacchetto colmo di
sassi bianchi e rotondi. Nella prima stanza a terra troviamo le prime
scottanti domande: hai mai visto un cadavere? Ti sei mai preso cura
di lui? Pensi che tutto termini con la morte? I sassi servono a
determinare il nostro pensiero, ma nel porli a terra, nel decretare
la nostra scelta, ci sgravano da un peso, ci alleggeriscono e avviano
verso un meditare raccolto in silenzio come di preghiera.
In ogni
stanza una prova che ci profonda sempre più nel pensiero di noi
scomparsi. Si tira le fila della nostra vita. L’abbiamo sprecata? Ci
siamo dedicati alle cose veramente importanti? Cosa lasceremo di noi
a chi sopravvive? Quale ricordo vorremmo lasciare? Un bilancio che
porta a commozione, a prendere coscienza di sé, del proprio tempo,
dell’agire e del patire, di cosa ancora sapremo donare e donarci.
Un percorso
scottante, capace di scuotere nel profondo e lascia attoniti e
pensierosi a lungo. Quasi una meditazione sul cadavere di pratica
buddista. Un distaccarsi dalla terra per accoglierla nell’abbandono
totale.
Come
contraltare al pensiero sul morire seguiva Atto
di adorazione
di Dante Antonelli, in
anteprima a Pergine Festival,
prima del debutto autunnale a Roma Europa
Festival. Scrittura originale dalle opere
giovanili di Yukio Mishima,Atto di adorazione
ritrae quattro giovani in un parco, tra ribellione e affermazione
della propria libertà, intenti a cantare la vita e il dolore che
l’accompagna. Come bruchi costretti a lottare per divenir farfalla,
opponendosi a ciò che li vuole raddrizzare, costruire a propria
immagine e somiglianza, educare a valori in cui non credono, i
giovani combattono con rabbiose ed eleganti mosse di taekwondo. Una
battaglia in graduale metamorfosi, verso un volo, verso il desiderio,
spinti da un afflato prepotente innalzato nella vertigine, visione ed
estasi: «il
mio regno è fatto di luce». Il combattimento in questo atto di
adorazione diventa danza (con la collaborazione alla coreografia di
Salvo
Lombardo),
si trasforma in corpi che si mangiano ed accarezzano, si sfiorano e
si battono, spinti da un desiderio insaziabile di vita inseguiti dal
verme della morte: «Siedo sul trono del dolore come imperatore sul
trono».
Un
lavoro intenso, a cui necessita qualche ulteriore raffinazione per
asciugare la meditazione, fino alla più pure essenzialità e in
grado di spingere a riflettere su cosa potremmo essere una volta
liberati dai vincoli di convenzioni fittizie e autoimposte.
Meraviglioso, febbrile, estatico l’accompagnamento musicale live
di Mario
Russo.
Altro
viaggio profondissimo, con Viaggioal
termine della notte, laddove
il nero abissale diventa luce abbagliante, è quello proposto da Elio
Germano e
Teho
Teardo.
Un personale attraversamento del capolavoro di Luis-Ferdinand
Céline
tra parole e musica, verbo che si fa melodia tra il sussurro e il
tuono, musica simile ad un rumore di martello. Soffio leggero di
vento per far emergere la cinica sfiducia nella vita, negli uomini,
nei valori, tra gli afflati caotici di una natura umana
incomprensibile nell’abbraccio stretto a una natura matrigna e
inutilmente crudele.
Oh,
little man
di Giovanni
Ortoleva
interpretato da Edoardo
Sorgente
è invece meditazione caustica sul capitalismo. Un broker d’assalto,
sulla sua nave da crociera, con un unico servitore di nome Lunedì
perpetuamente assente, si trova attanagliato dall’incubo di vendere
prima di un nuovo crollo economico. Il cellulare non funziona, gli
strumenti di controllo non sono accessibili, il naufragio è
inevitabile. Tocca a noi pubblico decidere se salvare o meno il
piccolo uomo che affoga. Lo salveremo? Oppure come recita la frase
che campeggia sui due schermi in proscenio :“è più probabile
l’apocalisse che la fine del capitalismo?”. Quella di Giovanni
Ortoleva,
giovane drammaturgo e regista prossimo ospite della Biennale
di Venezia,
è opera intelligente, capace di porre domande lasciando il pubblico
libero di trovare le risposte in cui crede. Un’ironica interrogazione
sulla società di cui facciamo parte e contribuiamo a mantenere senza
cercare alternative valide, sostenibili e credibili.
Amour
dei
Dynamis
è performance partecipata, costruita attraverso una serie di
residenze con quindici attori amatoriali intenti ad indagare quello
che spesso, noi professionisti, si dimentica del teatro: l’amore di
stare sulle scene, del creare monumenti effimeri, pensieri in
movimento corrosi dalle termiti del tempo. Visionando una lunga fase
di prova si è potuta apprezzare la capacità del collettivo romano
nel creare sintonia con gli entusiasti partecipanti. Un lavoro colmo
di ironia incentrato sul confine labile ma presente, in grado di
dividere l’uomo dall’attore, limite spesso abolito nel portare in
scena se stessi come se la propria esperienza fosse misura di tutte
le cose. In questo progetto appare invece chiaro quanto i vasi siano
comunicanti dove uno stato si nutra dell’altro, diversi e
compatibili, mai uguali e proprio perché diversi, potenti, capaci di
interessare e avvincere, in quel luogo dove l’io si scioglie nella
moltitudine delle possibilità.
Pergine
Festival,
come si può evincere da questo breve excursus, ha una programmazione
complessa volta a immergere il pubblico nell’idea di teatro come
azione di comunità per la comunità, non fortino eburneo per addetti
ai lavori ma luogo di incontro e scambio.
Il 2 giugno,
Festa della Repubblica, si è aperta la 24ma
edizione del Festival delle Colline Torinesi.
A inaugurare il programma Chiara Guidi
e Claudia Castellucci
con Il regno profondo. Perché sei qui?
e La gioia
di Pippo
Delbono.
Chiara
Guidi e Claudia Castellucci giungono sulla scena come due
anziane signore, a braccetto, Con lentezza decisa salgono sul podio
al centro della scena. Sono illuminate dall’alto da una luce a
pioggia che cade da una lampada nera a forma di trapezio. Il podio è
vuoto eccezion fatta per due aste per microfoni. Le donne sembrano
due beghine con un austero vestito nero a righe, le gonne lunghe e
severe, le calze nere anch’esse e le scarpe pesanti.
Le donne,
chiamate “luogotenenti” perché presidiano un luogo in cui sono
arroccate, cominciano a salmodiare un testo fitto di domande. In
apparenza questioni religiose o, per lo meno, esistenziali. Si
rivolgono direttamente a un interlocutore che potrebbe essere
benissimo il pubblico come Dio stesso. Le domande vengono sparate a
mitraglia, senza aspettarsi una qualsiasi risposta. C’è dello
scetticismo persino nel porle. La cantilena intanto prosegue serrata
come una sorta di salmo responsoriale che in verità non fornisce
risposta alcuna. È un girare a vuoto su questioni a cui non si crede
veramente e su cui vanamente ci si interroga.
Improvvisamente
un intermezzo. Le “luogotenenti” si accasciano al suolo e nel
buio parole vengono proiettate sul fondo, parole pletoriche che non
hanno veramente un’urgenza, sembrano quasi casuali e intervallate da
pubblicità assurde di attività artigianali nella provincia di
Forlì.
E quindi il
ciclo ricomincia, le donne ricominciano le domande, questa volta
poste una all’altra in una sorta di dialogo fatto di domande a cui
nessuna delle due fornisce risposta e poi ancora un intermezzo. Tre
cicli in tutto. E poi le donne escono così come sono venute. Due
anziane a presidiare una fortezza costituita da niente, a
interrogarsi su vuote questioni senza giungere a un risultato alcuno.
:”Casca il mondo. Casca la terra. E sotto non c’è niente”
canticchiano le megere. Il tutto sembra un’agghiacciante istantanea
di molta cultura odierna, che presidia posizioni inutili, senza porsi
dei problemi urgenti e reali, mantenendo modalità obsolete e
polverose mentre il mondo è andato avanti e, per dirla con un motto
di una famosa serie, l’inverno sta arrivando.
Ottima la
regia vocale di Chiara Guidi,
una vera e propria direzione d’orchestra di parole che si fanno
musica e richiamano il recitar rosari e il cantar salmi nelle veglie
funebri. Un dire quasi automatico, abitudinario, svincolato dal
fornire significato a quanto si dice, ma che conserva una certa
musicalità annoiata come di ronzio. I silenzi e gli intervalli sono
anch’essi sapientemente dosati come in un linguaggio musicale, così
come il gesto e il movimento che danno l’idea di un rito ma di color
funereo.
Se Perché
sei qui?, spettacolo che costituisce la
terza parte di una trilogia prodotta dalla Societas
intitolata Il regno profondo,
è opera che agghiaccia di comicità fredda e tagliente, La
gioia di Pippo
Delbono,
primo suo spettacolo senza Bobò,
è invece un percorso caldo e commosso verso quell’attimo che
sospende la pena, un istante di suprema grazia fragile come lo
sbocciare di un fiore, accolto dal pubblico torinese con un
lunghissimo applauso e una standing
ovation.
Cos’è la
gioia? Questa la domanda a cui si può rispondere solo in maniera
personale e senza la supponenza di aver sicura e pronta una risposta.
Pippo Delbono ci
racconta il suo viaggio, compiuto con gli attori della sua compagnia,
un cammino lungo costellato di ricordi, di perdite, di ombre e
dolori, di faticose risalite da pozzi bui, di incontri illuminanti e
radiosi, di profonde disperazioni vinte grazie all’amore.
La gioia ricorda in ogni istante come il
cielo possa caderci in testa in ogni momento, come ogni vita sia
fragile e debole di fronte alle forze che congiurano contro di essa.
Il viaggio
di Pippo Delbono
diventa per questo universale perché ognuno di noi vede in quelle
morti, in quei dolori il proprio calvario, si riconosce e, privo di
difese e scetticismi intellettuali, si commuove.
Una zolla
d’erba è la prima immagine. Nelson Lariccia
appare con un innaffiatoio e la irrora. E poi il buio. Ed ecco che
sorge un primo fiore, e poi un altro, infine un giardino. Il tema è
tutto in questo primo quadro: lo sbocciar dei fiori dalle lacrime.
Il cammino è
tortuoso, bisogna attraversare inferni per giungere a un attimo di
paradiso, il seme deve morire e con sforzo spaccare la terra per
elevarsi al cielo. Ed ecco scendere dall’alto sbarre di ferro a
formare una gabbia intorno a Pippo Delbono,
e figure oscure, vampiresche e demoniche invadono la scena percossa
da una martellante luce strobo.
Il viaggio è
quello di uno sciamano il cui corpo e anima devono essere fatti a
pezzi per essere ricomposti da capo. Uno scendere all’Ade verso le
ombre dei morti per incontrarli una volta ancora. I ricordi affollano
la scena, gli incontri con Bobò,la cui vocina da uccellino risuona nuovamente
sulla scena, con Gianluca Ballaré,
con Nelson nelle
strade di Napoli, con Pepe Robledo
che da ormai trentacinque anni condivide il viaggio teatrale con
Pippo. E i frammenti degli spettacoli: le barchette di carta diItaca,
oggi tristemente più attuali e presenti che mai,
i clown di Guerra,
la panchina su cui Pippo e Bobò erano Vladimiro ed Estragone in
Barboni. In
questo rimembrare tutto personale, in questo turbinare di figure che
si affollano intorno a Pippo Delbono
c’è una spasmodica e tutta umana ricerca della gioia, un condividere
il dolore per superarlo, un con-patire che permette di rompere quelle
sbarre di disperazione per far sorgere uno straordinario giardino
fiorito (opera del floral designerThierry Boutemy) che
nasce appunto dalle foglie morte, immagine finale che si riallaccia,
in circolo chiuso e compiuto, con quella dell’inizio.
Vent’anni fa
giovane studente di teatro a Venezia ebbi la fortuna e l’onore di
essere assistente di Pippo Delbono
nella produzione di Her Bijit,
spettacolo itinerante nell’Arsenale durante la Biennale
di Venezia del 1999. In quell’occasione un
giorno, in uno dei rari momenti di pausa, chiesi a Pippo, da studente
ansioso di strappare dei segreti al maestro, cosa animasse il suo
teatro. Mi rispose, dopo un lungo istante di silenzio, che era il suo
modo per esorcizzare il dolore e la paura della morte condividendoli
con gli attori e con il pubblico. Quelle parole mi sono tornate alla
mente mentre assistevo a La gioia
e penso, allora come oggi, che questa è la forza del teatro di Pippo
Delbono: la capacità di creare una comunità
di persone, in scena e in platea, che condividono una pena e tramite
la scena la superano. Anche laddove le immagini possono apparire
ingenue, semplici fino alla banalità, esse assumono sempre una
delicata sostanza poetica capace di irrompere nei cuori più induriti
e aprire loro una via di fuga al dolore.
La
gioia forse in fondo è questo: un lungo
e difficile percorso di superamento dello strazio e del tormento per
godere, magari per un solo istante colmo di commozione, della
fragilità e bellezza della vita. E in fondo, come diceva Artaud, il
teatro è appunto uno strumento che ci ricorda di come tutto congiuri
contro la vita, quel delicato fiore che si erge contro la tempesta e
destinato a perder la sua battaglia per essere portato via dal vento.
Chiara Guidi e Pippo Delbono aprono dunque la ventiquattresima edizione del Festival delle Colline Torinesi con due opere diverse per intenti e temperature emotive ma altrettanto potenti. Un debutto di festival di grande intensità con i lavori di due maestri del teatro italiano capaci di toccare, scuotere e commuovere il pubblico.
Ph: @Andrea Macchia
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