LA SOLITUDINE DI ASTERIONE: Il mito del Minotauro secondo Silvia Battaglio

Sabato 1 dicembre al Tangram di Torino è andato in scena Studio per Minotauro di Silvia Battaglio nell’ambito della rassegna Maldipalco. Il lavoro ha già attraversato un periodo di residenza presso Officine Caos/Stalker Teatro dove è stata presentata una prima restituzione il 24 novembre.

Silvia Battaglio è artista che impiega sulla scena il corpo come principale strumento di espressione e in cui pochi semplici elementi scenici, precisi nell’essere sempre segno e mai tappezzeria o decoro, costruiscono una narrazione fatta per immagini e suoni, un montaggio delle attrazioni in cui il materiale letterario non è che uno dei materiali con cui si costruisce la drammaturgia. Non vi è dunque dipendenza dalla fonte letteraria ma riscrittura e reinvenzione.

Il Minotauro che appare in scena è un pugile, un ragazzino che si allena ad affrontare il nemico che il fato ha predisposto per lui. Asterione è Toro scatenato che fende l’aria con ganci e jab per scaricare e sfogare il suo desiderio d’amore, la sua solitudine estrema che pur d’essere estinta si accontenta anche di un nemico.

Asterione è figlio delle stelle e di re, non solo frutto mostruoso di illecita passione. Questa sua doppia unicità lo separa dal consesso umano non le porte del labirinto che sono sempre aperte. Egli se vuole può uscire, chi vuole entrare non è impedito, eppure la diversità può ciò che nessun cancello, serratura o chiavistello potrebbe. Il Minotauro non ha che la sorella Arianna con cui parlare ma la signora del labirinto risulta ambigua nel suo essere alleata e strumento di morte. Voce benevola e premurosa, quasi madonnina votiva è anche colei che conduce il nemico. Il suo aiutar Teseo non è forse anche e soprattutto atto d’amore perché conduce al fratello l’unico compagno che mai potrà avere? Quella morte che giunge per mano sua non è atto di pietà nel liberare il Minotauro da una vita ingiusta e agra?

Arianna, come Teseo, è anche strumento nelle mani del volere del fato, degli dei, dei re, in una parola del potere. Arianna non può che aiutare Teseo perché così è stato scritto, e quest’ultimo non può che essere burattino nella mani di chi lo vuole assassino. Il giovane ateniese è un pupo governato da fili, guidato Arianna e dal fato tessuto per lui dalle Moire, senza volontà se non quella di altri, nient’altro che povera marionetta eterodiretta.

Asterione è l’unico personaggio in questo dramma che gode di una certa autonomia, libertà che esercita però nei limiti e nei confini imposti. Il labirinto è la sua casa e il suo mondo l’unico che può vivere. Ciò che è all’esterno del suo palazzo immenso non può accogliere la sua unicità. L’eccezione è infatti un intoppo al fluido scorrere del consueto e va eliminata o esiliata. Al Minotauro non resta che correre tra le pietre del suo palazzo, inventarsi giochi con amici immaginari, guardare la vita degli altri dalla finestra e attendere che il suo destino si compia. Quando il fatidico momento giunge Teseo stupisce: “Lo crederesti Arianna? Il Minotauro non s’è quasi difeso”.

Silvia Battaglio ci racconta un ragazzo-toro molto più umano dei suoi persecutori, adolescente bisognoso d’amore, escluso per peccati altrui e perché gli altri hanno decretato per lui una vita di segregazione. Per narrare la sua figura Silvia Battaglio decide di non riferirsi alla tradizione mitologica ma di affidarsi solamente a materiali letterari novecenteschi: Borges la stanza di Asterione, Cortázar I re, Dürrenmatt Il Minotauro. Come si diceva all’inizio dell’articolo questi stralci testuali si integrano con i pochi e significativi oggetti: il filo rosso che governa e ingabbia il pupo/Teseo, le pietre del labirinto, la finestra volta la platea che guarda il mondo dei giusti e dei sani, quelli che si sentono in diritto di escludere il povero Asterione, figlio di re e delle stelle.

Silvia Battaglio ci restituisce un Minotauro tenero e solo, voglioso d’amore perché privo d’amore, pronto ad accogliere persino il suo assassino pur di udire una voce non sua e toccare un corpo altro da sé.

Uno studio questo su Il Minotauro molto maturo, con elementi drammaturgici precisi e un ottimo utilizzo del corpo per esprimere ciò che le parole non dicono. Risulta fragile e appiattito solo il personaggio Teseo, troppo racchiuso in un’immagine grottesca e marionettistica. Certo è vero che neanche i miti antichi sono stati teneri con la sua figura di giovane eroe più temerario che coraggioso, traditore e inaffidabile, ma renderlo solo un elemento comico lo livella e comprime forse troppo. Se si trovassero delle sfumature che gli conferiscano una profondità il Minotauro di Silvia Battaglio potrebbe assumere una forma ancor più intima e umana.

Ph: @Emanuele Pensavalle

QUASI NIENTE: di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini

L’ultimo lavoro nato da un progetto di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, Quasi niente, a due mesi dal debutto ufficiale al FIT di Lugano e dopo la tappa romana, è approdato in Emilia, lasciando i territori dei festival per arrivare dritto nei cartelloni di stagione.

Quasi niente. Un titolo che è pasto pronto per i critici, come sorridendo confessa la stessa Daria Deflorian al termine della permanenza modenese presso il Teatro delle Passioni, ma anche un titolo che è arrivato in corso d’opera, man mano che il lavoro prendeva forma. Inizialmente, l’idea era di mantenere una linea di continuità con la pellicola che è stata il punto di avvio tematico proprio attraverso il titolo: dunque, mantenere Il deserto rosso, dal primo lavoro a colori di Michelangelo Antonioni, del ’64. Ma poi la scelta si è volta altrove, ed è arrivato Quasi niente.

Un titolo a cui la compagnia si dice ora affezionata, e che è una poesia. Mantenere quello originale sarebbe stato comunque quanto meno improprio: avrebbe coinciso con un piccolo tradimento del progetto stesso, colto nel suo delicato processo di crescita ed evoluzione. Delicato, in quanto Quasi niente è uno spettacolo destinato a una crescita continua, così come in verità ogni spettacolo, che replica dopo replica vive delle nuove scoperte che porta alla luce; il che fa sì ogni sera lo si debba avvicinare come una nuova vita, mai identica alla precedente. Ma delicato anche perché già nei suoi primi passi, questo è uno di quei lavori che trasmette, e lascia, una sensazione di sussurro. La stessa atmosfera d’intimità dei segreti bisbigliati all’orecchio, assieme a un senso di calore e vicinanza, dimensione che non è mai estranea dai lavori della compagnia, e che contribuisce ogni volta a rendere i loro spettacoli una esperienza di pura e umana intensità.

Da Antonioni si parte per poi scavare ancora più in profondità, e andare avanti. Non ci poteva essere un incontro migliore: la dimensione del paesaggio come fattore determinante nel racconto del disagio del mondo. Assioma cardine nella poetica del regista ferrarese è il concetto che trasla dalla celluloide alla viva scena, vi si incorpora e trova il suo spazio in un nuovo paesaggio all’interno del teatro, un nuovo ambiente che si mantiene sempre povero ed essenziale. È Gianni Staropoli a mettere ancora una volta la sua firma a questo “ambiente”, ed è a lui che si deve la felice intuizione del tulle nero, posto come linea divisoria fra il fondale e il proscenio, in una evocazione ideale della nebbia della particolarissima Ravenna di Antonioni. Dietro a questo velo sottile comincia l’azione. In fondo anche nel film è proprio da quella nebbia irreale che possono apparire all’improvviso delle grosse navi, che a volte sembrano come galleggiare sopra agli alberi della pianura.

Invece sulla scena tutto è disposto a che quello squarcio sia continuo, una crepa nel tessuto della realtà da cui poi si aprono altre fenditure, l’una innestata sull’altra. Daria Deflorian, Monica Piseddu, Francesca Cuttica, Antonio Tagliarini e Benno Steinegger ne raccontano molte, di queste zone di frattura. Lo fanno nei panni di una Giuliana (la protagonista interpretata nel film da Monica Vitti) scissa in tre differenti età, la giovane quasi trentenne, la matura quarantenne, la quasi sessantenne, che si alternano fluidamente con i “poveri uomini” del film, il marito Ugo e l’amico Corrado, anche se in definitiva sembra che la questione sull’attribuzione di ruoli fissi, specie se associati ai loro modelli cinematografici sia in tutto e per tutto una questione di secondaria importanza, se non nulla. A dirla tutta, a raccontare di quel confine così poroso e così vivo fra un interno che non riesce più a trovare un corrispettivo esterno, se non in un concetto di pura vita, ci sono anche i pochi ed essenziali oggetti. Una poltrona rossa, un cassettone, un armadio senza ante.

In tutti gli spettacoli firmati dalla compagnia romana quello che interessa, che intriga e che rende questo genere di teatro così vivo, sta tutto nella dimensione umana. Questa riguarda tanto la scena quanto il tipo di sguardo che da questa si può gettare sulla realtà, e in questo si trasforma in un discorso eminentemente politico. Quasi niente è il racconto di un confine, della paura, dell’ansia, della tensione alla vita. Si parla di quel dolore dalle dimensioni più vivaci e tridimensionali. Se da un lato si prosegue il cammino di Antonioni, dall’altro viene man mano emergendo un paesaggio davvero vicino e riconoscibile nella sua semplicità quotidiana, affrontato con disarmante sincerità: quello dell’uomo che paga qualcuno che porterà sua figlia a scuola mentre lui sta lavorando, quello degli incontri occasionali in cui anche condividere l’intimità del letto diventa troppo, della visita al dentista dove ci si raccomanda di non digrignare i denti la notte, ma come si può se stringere i denti è l’unico modo per affrontare poi il pensiero del risveglio, alla mattina? Dei pasti che si consumano da soli, e ancora con l’ultimo fusillo in bocca si sta già lavando il piatto. Delle insonnie e delle voci che poi non usciranno fuori al mattino. Del dire “non ce la faccio”, che è già un atto di coraggio. Si parla di affetti. E di quel tanto che è niente, di cui non si parla o si parla troppo poco o che comunque si cerca di allontanare paghi di una continua corsa al benessere che però può finire, proprio come nel deserto rosso, per trasformare le persone che circondano Giuliana in personaggi di plastica, senza risposte all’interrogativo sul che cosa sia il reale. Con Quasi niente è questo tipo di umano fragile che viene messo in campo, in un modo drammaturgicamente quanto visivamente efficace, grazie alla luce cromaticamente cangiante che irradia dal tulle tutta la scena circostante.

La compagnia accetta e fa entrare anche tutta una serie di rimandi, di citazioni, non da ultima l’eredità del filosofo Mark Fisher, un altro “buono a nulla”, che come pochi altri ha negli ultimi anni denunciato il nodo che esiste fra “il male oscuro”, la depressione, ad oggi la malattia maggiormente diagnosticata nel mondo “civilizzato”, e la situazione socioeconomica che ci circonda, e che nella sua distinzione fra realtà e reale ha riaperto una questione fondamentale. E se. come la stessa Daria Deflorian ha sottolineato, questo non è certo un teatro d’attualità, ciò non toglie che le persone coinvolte sulla scena, loro sì, siano “attuali”, presenti.

Non è certo la teoria che dà sostanza a Quasi niente, in nessun caso sulla scena questo sarebbe possibile: piuttosto, le conferisce il grado di onestà nello stare sulla scena, la precisione geometrica e sempre incantevole con cui si attraversa, taglia, abita e ricompone lo spazio, la grazia dei silenzi e delle pause, il respiro dato da uno spazio scenico che si apre per diventare quasi circolare e in cui il pubblico si sente avvolto, coinvolto. Nella scelta di farsi incantare da una musica e una voce improvvisi, che funzionano come una nuova piccola crepa che si incastra sul resto, e che porta a girare i mobili, a farli vorticare nello spazio, fino a ruotare tutta la stanza, per proporre e assumere sempre nuove visioni, sempre ribaltabili e possibili. Nel calore della creazione di un nuovo spazio. E anche in un certo gusto ironico, che alla fine del gioco non viene mai meno: “quanto sarebbe stato meglio, no, uno spettacolo normale, con una trama che puoi seguire?”.

Di Maria D’Ugo

I TUOI OCCHI MI DISSOLVONO: Il Cantico dei Cantici di Roberto Latini

Non sono mai riuscito a scrivere del Il Cantico dei Cantici di Roberto Latini le prime due volte che l’ho visto. È un atto d’amore quello che si consuma, disperato e disperante. Un amplesso dissipato pubblicamente. Sacro e osceno per una civiltà che odia alla luce del sole e ama al buio sotto le lenzuola per dirla alla John Lennon.

Il Cantico dei Cantici è uno spettacolo complesso e intenso, insignito di due premi Ubu per Miglior attore a Roberto Latini e per il Miglior progetto sonoro a Gianluca Misiti, e di cui è difficile esprimere a parole quanto di profondo ci fa vivere in poco più di cinquanta minuti trascorsi a teatro.

L’ho rivisto al Tangram di Torino, in occasione della stagione di Maldipalco e ancora una volta emerge la potenza di quelle parole antiche capaci di emozionare, e toccare profondamente. Non solo per il loro essere vertice di poesia, mai riferita, sempre cantata: una professione d’amore dell’uomo di teatro per il suo pubblico, un donarsi senza esser mai veramente ricambiati, soli dopo l’applauso con le proprie miserie privi di ogni consolazione. È tutto nel chiacchiericcio senza senso nell’attesa che tutto si consumi, in quegli occhi che ignorano il personaggio già in scena con la stessa indifferenza mostrata al mendicante.

Non guardarmi” dice allo spegnersi delle luci quell’uomo solo sul palco, emo-Dj consumato da una passione senza speranza. Lo dice al debutto prima che le parole si diffondano, parole d’amore caldo e sensuale, al di là dei significati, oltre le interpretazioni, suoni che smuovono montagne, voce nel deserto. Un amore oltre il credo e la religione eppur sacro e folle, senza ragione né paracadute, senza strategie né finzioni, perché come dice la canzone dei Placebo che apre lo spettacolo: “l’amore dei cretini è mandato dal cielo”.

Non guardarmi che mi stravolgi la mente con un solo dei tuoi sguardi” e i nostri occhi di pubblico fissi come chiodi sulla scena dove Roberto Latini, solo di una solitudine devastante, proferisce parole d’amore totale.

Non guardarmi, i tuoi occhi mi dissolvono” perché lo sguardo è sempre peccaminoso, incide le carni e fruga i corpi. C’è un che di scandaloso nell’osservare questo personaggio intangibile diviso dai noi da un confine invalicabile, quella linea invisibile che divide il proscenio dalla platea. La scatola scenica lo separa dal mondo benché parli al mondo. “L’amore dei cretini è la scatola che scelgo”, perché l’attore è eremita innamorato senza contatto con l’oggetto amato. Un solitario amante che Invano attende lo squillo del telefono, una voce umana che non giungerà giammai. Resta il desiderio che monta e si consuma, si spande come un universo senza limiti e confini.

Eppure il pubblico è lì, a due passi, anch’egli ingabbiato, inscatolato nel suo silenzio, votato all’ascolto non alla parola. Dio velato, nascosto nel buio della sala, desideroso di ricevere, affamato, bramoso come belva insaziabile. Eppure: “Guardami. I tuoi occhi mi dissolvono”. Non si può sfuggire, è quella visione che fa esistere la scena. Per i greci l’amore divino era sempre violento, irrompeva e scuoteva come esercito in battaglia e nasceva sempre dallo uno sguardo illecito che si posava sull’oggetto d’amore. “Che peccato!” ma un peccato necessario senza il quale nulla può avvenire.

Il diletto amato e amante è destinato a non incontrarsi mai dunque con l’oggetto del suo desiderio, c’è sempre un impedimento, un essere inadeguati alle circostanze. Come nella citazione di C’era una volta in America: “Egli è tutto una delizia, ma sarà sempre un teppista da due soldi, per questo non sarà mai il mio diletto. Che peccato!”.

A Roberto Latini sono care le riflessioni metateatrali. I suoi spettacoli pensano il teatro, lo indagano e forse questo Cantico dei Cantici è il suo pensiero più intimo e toccante. È un non incontrarsi mai per quanto amore vicendevole promani dalla scena e dalla platea. Un donarsi crudele quello dell’attore, un offrirsi a una moltitudine d’occhi silenti, a un amante sconosciuto che mai ti toccherà e mai veramente farà sentire il suo calore. Che peccato.

ph:@ Angelo Maggio

FORMULE MATEMATICHE DELL’ASSENZA: (a+b)3 di Muta Imago

Il 17 e 18 novembre al Cubo Teatro nell’ambito della rassegna Fertili Terreni è andato in scena (a+b)3 di Muta Imago produzione del 2007 con Claudia Sorace e Riccardo Fazi, fondatori del gruppo romano.

(a+b)3 è il cubo di un binomio, due elementi elevati alla terza potenza. In scena una coppia è racchiusa in un cubo di legno e stoffa. Vediamo i loro corpi, le loro ombre, le immagini riflesse. Una scatola che diventa wunderkammer, una stanza delle meraviglie, quasi attrazione di antica fiera, lanterna magica o primo cinema.

Una coppia la cui vita muta allo scoppio di una guerra. Lui parte, lei resta. Non tornerà più mai. Una lettera lo attesta in linguaggio burocratico. Non resta che l’immagine sfocata di un ricordo, un cammeo ritagliato da un’ambra su un muro. Lei resta e cerca di trattenere un fantasma che sfugge, un ricordo che si fa più labile ogni secondo di più.

Muta Imago dichiarano di confrontarsi con il mito di Orfeo e Euridice in quel discendere nel regno dei morti che la guerra porta con sé, nell’impossibile ricongiungimento di chi muore e chi sopravvive. La presenza/assenza di ciò che non è più, di un vuoto colmato dai simulacri, larve svuotate di ciò che era carne e sangue.

Un’altra suggestione viene evocata dall’azione. Il racconto di Plinio il Vecchio che racconta dell’origine della pittura quando una giovane donna, alla partenza dell’amato ne dipinge la figura sul muro ricavata dai confini dell’ombra.

Il binomio di una coppia elevato al cubo dunque, due immagini che si moltiplicano, si richiamano, rimandano una all’altra, si riflettono facendone scaturire nuove combinazioni impreviste. Tutto avviene semplicemente, con poche semplici azioni, figurine di carta proiettate su uno schermo, parvenze di corpi tremuli si disegnano sui teli e svaniscono come fumo nell’aria. Poche parole poetiche si innervano sull’azione, che è più performativa che rappresentativa, insieme a una fitta e calcolata partitura sonora.

Durante la visione di (a+b)3 di Muta Imago bussava prepotente alla memoria il ricordo del mito della caverna di Platone. L’occhio dell’osservatore puntato sulle pareti a rimirar il gioco di ombre di una realtà che sta alle spalle e altrove. Il pubblico riunito si trovava a fissare un ennesimo schermo, un altro filtro che non misura ma distorce. La condanna della nostra civiltà che guarda il mondo mai con occhi limpidi ma sempre attraverso un media e il velo non è mai troppo sottile né “il trapassar dentro leggiero”. L’azione non è mai se stessa ma rimanda sempre a qualcos’altro, una sorta di cornucopia di generazioni equivoche, che sfuggono al controllo e creano una realtà alternativa. Una proliferazione quasi cancerosa di significati che rimandano ad altri significati. Il performativo che ridiventa rappresentativo, ingabbiato nel simbolo e nella citazione, in quel cubo che si fa prigione.

In (a+b)3 di Muta Imago non si sfugge mai all’imperio dell’immagine. Per quanti schermi vengano strappati via, ne risulta sempre un altro a frapporsi e per quanto si cerchi di afferrare, qualcosa sempre sfugge e la platea si trova a condividere la condizione di quelle figurine proiettate sulla scena.

PINA BAUSCH TRA DIFFERENZA E RIPETIZIONE

Alla Lavanderia a Vapore di Collegno (Torino) si è svolta la Maratona Pina Bausch curata da Susanne Franco e Gaia Clotilde Chernetich in collaborazione con la Fondazione Piemonte dal Vivo. L’evento, il cui sottotitolo è “danzare la memoria, ripensare la storia”, nelle intenzioni non era solo un omaggio alla grande coreografa in vista del decennale della morte (30 giugno 2009), quanto una riflessione sul suo lascito e su come la sua opera e le pratiche a essa congiunte vengano trasmesse alle nuove generazioni.

Il teatro e la danza sono arti fragili e antiche il cui sapere si tramanda ancora per la maggior parte attraverso l’insegnamento ad personam, da corpo a corpo, mediante l’oralità e la testimonianza diretta di chi ha visto. Solo in qualche caso anche grazie a degli scritti. A questi lasciti tradizionali, negli ultimi decenni, si sono affiancate la fotografia e il video che costituiscono materiale di eccezionale valore nello studio di un percorso artistico, eppure l’iscrizione nei corpi e nell’immaginario risultano ancora lo strumento fondamentale grazie a cui l’opera di un artista della scena si tramanda.

Pensiamo a Grotowski il cui pensiero, più che a scritti e documenti, è affidato al corpo di Thomas Richards. O a Stanislavskij: quanto dell’insegnamento del maestro ci è veramente giunto integro? E quanto delle alterazioni e difformità sono dovute al tradimento dei discepoli e ammiratori, agli effetti della storia, al mutamento delle condizioni socioeconomiche dell’ambiente in cui si è radicato il suo pensiero? La memoria e i gesti sono in quanto tali imperfetti, è e implicano sempre una diserzione e un’evoluzione. Differenza e ripetizione.

Queste domande sono basilari per lo studio della storia delle arti dal vivo e per comprendere l’influenza attribuibile a un maestro dopo la sua dipartita. Nel caso di Pina Bausch è possibile osservare gli effetti di come la sua eredità si diffonda e per quali canali essendo la sua scomparsa un evento recente. I suoi danzatori e il Tanztheater Wuppertal sono ancora in attività e molti testimoni delle sue creazioni sono tutt’ora in vita ma già si affacciano sulla scena le nuove generazioni che hanno potuto vederli solo attraverso i documenti o per averne misurato l’influenza attraverso l’opera di terzi.

La Maratona Pina Bausch si è concentrata su Café Müller di cui quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario (20 maggio 1978). Attraverso la presentazione di tre spettacoli (Jessica and me di Cristiana Morganti, Rewind di Deflorian/Tagliarini e Oro di Foscarini/Lopalco), di libri e documentari, di una mostra fotografica di Ninni Romeo e Piero Tauro, seminari e un workshop di Julie Stanzak sulla Nelken Line, Susanne Franco e Gaia Clotilde Chernetich hanno cercato di compiere una disamina del fenomeno di trasmissione dell’eredità della grande coreografa tedesca.

I tre spettacoli rappresentano differenti veicoli di contagio attraverso cui l’eredità si diffonde nel contemporaneo. Cristiana Morganti è stata membro effettivo della compagnia di Pina Bausch per più di vent’anni e Jessica and me costituisce il suo tentativo di discostarsi dalla propria maestra alla ricerca di una cifra personale. Una lotta con il passato per conquistare un presente indipendente. La sincerità di questo faticoso percorso si manifesta con un’azione quasi alla Jerome Bel (pensiamo a Cedric Andriaux e Veronique Doisneau) in cui Cristiana Morganti si racconta con disincantata ironia, mostra i suoi pensieri durante l’esecuzione, si auto intervista.

Il duo Deflorian/Tagliarini presenta Rewind del 2008, spettacolo dedicato a Café Müller, lo storico lavoro che tutti gli appassionati e studiosi di danza hanno in qualche modo ben presente. La donna con la sottoveste bianca, le braccia leggermente protese in avanti con i palmi rivolti all’osservatore, quel suo camminare come sonnambula su uno spazio colmo di sedie nere sono icone che fanno parte di un immaginario mitico comune. Deflorian/Tagliarini guardano il video di Café Müller, visione negata al pubblico che ne percepisce solo i suoni attraverso un microfono. I due attori ce lo raccontano, con le parole e i gesti, ma nello stesso momento si fanno attraversare dall’opera e la trasformano.

All’inizio dello spettacolo ci viene presentata una sedia di cui si dice essere l’originale del primo allestimento del 1978, pagata cinquemila euro su Ebay. Subito appare una copia, identica, di quell’oggetto iconico. E poi una terza. All’occhio di chi ha visto almeno un filmato di Café Müller risulta evidente che quelle sedie non sono quelle originali. Il modello è diverso. Le sedie dunque manifestano già uno scarto, sono elemento che collega e diversifica. Questa scena dunque racchiude in sé il nucleo della riflessione di Deflorian/Tagliarini che si confrontano con il “metodo Bausch” – virgolettato perché in fondo metodo non è, per lo meno non in maniera formalizzata -, e ne fanno emergere gli elementi caratterizzanti: le domande, i ricordi, l’azione dei corpi. Un omaggio che è trasformazione e incorporazione, da cui necessariamente sorge una distanza e una differenza.

Oro. L’arte di resistere (2018) con la coreografia di Francesca Foscarini, la drammaturgia di Cosimo Lopalco e l’interpretazione dei Dance Well Dancers è invece una caso di trasmissione indiretta dell’eredità e dell’immaginario bauschiano. Francesca Foscarini lavora a Bassano del Grappa, (città medaglia d’oro della Resistenza) con anziani affetti da Parkinson e con i loro parenti e amici. Le azioni dello spettacolo nascono proprio dalla riflessione su temi legati alla città e al territorio: oro e resistenza, parole chiave da cui vengono declinate vere e proprie risposte corporee. Nonostante non vi sia una discendenza diretta, Oro richiama con forza lo spirito dei lavori di Pina Bausch, soprattutto Kontakthof, nelle atmosfere, nelle musiche e nella grande umanità che traspira dalla danza, come se l’immaginario legato alle opere del Tanztheater si fosse trasferito inconsciamente nel lavoro. Oro possiede inoltre il grande merito di condurre la percezione dello spettatore al di là della malattia, di non farci vedere degli anziani dilettanti ma dei veri danzatori che ci donano la grazia fragile dei loro movimenti.

Questa Maratona Bausch cerca dunque di misurare i confini su cui si proietta l’ombra della grande coreografa tedesca, tenta in qualche modo di mappare le radici che si dipartono dal suo corpo poetico per individuare i nuovi germogli. L’opera di un maestro è sempre in sé ambivalente, benedizione e maledizione, icona di riferimento e convitato di pietra. Tramandare e tradire, conservare e innovare il duplice volto della memoria che osserva con occhio severo sia chi sopravvive sia chi vien dopo quando ogni traccia vivente è ormai scomparsa.

Sorge alla fine anche una riflessione sul compito di noi che raccontiamo, che ci assumiamo la responsabilità di essere testimoni di quanto avviene sulla scena oggi. Quale sguardo è il nostro? Cosa riusciamo a cogliere di un evento performativo, del suo spirito, della sua fatica e a tramandarlo o comunicarlo? Quanto ci discostiamo da esso inserendo il nostro particolare punto di vista? Siamo creatori di documenti e al contempo dei traditori incalliti?

Maratona Pina Bausch vista dal 16 al 18 novembre alla Lavanderia a Vapore di Collegno Torino.

Ph: @Fabio Melotti

Eimuntas Nekrosius e l’Otello veneziano.

Incontrai Eimuntas Nekrosius alla Biennale di Venezia. Era l’anno 2000 e al Teatro delle Fondamenta Nuove dove teneva una laboratorio aperto a giovani registi dove mi imbucai qualche volta per vederlo lavorare. Stava preparando Otello che avrebbe debuttato in prima mondiale a marzo del 2001.

Era di poche parole Nekrosius. Dovevi cercare di capire cosa volesse da quegli esigui elementi che ti forniva. Non era facile. Non si poteva certo dire che fosse espansivo. A volte mi perdevo a osservalo assorto in quello che avveniva sulla scena piuttosto che studiare quanto accadeva sul palco. I suoi occhi erano immersi nell’azione, la dissezionavano precisi come bisturi di chirurgo. Poi parlava, quasi sottovoce e da quelle poche parole sorgeva sempre un mondo, quasi inaspettato.

Una volta chiese a chi partecipava al laboratorio di scrivere un progetto di regia per una scena di Otello. Non ricordo quale, forse quella del fazzoletto tra Otello e Desdemona. Gli presentai la mia scena e a lui non piacque. Diceva che era troppo distante dal testo. Io gli dissi che il teatro aveva il dovere di discostarsi dal copione per trovare la sua lingua. Ero giovane e avvertivo quasi un brivido a sfidare il maestro sul suo terreno. Lui replicò con un gesto come a dire: quante storie! e non perse molto tempo a spiegarmi cosa veramente non andasse.

Con quel gesto mi insegnò molto. Forse più che con mille parole. Mi insegnò l’umiltà, a procedere a piccoli passi, che prima di innovare bisogna apprendere, che il maestro lo si uccide quando hai “rubato” la sua arte, non per partito preso.

Quelle prove mi fecero capire anche quanto di Stanislavskij ci fosse in lui. Ne era forse l’erede più vero, nel far emergere la parola da una fitta partitura di azioni fisiche.

Ai primi di marzo ebbi anche la fortuna di assistere alla prima di quell’Otello. Riuscii a procurarmi un biglietto di platea al Teatro Goldoni. Alcune scene mi rimarranno impresse per sempre, soprattutto quella lunga e dolorosa dell’assassinio di Desdemona, quel tormentoso strazio dell’uomo consumato dalla gelosia che spegne il suo amore, che incredulo muore innocente.

Oggi, leggendo della sua scomparsa, mi sono tornati alla mente tutti questi ricordi, soprattutto la sua figura altera e discreta, che osserva la scena con un’intensità che vidi nel solo François Tanguy. Nel ripensare a quei momenti lontani della mia gioventù non posso fare a meno di ritenermi fortunato nell’aver potuto vederlo lavorare, nell’aver appreso dalle sue azioni più che dalle sue parole quanto profondo fosse il suo teatro. I suoi insegnamenti sono quanto di più prezioso la vita mi ha donato.

Katie Mitchell: La malattia della morte

La maladie de la mort, la malattia della morte, è intanto un testo: per la regia di Katie Mitchell trova sul palcoscenico della sala grande dell’Arena del Sole di Bologna la sua conformazione scenica. La sala è gremita e il pubblico freme, chissà se agisca di più la fascinazione che accompagna inevitabilmente gli spettacoli di marca “europea” – che portano sempre con sé un sapore di felice aspettativa sulla possibilità di potersi fare complici di un punto di vista più largo e libero da condizionamenti strapaesani – o l’accorgersi ad un tratto che gli attori sono già quasi tutti sul palco. C’è poco da fare: oltre che una bella forma di accoglienza questa è una formula sempre fortunata, matematica, per il pubblico teatrale. Ma chissà, ancora, se dietro al fremito iniziale non agisca anche una voce che già circola per la platea e che continua a serpeggiare in frasi che si fanno eco l’un l’altra: in questo spettacolo non si parla mica di morte, si parla di sesso. Un’avvertenza accompagna la sinossi dello spettacolo: consigliato ai maggiori di diciotto anni. Del resto, è il cinema che “vieta ai minori”, mentre il teatro “consiglia ai maggiori”. Salvo che la scena de La maladie de la mort è in effetti un set cinematografico.

Sono tre i punti focali. La scena: l’interno di una camera d’albergo, dettagliata e arredata come nel miglior teatro di posa. Lo schermo: in posizione centrale, sovrasta e domina l’azione dall’alto, e di lì a poco l’accoglierà interamente, aggiungendo alla presa diretta anche delle immagini preventivamente montate. Infine, laterale, la cabina di doppiaggio: occupata dalla voce di Jasmine Trinca, selezionata appositamente per la tournée italiana come voce narrante.

Katie Mitchell è già largamente nota al pubblico britannico per le sue produzioni dalle dimensioni imponenti (inseguita insieme dalle perplessità e dagli elogi della critica ufficiale, resta pur sempre la voce femminile che ha cercato con la maggior fedeltà possibile di restituire al pubblico una delle messe in scena più problematiche di Sarah Kane, Cleansed), ed è nota anche per lo stile votato alla contaminazione: il taglio cinematografico non si limita a una mera scelta estetica. Gli attori in effetti sono due. L’uomo e la donna immersi nell’anonimato in cui la Duras stessa li ha cristallizzati. Sugli altri, permane il dubbio. Attori che impersonano operatori, macchinisti, fonici di un set, o le stesse figure reimpiegate su una scena live? Poco importante. I cavi arrotolati e dispiegati continuamente, le giraffe, i microfoni e le cineprese impugnati e trasportati da un lato all’altro della scena con continuità costante e coreografica trasmettono direttamente sullo schermo le parole e le azioni delle figure sottostanti. I sottotitoli agevolano la comprensione del testo in francese, a Jasmine Trinca è assegnata la solennità del commento neutro e distante che completa il quadro. O meglio, il film.

La maladie de la mort è uno degli ultimi testi scritti da Marguerite Duras. Si trova, accanto ad altri due racconti, L’uomo seduto nel corridoio e L’uomo atlantico, ancora in una vecchia edizione uscita molto prima della morte dell’autrice, ed è una raccolta che tuttora si vuole come viva testimonianza dell’ultimo e più nero periodo della scrittrice, auto-relegatasi nei suoi ultimi anni in una solitudine profonda e incolmabile: lo stesso vuoto di cui si fanno portavoce i suoi personaggi. Testi sfacciati, disperati, in cui la volgarità (intesa in senso flaubertiano, mai come sinonimo di pornografia, o sarebbe troppo facile) entra solo proporzionalmente alla malizia del lettore. Racconti che mettono una lente sul mascolino, più che su una matrice femminile, e che indagano il sensuale sulla base del desiderio che urla e rimane inascoltato. Un uomo paga una donna, lei accetta. Sullo sfondo di un albergo sul mare – lo vedrà anche lo spettatore in sala grazie alle magie del montaggio – hanno luogo i loro incontri; fra le lenzuola, il bagno, il pavimento, i loro amplessi. Lui domanda e comanda, il mondo letterario della Duras si contamina con l’uomo che moltiplica i filtri e fotografa e filma la donna con lo smartphone – anche queste riprese lo spettatore potrà vederle direttamente, sempre grazie a una serie di primi piani riportati sullo schermo. Lei esegue in un mutismo che si rompe con la constatazione definitiva: ho accettato a causa della tua malattia. Sei malato della malattia della morte.

Niente turba la composizione, ed è un peccato. Lo spettacolo degrada lento e fin troppo impettito verso il finale e verso gli applausi, ed è un bene. Per il semplice fatto che – magia del teatro stavolta – finalmente ricompaiono delle figure di carne sul palco.

Contaminazione, mescolanza, trasversalità dei linguaggi, sono tutti strumenti di cui disporre, e questo è più che desiderabile, non ci si limiti a pensare al solo teatro. Farlo significa assumerne le responsabilità e navigare in vista di una ricchezza: la videocamera in questo caso è però un mostro vorace. Né la nudità, né la voce, né il desiderio e nemmeno l’opera riescono a salvarsi. È un mostro che si muove con piana costanza. L’occhio dimentica che tutto accade in presenza diretta, l’orecchio dimentica la vita reale delle parole pronunciate, lo spettatore – anche lui – si ritrova filtrato, non c’è nulla che lo porti a sobbalzare dalla poltrona. Se da un lato questo può portare a una ideale empatia con la condizione passiva esperita dal protagonista, o a un elogio della perspicuità della cinepresa, o a una critica del mezzo operata attraverso il mezzo stesso (la neutralità come minimo comune denominatore fra il medium, il messaggio e i suoi attanti) sembra tuttavia una lettura posticcia, che poco o nulla ha a che fare con un dispositivo che allontana, ricuce a tavolino, esaspera i piani per farli equivalere, mentre a rimetterci sono la consapevolezza (di) e l’inclusione nel meccanismo stesso. Oltre che, la grande esclusa dal discorso, l’opera in sé. Che scompare come scompare la carne in scena. Era qui che si voleva arrivare? Plausibile, anche.

Katie Mitchell, con La maladie de la mort, consegna al proscenio una questione di ingerenze. La Duras in un aforisma di particolare assertività pronunciava: scrivere è dubitare. È un dubbio che certo non riguarda la sola letteratura: ha necessità di volare e trasferirsi nei campi di ogni tipologia di linguaggio artistico. Non si tocca un corpo, non si apre un libro, né si occupano le poltrone di cinema e teatri per ottenere certezze solide, non si cristallizza il reale con una inquadratura. Pena la stessa malattia che impedisce al protagonista di amare, e al pubblico di condividere ciò che accade in una sala. E non è aggiungendo filtri ai filtri stessi che si annulla la mostruosità di un occhio spalancato che guarda dallo schermo di un telefono, riportato sullo schermo da una cinepresa, che vorremmo però stesse guardando proprio nella nostra direzione.

Di Maria D’ugo

Ph. @stephen_cummiskey

Milo Rau e la rappresentazione del reale: The Repetition Histoire(s) du Theatre(i) a RomaEuropa Festival

Milo Rau torna in Italia a RomaEuropa Festival con la sua nuova creazione The Repetition Histoire(s) du Theatre(i) in scena al Teatro Vascello in prima nazionale dal 9 all’11 novembre. RomaEuropa ha presentato anche The Congo Tribunal, già in programma nella rassegna di cinema curata da Massimiliano Maltoni al Consolato di Svizzera a Venezia nello scorso mese di marzo.

Prima di affrontare un’analisi di The Repetition è necessaria una premessa: difficile, se non impossibile, analizzare un’opera di tale complessità in uno scritto breve. Questa creazione meriterebbe un saggio approfondito che non solo cerchi di comprenderne le intenzioni, ma approfondisca anche le modalità di costruzione della drammaturgia, il lavoro con gli attori e infine metta in connessione quest’ultima opera con le precedenti al fine di comprendere l’evoluzione del pensiero di Milo Rau.

The Repetition andrebbe, in primo luogo, messo in relazione con il Gent Manifesto (https://www.ntgent.be/en/manifest), in cui il regista svizzero non solo dichiara le sue intenzioni rispetto alla direzione artistica dell’NT Gent ma anche nei riguardi della concezione della produzione e distribuzione del teatro tout court.

Tale compito è a dir poco impossibile nella forma articolo e di conseguenza cercheremo di delineare dei vettori attraverso cui mappare, anche se in modo incompleto, la sua attuale ricerca.

Il primo passo ci conduce necessariamente al Gent Manifesto, datato 1 maggio 2018, in cui Milo Rau delinea una modalità di azione sia come direttore artistico che come regista, ma cerca anche di stabilire anche una modalità produttiva e distributiva. Cerca innanzitutto di superare l’opposizione teatro di ricerca/teatro stabile attuando una terza via in cui il teatro si affermi come un’istituzione di processi creativi in grado di coinvolgere la cittadinanza al fine di non ritrarre il mondo ma di cambiarlo. Secondo le parole del Manifesto lo scopo “non è quello di rappresentare il reale, ma di rendere reale la rappresentazione stessa”.

L’intenzione non è dunque quella di essere specchio ma strumento di riflessione, un recupero quindi della funzione originaria del teatro – luogo in cui la comunità riflette sulle crisi che la attraversano, ricercando delle soluzioni fattuali alla loro risoluzione. Lo spettacolo quindi non si presenta come un prodotto da consumare ma come un processo da vivere. Tale dichiarazione di intenti, come si può comprendere, integra tradizione e innovazione, recupero della finalità originaria della scena proiettata in un contesto contemporaneo.

Per giungere a questo sono necessarie alcune modalità produttive e distributive capaci di rendere concreto il raggiungimento del fine prefisso: il coinvolgimento delle persone, l’utilizzo di attori professionisti e non, l’apertura pubblica della fase creativa, prove condotte anche all’esterno dell’edificio teatrale (e questo non significa solo la fase attoriale ma anche quella di ricerca e di creazione drammaturgica), una distribuzione capillare che faccia conoscere il lavoro al di là dei confini cittadini. Questa partecipazione modifica sostanzialmente l’applicazione dell’audience engagement: non marketing finalizzato ad avere più pubblico in sala ma inserimento della fase creativa nel tessuto stesso della comunità.

A questo si aggiunge una decisa presa di posizione con la drammaturgia, innanzitutto con i testi preesistenti la creazione. Lo spettacolo non è un riferire qualcosa di già detto e fatto, ma un riflettere su una condizione, una circostanza, un evento. Per questo l’utilizzo di un testo non dovrà superare il venti per cento del totale rappresentato. Una limitazione che è un invito ad andare al di là del riferire per indagare, scoprire, ragionare.

Il Gent Manifesto è la premessa necessaria a The Repetition cui è sottesa la domanda cruciale: cos’è la rappresentazione? Quale la sua finalità? Prologo ed epilogo dello spettacolo pongono l’accento proprio su questa fondamentale questione.

Cos’è il lavoro dell’attore si chiede all’inizio? Per rispondere si usa una metafora ironica: è come il fattorino che porta la pizza. A essere importante è la pizza non chi te la consegna. L’attore quindi è colui che si fa da parte, si fa veicolo di voci che lo attraversano. Il suo compito è portare alla comunità. Anche in questo si recupera l’etimo dell’origine in cui l’hypokrites, (dal greco ypo=sotto, krinein=spiegare) era colui che evocava, con voce e gesto, situazioni e sentimenti.

Ma tale azione è inutile se dall’altra parte non c’è una collettività atta a ricevere. Nel finale un cappio scende dall’alto, l’attore vi infila il collo. Se la sedia cadrà ci sono solo due soluzioni: o il pubblico lo sostiene o lui morirà. Si spengono le luci. Cosa facciamo? In questa metafora ecco ancora un mito dell’origine: lo sguardo di Kore/Persefone, la Pupilla che guarda l’azione di Ade e la rende concreta e possibile. È l’occhio di Persefone che rende reale il ratto di Ade così come è l’occhio del pubblico a donare efficacia all’azione dell’attore. Il pubblico completa e definisce la rappresentazione.

Un’altra domanda è sottesa a The Repetition: è reale ciò che è rappresentato? Domanda complessa, fondamentale per l’esistenza stessa del teatro nel contemporaneo. La risposta sembra essere la costruzione di un meccanismo in cui il reale viene scomposto in multipli rappresentativi, che non produce una copia ma un doppio molteplice che sezionano il fatto di cronaca facendone scaturire tutti i significati possibili.

In The Repetition si vuole rappresentare il brutale assassinio di Ihsane Jarfi, giovane omosessuale, ucciso a botte, torturato e abbandonato agonizzante, nudo in un campo. Il fatto è avvenuto a Liegi il 22 aprile 2012. In cinque atti, come in una tragedia classica, si analizza l’evento in tutte le sue implicazioni. Come in una Crime story, si indagare il movente, il contesto, la vittima e gli assassini. I sei attori, professionisti e non, ricostruiscono l’accaduto investigando nello stesso tempo la rappresentazione in se stessa.

Durante la visione non si può fare a meno di pensare all’opera di Joseph Kossuth One and Three Chairs del 1965, in cui una sedia, la sua definizione e una foto che la ritrae sono accostate nello stesso spazio. Tutte rappresentano l’oggetto ma in quanto opera d’arte non sono una sedia. Il regista ci rappresenta l’omicidio di Ihsane Jarfi raccontandolo a parole, rappresentandolo in scena, mostrandone una versione diversa e complementare in video. Un multiplo rappresentativo che è e non è il reale. La rappresentazione è uno strumento per la sua comprensione ma è pur sempre una finzione. Ceci n’est pas une pipe. Come a rappresentare il dolore dei genitori, la loro ansia per la scomparsa di Ihsane? Un letto vuoto illuminato sul fondo della scena, due attori nudi su delle sedie, un filmato in cui gli attori nudi a letto impersonano i genitori e recitano un dialogo in cui esprimono la preoccupazione per un figlio che non riescono a contattare. Questa scomposizione di ciò che è accaduto impone all’occhio del pubblico una ricomposizione che segue alla riflessione.

The Repetition è dunque un passo avanti rispetto al semplice reenactment. Milo Rau, in Hate Radio, presentava una ricostruzione di un fatto storico, le due ore di trasmissione di Radio Mille Collines durante il genocidio dei Tutsi a opera degli Hutu. Si osservava qualcosa che era avvenuto nello stesso modo in cui era avvenuto. Ora l’evento di cronaca è sottoposto a un processo molto più complesso in cui attraverso la frammentazione del rappresentato o, meglio, la sua moltiplicazione, si attua nell’occhio del pubblico una messa in questione di ciò che avviene sulla scena e quindi della realtà stessa. Lo spettacolo dibatte anche l’origine del Male, visto come qualcosa di casuale, non premeditato, capace di materializzarsi in un istante. Una banalità del male che avviene nella quotidianità più inaspettata, durante la festa di due compleanni: uno degli assassini e quello a cui partecipa la vittima. Un’occasione di festa che si tramuta in tragedia senza quasi sapere il perché e capace di portare ad un’altra questione: la morte. Kantor diceva che il teatro parla sempre della morte. E in Milo Rau sembra che questo assunto sia più vero che altrove, una morte sempre commista con la violenza cieca, brutale, banale.

Come spiegato all’inizio non è possibile fare una disamina completa di uno spettacolo che, per coglierne tutte le implicazioni, andrebbe peraltro visto più volte. Analizzare la costruzione drammaturgica, frutto non solo di un lavoro di ricerca sul campo ma anche di un incastro di tasselli letterari (la poesia della Szymborska o le parti di Amleto), il rapporto tra attori professionisti e non (come già in Five easy pieces per esempio). Abbiamo cercato di delineare delle linee capaci di far emergere un quadro della ricerca di un regista che è sicuramente il più grande ed efficace pensatore della scena contemporanea.

Le questioni che pone al teatro contemporaneo sono urgenti. Necessitano di riflessione e dibattito perché affrontano il tema non solo della necessità di quest’arte antica ma anche la sua evoluzione nel futuro prossimo. Quale funzione per il teatro? Come si può rendere necessaria la rappresentazione dal vivo? Quale il rapporto tra società e teatro? Tali domande sono necessarie, soprattutto in Italia, dove sembra esserci un ritorno prepotente della rappresentazione classica. Ed è necessario inoltre il dibattito, magari anche acceso. Le idee per evolversi esigono di una vivacità per ora assente dal panorama, dove ogni posizione diversa dalla propria viene accolta come un attacco personale.

Ph: @Copyright Hubert Amiel

L’ABISSO DELL’IDENTITÀ: TO BE OR NOT TO BE ROGER BERNAT di Fanny&Alexander

La stagione di Fertili Terreni si è aperta al Cubo Teatro con To be or not to be Roger Bernat di Fanny&Alexander, frutto di una programmazione condivisa da Acti Teatri Indipendenti, Cubo Teatro, Tedacà e Il Mulino di Amleto. Dal mese ottobre fino a quello di maggio le quattro formazioni propongono una ricca e variegata stagione teatrale, sparsa sul territorio del Comune di Torino in tre luoghi teatrali (Bellarte, Cubo Teatro e l’Ex Cimitero di San Pietro in Vincoli) a cavallo tra le Circoscrizioni 4 e 7.

Lo spettacolo To be or not to be Roger Bernat di Fanny&Alexander, appare a prima vista come niente più che una conferenza su Amleto, ma in realtà si dimostra una trappola/dispositivo in grado di catturare performer e pubblico in una dinamica funzionale a interrogarsi sull’essenza dell’identità e, più in generale, sul ruolo del teatro stesso. Il conferenziere, il bravo Marco Cavalcoli, è e non è Roger Bernat, il drammaturgo catalano autore di alcuni tra i più interessanti dispositivi di teatro immersivo o rappresentativo come Pendiente de voto, Domini Públic e Numax-Fagor-plus.

L’oratore ci propone una riflessione su Amleto sfuggente già nell’idioma. Inglese, francese, spagnolo e italiano si alternano creando un continuo spaesamento nell’ascoltatore che non può accomodarsi in un ascolto semplice e passivo.

La figura di Amleto conduce chi parla e chi ascolta in un abisso profondo, un luogo in cui tutto è già avvenuto o è già stato deciso da altri. Non resta che interpretare una parte predisposta per noi. Questo processo è chiaro fin da subito quando il relatore si dispone a doppiare una puntata de I Simpson, parodia della celebre tragedia. L’immagine sullo schermo è già data, non resta che dargli voce.

Il pubblico viene presto chiamato all’azione. Una ragazza deve impersonare la regina ed entrando in scena le viene posta in capo una corona e fatta sedere dietro una scrivania, dove le viene richiesto di interagire con un dispositivo che potrà diffondere, a suo piacimento, nell’orecchio del conferenziere che si presta a un nuovo mirabolante doppiaggio nelle varie versioni vocali di Amleto, da Mel Gibson e Kenneth Branagh a Carmelo Bene.

Ma chi è veramente agito? L’attore, la ragazza o tutti e due? Obbedire alle regole del gioco non è forse di per sé stesso prova del fatto che la drammaturgia delle nostre azioni, così come quelle di Amleto, sono stabilite altrove? E ribellarsi è possibile oppure anche questa possibilità è già prevista? Il gioco prosegue e di cui non si conoscono le regole che si svelano solo partecipando. Si passa allo stadio successivo. Quattro persone del pubblico vengono chiamate sulla scena a dar vita alla pantomima in cui si rappresenta l’assassinio del re, quella che Amleto chiede agli attori di inscenare di fronte alla madre e al patrigno per scoprire se veramente essi si sono resi colpevoli dell’assassinio del padre.

Chi siamo noi, pubblico, adesso? Siamo noi gli assassini? Dobbiamo confessare la nostra colpevolezza? Il dispositivo messo in atto si espande a macchia d’olio, deborda dal palco alla platea coinvolgendo ogni cosa nel suo meccanismo. Le regole ci stanno imprigionando tutti nella loro ragnatela onnipervasiva. Quale scelta ci resta seppur ce ne resta una da compiere?

Roger Bernat scrive: «il prezzo che dovete pagare per agire sarà quello di far parte di un dispositivo che nelle prime battute vi sembrerà estraneo. Sarete immersi in un meccanismo di cui non conoscete gli obbiettivi e temerete la servitù. Dovrete obbedire o cospirare oppure obbedire cospirando. In ogni caso, dovrete pagare con il vostro corpo e impegnarvi».

Se durante il periodo barocco si parlava di Gran Teatro del Mondo, dove la scena rappresentava la vita come Teatro, il dispositivo di Fanny&Alexander ci avviluppa in un meccanismo spettacolare che fagocita, come pianta carnivora, ogni aspetto del reale. La spettacolarità ingorda ci trascina nelle sue reti e nello stesso tempo ci permea di dubbio. Quale il fine delle nostre azioni? Quale la sostanza delle nostre identità? Siamo noi ad agire? Siamo tutti attori che recitano un copione?

To be or not to be Roger Bernat di Fanny&Alexander si conclude con il conferenziere, avatar di Roger Bernat, che discorre con la testa, copia e ritratto di Roger Bernat, diventato a sua volta il povero Yorick. Le immagini e le identità si moltiplicano, ognuna fantasma di qualcos’altro che sfugge. In un’epoca in cui ciascuno moltiplica gli avatar di se stesso, creando immagini tutte ugualmente insincere, al teatro non resta che porre in dubbio la loro consistenza. Al luogo deputato alla rappresentazione di una realtà fittizia spetta dunque il compito di essere motore del disvelamento? La maschera è l’arma che sbugiarda l’inconsistenza della rappresentazione da noi stessi generata? Non siamo altro che tanti Amleto sospesi tra il dubbio e l’azione? Troveremo mai una soluzione soddisfacente? Forse è bene porsi la questione e cercare, se si può, una risposta.

Ph: Enrico Fedrigoli

AVEVO UN BEL PALLONE ROSSO di Angela Dematté per la regia di Carmelo Rifici

In questi giorni al Teatro Astra di Torino nella stagione organizzata dalla Fondazione TPE (Teatro Piemonte Europa) è andato in scena Avevo un bel pallone rosso per la regia di Carmelo Rifici e la drammaturgia di Angela Dematté.

Lo spettacolo, che ha debuttato nel 2009 riportando un notevole successo in Italia e all’estero, è stato riallestito in una nuova edizione per il cinquantesimo anniversario del ’68.

In Avevo un bel pallone rosso la drammaturga Angela Dematté, già vincitrice del Premio Scenario 2015 con Mad in Europe, ci racconta l’origine delle Brigate Rosse attraverso il rapporto tra Margherita Cagol, moglie di Renato Curcio e ideologa della lotta armata, e suo padre.

La nascita e le motivazioni del movimento brigatista appartengono a quei periodi della storia patria di cui non si vuole proprio parlare. Si rimuove o ci si limita a incasellare gli eventi in pochi e superficiali stereotipi che vengono ripetuti acriticamente in modo da congelare il dibattito e la riflessione. Il fascismo, la resistenza, il terrorismo politico in Italia sono tratteggiati spesso con poche pennellate cariche di pregiudizi e oltre non si è capaci di andare. Poco si sa e poco si vuol sapere.

Questo atto di rimozione avviene anche nelle arti, contrariamente a quanto accade negli Stati Uniti dove i periodi e i fatti storici controversi sono argomento fecondo per film, romanzi, serie televisive (pensiamo alla Guerra del Vietnam, all’assassinio di Kennedy o al Watergate). In Italia raramente si affrontano gli episodi critici. Non siamo quasi mai capaci di guardare al nostro passato con occhio fermo e limpido.

Nel testo di Angela Dematté il rimosso viene a galla seppur con delicatezza e umanità, senza ferocia polemica o ideologica. In Avevo un bel pallone rosso si ripercorrono quegli anni nei dialoghi, nei diverbi, nelle incomprensioni tra un padre e una figlia nel periodo tra il 1968 e il 1975, anno della morte di Margherita Cagol in uno scontro a fuoco con le forze di polizia nei pressi di Acqui Terme.

Gli afflati rivoluzionari, l’entusiasmo ideologico di un’intera generazione nel voler rovesciare l’ordine costituito, le contraddizioni di quei movimenti animati da utopistiche quanto sincere volontà riformatrici, la degenerazione di una protesta civile in lotta armata, si scontrano con la preoccupazione, l’amore, i pensieri semplici di un padre che si sforza sì di comprendere ma anche proteggere sua figlia.

La furia della storia viene osservata tra le mura domestiche, nei quotidiani discorsi e discussioni, nei silenzi imbarazzati, nelle omissioni. La lingua è il principale segnale dell’irrigidimento delle posizioni, del radicamento delle ideologie. Il familiare dialetto trentino con cui padre e figlia dialogano all’inizio, diventa sempre più scontro tra l’italiano freddo, irregimentato dal verbo asettico della propaganda e della dottrina e il lessico familiare colmo di sentimenti.

Le distanze tra padre e figlia aumentano sempre più in questa forbice linguistica, dove da una parte la fede soppianta l’umanità seppellita sotto le coltri degli slogan, e dall’altra la volontà di comprendere si infrange nell’incapacità di scalfire l’ideologia.

La regia di Carmelo Rifici ricrea il processo che avviene nella scrittura attraverso piccoli e semplici elementi: la storia irrompe nelle mura domestiche attraverso la televisione dove scorrono immagini di cortei di protesta. I silenzi, le pause imbarazzate, i discorsi omissivi, i gesti involontari, gli sguardi sfuggenti sottolineano il graduale divario linguistico. Gli oggetti domestici, le tazzine di caffè, la caffettiera, la torta della mamma, lasciano sempre più spazio ai libri, alla macchina da scrivere, alle riviste voci della sinistra extraparlamentare. La voce di Margherita, dapprima umana e dolce, diventa gradualmente quella della combattente Mara, sempre più fredda, metallica, gridata; quella del padre, al contrario, perde la sua sicurezza incerta, si colora di preoccupazione, di dolore e debolezza. Le distanze diventano abissali, le posizioni di irrigidiscono.

Ottimi i due attori Andrea Castelli e Francesca Porrini, mai retorici e capaci di ricreare un ambiente domestico e familiare attraverso una recitazione naturale ma capace di andare al di là di un semplice calco mimetico. Vi è sempre l’impressione che gli attori siano nello stesso tempo dentro la parte e fuori di essa, quasi brechtianamente capaci di vedere il personaggio anche dall’esterno in maniera critica. Margherita Cagol e il padre riescono pertanto a essere non solo due persone ma anche incarnazioni e maschere di due anime diverse di un periodo storico estremamente controverso.

Angela Dematté, con Avevo un bel pallone rosso, dimostra di essere drammaturga capace di dare luogo a uno sguardo stereoscopico, di lasciar parlare attraverso i suoi testi le voci diverse della storia, cercando di andare al di là di un giudizio lasciando parlare le contraddizioni di quel periodo storico. In questo viene supportata dalla regia di Carmelo Rifici che affianca il linguaggio proprio della scena amplificando così le potenzialità del testo poetico.